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Full text of "Bollettino senese di storia patria"

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RTES SCIENTIA VERITAS 



1. 




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tt. ACCADEMIA DKI T^OZZl 



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BULLETTINO SENESE 



DI 



STORIA PATRIA 



VOLUME TERZO 



1896 




SIENA 

TIP. ■ LIT. SORDO- MUTI DI L. LAZZBHl 

1896 



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R. ACCADEMIA DKI ROZ^^I 



BULLETTINO SENESE 



DI 



STORIA PATRIA 



ANNt> 111. - FASCICOLO 1. 



S I K N A 

TIH. E LIT. SORDO- MLTI DI I» I. AZZERI 



COMMISSIONE SENESE DI STORIA PATRIA 
Pietro Rossi, presid. - Giovanni Scotoni, vii^-presid. - Narciso Mengozzi, segretario 
Alessandro Lisini - Lodovico Zoerauer, rcdaltflri 



CONSIGLIERI 



Calisse Carlo 
Donati Fortunato 
Falaschi Enrico 



Nardi-Dei Marcello 
Patetta Federigo 
Petrucci Pandolfo 



Sanesi Giuseppe 

^ 



-3 SOCI ONORARI s- 



Carducci seo. comm. prof. Giosuè, Bologna — Cignoni comm. prof. 
Giuseppe, Roma. — D* Ancona cotum. prof. Alessandro, Pisa — Del Llngo 
cofuni. prof. Isidoro, Firenze — Gabaurrini comm. prof. Gian Francesco, 
Arezzo — Helbig comm. prof. Volfango, Roma — Paoli cav. prof. Cosare, 
Firenze — Piccoix)mini cav. prof. Enea Silvio, Roma — Tabarrini sen. 
Marco, Roma ^ Tommasini comm. prof. Oreste, Roma •* ViLiJkRf sou. 
comm. prof. Pasquale, Firenze. 

■—5 SOCI FONDATORI ^— 
Dacci prof. Orazio, Firenze. 

CORRISPONDENTI E COLLABORATORI 

Bandi- Verdiani Arnaldo, S. Quirico d'Orda — Barduzzi cav. prof. 
Domenico, Siena — Bassi Dott. Domenico, Milano — Bettazzi prof. Enrico, 
Torino — Brogi Riccardo, Siena — Bruoi prof, cav, Biagio, Padova. 

Canestrelli arch. Antonio, Firenze — Carocci cav. Guido, Firen-- 
se^r Carnesecchi Carlo, Firenze — Casari anca prof, Antonio, Siena — 
Chiappelli avv. cav. Luigi, Pistoia — Comua prof. dott. Emilio, Firen- 
jze — CoRRAZZiNi avv. Giov. Odoardo, Firenze. 

Dayidsohn dott. Roberto, Firenze — De job prof. Charles, Parigi — 
Del Vecchio cav. prof. Alberto, Firenze — De Nolhac prof. Pierre, 
Versailles. 

Ellon Federigo, Berlino. 

Falletti cav. prof. Pio Carlo, Bologna — Fumi comm. Luigi, OrctV- 
to — Frey prof. dott. Cari, Berlino — Falchi prof. cav. Isidoro, Pisa. 

Gherardi cav. Alessandro, Firenze -^ Grottanelli De' Santi nob. 
Eiloardo, Siena — Graziani prof. Augusto, Siena — Gialdini Livio, 
Siena — Grottanelli conte Lorenzo, Firenze. 

Hartwig prof. dott. Otto, Halle -^ Hartmann dott. L. M., Vienna. 

LÀNCZY prof. Giulio, Budapest — Luschin von Ebengreuth prof. 
Graz — LusiNi dott. Vittorio, Siena. 

Marchesini prof. Umberto, Firenze — Mazzi dott. Curzio, Firenze 

— Monticolo cav. prof. Gio. Batta., Roma — Medin prof. Antonio, Pa- 
dova — Morpurgo dott. Salomone, Firenze — Mazzoni prof. cav. Gui- 
do, Firenze — Motta Cav. Emilio, Milano. 

Nencini dott Terenzio, Siena — Notati prof. dotL Francesco, Mila^ 
no — Nomi-Venerosi- Pesciolini dott. prop. Ugo, 5. Gimignano, 

Pardi prof. Giovanni, Orvieto — Pélissier profì^ Leon Baptiste, 
Montpellier — Peraté m. André, Versailles — Pratesi prof. Plinio, 
Alessandria — Professione prof. Alfonso, Ivrea — Papaleoni prof. 
Giuseppe, Napoli — Petrucci Fabio, Siena. 

Rondoni prof. Giuseppe, Firenze — Rossi dott. Agostino, Bologna — 
Rosi dott. Michele, Genova — Ricci avv. Arturo, Roma. 

Schupfer comm. prof. Francesco, Roma — Sforza cav. Giovanni, 
Massa — Simonelli prof. dott. Vittorio, Bolog?ia — Solaini avv. Ezio, 
Volterra — Supino cav. Igino Benvenuto, Pisa — Slmoneschi avv. Luigi, 
Pisa. 

ToTi mons. Alessandro, Colle Val d'Elsa. 

Vanni dott. Manfredo, Milano — Venturi cav. prof. Adolfo, Roma 

— Vigo cav. prof, Pietro, Livorno — Vanni prof. Antonio, Urbino. 

Zanichelli cav. prof. Domenico, Siena — Zanelli dott. Agostino, 
Pistoia. 






ATTI 

BELLA COIMISSIONfi SENESE DI STORIA PATRIA 

NELLA R. ACCADEMIA DEI ROZZI 



(Estratti dai verbali delie adunanze) 

Nella seduta del 28 magfgio 1895, presenti Rossi Pre- 
sidente, Lisinij Donati, Mengozzi, Falaschij Calisse, as- 
senti scusati Zdehauer, Sanesi e Baccio si delibera di 
cambiare il metodo di pubblicazione delle Conferenze, 
riunendole in un solo Volume, anziché pubblicarle in fa- 
scicoli separati. 

Nella seduta del 17 gennaio 1896 presenti Rossi Pre<- 
sidente, Donati, Falaschi, Lisini, Nardi^Deij Petrucci, 
Sanesi, Zdekauer, Mengozzi provvisoriamente incaricato 
delle funzioni di Segretario, assenti perchè lontani da Siena 
Bocci e Calisse, Tufflcio di Presidenza comunica che il socio 
Prof. Orazio Bacci, avendo ricevuta stabile destinazione 
nel R. Liceo Galilei di Firenze, è con rammarico costretto 
ad insistere nelle già date dimissioni dall* ufficio di Segre- 
tario, e anche in quelle di membro della Commissione; e 
che uguale determinazione annunzia di dover prendere 
per il suo trasferimento alla R. Università di Pisa il Cav. 
Prof. Carlo Calisse, il quale fino al termine dell'anno pre- 
cedente oltre quello di redattore del Bullettino, disimpegnò 
anche l'ufficio di Segretario della Commissione. 

Gli adunati esprimono il loro dispiacere per V as- 
senza di cosi egregi e zelanti Colleghi, e animati dal 



2 ATTI DELLA COMMISSIONE 

desiderio di conservare alla Commissione il concorso del- 
la collaborazione loro, deliberarono a voti unanimi di 
dare incarico alla Presidenza di formulare la proposta 
di un provvedimento che valga ad assicurare anche per 
il futuro il loro utile contributo ai lavori della Commis- 
sione. 

Frattanto ritenendo doveroso esonerare il Prof Bacci 
dalle responsabilità delle funzioni di Segretario, alle quali 
non può per la lontananza attendere, la Commissione de- 
libera di prendere atto in vista soltanto di tale circostanza, 
della rinunzia di lui, incaricando il Presidente di esprimer- 
gli insieme col più vivo rammarico per il suo allontana- 
mento, anche la gratitudine per lo zelo col quale disimpe- 
gnò queir ufficio. Gli adunati rivolgono quindi unanimi 
viva preghiera al consocio Cav. Mengozzi di continuare 
nel disimpegno delle funzioni di Segretario a lui affidate 
per r assenza del prof Calisse^ le cui dimissioni dall'ufficio 
di membro della Commissione non vengono accettate, sulla 
considerazione che essendosi appena ora allontanato da 
Siena, può ancora — come già nel decorso anno il collega 
Prof. Bacci — far parte della Commissione, alla quale ha 
cortesemente promesso di continuare il concorso dell'ope- 
ra sua. 

Il Presidente propone la nomina del Prof Antonio Ca- 
nestrellij autore del pregiato studio sull'Abbazia di S. Gal- 
gano, a Socio corrispondente ; e la Commissione approva. 

Su invito del Presidente il socio Prof Zdekauer dà 
lettura di un suo elaborato rapporto riassuntivo delTopera 
della Commissione, e particolarmente di quella della Re- 
dazione del Bullettino: e la Commissione unanime lo ap- 
prova pienamente, e delibera che venga integralmente 
pubblicato negli Atti della Commissione. (Allegato) 

Si presenta ed approva il bilancio consuntivo 1895 e 
il preventivo del 1896. 



* 
« * 



La Commissione dà incarico all'ufficio di Presidenza di 



ATTI DELLA COMMISSIONE 3 

« 

prendere i provvedimenti necessari perchè anche in questo 
anno possa farsi una serie di conferenze su argomenti 
relativi alla Storia senese. 

Il Presidente annunzia che per impegni presi fino dal 
decorso anno, sono pronti a tenere due di queste Confe- 
renze il socio prof Zdekauer : sulla Vita privata dei Se- 
nesi nel DugentOj e il socio corrispondente Prof Rondo- 
ni: sulle Leggende, Novellieri e Teatro dell'antica Siena, 
Per le successive furono già presi degli accordi coi Proff. 
Baccio Calisse e Zanichelli. 

Udite queste comunicazioni la Commissione delibera 
che la serie delle Conferenze incominci con quelle dei 
Proff. Zdekauer e Rondoni j rilasciando facoltà alla Pre- 
sidenza di stabilire, come sopra è detto, Tordine e Targo- 
mento delle successive. 

Nella seduta del dì 18 marzo 1896 presenti Rossi pre- 
sidente, Bonatij Falaschi, Lisini, Petrucci, Sanesi, Zde^ 
kaueTj Mengozzi ff. di Segretario, assenti scusati Bacci, 
Calisse, Nardi'Dei, su proposta dell* ufficio di Presidenza 
viene stabilita la massima di conferire la qualità di Soci 
fondatori, ai membri della Commissione, che per l'assenza 
da Siena sieno obbligati a renunzìare all' ufficio ; ed ap- 
plicandola all'egregio consocio Prof Bacci, a voti unanimi 
lo elegge Socio fondatore. 

Procedutosi quindi alla nomina di un membro della 
Commissione, gli adunati con voto unanime accolgono la 
proposta del Prof Zdekauer, eleggendo il eh. Prof Fede- 
rigo Paletta, insegnante di Storia del diritto italiano nella 
nostra Università. 

I soci Cav. Lisini e Prof Zdekauer svolgono la loro 
proposta, già per lettera comunicata alla Presidenza, di 
pubblicare in una edizione critica con Prefazione e Indici 
sistematici, il testo dei volumi più antichi di Biccherna, 
offrendo alla Commissione di sottoporle in una prossima 
adunanza una relazione circostanziata intorno ai limiti e 



4 ATTI DELLA COMMISSIONE 

alla spesa dell'opera. Gli adunali - su proposta del Prof. 
Sanesi e dopo opportuna discussione - fanno adesione com- 
pleta alla proposta, rivolgendo agli egregi colleghi Lisini 
e Zdekauer speciali encomi per la intrinseca importanza 
che questa ha, corrispondendo a un desiderio degli studiosi 
non solo della Storia di Siena, ma d* Italia tutta, e prega- 
no i proponenti di presentare al più presto Tannunziata 
relazione circostanziata. 

Lisini comunica che nella località detta il Bozzone^ si 
sono scoperti dei pavimenti in mosaico di una casa roma- 
na, e presenta T impronta di un bollo di mattone dell' edi- 
fizio, al quale quelle rovine appartengono. 

Il Presidente dà ragguaglio come, al seguito dell' in- 
carico ricevuto, oltre le conferenze che già ebbero luogo 
sugli annunziati argomenti dei ProfF. Zdekauer e Ro^idoni, 
sieno stabilite quelle del Prof. Domenico Zanichelli, il 
quale tratterà di Siena nel Principal toscano e del 
Prof. Orazio Bacci sui Ricordi autobiografici di Giovanili 
Duprè. 

La Commissione prendendo atto di tali notizie incarica 
il Presidente di ringraziare i Signori Conferenzieri per 
r assunto incarico, e di attestare in particolar modo ai 
Proff. Zdekauer e Rondoni, le cui letture già ebbero 
luogo, la sua sodisfazione per il modo col quale hanno cor- 
risposto all'invito e air impegno. Viene quindi approvata 
la stampa delle quattro Conferenze annunziate, autorizzan- 
done la vendita in fascicoli separati, e con riserva di riu*- 
nirle poi in un Volume, come fu praticato nel decorso anno. 

// Segretario ff. 
N. Menoozzi 



ATTI DELLA COMMISSIONE 



ALLEQATO 



Illuatr.™^ Signor Presidente, 

Quando, nel mese di Febbraio 1894, si costituì sotto la Presi- 
denza di V. S., la Commissione senese di Storia patria, tutti noi 
traardammo fiduciosi si ma non senza qualche segreta trepidanza 
r avvenire : sia perchè forse ci sarebbe mancata la valida coope- 
razione dei veri studiosi, sia anche quelP interesse del pubblico 
che è il più forte sostegno ed il migliore incoraggiamento per ogni 
simile impresa. 

I fistiti hanno giustificato la nostra fiducia ed in parte superate 
le nostre speranze. 

Nei due anni di vita che conta il nostro BuUettino, abbiamo 
pubblicato una quarantina di lavori di carattere prettamente scien- 
tifico : senza contare in questo numero gli Atti della Commissione, 
la Rassegna bibliografica e la Cronaca, che pure contengono co- 
municazioni e apprezzamenti storici. 

Dei collaboratori sette appartennero alla Commissióne stessa ; 
18 vennero di fuori. Fra questi si annoverano nomi insigni italiani, 
come Gaetano Milanesi, troppo presto rapito al nostro affetto, Isi- 
doro Del Lungo, il compianto Carini, V illustre archeologo J. F. 
Gamurrini, il valente Paleografo e Storico fiorentino Cesare Paoli. 
Inoltre tre stranieri mandarono contributi : un francese, Leon 
Gabc. Pélissier, che da anni rintraccia, con molta perseveranza, 
negli Archivi d' Italia i documenti interessanti la Storia francese 
nel Rinascimento; e due tedeschi : il D.*" F. Ellox di Berlino, che 
si occupò delle Tavolette dipinte della Bicchema conservate in 
quel Museo nazionale; in fine il Prof. Luschin, dell' Università 
di Graz, studioso appassionato delle vicende degli scolari di na- 
zione alemanna in Italia, durante il medio-evo. 

I lavori pubblicati toccarono soltanto argomenti di storia senese, 
come l'aveva annunziato il nostro programma: ma furono argo- 
menti svariatissimi, come è svariatissima V antica civiltà di questa 
Resone. Perciò la Redazione credette dover suo di essere larghis- 
sima nell'assegnare i limiti al campo della ricerca : ammettendo pure 
^li studi di preistoria, senza i quali ormai non si comprendono 
più le manifestazioni della civiltà classica; per la quale teniamo 
pronti altri contributi di non lieve importanza, La principale 



6 ATTI DELLA COMMISSIONE 

nostra attenzione però ui dirigeva sul medio-evo e sul Binasci- 
mento. A tale scopo aprimmo una Rubrica apposita, dedicata esclu- 
sivamente alla descrizione dei nostri Archivi, colla qualo crediamo 
avere intrapreso opera nuova, non ancora tentata da nessuno dei 
nostri Periodici di Storia regionale con tale vastità di concetto e 
con simili intendimenti. Né abbiamo trascurato le manifestazioni 
storiche dell' arte, delle lettere, del diritto, della vita privata, degli 
usi popolari, per quanto lumeggino l'indole, storicamente sviluppa- 
tasi, di queste popolazioni, allargando cosi, per quanto si poteva, 
il quadro esatto e grandioso della nostra Siena, che ingigantisce 
sempre più. quanto più si studia il suo luminoso passato. 

Due argomenti soli rimangono ancora a trattarsi di quelli che 
annunziammo nel Programma : la bibliografia senese e le Relazioni 
storiche sulla Maremma. Ma la valentia di chi si è assunto questi 
due incarichi, ci è garanzia sufficiente che anch' essi un giorno 
saranno degno contributo al comune nostro lavoro. 

La pubblicazione delle Fonti per la Storia senese può dirsi 
avviata essa pure colla bella relazione firmata dal Prof. Fortunato 
Donati, bibliotecario del nostx'o Comune, e che si trova in Atti. 
Cosi pure col lavoro di Vittorio Lusini sulla Cronaca di Bin- 
dino, che è fra le Varietà del nostro Bullettino ; e tra non molto 
saranno fatte altre proposte alla Commissione a riguardo di qual- 
che Fonte, degna di essere pubblicata sotto i suoi auspicL 

Se vi fosse ancora un dubbio sul crescente favore che trova 
il nostro Periodico tra gli studiosi e tra i confratelli, lo toglierebbe 
il fatto che, mentre esso nel 1^ anno della sua vita non aveva 
che 7 cambi, oggi ne registra uiia ventina, e fra questi le più im- 
portanti pubblicazioni italiane, tra le quali ci piace rilevare solo 
V Archivio storico italiano, ì\ BuìUttino delV Istituto stoinco italiano 
e gli Atti delle Deputazioni di Romagna, della Liguria, delle 
Marche e dell'Umbria. 

Debbo giusti ficax'e in ultimo la Redazione per avere riunito in 
soli due fascicoli semestrali i 4 progettati dal Programma del 
1893. Ma in 80 pagine trimestrali non è possibile fare altro che 
una Miscellanea di curiosità, non mai un giornale storico serio, 
di indolo e utilità scientifica, come mi sembra sia diventato il 
nostro: ed in ciò sta la giustificazione d'una misura che trova il 
suo riscontro in tutti gli altri Periodici di storia, non solo d' Italia, 
ma di tutto il mondo: i quali si trovano costretti di inibblìcaro 
fascicoli che possono ben dirsi volumi, appunto perchè l'indole 



ATTI dp:lla commissione 7 

de^li argomenti trattati richiede largo sviluppo e vasto corredo 
di prove documentate. Tant^ è vero, che noi stessi, per quanto mo- 
desti e circospetti nei nostri inizi, in tutte due le annate sorpas- 
sammo il numero di pagine promesse agli Abbonati : nel primo 
anno di sole 8, nel secondo di 30; ed è evidente che a questo 
punto non si rimarrà. Quindi, veduto anche il desiderio della 
Commissione, dando una certa elasticità al limite delle pagine, 
potremo d'ora in poi tentare di pubblicare tre fascicoli alPanno 
di circa 120 p. ognuno; — e cosi ci proveremo già di fare nel- 
Tanno 189G. 

Abì)iamo perduto, quasi nel sorgere della nostra Istituzione, 
due insigni collaboratori : Milanesi e Carini. I loro nomi, come 
stelle fisse, accompagneranno lo svolgimento della nostra società, 
alla qaale saranno sempre di buon augurio. — 

Due dei membri più attivi della Commissione lasciarono Siena : 
il Prof. Orazio Bacci, altamente benemerito, come primo Segre- 
tario, delle origini della nostra società nella quale lasciò un vivo 
desiderio di sé, e della sua operosità feconda; ed il Prof. Calisse, 
scrittore ed oratore esimio la cui mente vasta ed erudizione gran- 
dissima non sarà facile rimpiazzare. 

La nostra impresa dimostrò la profonda sua vitalità, resistendo 
non solo a simili gravi perdite, ma affermandosi anche con mag- 
priore slancio e migliore lena. Visto dunque da un lato la quasi 
completa indipendenza economica ottenuta in poco più di due anni; 
r interesse maggiore svegliato per gli studi storici nella cittadi- 
nanza ; il mirabile accordo di tutti gli elementi seri* e studiosi ; 
infine le numerose offerte di lavori manoscritti che insigni cultori 
delle discipline storiche sia senesi sia forestieri cMnviano; la Re- 
dazione crede poter dire che V avvenire del nostro Ballettino si 
presenti lieto per ogni riguardo e che Tannata 1896 possa essere 
inaugurata, nel concorde lavoro di tanti elementi operosi e fecondi, 
con piena fiducia in un buon successo. 

Sperando che V. S. ed i Suoi colleghi vorranno approvare que- 
sto breve resoconto 

di V.S. dev.mo 

per la Redazione 

Lodovico Zdekauer. 

Siena, Il Gennaio 1896. 



I SEPOLCRI DEfiLI SCOLARI TEDESCHI IN SIENA (*) 



Quanto sangue tedesco è stato sparso su questa terra 
italiana! quante vite balde di speranza si sono spente qui 
lungi dalla patria diletta! — Questi pensieri mi venivano in 
mente nel passeggiare che io facevo per V ampia Crociata 
del Tempio di S. Domenico in Siena, non già evocando il 
ricordo dei Soldati Tedeschi discesi in Italia sino dai tempi 
della migrazione dei popoli; ma perchè mi preoccupava 
r animo la confusa e malinconica rimembranza di quei 
giovani che dal loro freddo paese natio erano venuti nella 
ridente Italia, attrattivi dalla nobile bramosìa di imparare, 
dalla gaja lusinga del viaggiare per diporto od anco 
dalla sola allettativa della moda. 

Chi potrebbe dire quanti scolari tedeschi presero ogni 
anno la via delle Università Italiane dair epoca dell* Im- 
peratore Federigo Barbarossa in poi? 

La matricola dei Legisti della Nazione Tedesca a Bo- 
logna ci ha conservati dal 1289 per quasi tre secoli sei- 
mila nomi, con un medio aumento annuo di circa venti 
scolari , mentre il numero di coloro che vi si trovavano 
contemporaneamente può calcolarsi il doppio, e giungeva 
talvolta Ano a cento ed anche più. Lo stesso accadeva a 
Padova, Pavia, Siena, Ferrara, Pisa, Perugia ed in altre 

(*) Il presente lavoro, già pubblicato nelle " MittheUunyen der k. 
k. Centralconuniìmon zur Erforschung der Kinint und^hùftoriffchen 
Denknuil^,, Xene Folge, Voi. XIII, (Vienna 1887) pag. Vili ss., esce ora, 
riveduto ed ampliato, in traduzione preparata dall' autore stesso, clie 
ha voluto permetterci di aggiungervi qua e là delle not<» nostre , che 
sono però distinte da parentesi quadre. La Red. 



10 A. LUSCniN 

città italiane ove si coltivava lo studio del diritto. Dovun- 
que si trovano Tedeschi studiosi, ma il concorso maggiore 
si riscontra particolarmente a Bologna, a Padova ed a 
Siena, ove la Nazione Alemanna non solo fu tra quelle 
riconosciute dall' Università, ma formò ancora una corpo- 
razione a sé con matricola, cassa, Archivio e Biblioteca 
sue proprie. 

Ma non ad ognuno dì essi arrise la sorte dì un lieto 
ritorno alla patria. E taluno che era qui venuto pieno di 
speranze, vi lasciò innanzi tempo la vita, per avervi tro- 
vato nefasto il clima, e troppo diverso il costume ordi- 
nario del vivere. A molti altri un morbo letale, il ferro 
di un assassino, o qualche funesto accidente, troncò im- 
provvisamente e per sempre ogni avvenire. 

Pochi furono gli anni in cui gli Studenti Tedeschi non 
avessero da piangere sulla tomba di un loro compagno 
morto in Italia! In quel caso i compatriotti si riunivano 
per dare V estremo addio all' amico defunto, per accom- 
pagnarne la salma al sepolcro, per mettere ^in ordine gli 
affari suoi, ed avvertirne i parenti lontani. Negli annali 
di Scolari per ricordare ai futuri l'estinto si usava ag- 
giungere accanto al suo nome queste parole Gnad dir 
Goti mein lieber Gesell - Dio ti dia la pace caro com- 
pagno! -, qualche altra giaculatoria scritta dalla mano 
di un amico. 

Di rado però gli Scolari Tedeschi si contentarono di 
questo soltanto: e dove erano molto numerosi, e di con- 
seguenza più frequenti le morti, riconobbero la necessità 
di formare dei protocolli mortuari, e quindi sorse anco il 
pensiero di riunire in luogo sacro le spoglie mortali di 
tutti i cari trapassati. A tal fine si acquistarono tombe 
speciali per i membri della Nazione a Bologna, a Padova, 
a Siena, ove gli studenti Tedeschi concorrevano in mag- 
gior numero. 

Ed al sopraggiungere della ricorrenza annuale della 
Solennità di tutti i Santi e di tutti ì Defunti una comme- 
morazione mesta e solenne sorvegliava i Connazionali 



I SEPOLCRI DE(JLI SCOLARI TEDESCHI IN SIENA 11 

iatorno a quei Sepolcreti. Questi sussistono tuttora, e sono 
monumenti degni di speciale interesse sia per T intrinseco 
loro pregio artistico, e per la storia di molte famiglie No- 
bili della Germania e dell' Austria sia per la stessa storia 
dello Studio frequentato da quei poveri giovani. Tantoché 
mi sono proposto di tener parola in particolare dei Morti 
della Nazione Alemanna in Siena ove tali monumenti si 
trovano ragguardevoli per numero e per merito di squi- 
sita fattura. 

I. - Gli Scolari del Medio Evo, furono in maggioranza 
clerici; perciò ò naturale che scegliessero le chiese per 
luogo di radunanza della loro respettiva Nazione. Questo 
uso si mantenne fino al xvi.« secolo, sebbene grandi cam- 
biamenti avessero luogo in quel tempo, sopra tutto ri- 
guardo agli studenti tedeschi. Comprando le sepolture per 
i corapatriotti morti o rinnovando le tombe antiche già 
fatte venne quasi c}a sé, di scegliere per luogo di riunione 
quelle chiese, ove una messa solenne in memoria dei morti 
radunava ogni anno i membri della Nazione. Così si aveva 
nello stesso luogo la riunione dei vivi ed il ricordo dei 
defunti amici. 

A questo scopo si scelse in Siena la Chiesa di San Do- 
menico, splendida opera architettonica vasta e solida co- 
struita di laterizi in stile gotico, cominciata neiranno 1225. 
La semplicità austera del suo insieme corrisponde in questo 
alle regole dell'Ordine Monastico a cui era addetta. 

L'edifizio consiste in una sola nave della larghezza di 
65 piedi; verso la parte estrema diverge in due altre pic- 
cole navi laterali. In fondo alla gran nave centrale si 
aprono sette cappelle quadrate. Quella in mezzo, coiraltar 
maggiore, è molto più grande di tutte le altre, sporge al 
di fuori del corpo del fabbricato per alcuni metri ed ha 
quasi l'altezza della grande navata. 

Le tre cappelle laterali, alia destra e alla sinistra, 
hanno un po' meno dell' altezza della centrale, ossia circa 



12 A. LUSCHIN 

metri 6, 30 di fondo con metri 5, 40 di larghezza. Esse 
apronsi, in archi acuti, verso la nave, al pari di quelle 
che si staccano lateralmente dalla nave, e che sono de- 
dicate a Santa Caterina ed al Volto. 

La navata centrale è coperta da tetto costruito a travi 
armate. 

I muri laterali senza alcun ornamento oggi non sono 
imbiancati ma coloriti a strisce alternate bianche e nere 
come la Cattedrale, ma senza dubbio erano ab origine co- 
perte di affreschi, dei quali si scorgono ancora le tracce. 

II locale sottostante alle Cappelle rispondenti dalla parte 
della collina verso Fontebranda, oggi ridotto a Scuderia 
militare, formava anticamente una cripta, simile a quelle 
che esistono al Duomo e a S. Francesco. 

Questa chiesa colossale ha già perduta in qualche parte 
la sua più antica figura. La torre slanciata, come ancora 
apparisce dalle vedute del xvii.** secolo, è ridotta più bassa 
come ora si vede, a causa dei fulmini che spesso l'hanno 
colpita. In altri tempi quando fioriva a Siena la Nazione 
tedesca al principiar dell'anno scolastico, il giorno di San- 
ta Barbara (4 decembre) che era la patronessa della cap- 
pella nazionale, o alla fine dell'anno quando con ogni 
pompa ecclesiastica si festeggiava il giorno di Santa Maria 
Maddalena (22 luglio), in questa Chiesa concorrevano tutti 
quanti i Tedeschi che in Siena avevano dimora. 

Vi si costruivano delle tribune per i musici ed i can- 
tori, e vi si celebrava una messa cantata solenne, dopo 
la quale il confessore della Nazione faceva una predica 
agli studenti in chiesa raccolti. 

Nello stesso modo si festeggiavano i giorni memora- 
bili della patria, cioè: l'onomastico dell'Imperatore, la 
nascita di qualche principe imperiale, una qualche vittoria 
sopra i Turchi, ecc. 

I libri di conto della Nazione alemanna a Siena, ora 
depositati nella Biblioteca Comunale di Siena, ce ne con- 
servano qualche notizia. La vittoria ottenuta sopra i Turchi 
a Zenta nel 1697, fu festeggiata con 36 scariche di mortai. 



a 



1 SEPOLCRI DEGLI SCOLARI TEDESCHI IN SIENA 13 

Su queste occasioni si pensava anche ai poveri, ed il 
bidello delia Nazione, alla porta della chiesa, raccoglieva 
copiose elemosine. 

Nel giorno dei Morti un solo sentimento riuniva i mem- 
bri della Nazione tedesca a commemorare i compagni de- 
funti. 

Quando durante Y anno qualche Tedesco moriva, ed 
era trasportato alla tomba comune, il corteggio funebre 
saliva dalla Sapienza, per la strada di San Domenico, con 
torcie accese, dirigendosi alla chiesa ove la tomba aperta 
nel mezzo della Chiesa aspettava il povero suo ospite. 

I parenti del morto, in Germania si facevano un do- 
vere di saldare il conto del funerale; giacché la Nazione 
spediva ad essi una diffusa descrizione del triste avve- 
nimento, pregando che fosse eretto in onore del defunto, 
al di là delle Alpi, un monumento in pietra che talvolta 
in Siena stessa costruivasi. 



Sepolcri di scolari tedeschi vennero già enumerati nelle 
raccolte manoscritte del secolo passato. Di alcuni di questi 
ci conservò il ricordo il Biechi nel suo manoscritto e Se^ 
polli in S, Domenico » ed il Pecci nella Raccolta uni^ 
versale di tutte le iscrizioni, armi ed altri monumenti 
sì antichi come moderni esistenti in diversi luoghi pub-- 
blici della città di Siena fino a questo presente anno 1730, 
che si trova nell'Archivio di Stato Senese. 

$-* PETKTS - DE • lOHANNES • ELEGHiSSO - DE • ALAMAGNIA • HCCCC - LXJ 

È riscrizione sopra una pietra nella chiesa di S. Stefano 
presso la Lizza. Nella chiesa della Sapienza fu sepolto Pe- 
ter Bart von Oppenheim (7 1474); in S. Domenico, presso 
alla entrata delia Chiesa, il dottore di Lipsia Johann Trucli- 
sess von Wellerswald, morto nell'anno 1494, che accom- 
pagnava allora il Duca Federico di Sassonia. 



14 A. I-tlSCllIN 

La tomba comune esìstente già sin d' allora nella cap- 
pella di Santa Barbara della chiesa di S. Domenico, rin- 
chiudeva altri tedeschi. 

Nondimeno questa istituzione quantunque pietosissima, 
e protetta da copiose indulgenze ecclesiastiche, era da 
prevedersi che sarebbe decaduta nel 16."* secolo. 

D' altra parie le continue lotte che precedettero la 
rovina della libertà cittadina, fecero gran danno anche 
al fiorire della Università, impedendo l'affluenza di stu- 
denti stranieri e specialmente tedeschi. Però nel 1557, le 
sorti sue migliorarono, allorché Siena passò sotto il do- 
minio dei Medici, e Cosimo I. ed i suoi successori cerca- 
rono in ogni guisa di far prosperare 1' Università di Siena, 
in danno di quella di Pisa. 

Nel 1570 il numero degli scolari tedeschi a Siena fu 
così rilevante come da molti anni non era stato, e la 
morte di taluno di loro fii occasione di far rinnovare gli 
antichi sepolcri. Furon chiesti sussidi per restaurare la 
tomba nazionale e per ornare la cappella di Santa Barbara. 

La pietra sepolcrale allora eretta, giace oggidì nel 
pavimento della cappella e precisamente davanti gli sca- 
lini dell'altare. È di marmo bianco larga 66 centime- 
tri sopra 77 di altezza, con in mezzo l'aquila corona- 
ta. Il nimbo, lo scettro, la spada e il pomo del regno 
le mancano, ma porta sul petto la fascia austriaca. Il 
campo di quest'ultima, come pure la fodera della corona, 
sono tinti in color rosso e mentre i pezzi di metallo ed 
i piedi dell'aquila son gialli. La base sulla quale è posta 
l'aquila, contiene, semplicemente inquadrala, la seguente 
iscrizione : 

PIE INSTA V RATA 
A. D. CXOIO- LXX- 

margine all' intorno sta scritto : 
REINSTAVRATA • ET KING INFRA POTTA 

A» 1032 
che prova che questa pietra venne posta nel luogo 



I SEPOLCRI DEGLI SCOLARI TEDESCHI IN SIENA 15 

uve attualmente si trova soltanto nel 1632. Non si conosce 
ove prima era situata nella cappella, ma forse lo fu nel 
muro laterale, ove adesso si vede il sepolcro eretto ap- 
punto nel 1632 ad Andrea Verbez di Lubiana. 

Le tombe poi si ritrovano sotto il pavimento della cap- 
pella. 

Il figlio del barone Francesco di Teufenbach zu Teu- 
fenbach und Massweg (1570) fu il primo, o almeno uno 
dei primi, che trovò T ultimo riposo in questa sepoltura 
rinnuovata: ma non restò per molto tempo solo, perchè 
dopo pochi mesi altri due giovani ve lo raggiunsero. 

Trascorsi alcuni anni si dovette pensare ad ingran- 
dire il luogo di sepoltura, giacché il numero dei morti 
era considerevolmente cresciuto. E però fu deciso di fare 
un secondo sepolcro. Il Barone Georg Bernhard di Her- 
berstein ne diresse i lavori, come capo degli studenti te- 
deschi a Siena. 

Per cinque corone e mezzo fu comprata dai Gesuiti la 
pietra per coprire il sepolcro, e sette corone e tre libbre 
si pagarono allo scalpellino per lavorare l'aquila e l'iscri- 
zione, ed al muratore libbre 11. 

La località assegnata dai Monaci alla Nazione per il 
nuovo sepolcreto, era alla fine della nave superiore, fra 
mezzo agli altari di Santa Rosa e della Nascita di Gesù ('), 
che erano di faccia. 

Il grande coperchio del sepolcro era formato, come 
sembra, di tre pezzi, ma adesso non esiste più. Secondo 
il disegno e la descrizione che ne fanno il Bichi e il Pecci, 
questo coperchio portava in uno scudo l'aquila doppia 
coronata, coir emblema austriaco nel petto, e teneva negli 
artigli la spada e lo scettro e sotto la seguente iscrizione: 



^*) Bunii f. 216 dice : e a S. Domenico vicino alla cappella di S. 
Caterina ». 

E il Pecci, più preciso, f. BG5: « Sepoltura posta in mezzo della 
Chiesa nel luogo che accenna la pianta al N. 80, quale è della Na- 
zione Alemanna, con arme in essa della medesima Nazione ». La 
pianta indica che la tomba era formata da tre pietre. 



16 A. LUSCHIN 

SEPVLTVRA . GERMANORVM . PUB . IMPEN . EXSTRVCTA 

SVB . ILLVSTRE . D . GEORUIO . BERNARDO . L . BARONE 

IN . HERBERSTAIN . OONSILIARIO . D. GEORGIO. KIRCHPERGER (») 

PROCX)NSIL . ET . NOBILI . D . IOANNE . MEINHARDO 

A , SCHONEMBERG . ET . D . ANDREA . BARTH . AB 

HARMATINGH . PROCURATORIBVS . ANNO . SALVTIS 

MDLXXV . MENS . IVL 

Al di sopra deir aquila suppongo sia stato scritto il 
distico riportato dal Nathan Chytraeus nella sua raccolta 
d* iscrizioni di tombe a S. Domenico : 

Impia mors rapuit quos hic Germania misit et dedit 
his requiem religionis amor ('). 

La Nazione tedesca ebbe dunque a disposizione due se- 
polture per i suoi, ciò che fa ritenere possibile la sup- 
posizione che si estendesse anche agli studenti morti la 
divisione sociale, che si trova nella matricola fino al 1705, 
fra i signori cioè e quelli di nascita comune. 

Si avrebbe perciò il sepolcro a dir così comune dei 
Tedeschi nella tomba eretta più tardi, mentre la cappella 
di Santa Barbara era riservata per le persone di alto gra- 
do. Nella distribuzione degli epitaffi non si osservò però 
questa separazione. 

Dai libri dei conti apprendiamo diverse notizie sullo 
stato interno della cappella nazionale. 

Si cominciò coi lavori sul tetto, quindi seguirono le 
finestre che furono ornate con due aquile del regno e 
munite di un riparo contro i ladri, consistente in una rete 
metallica ed una inferriata. Lo spazio della cappella fu 
diviso dalla nave della chiesa con un cancello di legno 
ed ingrandito togliendone il vecchio altare ed addossan- 
dolo al muro. 



{}) Gli spogli del Bichi riportano per errore € Kiwperger » e 
Arraasting » e quelli del Pecci « Kirperger ^ e « Armatirigh ». 

(®) Nathan Chytraeus variorum in Europa itinerum delicise 

seu monumenta quibus passim in Italia tempia conspicua sunt. 

Herborna* Nassovìorum 1694. 8.<* p. 284, sotto la rubrica Senensia, 
ad Dominici. 



I SEPOLCRI DEGLI SCOLARI TEDESCHI IN SIENA 17 

Un* iscrizione, pur troppo perduta, indicava Tuso funereo 
a cui quel luogo era destinato. Ciò avvenne nel 1573. 

Negli anni successivi si lavorò diligentemente al re- 
stauro del nuovo sepolcro : e terminato questo si ornò la 
cappella di Santa Barbara. Esisteva già fin ab antico una 
tovaglia di pelle di altare: se ne comperò un* altra lavo- 
rata a maglia: si ordinò una coltrina di tela dipinta. Fu- 
rono pure acquistati tappeti per la tavola e per il banco 
della Nazione e fu preparato un armadio nel muro per 
conservarvi diversi oggetti. 

Una rinnovazione compieta avvenne nella cappella 
venti anni più tardi, quando vi fu eretto uno stupendo mo- 
numento al barone Kaspar von Windisch-Gràtz che morì 
a Siena il dì 20 marzo 1595. La madre del defunto, ba- 
ronessa Hypolita nata contessa Schiick, risolve a sfogo 
del suo immenso dolore dopo la perdita del figlio, a fargli 
innalzare un magnifico sepolcro e mandò il bozzetto al 
capo della Nazione tedesca in Siena. Il disegno andò per- 
duto, ma dalle notizie rimaste si può argomentare che 
esso non fosse affatto adattato ad essere eseguito in pietra. 

Gli artisti più reputati di Siena, interpellati in propo- 
sito dichiararono che sarebbe stato necessario eseguirlo 
in legno intagliato o dipingere in vari punti, come nelle 
volute, alla parte di sopra, ricca di figure, che conteneva, 
fra gli altri disegni, i quattro Evangelisti e che il Ceno- 
tafio avrebbe costato mille corone, costruendo in pietra 
tutto il rimanente. 

A càusa della sua grandezza (altezza di 13 e larghezza 
di 8 braccia senesi) non si sapeva dove collocare il mo- 
numento, altro che suU* altare della cappella della nazione 
o nello spazio esterno della chiesa. Due mesi dopo 1* or- 
dine di pagamento di mille corone si trovava già nelle 
mani de* Rappresentanti della Nazione, i quali con gran 
premura volevano fare eseguire il lavoro. Ma restando i 
maestri d* arte fermi nei loro concetti, fu inviato il primo 
procuratore della Nazione, con un confidente a Firenze, al 
celebre Gian Bologna per pregarlo di dare il suo parere. 

BuUell. Seuetc 4i St. Patria — l-iS^ 2 



IS A. I.L'SCfllN 

Dopo avere maturamente considerata la cosa egli di- 
chiarò sbagliato il progotto, perchè adattato soltanto per 
la pittura; si dichiarò contrario alla mescolanza del legno 
con la pietra e disse che il fare tutto in pietra il monu- 
mento non era possibile per un sotto prezzo inferiore a 
3 o 4 mila corone, a causa del gran numero dì figure 
scolpile di cui doveva essere ornato. Egli fece perciò un 
altro bozzetto nel quale, pure accettando i punti più ìm- 
portanli dell' altro progetto e mantenendone ancora le 
proporzioni di grandezza, ne teneva il prezzo a sole mille 
corone, adoprando il materiale migliore. Gian Bologna 
mandò poi quei messaggeri a sentire il parere anche dì 
un altro famoso maestro, perchè egli era troppo occupato 
in lavori per il Granduca. 

La Famiglia a cui venivano inviate queste nuove pro- 
posto non si decise presto per la scelta, ma infine se ne 
rimise alla Nazione. 

Nel settembre 1596 si pregò una persona di fiducia a 
Firenze di parlare, per conto della Nazione, a Gian Bo- 
Irt^na perchè mandi a Siena un uomo esperto per questo 
lavoro. Ed egli infatti lo inviò. 

Non è stato possibile rintracciare il nome di questo 
artollco, ma l'opera sua lo raccomanda e lo onora abba- 
•iliinxa. Furono pagate a lui, in tutto, 750 corone e 100 
dopo r arrivo del Crocefisso fatto a Roma. Ricevè di piìi 
L>i) corone per un cambiamento negli epitafi!) e 50 dopo 
(ivor terminato l'altare. Il resto fu speso per ornare in 
boi modo la cappella. 

K sobbene non tutto armonizzasse completamente col 
mnnuiiionto, pure era necessario; fu disposto perchè ì volti 
Ou'ori'i dipinti. Cossero costruiti banchi nuovi ornati del- 
l' Un iloppia, fosse comprato del velluto per il panno 

i ]»er la Nazione ecc. 



queste, a grandi tratti, le vicende del sepolcreto 
/ione tedesca a Siena. 



I SEPOLCRI DEGLI SCOLARI TEDESCHI IN SIENA 19 

Il più importante fra i monumenti rimasti in ordine 
degli Studenti tedeschi decessi in Siena è senza dubbio 
quello del barone Gaspar von Windisch-Gràtz, Torigine del 
quale fu giusto fatta menzione. .È lavorato interamente di 
marmo in diversi colori ed occupa tutto il muro in fondo 
alla cappella, di modo che fino la finestra è compresa nel 
Tedifizio il quale termina alla cima della voluta superiore 
con una croce coronata fatta di ferro e colla parola PAX. 

Secondo il progetto di Gian Bologna la forma originale 
era con quattro pilastri d' ordine ionico, che portavano il 
frontone aperto. Il campo fra mezzo, di verde antico con 
un orlo di marmo giallo, è occupato da una alta croce di 
marmo bianco coli* immagine del Redentore, lavorato ec- 
cellentemente. A sinistra di questa croce è inginocchiato 
il defunto, vestito da guerriero, avendo in terra ed in- 
nanzi a sé r elmo ed i guanti. Di faccia a lui si vedono le 
armi de* Windisch-Gràtz, con tre elmi. L'altare della cap- 
pella, che ha la forma di una tavola di marmo, sorretta 
da balaustri ed elevata sul pavimento con due scalini, è 
posto più avanti e messo in intima comunicazione col mo- 
numento. I campi laterali che sporgono un poco, conten- 
gono in nicchie le statue di S. Barbara e di S. Maddalena, 
le feste delle quali si festeggiavano a Siena con pompe ec- 
cezionali dagli studenti tedeschi. L'iscrizione funebre, posta 
dalla parte délV evangelio j sotto lo zoccolo della statua 
di S. Barbara, è la seguente, ed è incisa sul marmo bianco. 

D . . M . 

ILLVSTBI ET GENEROSO DOMINO, 

I>» . CASPABO A WINDISCHGRÀTZ, LIB . BARONI IN 

WALTSTAIN ET THAL,D» . IN TRAVTMANSDORF; MAGNO DVC 

STLRIAE STABVLI MAGIST . HEREDIT . 

QVI, VIRTVTIS CAVSSA SECVNDVM IN ITALIA; 

QVVM GENVÀ SENAS XI. MARTII ADPVLISSET, 

AC INDE ROMAM NEAPOLINQ COGITASSET 

IMPROVISIS EXANTHEMATVM INFLAMMA 

TIONIB . OBRVTVS, 
XX . MENS . ANTEDICTI, PIE AC PLACIDE IN CHRISTO 

SALVATORE SVO OBDORMIVIT, 
ANN« P . S co lOXCV AETAT . SVAE XX. 



20 A. LUSCHIN 

Al disotlo sono le armi dì WiDdisch-Gràtz ripetuti. 

In modo corrispondente si trova dirimpetto a questo 
lo scudo di Schlick ed ai piedi di S. Maddalena una ta- 
vola d'iscrizione con le seguenti parole • 

HIPPOLITA A WINDISHGRÀTZ & C 
NATA SCHUCKIA OOMITISSA À PASSAVN ET WEISKIRCHEN & C 

MATEE LVCTVOSISS: 

FILIO VNIOO ATQVE VNICE CAEO 

MATERNI ILLAETVM HOC MONIMENTVM SEMPER AMORIS 

CX)NTRA VOTVM PIETATIS 

PROH DOLOR! 

NON SINE MVLTIS LACRYMIS, 

(: COMMVNI . NAT . GERM . APVD SEN . OPERA .) 

ST.C 

QVAE MATRI QVONDAM DEBEBAS MVNERA NATVS 

IPSA, HEV INFELIX! HOC TIBI DAT TVMVLO. 

Per dare qualche notizia del defunto potrebbe dirsi che 
Kaspar nacque nelTanno 1575, unico Aglio del terzo letto 
del barone Pancraz Windisch-Gràtz con Hyppolita nata 
contessa di Schlick e che ebbe il nome di battesimo iden- 
tico a quello del suo nonno, conte Kaspar di Schlick. La 
madre di lui fu protestante assai fervida. 

Come episodio della riduzione forzata della Stiria al 
cattolicismo, è conosciuto l'assalto dato al castello di Wald- 
Stein dai soldati ducali (10 aprile 1602) per impadronirsi 
del predicatore protestante Paolo Odontio, cui la Baronessa 
Hypolita aveva dato doveroso rifugio. Ella fu pure causa 
che negli anni 1628 e 29 non meno di 32 membri della 
famiglia Windisch-Gràtz lasciassero la loro patria. Il Ba- 
rone Kaspar arrivò in Italia neiranno 1588. La sua iscri- 
zione nella matricola dei signori tedeschi a Padova porta 
la data del primo gennaio di queir anno. 

Oltre r iscrizione sepolcrale ci rimangono altre notizie 
di un suo secondo viaggio in Italia (*). Giunse in Siena 
nel di 11 marzo accompagnato dal suo precettore Gio- 



(*) Vedi i libri di conto degli scolari tedeschi a Siena, ora nella 
Comunale. Cod. ms. A. XI, 17 fol. 3G, 43, 4G, 61, 63, 66, 65, 81 e le 
lettere nel ProtocoUum Inclytse Nat. in Germanicae Senis degentis. 
Cod. ms. A. Xn. N. 16 f. 37. 



I SEPOLCRI DEGLI SCOLARI TEDESCHI IN SIENA 21 

vanni Schlegel e da un servo, volendo recarsi da Genova 
a Roma e a Napoli, ma pur troppo poco dopo il suo ar- 
rivo in Siena fu assalito dal morbo che gli tolse la vita 
nel 20 marzo 1595 (*). 

Nella cappella nazionale si trovano altri monumenti 
nei due muri laterali e nel pavimento ((Tonte Engel f 1725 
N.* 21). 

Si vedono a sinistra undici epitaffi in tre file ; in cima 
quello di Giovanni Stapbilus (7 1580 N.^ 2); sotto quelli 
di Cristoforo Ulrico von Wurzburg (f 1610 N.*> 3), di Fe- 
derigo von Licbtenau (f 1583 N.*» 4) e di Corrado Rudt 
(7 1591 N.*> 5). In basso: Giovanni Guglielmo Schott in 
Fiscbbach (-j- 1590 N.<» 6); Leone Barth von Harmating 
(f 1586 N.** 7), Giovanni Andrea Gender (f 1582 N. 8), 
Giovanni Adamo von Muckenthal (7 1585 N.« 9), Gabriele 
Muffel (7 1582 N.*» 10), Wernero Schenk von Stauflfenberg 
(f 1577 N.*> 11) e Andrea Verbez da Lubiana (f 1632 N.o 12). 

La parete opposta è occupata da otto monumenti, cioè 
di Carlo Barone Breuner (1577 N.® 13), di Andrea Imhof 
(i 1610 N.*> 14) di Gioachino Clewein (f 1629 N.*> 15) tutti 
due di Norimberga, e cinque al di sotto. Fra questi si 
trovano le pietre commemorative di Guglielmo Barland 
(f 1591 N.^ 17), Giorgio Adamo Freyberger (f 1592 N. 18), 
Sebastiano Lòffelholz (f 1590 N.^ 19) e Giovanni Sebastiano 
Langenmantel vom R. (7 1596 N.® 20). (continwi) 

Gnz LUSCHIN VON EbENGREUTH 



(') (Nello scritto di Ferdinando Poggi Musamm Promulsijf, il- 
lugtrJ^ domino loanni Federico Trautmannsdorff corniti Gleichenberg 
et cet. (Senis, Bonetti, 1637;, dedicato appunto « ad eundem, dum no- 
bilìjarìmae Pannoiiiae iuveìitutìs Bector sìtmmis votLs expeteretur >, con- 
tiene, a pag. 8 il seguente « Kpigi'amma >; 

In tumulum Valedestain 

Non viget ex animo victrix in pectore virtus, 

Ut neque sub gelidis fiamma triumphat aquis; 

Sic eat alati quisquis tasti già Regni 

Optat et in liegum surgere iura cupit. 

Icarios modO| docte puer, sic disce triumphos! 

Ausis a magnis gloria nulla veuit]. 



SULLA VITA E GLI SCRITTI 

DI DOMENICO DA MONTICCHIELLO 



^^^^»^t^^^»^>^^fc^>^>^>^^>^^%^^^^^N^^^^^^^^^^»^^^^i^^^M> 



Di Domenico da Monticchiello, quantunque non oc- 
cupi egli che un posto secondario nella storia della let- 
teratura italiana, hanno parlato, più o meno diffusamente, 
parecchi scrittori : V Allacci, il Crescimbeni, il Quadrio, 
Iacopo Morelli, Francesco Palermo, Pio Raina, Rodolfo 
Renier, Ernesto Lamma, Guido Mazzoni, Egidio Gorra, 
Albino Zenatti. Il Mazzoni specialmente è benemerito delle 
ricerche sul Monticchiellese, perchè, in un accurato studio 
premesso alla pubblicazione di alcune rime dì esso (*), 
assommò quanto era stato detto sulla vita e gli scritti di 
lui e vi aggiunse qualche notizia; oltre a darci una cor- 
retta edizione dì tali rime, delle quali notò, con grande 
erudizione, le somiglianze con passi di Virgilio, di Ovidio 
e di Dante. Ma sfuggirono al Mazzoni due lettere di Do- 
menico da Monticchiello, pubblicate dal Bartoli tra quelle 
di Giovanni Colombini (^). Perciò qualche altra notizia sì 
può rintracciare intorno a lui in queste due lettere ed in 
varie epistole dell* asceta senese. 

Anzitutto, Domenico da Monticchiello è stato un solo 
scrittore del sec. XIV, o pure ve ne furono due dello stesso 
nome, come pensano il Palermo (') ed il Raina (*), o tre, come 



{*) Rime di AL Domenico da MonticchieUo per cura di Guido 
Mazzoki, Boma 1887. E un' operetta assai rara, perchè pubbUcata in 
soli cento esemplari, in occasione delle nozze Casini-De Simone. 

(') L' osservò lo Zenatti in un dotto articolo nella Rivinta critica 
della letteratura italiana, a. V, n. 4. 

(') F. PaleriìiO. / mafiose Htti jjalatini di Firenze ordinati ed esponiti 
V. I, p. 667-70. 

(*) P. Raina. // cantare dei cantari nella Zeitscrift fìlr romanische 
Philolo^ie, V. II, p. 247. 



SULLA. VITA DI DOMENICO DA MONTICCHIELLO 23 

suppone il Gorra (')? Il quale rultimo si esprime cosi a 
tale proposito: < Di questo Domenico dottore nulla però 
sappiamo dire se non che egli non è da confondere con 
quel Domenico da Montechiello che tradusse le Epistole 
di Ovidio, né con quello di cui si parla nella vita del B. 
Colombini, l' uno cantore popolare, V altro dottore in leggi 
ed ambedue del trecento. Il nostro Domenico deve aver 
vissuto nel secolo seguente e la composizione del suo 
poema (*), affatto privo di ogni valore letterario, si può 
porre nella prima metà del quattrocento >. 

A chi consideri maturamente la cosa sembrerà più pro- 
babile r opinione dei professori Mazzoni e Zenatti, che 
cioè i vari scritti, i quali vanno sotto il nome di Dome- 
nico da Monticchiello, appartengano ad un solo, e preci- 
samente a quello volto a pensieri di religione dal Colom- 
bini. Infatti non si può negare V esistenza di questo; e 
non è facile, d* altra parte, che un piccolo paese abbia 
dati, in breve volger d*anni, < tre poeti, tutti e tre po- 
polareggianti, tutti e tre dottori in legge, tutti e tre di 
nome Domenico, » come giustamente osserva lo Zenatti. 
Quanto poi alla discordanza, che v*ha tra la traduzione 
di un libro ascetico e delle Eroidi d'Ovidio — fatte 
ambedue da messer Domenico — non è difficile conciliarla. 
Vediamo infatti, leggendo le due lettere dal Monticchiel- 
lese scritte al Colombini, che V ardore ascetico destato 
nella mente di quello, facile ad eccitarsi come a mutar 
di pensiero, dalle parole fervorose del beato, andava sem- 
pre raffreddandosi dopo la partenza dell* asceta da Siena. 
Gli scriveva adunque: < Io era tanto isconfortato dalla 
vostra partita, eh* era quasi tutto rifreddo, e questo non 
era meraviglia, però che, quando voi vi partiste ne portaste 
tutto el fervore, si che non ne rimase al mio parere in 
Siena > ('). 



(*) E. Gorra. Testi inediti di storia troiana^ Torino 1887, p. 233-4. 
(*) Il Troiano, di cui parleremo in seguito. 
(') Lettere di Giovanni Colombini a cura di Adolfo Bartou. 
Lucca 1856, p. 40. 



24 G. PARDI 

E conseataneo pertanto a queste parole argomentare 
che, sbollito il primo entusiasmo, possa essere Domenico 
tornato alla vita di prima; e che, dopo aver voltata in 
volgare, durante il periodo di fervore ascetico, la Mistica 
Teologia, abbia tradotte, in età già avanzata, lo Eroidi 
d* Ovidio, ncir ultima stanza delle quali si dice appunto 

£1 moncho, el zoppo, el pover vecchiareUo. 

Le parole stesse del Gorra non ci impediscono di cre- 
dere che Fautore del Troiano sia ad un tempo il tra- 
duttore d' Ovidio ed il seguace del Colombini. Di fatto se 
questi furono dottori in legge, lo fu pure il compositore 
del Troiano, in fine del quale si legge : « Finito el tro-- 
iano. Rechato fu in rima per lo famosissimo dottore Mes- 
ser domenico da monte Chiello >. Inoltre non fa mera- 
viglia che il Gorra attribuisca il poema al principio del 
sec. XV, dovendo messer Domenico aver vissuto sin verso 
la fine del XIV; a quella guisa che il poema stesso, di 
pochissimo valore letterario, non disconviene allo scrittore 
delle rime pubblicate dal Mazzoni. 

Le poche notizie, che abbiamo sulla vita di lui, sono 
riassunte così dal Mazzoni medesimo : « Visse dunque nella 
prima metà del sec. xiv, fin verso il 1367, un Domenico 
da Monticchiello, che fu dottore in legge e rimatore in 
volgare; tradusse da vecchio le Eroidi d' Ovidio in ottava 
rima; convertito, dopo il 1355, da Giovanni Colombini in- 
sieme con la moglie, si die tutto alle pratiche religiose 
e volgarizzò la Mistica Teologia; dai Dodici di Siena fu, 
sempre dopo il 1355, inviato vicario a Pe trincio; è cre- 
dibile morisse prima del 1367 ». 

Nacque adunque messer Domenico nella prima metà 
del secolo XIV, ma probabilmente verso il terzo o quarto 
decennio, poiché dev'esser vissuto, come vedremo, sin quasi 
alla fine di questo secolo. 

Suo luogo natale fu Monticchiello, terra e castello in 
quel di Siena nell'odierna comunità di Pienza, dov'egli 
ebbe casa e visse, quando pubblici uffici non lo richia- 
massero a Siena od altrove. Infatti nell'abitazione di lui 



SULLA VITA DI DOMENICO DA MONTICCHIELLO 25 

a Monticchiello tornavano (a quanto narra il più ingenuo 
biografo del Colombini, il Belcari) il beato ed i suoi com- 
pagni quando si recavano in quel paese. Ma, stando a 
quanto asserisce il Tantucci nelle annotazioni alle Lettere 
del Colombini, Domenico aveva pure casa aperta in Siena. 
Scrisse, da giovane, molte rime amorose (con affluente 
mano, come dice egli stesso in un capitolo); ma fu di- 
stolto da questa piacevole occupazione dallo studio del 
diritto, al quale consacrò tutte le sue cure, 

perchè '1 trattato di Giustiniano 
vuol el cor tutto fuor di signoria 
del falso Amor e drogai pensier vano. 

In tal modo, per la profonda conoscenza del diritto, venne 
in grande fama : nella fine del Troiano è detto famosis- 
sima dottore. 

Ma, mentre ne* severi studi giuridici egli impiegava i 
suoi giorni, confortati dalT affetto della moglie, madonna 
Antonia (*), avvenne un fatto, che apportò forse un grande 
mutamento nella vita e ne* costumi di lui. 

La tremenda pestilenza del 1348 aveva dovuto far ger- 
mogliare in Siena dei semi di ascetismo, i quali si svi- 
lupparono più rigogliosamente per la corruzione succeduta 
alla fine del morbo, come reazione ad essa. Allora Gio- 
vanni Colombini , ricco mercatante, divenne di super- 
bo umilissimo e di avaro limosiniero, dandosi ad una 
vita di povertà, di jumiliazione e di penitenza. Raccolte 
attorno a sé varie persone della propria città (fondava 
cosi r ordine dei Gesuati), continuò il suo apostolato nelle 



(*) n Colombini, scrivendo a messer Domenico nel 1363, gli dice 
clie aveva deliberato d' inviare a Città di Castello aldune tra le sue 
seguaci, € delle quali pare a madonna [la badessa di S. Banda] e a 
Caterina [Colombini] che sia monna Antonia vostra ». (Left del Co- 
lombiniy XII, 51). Altrove il beato scrive alla cugina Caterina : « Con- 
torta monna Antonia, e dille che mi mandi raccomandato mille volte 
a messer Domenico, e confortilo nel ben fare quanto si può » (LVI, 
164). E Domenico in una sua al Colombini : € Prego vi per amore di 
Cristo che io vi sia raccomandato e anco la mia donna e vostra fi- 
gliuola, la quale à in voi grande divozione e esperanza » (XI, 43). 



25 a. PARDI 

campagne senesi, spronandone gli abitanti ad uoa grande 

purezza e semplicità di costumi. 

Uno dei primi paesi che il beato — per servirmi di 
una frase cfflcacìssima delle lettere di lui — pose a rotta, 
iu Monticchiello, dove converti Domenico e la moglie An- 
touia, probabilmente intorno al 135d o '57, essendo stati 
costoro de' primi suoi seguaci. 

Il Belcari narra il fatto in tal modo : e Alle sue sante 
parole si convertì mìssere Dominicho da Monlecchiello, 
dottore di Leggo, et madonna Antonia sua donna. Questo 
missere Dominicho si dette ferventemente a Dio, e fu de' 
primi suoi compagni: hebbe grandissimi sentimenti spiri- 
tuali; fu huomo di molte lacrime et di grande orazione ». 

Che non siono esagerate, riguardo ai primi anni della 
conversione, queste parole del Belcari, lu dimostrano le 
due lettere scritte dal da Monticchiello al Colombini e da 
questo a quello. Lo dimostra inoltre la volgarizzazione che, 
ad esortazione del beato, fece dopo il 13G0 della Mistica 
Teologia scritta da un pio uomo dell'ordine dei Certosini. 

Dai Dodici, che dal 1355 reggevano Siena, fu mandato 
quale Vicario a Petriuolo, villaggio senese; e ciò pro- 
babilmente nel 1303. Infatti vediamo che, verso la fine 
di quest'anno, sosteneva un ufQcio pubblico, dal quale 
era impedito dall'andar a raggiungere il Colombini, come 
sarebbe stato sno desiderio ('). Ma nel '64, avendo od otte- 
nuta la licenza dai signori Dodici, o terminato l' ufficio, 
si recò a raggiungere il beato ad Arezzo, gli die notizie 
della moglie Biagia e gii consegnò una lettera di lei Ci 
ed una della badessa di S. Bonda (')■ 



(') Scriveì-a in quel tempo Domenico al Colombini {Lftiere, XI, 
43) ; ■ Verrevvi volentieri & vedere voi e gli altri IrategU se po- 
tessi avere la licenza da' signori Dodici >. 

" ^iovanni alla moglie {Lettere, LVIII, HiG) : . Ricévetti la Iel- 
la quale ili ad me d' assai conforto, ma intesi eri non sann. 
omenico mei disse a parole >. 

iovanni alla badessa di S. Bornia l'I^llere, XXXVI, !t9)r . Noi 
IO la Iettava, che per Domenico uuuiilaste >. 



8ULLA VITA DI DOMENICO DA MONTICCHIELLO 27 

Questo accompagnare il beato, ne* viaggi che questi fa- 
ceva, pare fosse cosa consueta per Domenico, ogni volta 
che era privo di occupazioni. Infatti, anche quando al 
Colombini si ammalarono di peste alcuni compagni, ve- 
diamo tra essi il poeta (*), che gli tenne pure dietro al- 
lorché quegli si recò a Viterbo (*). La qual cosa prova 
che certo nel 1367 non era morto, come è opinione del 
Mazzoni. 

Ma cosa facesse egli dopo quest* anno e (ino a quando 
vivesse è ignoto. È probabile tuttavia non morisse in odore 
di santità, poiché non troviamo il suo nome tra i seguaci 
dell'asceta senese; ma che, dopo essere stato mantenuto 
religioso dalle parole del Ck)lombini finché questi fu in 
vita, tornasse ai primitivi costumi dopo la morte di lui, 
traducesse le Eroidi ed anzi campasse quasi sino alla fine 
del secolo, si a lungo da scrivere un poema, che forse 
giustamente sembra al Gorra, per ragioni di stile, opera 
di un Quattrocentista. 

Una prova di questo mi pare si abbia nel capitolo, che 
comincia: 

Le vaghe rime e '1 dolce dir d'amore. 

Tale capitolo di fatto deve essere stato scritto dopo 
la morte del Colombini avvenuta nell* anno 1367. Perocché 
non lo avrebbe certamente composto durante la vita di 
lai, quando si dava fervorosamente a pratiche di religione 
e seguiva i Gesuati, nelle loro pie peregrinazioni, a piedi 
nodi ed a capo scoperto, vestito di un rozzo e rattoppato 
mantello, conducendo vita di povertà ad imitazione del 
beato; né, d* altra parte, il capitolo appartiene alle dolci 
rime giovanili, ricordate in esso come scritte molti anni 
innanzi. 

Tuttavia, per quanto a questo tempo fosse tornato alla 



(*^ Confr. Belcari, XIII, 61, le cui parole son confermate dalle 

(•) Leti. LXXXIX, 216 : « Sappiate che misser Domenico ci trasse 
dietro >. 



vita di prima ed invischiato un' altra volta nella pania 
amorosa, non era ancora vecchio : aveva soltanto già tra- 
scorsa la metà della vita, la quale fuggiva oramai verso 
il tramonto : 

'1 corso della vita mÌA 

ha già el termin del mezzo passato 
e vergo el vespro se uè fugge via. 

Se adunque dopo il 1367 non era ancor vecchio del 
tutto, può essere benissimo vissuto fino agli ultimi anni 
del sec. xiv. 



Gli scritti, che vanno sotto il nome di Domenico da 
Monticchiello, sono i seguenti: 

I). Due sonetti, 1' uno pubblicato primamente dal Cre- 
sciinbeni e l' altro dal Mazzoni. 

Il primo è l' unico avanzo dei versi giovanili d' amore 
ilei da Monticchiello, cui egli ricorda in tal modo: 

Le vaghe rime e 'I dolce dir d'amore 
ch'io scrissi già con inUueute mano; 
dove la frase con influente viano {corrispondente certo, 
per il senso, alla lezione del Larania: con affluente mano) 
mi pare faccia capire quanta copia dì tali rime egli avesse 
composto. 

Ito, se non sì eleva dalla maniera comune 
norosa del tempo, non è certo da disprez- 
■ezza del sentimento e l'efflcacia delle frasi, 
nanda soccorso contro una leggiadra me- 
le gli ha confitto nel cuore 

spina che punge più che strale. 
I voluto aiutarlo a sanare la piaga profonda, 
Icun' erba che valga a tanto. Perciò egli, 
ipplìcando, invoca pietà, 

come il poverel va per le scale 
ita sua domanilando per Dio. 

I sonetto non si capisce tanto facilmente il 
rerebbe (ed è autorevole giudizio del Maz- 



SCLLA VITA DI DOMENICO DA MO!mCCHIELLO 29 

zoai) che Cosse un allegoria, forse politica. V* è una certa 
TÌTezza d'esposizione, la quale renderebbe probabilmente 
gradito il sonetto, qualora conoscessimo i £att\ da cai è 
stato ispirato. L' allegoria è tratta dal ciclo della leggenda 
troiana, che il da Monticcliiello trattò in un lungo p'jema, 
alladendosi nel sonetto alla tradizione di Giasone e dei 
vello d'oro. 

2). Dae lettere inserite tra quelle del Colombini, TU. * 
e la 13.^ Nella prima messer Domenico ricorda due epi- 
stole a lai dirette dalF asceta senese, probabilmente per 
mantenerlo caldo nell* affetto divino: le quali è un pec- 
cato siensi smarrite, perchè forse ci avrebbero date no- 
tizie del poeta non ancora conosciute. Duole a questo, da 
un lato, di non aver potuto rispondere al Colombini, ma. 
dall'altro, egli ne è contento, perchè gli avrebbe recato 
dispiacere scrivendogli di essersi tutto raffreddato nei sen- 
timenti di religione, non avendo più a confortarlo in qaesti 
l'ispirata parola del beato. Lo ravviva alquanto nella fede 
il volgarizzamento della Mistica Teologia, della quale ha 
quasi fornito di tradurre i primi due libri e per il cui 
mezzo ha comprese finalmente alcune cose, dettegli dal- 
l'asceta. € Queste cose (egli soggiunge) voi sapete per 
pratica, e io Tò lette scritte in carie e non scritte nel 
cuore, ove esso Dio le scrive senza mezzo ». Ha desiderio 
grande di intendere certe parole di San Paolo a Timoteo, 
delle quali domanda spiegazione al Colombini (';: « pen^i 



- D Baroli tOpu cit., pag. 2SÌ, n. ii non riuiwri m troTare q::e- 
<te pATOìe neU' epistole di & Bacio a TimoteoL Ed è catnrAle perche 
si leggODO nelìft Jiisiira Ttchgia dì San Dionigi. Yjcco i due j«lssì 
coni^paikdenti delie IjtUere e delT Opere di sui Dionij^ : 

L^ft. VI. 41 : « So* in grande agonia sopra Y oct<eIletro di certe 

parole che Santo Paolo scrisse a Timoteo Ije p<irole sono 

«^lesteu f«eondo che «i possono volgarizzare cioè: nia ta o Timoteo 
UEiico earisècimo. intorno alle mi»ti«rh^ ri sioni, per rette '^ontrizior.:. 
jik«tt li <«nsà tutti e lotte le operazio::! ixitellettTial: e cgrni co-^ «en- 
-iIaW e intelligibile e ogni coea che è e che wjtì è: e. co:r.e t'è pc-^ 
^r^W, leTati so non conosci otamente alla saa anione, la 4:iale è s«>: ra 



30 G. PARDI 

che (son sue parole) '1 senso mio noa le sente e l'ontet- 
letto non le intende, però che mostra quasi impossibile 
all'ontelletto umano >. Ha grande bisogno di parlare con 
il beato, perchò alcuna volta sta in paura grandissima 
della sua dannazione. L'andrebbe perciò volentieri a ve- 
dere, se potesse avere la licenza da' signori Dodici. 

Rispose a questa con una lunga lettera il Colombini, 
esortandolo a star lieto e a non disperare per il sabito 
raffreddamento in lui avvenuto, perchè, come sotto la neve 
e il ghiaccio abbarbicano fortemente le biade, allo stesso 
modo si fortifica 1' aaima quando si accorge di non esser 
abbastanza fervida nell'amore delle cose divine; « unde 
che non meno si rallegra il savio lavoratore quando vede 
di gienaio il ghiaccio, che di maggio il caldo sole, sapendo 
che ognuno nel tempo suo frutta e aOpgra grandemente ». 
Poscia spiega al da Monticchiello, meglio che può, le pa- 
role di san Paolo, e Io invita a raggiungerlo. 

Replicò allora, con altra lettera, messer Domenico, 
dicendo di aver ricevuta grandissima dolcezza e consola- 
zione dai conforti e dalle spiegazioni del beato, aggiun- 
gendo ciò che segue e che io credo dover riprodurre in- 
tegralmente, perchè fa conoscere la cultura non comune 
del famoso dottore e poeta monticchtellese: 

< Per la vostra lettara ben conosco palesemente che 



ogni sustanzia o conoscimento , e da ogni cosa che irretisse ovvero 
involgesse, e da ogni cosa assoluta mondanamente, al raggio supra- 
ttostanziale delle divine tenebre sarai tirato. Vide adunque che neuno 
di quegli ch6-"non sono ammaestrati oda queste cose et coetera ». 

Opera S. Dioriysii AivO]>agilae, Antuerpiae Ifì,*!, V. II. p. 2." (De 
myxtira Tkeologia 1, 1-2: Tu vero, care Thiraotee, in mysticis eontem- 
plntionibus, intenta esercita ti on e, et sensus relinque, et intellectuales 
operutiones, et sensibilia, et intelligibilia omnia, et ea quae sunt et 

_. non sunt universa, ut ad unionem eius, qui supra eaaentiam 

itiam est, quantum fas est, i nd e mon strabili ter assurgas; sì- 
per liberam et absolutam, et puram tui ipsius a rebus omai- 
icationem, ad aupernaturalem illum caligini» divinae radium, 
s omnibus et a cunctis expeditus evefaerìs. Ilaec aulem vide 
audiat rudiorum >. 



SULLA VITA DI DOMENICO DA MONTIGCHIELLO 31 

tutte le scienze naturali, etiche, politiche, metafisiche, 
economiche, comediche, tragiede, croniche, liberali, mec- 
caniche, ugualmente ogni scienza scettica, suddita ad in- 
telletto, ovvero a speculazione o a sensualità, e* sono una 
nube tenebrosa dell* anima, e come dice la scrittura : ra- 
niias vanitatum et omnia vanitas. Però che io ò letto 
tutto el Vecchio e Nuovo Testamento, Vita e (Collazioni 
de* Santi Padri, quasi tutti gli scritti di Deonisio, el Com- 
pendio della Sagra Teologia, la Deosoebia, 1' Àrlogio della 
Sapienza, il Testo della Mistica Teologia et altri molti 
libri teologici, e mai non compresi in me tanto lume di ve- 
rità dell* amore unitivo, quanto i* ò compreso per la vostra 
lettara » . 

Queste due epistole furono inviate dal da Monticchiello 
mentre teneva un pubblico ufficio per ordine de* signori 
Dodici e quando il Colombini era a Città di Castello, vale 
a dire, molto probabilmente, neiranno 1363. In esse ab- 
biamo un bello esempio del modo di scrivere in prosa di 
messer Domenico, dello stile di lui ampio e sostenuto, della 
forma corretta e non priva di eleganza, resa qua e là 
più vivace da alcuni senesismi. Certamente egli è meno 
cattivo prosatore che poeta. 

3. La traduzione in volgare della Mistica Teologia 
attribuita erroneamente, nonché ad altri scrittori ascetici, 
a san Bonaventura, tra le cui opere venne pubblicata (*). 
Che non appartenga al sommo teologo di Bagnorea fu di- 
mostrato dal padre Serio (*), il quale 1* attribuì, come già 
il Fabricio, ad Ugo de Dalma monaco certosino. Ci confor- 



(') Sancii Bonaventurae ex ordine Mitìorum, S. R. E, Cardinaìis, 
RpÌM»pi albaneìutis, eximii EcrleMae doctoris, ojjentm tomus septimujt, 
Lagduni M. DO. LXVIII, p. 657-87. La traduzione di Domenico da 
MonticckieUo fu edita da Bartolommeo Sorio tra le Opere ascetiche 
del dottore grafico san Bonaventura, Verona 1852. Porta il titolo se- 
spiente: La Teologia Mistica attribuita a san Bonaventura, già volga- 
rizzata prima del 1367 ila frate Domenico da MonteccMielio gesuato. 

(*) Op. cit Prefazione. Dissertazione sojfra V autore della Teologia 
Mistica attribuita a san Bonaventura, 



32 G. PARDI 

tano in questa opinione anche le parole del Belcari, il 
quale dice essere stala scritta da un pio uomo dell* ordine 
dei Certosini. 

Tale volgarizzazione il da Monticchiello la fece ad 
esortazione del Colombini, probabilmente nell'anno 1363. 
Il beato senese, forse ben conoscendo la volubile mente 
di lui e come egli non fosse profondamente persuaso delle 
verità religiose, e temendo pertanto non abbandonasse il 
sentiero della povertà e della umiltà, a cui V aveva av- 
viato, lo consigliò a tradurre la Mistica Teologia. Ciò 
fece evidentemente allo scopo che messer Domenico fosse 
vie più infiammato dell* affetto divino, essendo la Mistica 
Teologia (mi servo delle parole stesse della volgarizza- 
zione del Nostro) < uno istendiraento e levamento della 
mente a Dio per desiderio d'amore >, e venendo essa 
« scritta nel cuore con divine illuminazioni, e celestiali 
distillazioni ». S'aggiunga inoltre che il Colombini doveva 
temere non s' avesse a traviare di nuovo messer Dome- 
nico per il suo sapere, per essere la fede cieca ed incrol- 
labile più propria delle persone ignoranti che non di quelle 
sapienti. Ora appunto la mistica teologia contribuiva non 
poco ad allontanare questo pericolo; perocché mentre la 
sapienza umana « trovando spesse volte il core vóto della 
vera sapienza enfia, e con molte varie opinioni e diverse 
iscura lo *ntelletto »; in quella vece la sapienza divina, 
la scienza cioè dell'amore, < infiamma ed arde l'affetto 
ed illumina lo intelletto ». Le quali parole del prologo 
della Mistica Teologia facevano proprio al caso del da 
Monticchiello: così almeno doveva pensare il Colombini. 

Infatti, partitosi il beato da Siena, il Nostro si sentiva 
raffreddare tutto nell* entusiasmo ascetico da esso ispira- 
togli, ma lo ravvivava nella fede, come egli stesso scrive, 
la traduzione della Mistica Teologia, per mezzo della quale 
cominciò a comprendere meglio le massime del fondatore 
dei Gesuati, 

Questa volgarizzazione è, s'io non erro, l'opera mi- 
gliore di messer Domenico, essendo egli un cattivo poeta. 



. iV 



SDU.A VITA DI DOMENICO DA MOMTICCHIELLO 



33 



J',. 



ma nn assai buon prosatore. Nella prosa infatti, non tro* 
vandosi legato dai vincoli della rima, i quali impacciano 
chi non abbia posto ogni suo studio per addestrarsi a di- 
sciogliersene senza grande fatica, il da Monticchiello scrìve 
in una forma ampia e maestosa (ben dissimile della sec- 
chezza de' suoi versi) ed ha freschezza ed efficacia di frasi. 
Egli adopera inoltre — merito non suo, ma del tempo ih 
cui visse — queir aurea lingua del Trecento, eh' è il fon- 
damento del purgato scrivere italiano. Perciò la sua vol- 
garizzazione è citata ben 140 volte dagli Accademici della 
Crusca, ì quali, come dice il Manuzzi, ebbero agio con 
la scorta di essa di e purgare il Vocabolario di due grossi 
abbagli; il primo alla voce Abilità, e l'altro alla voce 
Foniate >. Ed il padre Serio, alla fine dell'opera ricor- 
data, volle mostrare € le ricchezze che porge del mag- 
gior rilievo alla nostra filologia critica », registrando le 
voci e gli esempi della traduzione del Nostro allegati dalla 
Crusca e facendo una giunta di parole tratte da essa e 
da inserirsi nel vocabolario di quegli accademici così be- 
nemeriti degli studi linguistici. 

L'operetta di messer Domenico inoltre, quale tradu- 
zione, è fedelissima e ad un tempo elegante, come si potrà 
vedere dal brano seguente messo a fronte del testo la- 
tino (Mistica Teologia, cap. II, § 1): 



(') Per la via purgativa la 
mente senza mezzo è dirizzata 
alla illuminativa seconda quella 
regola del Salmista che dice: Nel 
cQore suo si dispuoae nella valle 
delle lagrime a salire. Impercioc- 
ché per lo pianto e per le lagri- 
me r anima si lava della ruggine 
de' peccati, e per questo s' appa- 



(•) Per viam purgativam mena 
ad illuminativam immediate eri- 
gi tur, secundum illud Psalmistae 
dicentis: Ascensiones in corde 
suo disposuit in valle lachryma- 
rum: quia per gemitus et lachry- 
mas anima a rubìginibus pecca- 
torum abluitur et per hoc imme- 
diate ad susceptionem divini 



(') SoRio, op. cit. p. 38. 

'») S. BosAVBSTi^RA, Opere, ed. cit. VII, 661. 

BmUcft Senese di Si, Patna — 1-1899. 



34 



G. PARDI 



reccbia immautenente allo rice- 
vUnento del raggio divino, il qaale 
lavamento che sia necessario è 
assai manifesto imprima dalla 
parte di colui che riceve il rag- 
gio deir amore. Imperciocché se- 
condo che noi veggiamo nello 
specchio materiale, che se v' è 
alcuna cosa che lo scuri, la faccia 
umana non vi si vede dentro chia- 
ra, avvegnaché e' si specchi ; ma 
quando e' sia pulito e netto im- 
mantenente ]a faccia umana chia- 
ramente vi si vede; cosi quando 
1' anima sarà netta e caccia- 
ta ogni scuritade immantenente 
quello spiritual sole vi mette den- 
tro i raggi della sua grazia. Im- 
perciocché in quanto s'appartiene 
a se egualmente a tutti s'infonde. 
E si come il raggio del sole insta 
immobile alla finestra e non si 
parte punto, e se gli è aperta la 
finestra non toma adrieto e mai 
di sua natura non si ritrae, ma 
immantenente entra nella casa 
scura e alluminala, cosi il vero 
lume della giustizia della città 
di sopra, del quale questo sole 
materiale porta alcuna similitu- 
dine, ovvero immagine, niuu'altra 
cosa aspetta stando immobilmente 
alla porta ovvero finestra se non 
se che per alcuna purgazione e 
mondizia gli sia data V entrata, 
acciocché nella mente come in uno 



radii praeparatur. Cuius neces- 
sitas sic apparet primo a parte 
recipientis. Nam sicut in speculo 
materiali videmus; quod si sii 
ibi status, vel aliquid obtene- 
brans, facies humana, quamvis 
se ei obiiciat, non tamen resul- 
tati sed cum abstersum fuerit, in 

ipso facies humana apparet (') 

Sic cum a rationali spiritu erit 
eliminata caligo ofPuscans; iam 
ille sol spiritualis gratiae suae 
radios immittit, qui quantum est 
de se, aequaliter omnibus se in- 
fundit, imo quod plus est, quia 
sicut radius solis stat immobilis 
ad fenestram, et statim cum sibi 
apertum est nunquam retroce- 
dens, nunquam de sua naturali 
bonitate se retrahens, sed potius 
domum interiorem prius obscu- 
ratam irradiat : sic verus sol iu- 
stitiae civitatis supemae, cuius sol 
iste materialis obscuram gerit 
similitudinem vel imaginém, nihil 
aliud expectat etiam immobiliter 
praesto stans ad ianuam, nisi ut 
per aliquam abstersionem sibi 
aditus praeparetur ; ut in mente 
veluti in lectulo feliciter conquie- 
scat, per spiritualium splendo- 
rum irradiationes animam sibi 
desponsatam insigniens: et sic a 
parte recipientis, et a parte in- 
fiuentis irradiatio spiritualis pur- 
gationem consequitur. 



(') Alcune parole, che qui seguono nel testo della Mistica Teologia, 
non son tradotte da messer Domenico, forse perchè non si leggevano 
nel codice da lui volgarizzato. 



SULLA VITA DI DOMENICO DA MONTICCHIELLO 35 

bello letto si riposi segnando Pani- 
ma ch'è sua sposa coi raggi degli 
spirituali splendori. £ cosi dalla 
parte di colui che riceve, e dalla 
parte di colui che dà la grazia 
e V amore, lo sprendore spirituale 
seguita dopo la purgazione. 

Da questi due passi corrispondenti (le cui lievi diver- 
genze derivano forse dalle differenze che, debbono natu- 
ralmente passare tra il codice recato in volgare dal Nostro 
e quello trascritto dagli editori delle opere di S. Bonaven- 
tura) ci si può fare un* idea della fedeltà della traduzione e 
della forma di questa, semplice e maestosa ad un tempo. 

É degna pure di considerazione la chiarezza, con cui 
son rese le idee del testo talvolta intricate ed oscure. 
Messer Domenico ha studiato - profondamente la Mistica 
Teologia sviscerandone i concetti, che, quando sien espressi 
in modo troppo conciso e difficile ad intendersi, vengono 
da luì dichiarati con leggero ampliamento della frase. (*) 

4). Un capitolo contro Amore, pubblicato dal Lamma 
nel Propugnatore ('), e nuovamente dal Mazzoni, che l'il- 
lustrò e ridusse a lezione più corretta con il raffronto 
de' vari codici: il Magliabechiano II, II, 40; il Laurenziano 
Plut XLI, cod. XXXIV ; i Riccardiani 1156 e 1582; il Ca- 
sanatense d. V, 1 ; il Vaticano 5155 ed il Bolognese, della 
Universitaria, 1739. 

Il poeta, già da vario tempo, si era tenuto lontano 
dalle passioni amorose ed aveva tralasciato di scriver rime 
d' amore, essendosi dedicato interamente allo studio del 
diritto. Ma, quando già aveva passato il cinquantesimo 
anno di età ('), si trovò nuovamente infiammato, com'egli 
stesso dice. 



{') Di un' altra versione del Nostro, di quella dell' Eroidi d' Ovidio 
mi occuperò in uno scritto a parte. 

(») A. XVni, disp. 3.* maggio-giugno 1885, p. 410-26. 

(') In una didascalia del codice casanatense, riportata dal Maz* 



36 G. PARDI 

d' una fiamma d' Amor tanto cocente 
che di caldezza passa el modo usato. 

Questa novella passione era così potente che gli tra- 
mutò le fantasticherie della mente in una visione, nella 
quale scorse Amore tramèzzo a molte persone, che tutte 
si lagnavano di lui. 

Il capitolo del da Monticchiello appartiene pertanto al 
genere delle visioni^ forma letteraria frequentissima nel 
medioevo. La più parte di esse sono informi tentativi di 
descrivere la vita futura: rozzi parti d'ingegni mediocri 
ed incolti, dai quali nondimeno sbocciò, come fiore mera- 
viglioso, la Commedia di Dante* 

Ma non tutte le visioni si aggirano intorno ai regni oltra- 
mondani, concernono bensì altri argomenti ancora, come 
r amore, ad esempio, una delle sorgenti più copiose del- 
l' umana poesia. Tale è V Amorosa Visione del Boccaccio, 
viaggio allegorico per i regni della Sapienza, della Gloria, 
della Ricchezza, della Fortuna e dell* Amore. In essa, dal 
canto 15* al 30o, è descritto il trionfo d' Amore e son nar- 
rate le favole amorose della Grecia a cominciare da quella 
di Giove. 

A questo genere di visioni appartiene il capitolo del 
da Monticchiello, che ha comuni col poemetto del Boc- 
caccio molte delle enumerazioni di leggende mitologiche. 

Conobbe messer Domenico V Amorosa Visione e la imitò 
nel suo capitolo ? Egli può averla forse conosciuta ed avere 
anche tratta da essa V idea di questo ; ma certamente in 
esso non v* ha traccia alcuna d* imitazione dal Boccaccio 
e lontane rassomiglianze, che passano tra le due compo- 
sizioni poetiche, derivano soltanto dalla comunanza delle 
fonti : la Bibbia, Ovidio e Dante. 

Al genere delle visioni amorose appartengono anche 



zoni sono volti in latino ed interpretati per « quia iam transiverat 
quinquagesimum annum » i versi ricordati : 

e perchè *1 corso della vita mia 

ha già el termin del mezzo passato. 



SULLA VITA DI DOMENICO DA MONTICCHIBLLO 37 

i Trionfi del Petrarca, con i quali pure il capitolo del 
da Monticchiello ha qualche rassomiglianza. Il Mazzoni 
non crede che questi possa aver conosciuto i Trionfi^ re- 
putando che il nostro poeta sia morto prima del 1367. Ma 
qualora non sembrasse improbabile la mia opinione che 
egli fosse vissuto più a lungo, quasi sino alla fine del 
sec. XIV, non si potrebbe affermare con sicurezza che non 
avesse conosciuto il poemetto petrarchesco. Ora, poiché 
tanto messer Domenico che il Petrarca, < nel pensare di 
Amore e nel lagnarsi di lui, hanno una visione; Amore 
circondato da que* molti ch'egli offese; e Tuno e T altro 
li enumerano > (') e veggono per di più svolgersi i fatti 
onde ciascuno si lamenta: è stato creduto un tempo che 
il da Monticchiello avesse imitato i Trionfi. Perciò il ca- 
pitolo di questo è posto, in alcuni codici, appresso al poe- 
metto del Petrarca e neirisoldiano è intitolato Trumphus. 

Ma, a chi maturamente consideri i due scritti poetici, 
sarà ovvio riconoscere tra essi quelle profonde differenze, 
che il Mazzoni ha magistralmente notate. 

Pertanto noi, non escludendo che messer Domenico abbia 
potuto conoscere i Trionfi e ne abbia forse tratta qualche 
idea, concordiamo con il Mazzoni che non li abbia imitati. 

Il Nostro ha voluto semplicem^nte far pompa di eru- 
dizione col porre in rima una lunga e noiosa enumera- 
zione di leggende amorose bibliche e mitologiche (del qual 
genere letterario ha trovati forse numerosi esempi nella 
poesia popolare del tempo, in cui visse); ma il suo capi- 
tolo non è propriamente né una visione amorosa, come 
quella del Boccaccio, né un trionfo (T Amore come quello 
del Petrarca, bensì un lamento contro Amore. Questa, 
s io non erro, é la sostanziale differenza fra i due poe- 
metti ricordati ed i versi di messer Domenico. È perciò 
che, anche avendo per avventura conosciuto T Amorosa 
Visione ed i Trionfi, non li ha egli imitati, non piccola 
essendo la diversità dell'argomento di questi e del ca- 



C) Mazzoni, Op. cit p. 22. 



.Tb a» PARDI 

p;::-. ru. « r: uiufi'.e nello scrirere ebbe presente il 
c3d: "1* tiii. hsmo dantesco e probabilmente anche 
i. Xi: ut "r-'j -jr/t^. Ma le fonti jinncipali di lui sono 
la Kuui. HL *v*.-'j. Della conosceiiia della Bibbia egli 
par:;, r un d^ ì scordate lettere scritte al Colombini; 
Ovid.-: .rn- n va iver letto più di og-ni altro poeta la- 
tino, aT«Bàtì:m* r'.ritì tradotte le Eroldì) lo cita esplici- 
tamenié 2*^ -i.» .... 

Una o^ì5yL .i -J^ue non mi sembra indegna di venire 
osservata. >. : ••=• ^^i^li trasse dalle tradizioni bibliche 
esempi r:ù r» •• s. ii passioni amorose che non il Boc- 
caccio ed \. '^"rno:^: indizio forse che egli si trovava a 
suo agio p;;. :*«* luipo biblico che nel mitologico, avendo 
certamente t- i ìcudiati libri religiosi e teologici in 
maggior numo". -ìvi poeti latini, specialmente nel tempo 
del fervore as^vroj. 

Venendo a*, ^^suuiaare più da vicino il capitolo, potremo 

spt^r^'ere faciln^^^^u cìie il Nostro ha divisi gli eroi e le 

^r .>, delia R^M>*^ iii^a eroi e dalle eroine della mitologia. 

r,. «^>r,ìn )/i)iia §oao enumerati nei versi 34-157, da 

; .,, rt. r^f. TiJi^ ^ Erode, cui egli vede 

• a r,%v^^ ^t». tr»te aver lassurìa 
^ .w^ :u ÌH^ liutista verace. 

^ • : ..- st svxvn^? dì non aver riportate tutte quelle 
, ,.r:, :rH-.e dal Vecchio Testamento, che 
.. . ■; :.t\ Jkv pertanto: 

r >\.vvT iK>|>0 questa 



>^^^.. . A .A ^nìU> musaica 

^ ...s* >*:vol\'» lunga inchiesta. 

». 



u.i^A schiera di persone tratte dalla 
^ ,w i >c:!^:a^ ha cura di far notare il 



s» ,< *K»i\cuù al dir metrico 
\ Nv\ .ertila j^ratica, 
, . V .. »io oivtioo 

... .i* UK\K> jvotiro. 



SULLA VITA DI DOMENICO DA MONTICCHIELLO 39 

Tale è il Lamento contro Amore (come io Io intitolerei) 
di Ebmenico da Monticchiello: una lunga e noiosa enu- 
merazione di passioni amorose d' ogni età e d* ogni ge- 
nere di tradizioni da esso conosciute, le quali tornano 
tutte (almeno secondo il pensiero del poeta) a disdoro di 
Amore, chiamato in un verso (20): 

falso, crudel, traditore; 

ed in un altro (28): 

crudele iniquo e disleale. 

Sulla fine del capitolo poi v* è addirittura una sequela 
d'improperi contro Amore (v. 508-14): 

Ai cieli, al mondo, all'inferno ài tolto 
filma, natura, onore, studio e *ngegno; 
et a me spezialmente ài volto el volto, 

E d'infiniti mali à' il mondo pregno, 
di pietà degni assai più ch'i* non scrivo, 
mostrando pace e concludendo isdegno. 

Chi leggesse questa composizione poetica del Nostro 
(a pochi verrà certo siffatto desiderio!) si accorgerebbe 
sabito come essa sia tutt* altro che bella: i versi son 
prolissi e poco accurati; le persone ricordate son poste 
alla rinfusa, come si presentavano alla mente dello scrit- 
tore. Inoltre quasi nessun abbellimento poetico interrompe 
la monotonia della lunga enumerazione, se si eccettui 
qualche raro adornamento tolto dalle Metamorfosi d'Ovi- 
dio, il meno brutto dei quali è la parlata di Narciso (v. 
352-72. Melamorf. III. 442-73). 

Una terzina di questa mi sembra la miglior cosa, che 
abbia scritto messer Domenico: 

E veggio li occhi tuoi chiari e lucenti, 
che paiono due stelle, e la bianchezza 
della tua carne, e' delicati denti. 

Sopra i versi non belli certamente del Lamento contro 
Amore nessuno forse avrebbe portata Y attenzione, se non 
avessero invogliato a conoscere meglio messer Domenico 
la grande fama di lui come dottore in legge, le sue re- 



40 G. PARDI 

lazioni con il Colombini e le belle parole, che intorno ad 
esso ha scritte il Belcari. 

Il capitolo sopra esaminato è degno di considerazione 
soltanto come esempio di visione amorosa, e perchè ci fa 
conoscere a quale eccellenza d'arte siensi innalzati in 
siffatto genere il Boccaccio ed il Petrarca, i quali non 
ebbero probabilmente a modelli se non di tali informi 
tentativi poetici. 

5). Il Troiano poema di 42 canti in ottava rima, ine- 
dito ancora. Se non è scritto in età giovanile, come fa- 
rebbe supporre l'essere un lavoro di lunga lena, appar- 
tiene agli ultimi anni del poeta ed è probabilmente po- 
steriore al 1367. 

Le leggende, le quali, dalla remota antichità Ano al- 
l' epoca moderna, son corse tra il popolo intorno al famoso 
assedio di Troia, reso immortale da Omero, sono state 
argomento precipuo di poemi epici nella Grecia ed in Roma, 
dì poemi cavallereschi e di romanzi nel medioevo. Ma tra 
r Iliade, il capolavoro classico di tal genere, ed il Homan 
de Troie di Benott de Sainte-More, il capolavoro medio- 
evale, passa certamente una differenza grandissima, perchè 
profondamente diverso è lo spirito, che avviva l'uno e 
l'altro poema. 

Cedo la parola al Gorra (*), il quale di ciò può par- 
lare con competenza : « Il medio evo (egli dice) non com- 
prese, né poteva comprendere l' antichità classica. Questa 
dinanzi allo spirito medioevale prendeva un colorito af- 
fatto nuovo e che non era il suo ; tutto ciò che era tra- 
scorso, si perdeva pel medio ^vo in un passato lontano, 
simile al presente, in cui si avvicinavano tempi e si con- 
fondevano nomi, che non avevano fra loro relazione al- 
cuna. Il medio evo trattò bensì argomenti classici, ma i 
personaggi, gli avvenimenti, i costumi antichi furono da 
lui profondamente alterati, cosicché degli originali non 
rimasero altro che i nomi ». 



(*) E. Gorra, op. cit. p. 41-3, 



SULLA VITA DI DOMENICO DA MONTICCHIBLLO 41 

Con siffatto spirito ed in siffatta maniera è composto 
// Troiano di Domenico da Monticchiello. La materia del 
poema è la stessa di quella del ricordato Roman de Troie, 
vale a dire la storia troiana intera da Giasone ad Ulisse. 

Giasone, partito per la conquista del vello d*oro, giunge 
al porto di Troia, ma ne è cacciato dal re Laomedonte. 
Compiata T impresa audace per Taiuto di Medea, fugge 
con lei e ritorna in Grecia. Deciso di vendicarsi dell'of- 
fesa sofferta da Laomedonte muove alla volta di Troia 
con un'armata navale radunata da Ercole. Laomedonte 
è sbaragliato ed ucciso da Ercole, Troia vien presa e di- 
strutta, e le donne son menate schiave. Tra esse Esiona, 
figlia di Laomedonte, è data a Telamone. Priamo rico- 
struisce la città e la fa risorgere più bella di prima. Chiede 
poscia la sorella Esiona a Telamone, che gli risponde con 
insolenza. Paride allora allestisce una flotta e parte per 
danneggiare la Grecia. Vede Elena a Citerà^ se ne inna- 
mora e la rapisce. Ed entriamo così nel campo leggen- 
dario svolto neiriliade, le cui tradizioni sono sensibilmente 
modificate nei poemi e romanzi medioevali; ma troppo 
lungo sarebbe l'esporre tali mutamenti. 

Della storia troiana abbiamo in Italia numerose ver- 
sioni in prosa: quella della Istorietta troiana^ di Binduccio 
dello Scelto, di Filippo Ceffi, di Mazzeo Bellebuoui ecc. In 
poesia è scritto invece il brutto poema II Troiano, di cui 
si son fatte a stampa parecchie edizioni. Esso è tuttavia 
degno di attenzione é di studio per le leggende che 
contiene, diverse molte volte dalle altre comuni nel me- 
dio evo. 

Non è così del Troiano del da Monticchiello, il quale, 
oltre al non avere pregi poetici, non contiene alcuna 
modificazione delle tradizioni più diffuse ed è un rima- 
neggiamento in rima della versione della leggenda tro- 
iana detta dal Gorra d' Anonimo, con qualche innovazione 
tolta da un poemetto contenuto in un codicemediceo-pala- 
tino. Perciò esso non aggiunge nulla alla fama di messer 
Domenico e gli studiosi non avrebbero perduto molto, 



42 G. PARDI - SULLA VITA GCC. 

se fossero andati smarriti i due codici che lo contengono: 
il rediano 169 ed il senese I, VI, 37 (*). 



Queste le notizie, che sono state rintracciate intorno 
alla vita ed agli scritti di Domenico da Monticchiello. 
Leggendole può forse sembrare ad altri, come a noi, una 
figura veramente bizzarra e non priva di attrattive quella 
di siffatto uomo del Trecento erudito nel diritto, versato 
in teologia e poeta abbondante se non molto pregevole 
(e del poeta ebbe la mente trasmutabile proprio per tutto 
guise); traduttore di un libro ascetico e di un libro molto 
lascivo; talora ingolfato in passioni amorose, talora oc- 
cupato nello studio delT opera di Giustiniano e talvolta 
immerso in religiose contemplazioni ; ora avvolto nella 
toga del magistrato ed or nella cocolla del frate. È una 
vita la sua non indegna di esser presa in considerazione 
per la bizzarra varietà che presenta. 

Orvieto. 

G. Pardl 



(*) Non sarà fuor di luogo ricordare ohe il Banchi (I fatti di Ce- 
sare, intr. p. XLVII. segg.) volle identificare con Domenico un L. da 
Monticchiello, che scrisse una Farsaglia in ottava rima. Al Baina ed 
al Gorra questa identificazione sembra priva di fondamento. 



VARIETÀ 



DOCUMENTS 

sur Fambassade Siennoise envoyée à Milan en Octobre 1499. 



La République de Sienne, tout en accueillant avec 
une froideur marquée les premières ouvertures de Louis 
XII et en restant F alliée de Ludovic Sforza, n avait pas 
joué de róie actif pendant les premiers temps du conflit 
dn roi de France avec due de Milan. Après la victoire du 
roi de France et Toccupation du Milanais par ses troupes, 
la république mit une evidente et solennelle lenteur à 
se rapprocher de lui. Tout d' abord, quand on apprit à 
Sienne le départ de Ludovic Sforza pour V Allemagne, 
Rinaldo Fungari fut envoyó à Milan pour examiner la si- 
tuation, voìr ce qui s*ctait passe, ce qui aliait probable- 
inent se produire, et aussi pour rendre le Roi plus favo- 
rable à la République (*). Munì de lettres de créance 
pour le roi, pour le cardinal légat Giovanni Borgia, pour 
Trivulce, pour La Rovere, d' Amboise, Ligny et Aubigny, 
il fut bien re^u par les principaux chefe fran^ais, s'ac- 
quitta de sa mission, puis regut de Sienne, avec Tordre 
de ne pas quitter son poste sans en avoir re^u 1* autori- 
sation, la ebarge de mettre Tambassade solennelle qui 



Q) Sienne, Archivio di Stato, Balia^ reg. 347, p. 177, note en date 
du 6 septembre 1499: 

« Quum audìretur amplissima Victoria Christianissimi regis Fran- 
comm in occupatione statu Mediolanensis, prò conservatone reipu- 
blicae Senensis et praesentis status missus est Dominus Kaynaldus 
FuDgarius Mediolannm ut exploraret quae gesta erant et quid dein- 
ceps subfie^ni deberet et ut redderet Senensi urbi ejusque praesenti 
Jitatui propitium Chris tianissimum regem. Et hac ae causa habuit 
Htteras credititias ad christianissimam Majestatem; item ad Reveren- 
dìssimam legatum apostolicum et ad illustrissimum dominum J. J. Tri- 
valcium ac etiam aa Keverendissimum D. cardinalem Sancti Petri ad 
Vincula, et ad R. D. Cardinalem Koauum et ad illustrissimos DD. de 
Ligny et de Ubigny. • 



44 L.-G. PÉLISSIER 

allait ótre envoyée à Louis XII par la République aii 
courant de la situation (*) (Il ne re^ut que le 6 octobre 
r autorisation de revenir à Sienne (') ). La république 
éclairée par ses renseignements envoya simultanément 
trois ambassades, Tune à la Seigneurie de Venise, une 
autre au pape, la dernière à Louis XII. Giacomo Picco- 
lomini et Bartolomeo Sonzino furent élus ambassadeurs 
à Venise, Nic. Borghesi près le Saint Siège, le 19 sep- 
terabre ('), et le lendemain G. B. Sancti et Hieronimo Pto- 
lomei furent désignés pour aller à Milan ('). La lettre 
d* introduction que la République leur donna pour le roi 
de Franco était pleine d* enthousiasme : « Déjà les cieux, 
y était-il dit, attestent la vertu de Votre Majesté. Aussi 
tous les cbrétiens attendent-ils beaucoup d*elle; entro 
tous, nous Siennois, qui reconnaissons devoir aux Gaulois 

les origines de notre ville (^) » L* ambassade pour 

Milan avait été organisée quelque temps avant d* étre 
nommée; les ambassadeurs devaient emmener une escorte 
de quinze chevaux, recevoir un salaire de cinquante sous 
par cheval et par jour; de plus la commune devait leur 
payer leurs voitures de bagage, leur rembourser les pour- 
boires et les présents qu' ils auraient à faire, si ces pour- 
boires étaient approuvés par le conseil de la Commune. 
Un cj*édit de six cents ducats fut vote pour 1* ensemble de 
ces ambassades: trois cents pour T ambassade de Milan, 
cent pour Tambassade au pape, cent vìngt pour celle à 
Venise et quatre vingts pour la mission de Rinaldo Fun- 
gari (•). 



(*) Sienne. ibid. Balia, reg. XLI. Délibèration du gouverneinent 
(offitiales deliberaverunt). 

(•) SiBNNB, ìbid. Balia, reg. 347, fol. 190, 6 octobre (L'ordre de 
révision de ses comptes fut donne le 29 Octobre). 

(') SiBNNB, ibid. Balia reg. 347, fol. 182-185. « Jacobus Piccolho- 
mineus > et « Bartholomeus Sonzinus. » 

(*)SiBNNB, ibid. Balia, reg. 347, fol. 185 v<*: € Jo. Baptista San- 
ctus, Hieronymus Gardius, Hieronymus Ptolemeus. » On leur donna, 
outre les lettres de créance préparées, des sceaux libres pour en 
préparer d' autres suivant les circonstances : < plura sigilla cerea 
sculta, ut possint &cere litteras crediti tias quibuscumque eis visum 
fuerit. » 

(*) C'est le dèbut de la lettre de créance à Louis XII : e Virtuteni 
Vestrae Christian issimae Majestatis admirabilem jam coeli testantur. 
Quapropter Christiani omnes de V. C. M. sperant plurimum, sed nos 
Senenses praecipue qui primordia urbis nostrae et ornamenta, si qua 
sunt, a natione gallica recognoscimus >. 

(•) Sienne, loc, cit Balia XLI, fol. 87, 18 sept. 1499, 



DOCUMBNTS SUR L*AMBASSàDE SIENNIOSE À MILAN 45 

Et stataemnt salarium solìdorum L oratoribus ad Christianissi- 
mom Eegem, prò qaolibet equo et quolibet die prò quindecim eqais 
et qnod aolvatur mulìonibus salarium prò carriagiia; et etiam sol- 
vantar de&arii prò donis et beveraggis quae facient, dummodo diete 
expense et dona approbentur in collegium per commune Senarum 

et qaod fiat apolize denarii prò quod importat unas mensis 

yidelicet prò oratoribus ad Christianissimum Regem prò 

dacatis trìcentis, prò oratore ad pontificem ducatos 100 et domino 
Baynaldo ducatos 80 et residuuin de retractu ducatorum 600 prò 
oratoribus ad Venetos. 

Les ambàssadeurs regurent aussi des instructions pour 
le roi, doni le texte fut approuvé par le conseil, mais le 
conseil leur laissa la latitude de le modifler sur quel- 
ques points^ par exemple de parler ou non, suivant les 
circoDstances , du pape et de ses relations avec la Com- 
mune de Sienne dont il était fait mention dans cedocu- 
ment, et d' en réserver 1' exposé pour une audience ul- 
térìeure : 

< Insuper approbaverunt notam oratorum ad Christianissi- 
mum Begem prout jacet, limitando solum quod de mentione pon- 
tificia dicant aut non prout eis videbitur; et remittitur discretioni 
ipsorum ut similiter exponant in secunda expositione, si eis vi- 
deWtur (•). , 

L*ambassade se mit en route, tandis que des rela- 
tions très-étroites continuaient entro la République de 
Sienne et Rinaldo Fungari (*). Le 29 septembre, on adressa 
aux ambassadeurs la recommandation de montrer le plus 
grand zèle pour le salut de la République ('). Ils arrivèrent 
à Milan le 3 octobre, s étant, depuis Modène, fait precè- 
der par un émissaire pour savoir où ils pourraient trou- 
ver le roi. Ils apprirent le 4 que Louis XII était arrivé 
à Pavie et qu* il n* entrerait à Milan que le mardi suivant. 
Ils allèrent, sans attendre son arrivée, visitor Ligny dans 
le Castello, en lui déclarant qu* ils avaient ordre de le 



(*) SiKNNE t&ùf. mème document. Une mule iut supplémentaire- 
meut donnée à l'ambassade. (Sienne, ibid. Balia XII, 29 sept. 1499. 
Deliberayerunt approbare et approbaverunt .... prò una mula prò 
oratoribus). 

(^ Aussi le 29 septembre Pandolfo Petrucci paye quatre ducats 
poar une estidfette qu' on lui envoyait. (Sienne. ibid. 29 sept. 1499). 

(*) e Invigilent prò salute Reipublicae. » (Sienne, ibid. méme date). 



46 L.-G. PÉrjSSIER 

visitor le premier après le roi, et que Sienne mettait tout 
SOQ espoir en lui. Ligny les accueillit cprdialement, les 
remercia de leurs offres et de leurs marques d*amitié, les 
assura de ses bonnes dispositions envers Sienae, leur promit 
de leur en donner bientót la preuve devant le roi. Il pro- 
mit aussi d'étre sincèrement Tarni de Sienne, et les ambas- 
sadeurs répliquèrent en afBxmant leur certitude que Ligny 
€ resterait content » de leurs compatriotes. Ligny leur 
donna aussi divers utiles renseignements sur la prochaine 
arrivée de Louis XII à Milan. C*était le seul de ceux des 
Frangais qu' ils avaient ordre de visitor qui se trouvàt 
alors à Milan. Les ambassadeurs s* empressèrent le soir 
mème de raconter cette entrevue à leur gouvernement (*). 

Per exequire con diligentia le commissioni dì V. S., corno 
fumo in Modana, promettemo qua per intendere laove si trovasse 
la Maestà dil Re e tamen ancora che hieri giongessimo qua, non 
habiamo inteso, se non questa ihattina, la Maestà del Re essere in- 
trato in Pavia martedì sera prossimo; el tutto havemo da Mons. 
di Lignl quale visitamo questa matina in Castello; al quale femo 
bene intendere bavere in commissione dopo la Chr.ma Maestà vi- 
sitare imprimis Sua 111. Signoria e corno V. S. hanno omne loro 
speranza in la excellentia sua, alla quale ce oiFerimo e raccoman- 
damo secondo la nostra commissione. Sua Signoria con buona cera 
et humane parole regratiò le S. V.re delle offerte e bona affectione 
dimostravano verso di lui, e che era bene disposta verso cotesta città 
e che alla presentia nostra lo demonstraria. Noi replicando regra- 
tiamo S. Signoria declarando che non altra resposta aspettavamo ne 
etiam altra speranza havevano le S.rie Y.re. S. S.ria reiterò la sua 
bona disposizione, soggiognendo saria bono amico a cotesta città, et 
ancora che qualche cosa fusse stata, non la voleva recordare. Ad 
questo respondemo : « Illustrìssimo Signor, quando la V. S.ria vorria 
bene intendere, non dubbitiamo non rìmanghi bene satisfacta dalla 
republica e stato nostro, » e tandem S. S.ria cum bone parole ci 
offerì quello posseva etiam se accadesse alcuna cosa qui in Milano. 
Noi fatto lo offitio del ringratiare Sua IH. ma S.ria domandamo dello 
ad vento della Maestà del Re: Sua S.ria respose aspectava questa 
sera M. Jo. Ja. da Treulzi e che celo faria intendere. Habiamo dipoi 



(*) SiBNNB, loc. cit. Lettere atta Balia, Les ambassadeurs Siennois 
à Milan: « Magnifìcis dominis Dominis officialibus Balie magnifice 
civitatis Senarum. dominis suis observandissimis. (Milan 4 octobre 1499). 



DOCUMBNTS SUR L*ÀMBASSÀDE SIBNNOISE À MILAN 47 

inteso S. H.ta dovere intrare in Milano domenica prossima, et ad 
tale effecto si fa per tntta la città per honorare la M.ta sua grandi 
preparamenti. Tornati noi da visitare M. di Ligni prefato, imme- 
diate gionse il mandato con lectere di V. S., le quali bene conside- 
rate ci sforzaremo quantum in nobis erìt a quelle satisfare; pre- 
vedendo che facilmente M. Rinaldo si possesse trovare in Pavia li 
facemo intendere avanti arrìvassemo la venuta nostra, et havendo 
scripto questa mattina per mandarli le lettere etiam di V. S., gionse 
qui e fece intendere quanto per lui si era seguito, corno di tutto 
scrive alle Signorie Vostre. Qua non ce alcuno di quelli habiàmo in 
commissione di visitare; aspectaremo loco e tempo. Delle cose del 
Signor Lodovico e dello imperadore davere fatta pace con li Svi- 
zarì, variamente si parla € secundum desideria hominum. » Unum 
lamen si aferma da homo fide digno li Turchi essere venuti grossa- 
mente nel Frigoli. Impresentiarum, non occorre altro degno daviso. 
Trovandoci qua due da possere mandare per stafette e parendoci 
Vostre Signorie essere state molto senza qualche noticia delle oc- 
correntìe, e' è parso mandare qualche stafetta. . . . Quantunche con- 
fessiamo bisognaria usare parsimonia alle spese habiamo fatte e 
facciamo, che solum la pigione della casa con fatega habiamo trovata 
a più che uno ducato il di; si che pensino etiam V.re S.rie di 
reliqno come sì spenda ; e tutto procede per la moltitudine che ci 
è e che ai aspetta. 

Le lendemain 5 octobre, ils visitèrent également Tri- 
vulce dans le Castello, et il y eut avec lui comme avec 
Ligny de grands écbanges de compii ments. Ils apprirent 
de lui que le roi ferait son entrée à Milan le surlendemaia 
dans r après midi : 

Magnifici Domini patres et domini observandissimi nostri, post 
commendationem. Per lo ca valere ier mattina scrivemo quanto in 
iìno allora era seguito in questo puncto; venendo costa uno mandato 
del Signor Antonio Maria non habiamo altro da significare alle Si- 
berie Vostre, excepto che questa mattina visitamo in castello il 
Signor Messer L I. Treulzi, il quale ci vidde humanamente; re- 
spondendo che merito le S. V. se rallegravano de sua felicita, per 
essere stato lui sempre amicissimo et affectionato a cotesta patria, 



(^) SiENNB, ibid. id, Les ambassadeurs Siennois & Milan à leur 
Répablique. Meme suscription. Milan 6 octobre 1499. Ils signent < filii 
et servi. » 



48 L.-G. PÉLISSIER 

.■ ' ' ' 

et commemorando qualche beneficio fatto, et tandem se offerì parato 
ad omne i)eneplacito de V. S.; recordandoci quando e dove li pareria 
dovessimo visitare e fare reverentia alla Maestà Christianisslma, 
laquale domattina viene a desinare ad uno luogo di Messer Gian 
Giacomo lontano di qua quatro miglia e dopo disinare intrara in 
Milano. Noi faremo lo o£5cio nostro di andare incontra ad sua 
Chr.ma Maestà. Nec alia. Dominationibus vestris nos plurimum 
commendamus ('). 

Le 7 de grand matin, les Siennois alièrent, jusqu*à 
cinq milles environ de Milan, à la rencontre de Louis XIL 
Au moment où ils se présentèrcnt le roi déjeunait, mais 
Ligny, qui était lui-méme à table, les regut et aussitót, 
Jes priant d'attendre, il alla prevenir le roi de leur pré- 
sence et les fìt introduire prcsque imraédiatement. Louis 
XII se leva de table, les re^ut avec la plus grande bien- 
veillance du monde, et presque eu souriant. Il les fit fa- 
milièrement asseoir auprès de lui, se tit exposer par eux 
r objet de leur mission et parut T écouter avec plaisir. 
Les ambassadeurs, suivant V exemple de plusieurs autres 
missìons, flrent leur discours en latin. Puis le roi fit ap- 
procher Ligny et le chargea de dire aux envoyés qu' il 
étaìt content de voir la république de Sienne venir à lui: 
ensuite il s' approcha d' eux « presque à les toucher », et 
dit: € J'écrirai à Votre Seigneurie. » Ligny les prévint que 
s*ils avaient quelque communication particulière à faire, 
le roi chargeraìt un de ses conseìllers de la recevoir, mais 
ils déclarèrent n*avoirpas d*autre mission. Ils ne purent 
avoir le méme jour d'audience du cardinal d'Amboise, mais 
ils furent regus une seconde fois par Trivulce, et, avec 
la plus grande bienveillance par D'Aubigny, qui se mon- 
tra très reconnaissant des bienfaits qu'il avait antérieure- 
ment regus de la Seigneurie. L*ambassade fut si satisfai te 
de cet accueil qu' elle le notifla à Sienne par estafette (*). 

, . . . Questa mattina di bona ora andamo ad trovare la Chr.ma 
M.ta lontano di qua circa a cinque miglia, laquale trovamo a mensa ; 
e prima in altra stantia trovamo M.gr Di Ligni a tavola, e de- 
sinato che ebbe, ci fé bona accoglienza e disse ci aspettassimo ;' e 
stato al Be, poco ste che ci fé intromettere, et, intrati dentro, sub- 



(*) Bienne ibid. id, Les mèmes à la mème. Meme suscription 
Milan 7 octobre 1499. 



DOCUMENTS SUR l'aMBASSADE SIENNOISE À MILAN 49 

bito la saa M.ta sì levò da tavola cutn tanta humana e benigna ac- 
coglienza quanto dire si po« quasi subridendo ; e fatti ci acostare a 
S. M.ta familiarissimamenle, ci fé exponere ; e lietamente dimonstrò 
di udire la nostra expositione ; quantunche non intendesse exponemo 
latine perche cosi dalli altri oratori havemo notitia bavere exposto. 
Di poi Sua Chris.ma M.ta, acostatosi a quella M.gr Di Legni, ci fé 
dire li piaceva le S. V. fusseno di Sua Maestà ; et acostatosi a noi 
tanto che qnodamodo ci tochava, ci disse di sua bocha: e Io scriverò 
alla Signoria » , ma prima a questo M.gr de Legni ci disse se noi 
havevamo da conferire altre cose, che la M.ta del Ro ci daria chi ci 
udirebbe. Noi respondemo non bavere altro in commissione e cosi 
sna M.ta, tuttavolta subridendo, ci demostro assai humanita. 

Magnifici Signori, tutte quelle cose, ancora che di poco momento 
aieno, habbiamo scripto, per dimostrare alle S. V. di che natura 
sia stata la audientia nostra; dipoi questa mattina andati in ca- 
stello per vifdtare M.gr di Roano, non possemo bavere audientia; 
ancora che facesse tanto di prosuntione che per mezo di M. Gio. 
Giac. finirne di fare V ambasciata ; tandem ci fu dato il tempo per 
domattina. Qua è una confusione, uno tumulto, e con maxima dif- 
tìcolta si pò prima intrare in castello. Partiti di Castello andemo 
ad visitare M. di Obigni, il quale gratamente ci vidde, ma tanto 
più che li altri che commemorò benefitii ricevuti da cotesta re- 
publica e dicendo noi non bavere bavato audientia da Mons. di 
fioano, ci si offerse domattina andassemo in castello e faria che 
aremo audientia. Sua Sig. dimostrò bavere in animo satisfare a 
cotesta republica et alle Vostre Signorie. Unde, Magnifici Signori, 
considerata laudentia della Ghrist.ma M.ta et etiam di Obegni, 
e sapendo haver costa mandato alle Signorie Vostre M.gr de 
Ligni uno mandato il quale trovamo in Piagentia ; non sapendo 
con che oomisaione ne etiam havendocene detto alcuna cosa M.gr 
de Ligni.. . . ('). 

Le altre visitationi non habbiamo ancora fatte per non bavere 
hanta ancora audintia ; attendaremo alla commissione nostra cum 
lede a dib'gentia .... 

Mais cette bienveillanee n'empécha pas qu'on ftt 
attendre assez longtemps une seconde audience aux Sien- 
nois, et ils ne l' obtinrent que le 12 octobre. Ils s* étaient 



(') [Ces coiìsidérations décident \* ambassade à envoyer une està- 
tette à Sienne]. 



HnHeit. Sentse di St. Patria ^ 1-^896 



50 L.-G. PÉLISSIER 

vainement adressés pour T avoir plus tòt à Trivulce et 
au cardinal d'Amboise; D'Aubigny, qui les protégeait, était 
malado et presque conslamment au lit; Ligny s*efforcait 
de leur prouver que tout leur espoir devait étre en * sa 
protection : le 12 octobre il alla avec les Siennois attendre 
le passage du roi au moment où il quittait son apparta- 
ment pour aller à la messe. Le roi leur donna rendez 
vous pour r après-midi avec Ligny lui-raérae et le car- 
dinal d'Amboise pour arranger leurs affai res. L'audience 
eut en effet lieu V après midi méme en présence de D'Am- 
boise, de Ligny et du maréchal de Gié. D'Araboise, qui 
n*avait pas assiste à la première audience, demanda co 
que voulaient les Siennois. Les ambassadeurs exposèrent 
qu'ayant toujours été dévoués à la France, ils venaient 
s'offrir au roi et lui demander sa protection. Les Francais 
causèrent un moment entre eux et en francais, puis* lo 
cardinal dit : « Alors vous ne demandez rien ? » et il ajouta 
que beaucoup de Siennois « forausciti > étaient recom- 
mandés au roi par de grands personnages, que beaucoup 
avaient été exilés pour des motifs tout à fait injustes, et 
qu' il conviendrait avant tout de les rappeler. Les ambas- 
sadeurs défendirent les motifs de ces exils : « Si le roi 
consent à vous aider et à vous protéger, répliqua d'Am- 
boise, il convient qu'en retour vous fassiez quelque chose 
pour lui faire plaisir », et il demanda que Sienne s' enga- 
geàt à payer trois cents lances pour trois mois, ce qui 
lui coùterait environ dix mille ducats. En échange, le roi 
conclurait avec Sienne une alliance perpétuelle pour la 
protection de la République et la défense de la liberté. Le 
gouvernement francais préviendrait la république un mois 
à l'avance du moment où il lui faudrait des troupes, et ré- 
ciproquement Sienne devrait faire le memo avertissement 
dans le méme délai. Après une longue et minutieuse di- 
scussion, les ambassadeurs demandèrent àen reférer à 
leur Seigneurie. En méme temps d' Amboise et Ligny 
soulevèrent la question du réglement d' une « ancienne 
injure » que Ligny prétendait avoir regue de Sienne, et 
dont les ambassadeurs disaient ne rien savoir (*) : 

Per Antonello seri verno 1' ultima ad V. S. alli VII di questo. 
Di poi habiamo continuo instato daver una semplice licentia dalla 



(^) Sienne, ibiiL ÙL Les mèmes à la mème. Meme suscription. 
Milan 12 octobre 1499. 



DOCUMENTS SUR L AMBASSÀDB SFENNOISE À MILAN 51 

Christina Maestà, se havessiino possuto usando ogni favore, e di 
Mons. di Obegni, quan tanche sia stato il più del tempo in letto, di M. 
J. Jacomo e del legato, continuando tameu M. Di Lig;ni monstrando 
la speranza nostra essere in la sua...., in fine non habiamo haVuto 
ingresso alla M.ta Christ.ma senon questa matina, audacia e pro- 
suntione duce, inaino alla camera ove dorme; laquale essendo in 
procinctu per andare ad messa, fattoceli innanzi, parlò alcune parole 
qoale non intendemo, ma cola mano accennò fussimo con Monsi- 
£^ore Di Legni, il quale li era da canto, e lui ci disse : « Tornate 
poi desinare, che la M.ta del Re mi ha commisso che siamo col 
M.gr di Boano e spediremo le cose vostre. » Noi all'ora composta 
tornati ad corte, tandem intrò con M.gr di S.oano (alter rex), 
M^ di Ligny et un altro chiamato II marisce di Je {% il quale è 
aleato al cardinale. Il cardenale cominciò a domandare quello vo- 
levamo, per non essere la Signorìa sua trovatasi quando exponemo. 
Replicamo paucis che essendo la republica Senese devotissima alla 
Christma M.ta, audito il felicissimo successo di quella, haveva man- 
dato ad fare m primis la debita reverentia, congratularsi di tanta 
felicissima Victoria, raccomandandone la patria e presente stato e li- 
bertà, et offerire quelle et omni loro faculta.alli beneplaciti della 
M.ta, e che ci volesse havere per raccomandati in omni occurrentia 
nostra. Ad che respose il cardenale ; primo parlato in franzese inter 
eos, disse: « Vos ergo nihil' qusBritis? » et seguitando disse: « Vedete, 
la M.ta del Re molte volte ha havuto alle orecchie questi vostri 
taorausciti, liquali dicono non sono delli minori, e comò ingiusta- 
mente sonno stati cacciati, liquali da più gran maestri sono stati 
racommandati alla M.ta del Re, et essendo stati expulsi centra 
JQS et fas saria conveniente li dovesse remettere. » Replicamo che 
ingiustamente non erano stati segnati. Sua S.ria replicando disse: 
f Se la M.ta del Re vi vuole et aiutare e defendere, voi dovete an- 
cora operare alcuna cosa verso di Sua M.ta » et interrompendo parlò 
in franzese intra loro, e poi seguitò e disse : « Voi pagarete ducente 
lance per tre mesi quando la M.ta del Re vorrà fare guerra. » Noi 
respondemo : « Non ha variamo di tal cosa alcuna commissione e che 
etiam saria alla republica nostra tal cosa impossibile > et circa mul- 
ti s habitis verbis de possi bilitate et impossibilitate^ perche M.gr de 
Ligny affirmava la citta nostra posser ecc., denique il cardinale ci fé 
'laesta conclusione, videlicet: « La M.ta del Re pigliara la protectione 



i*r Le maréchal de Gié. 



52 L.-G. PKLISSIER 

e defenaione della citta, stato e liberta, di Siena con tra di qualunque, 
et che si intende habbia ad essere coUigatione in perpetuo, se per 
noi non fusse contrafacto, con questo che siamo obbligati ad pa- 
gare ducente lance franzesi per tre mesi, tanto che per lo stipendio 
delle quali monta ducati dieci mila, da dovercelo significare uno 
mese inanzi, e cosi versa viòe, quando ci fusse mossa guerra, glelo 
dovessimo significare ad uno mese per havere tempo ad mandare lo 
auxilio. » Noi pigliando tempo ad scrivere ad V. S. et monstrando 
pure la djficulta della conditione per la impossibilita ci disse: 
« Scrivete > et subito : • M.gr di Ligni se querelato ala Christ.ma 
M.ta del Re di ingiurie ha ricevuto dalla citta vostra. Lui ne par- 
lara con voi. » M.gr de Ligni disse : < Del fatto mio la acconciaremo 
poi e saremo d'acordo < , monstrando indignatione non piccola. Fu 
resposto che se ingiuria haveva ricevuto da particulari, Sua Signoria 
sapeva da cui e che dal publico haveva havuto alcuna cosa della 
quale si havesse da lamentare, ma che era stato bene satisfatto. » 
Subgiunxe che lassectaria esso con noi, e tanto più quanto se noi 
fussimo bene andati con la Maestà del Re. Noi replicando dicemo 
non dubitavamo che Sua Signoria ci saria afectionato e protectore, 
omni nostra occurrentia, e cosi partimo: Magnfici Signori, le Signorie 
Vostre intendano quanto scriviamo qua ; quantunque omni opera u- 
siamo con quelli havemo in commissione tamen la cosa si reduce in 
questi tre, e laove tendine facilmente V. S. intendano. Noi non 
mancaremo dall'offitio nostro. Recordiamo alle S. V. che il Re se 
ragiona presto si habbia a partire. Il quale a questi di ha man- 
dato artigliarla e gentedarme verso Tiranno, il quale tiene M. 
Giorgio da Pietreplane e cosi fantarie. Parlasi lo imperadore 
dover mandare genti. Altro degno d'aviso non habiamo. Li Veneti 
fano grande frequentare la M.ta del Re, credesi per essere assai 
stretto in Frigoli dalli Turchi. Le S. V. vegono non siamo per 
tornare domano, e perhò preghiamo quelle ci veglino prevedere 
tutto che certifichiamo. 

Ces prévisions de Tambassade ne furent que trop jus- 
tifiées. Les négociations sur cesdiverses affaires tralnèrent 
très-longtemps : le 25 octobre, T ambassadeur Siennois à 
Rome, Alessandro Borghesi écrit qu' il attend avec impa- 
tience des nouvelles de ces deux affaires et qu' il espère 
qu'elles sont déjà conclues (*). Six citoyens furent dò- 



(*) SiBNNB, ibid. Lettere alla Balictj 422. Aless. Burghesi, 25 oct. 
149i): « Ho inteso quanto a quello ne occorre che con grande desiderio 



DOCUMENTS SUR L*AMBASSADE SIENNOISE \ MILAN 53 

sìgnés pour négocier spécialeraent avec Ligny (*.); le 26 
octobre, on leur accorda pleine et entière autorité pòur la 
saite de ces négociations, et T on mit à leur dispositioa 
2400 dacats. 

A Milan, les ambassadeurs continuèrent péniblement 
leur démarches pour arriver à une entente avec le roi ('). 
Les gens auxquels ils s' adressaient, les cardinaux Borgia, 
La Rovere, Orsini, leur donnaient de bonnes espérances, 
mais on ne leur dissimulait pas qu' il serait impossible 
de rien obtenir sans avoir à supporter quelque «barge. 
Ils n* ctaient pas entourcs d* ailleurs de conseillers désin- 
léressés: La Rovere voulait se venger d*un traitement 
iojurieux que les Siennois avaient jadis fait subir à sa 
propre sceur. Le légat leur promettait son appui, mais 
il ÌDsinuait aussi qu* il serait très avantageux pour^César 
Borgia de devenir capitaine de Sienne, et cotte idée 
d' avoir Cesar Borgia pour capitaine ne plaisait guère 
aux Siennois. On effrayait d'autre pari les ambassadeurs 
cu leur montrant les autres républiques toscanes, Florence, 
Lucques, Pise, prétes à traiter avec le roi ('). 

Per li nostri delli xiii di questo per stafetta per ser Pepo 
acrivemo assai in fretta per la importantia della cosa, bora per 
dare notitia di tutto quello intendiamo alle S. V. Andando a vi- 
sitare el cardinale Orsino domandando diligenter delle cose di Pisa, 
ci rispose credeva che li Fiorentini lavrebbero, per bavere con- 



ne ftspectano adviso si ])er intendere il successo delle cose nostre, si 
etiam per usare qui V officio mio al bisogno di Vostre Signorie. Sta- 
mane trovando che le cos*) nostre con la Maestà del re di Francia 
tixssero pur concluse, ed il simile di M. de Ligni^ cognosco non è 
mancato ne da essi oratori, ne etiam daUe S. V. . . > 

(^) Bienne, ibid. Balia. XLI, p. 113, 26 oct. 1499. « Delibera verunt 
quod. Hex relieti ad praticandum cum magnifico D. de Ligny babeant 
plenam et liberam auctoritatem. > Leurs noms sont donnés dans la 
delibératiou du 18 novembre : Nicolaus Borgbesius, Crescentius Petri- 
^ri, Daniel de Galleranis, Pandulfus Petruccius, Àngelus Palmerius, 
los. Antonius Saracenus. 

\f) Ils étaient aussi cbargés, de concert avec le médecin du roi, 
Maitre Tbéodore, de trouver un jurisconsulté capable qui pOt étre 
tait potestat de Sienne e et casu quo inveniant quod sit persona ido- 
nea, dicat quod sit electus. » {bienne Balia, 41. Bl oct. 1499.). Pour 
maintenir le secrétaire de Ligny, Rainaud de Bouffinier dans de bonnes 
•lispositions envers la République, on lui fait un don de trente ducats 
'tó/. 26 novembre). 

(*) SiENNB iìmf. Lettere alla Balia. Les ambassadeurs Siennois à 
la Balia 15 octobre 1499. 



54 L.-G. PÉLISSIER 

venuto cola M.ta del Re di pagare ecce hominidarme e cento fan- 
taria, e subgiunxe: < pure credo sarà in modo li Pisani non saranno 
da lamentare. » Pigliando licentia, ecc. , in fine etiam racomandando 
le cose nostre, ci replico non sentire se non bene deli fatti nostri. Il 
legato neir ultima nostra visitatione ci fece longo parlare dicendo 
bavere facto lo offitio di vero amiche et amatore della citta nostra, 
e corno baveva repulsi li fuorusciti ne li baveva voluti udire e 
come di poi bavevano parlato ad uno di casa delli suoi, facendoli 
offerire la citta per lo figliolo del papa, e cbe li baveva resposto 
non li mancava partito di cose sante e pacifiche, e pure, benché il 
vescovo di Setta dimostrasse esserlo amiche, tamen non era per 
fare se non tute quello volesse lui, et fine non era per medicare alle 
cose nostre. Dali oratori Lucchesi babiamo li Fiorentini fare non 
piccole offerte alla Ghriat.ma M.ta perche quella pigli la protectione 
loro. Li Pisani comprendiamo amasino qualche pratica delli fioren- 
tini, perche parlando con essi noi, e domandando delle cose loro, ci 
risposero sperare e subgiunxero < tamen se gira che vuole, non siamo 
per mancare a noi medesimi e siamo disposti aspettare il campo 
e tandem morire. » Sampiero ad Vincula, fatta la debita expositione, 
disse acceptare ogni commendatione e volere fare lo offitio suo in 
bone filio di V. S. e cosi le offerte, ma che non credeva li baves- 
aero corrispondere per non esserli stati alias osservati, imo cac- 
ciata la sorella sua come una cagina, e che in fine se ne vaina. 
Tandem placato con qualche nostra parola e pregato volesse acep- 
tare la optima disposi tiene di V. S., e che se ne potria valere come 
di cose sue disse in fine: « Io non vo pare ce vele mi vendicare. 
Faro di valermi centra il commandatore di santo spirito lui e 
vostro senese, tra voi lasarete et io per quella citta faro tutto 
quello poti-o in benefitio di quella. » 

Questa note ad bore 4, bavemo lettere di V. S. per lo cavaliere 
e quelle bene examinate, domandarne M. Ranaldo quello baveva 
conferito con M. di Legni ; respose non bavere parlato senon cose 
generali. Andando a trovare M. di Legni in castello, ancora cbe con 
grande dificulta, pariamo con sua Signorìa e componemo tornare dipo 
desinare e faria avemo audientia dalla M.ta Christ.ma, laquale è non 
facile avere per le importantissime expeditioni tractano, et maxima- 
mente perche si afferma la M.tà Christ.ma volere presto partire. Re- 
tornando poi in castello post raultum temporis, non havendo possùto 
bavere audientia profittamo nel montare a cavallo la M.ta del Re, 
dicendoli bavere da V .S. lettere. Mons. di Legni, quale li era al 



DOCUMENTS SUR i/aMBASSADIC SIENNOISE À MILAN 55 

lato, ii parlò e respose nello andai*e via della mula che la M.ta del 
Re diceva che scrivessimo quanto ci havevamo imposto e andorno 
vìa, seguitando si presso di quelli speriamo havere qualche favore. 
Qaesta mattina andarne ad trovare il legato ('), alquale havendo 
narrato lo processo del parlare havuto con M. de Roano Legni e 
marescial di Gié ad litteram, e domandatoli Consilio e favore, ci 
fé uno longo discorso e disse: « Io sono bene informato di tutto 
quello mi havete narrato, ne ho mancato dallo officio mio, e di tutto 
ho parlato col Re. » Et subgiunxe spero le cose vostre passarano 
bene, tamen sena» qualche graveza non credo sia possibile. Io ho 
fato disegno parlare cola Maestà e dirle come le cose vostre sono da 
essere molto propitie ale cose del duca di Valentia e pensavo ha- 
vreste a condure qualche capitano per lo effecto sopradetto e perche 
Paolo Orsino e mio parente, mi saria grato fusse quello, e non 
manco operare per questo effecto che per le cose vostre. Vos in- 
terim seguitate le vostre pratiche di havere audientia, e non mons- 
trate havere alcuna notitia; ed io spero che il Re, havendo a fare 
le cose maggiori per il duca di Valenza, ci compiacerà per cose 
ventre, dovendo essere al proposito come è ditto. » Pensiamo di se- 
i^ùre per T>, di Valenza non dileza molto da noi, hora le Signorie 
Vostre sonno prudentissime. Noi habiamo mandato la stafetta 
accio possine resolversi forse altrimenti che non farieno per li avvisi 
avuti. Etc. 

La plus grosse pierre d*achoppement des négociations 
était l'affaire de Montepulciano^ que le roi avait garanti 
aux Florentins et que Jeur réclamaient les Siennois. Le 
médecin du roi, Maitre Théodore, qui défendait les intéréts 
de ses compatriotes parla souvent de cette affaire à Louis 
XII et lui hi mieux comprendre les raisons des Siennois 
à la possession de cette place. Ligny s' effor^a d' autre 
part de montrer aux ambassadeurs que les engagements 
jiris par le roi avec les Florentins à ce sujet n'avaient 
rien de définitif; que c'était seulement pendant la trève 
que les choses resteraient en V état, qu' ensuite là que- 
siion juridique seraìt soumise au roi, mais que la possession 
de fait resterait aux Siennois comme elle Y était actuel- 
lement jusqu' au commencement du procès, et que pen- 
dant toute la duróe du procès et jusqu' à une solution de- 
finitive, la place serait remise au roi en dépót. Ligny avait 



Ce mot est en laiigage chiff'ré. Il s' agit de Giovanni Borgia. 



56 L.-G. PÉLISSIBR 

d*ailleurs pris dans le conseil la dérense des Siennois et 
engagé les Florentins à ne pas proflter ni abuser, pour 
les attaquer, de la supériorlté de leurs forces. Il jurait 
que tant qu' il serait présent en Italie, les Florentins 
n* auraient pas Montepulciano. Il s*occupait des affaires de 
Sienne comme des siennes propres. Malgré ses promesses 
et ses afflrmations, les Siennois étaient très-inquiets, car 
ils trouvaient que les accords du roi avec Florence n'a- 
vaient rien de contradictoire avec ceux qu' il pourrait 
prendre avec Sienne. Ligny conseilla aux ambassadeurs 
pour se faire bien venir du roi et avancer leurs affaires, 
d' accompagner Louis XII jusqu' aux Alpes dans son voya- 
gè de retour en Franco. Pendant ce temps il continuai t 
à poursuivre ses négociations personnelles avec la répu- 
blique de Sienne, tout en se disant bien haut tout occupé 
par la préparation de la future expédition de Naples (*). 

.... Dipoi non ha vendo pretermesso l' offitio nostro, questa 
mattina fumo in castello con maestro Theodoro, il quale ci riferi 
bavere ieri parlato ad longum cola M.ta Christ.ma sopra li fatti dì 
Montepolitiano, e tandem sperava le cose di V. S. bavere ad passare 
bene per bavere la B. M.ta meglio inteso le ragioni nostre; dipoi 
immediate fumo cum M.gr de Ligni il quale assai con bona ciera 
ci dimostrò bavere simile parlato cola M.ta Gbrist.ma per piii che 
un bora, et imprimis ci disse cbe Sua M.ta non baveva inteso nelo 
capitulo facto co li Fiorentini si bavesse intercluso etiam Montepo- 
litiano et in fine cbe le pareva cbe si bavesse non seguire quanto 
si era ragionato, cioè cbe dil fatto di Montepolitiano durante la 
tregua non se babbi a ragionare, e dipoi sia remesso dejure nella 
M.tà Cbrist.ma stando etiam la possessione apresso di V. S., come è 
a presente durante la tregua e dipoi in nome della M. Cbrist.ma per 
infino sia per sua M.ta determinato. E seguendo il suo parlare assai 
demonstrativo di afifectione verso le cose pubblicbe di V. S. disse 
etiam bavere presa la causa nostra in consiglio coli oratori fio- 
rentini, dicendo cbe per esser superiori a noi, non si curavano 
romper la tregua, e tandem subgiunxe, dicendo: < Non dubitate cbe 
mentre sto in Italia, li Fiorentini non barano mai Montepolitiano^ 
et altre bone parole ad simile efetto et etiam cbe baveva colla 
M.ta regia dicto quanto V. S. li bavevano mandato di offerire, e 
come non baveva voluto aceptare alcuna cosa inanti .cbe si con- 



(*) Sienne, ibid. id. Les mèmcs à la Balia, 30 octobre 14i>9. 



DOCCMENTS SUR i/aMBASSàDB SlENNOISE À MILAN 57 

cludesìie cola S. M.ta. Havendo ad tutto resposto quanto judicamo 
covenirsi, domandamo S. S. della partita della M.ta Kegia; ci re- 
s[f0s9e absolute dover partire lunedi prossimo, e dicendo noi che saria 
impossibile havere risposta da V. S. ci disse che omnino li pareva 
dovessimo seguire la M.ta Christ.ma per infino che concludessimo 
e che sua S. accompagnaria S. M.tà insino in Piemonte e di poi se 
ne tomaria per seguire V impresa di Napoli. Noi magnifici Signori 
j>er quanto habi^mo da prefato Mro Theodoro, M. de Ligni piglia 
le cose come sue proprie et apertamente le favorisce. Simili ter, 
prò viribus, il prefato medico non manca con ogni opera e dili- 
«^entia, e pertanto ci pare sia nostro offitio recommandarlo iterum 
alle S. V. di quella picola cosa della pretura di cotesta città. 

Pendant tout leur séjour, les ambassadeurs s* étaient 
trouvés à court d*argent; dès le début, ils avaient fait 
savoir à Bienne que leur logement leur coùtait à lui seul 
un ducat par jour, et encore ne V avaient-ils pas eu sans 
peine à ce prix, à cause de la multitude d* étrangers 
rjunis à Milan. A la fin d*octobre ils étaient endettés, et 
devaient demander des subsides supplémentaires (*). 

Ceterum havendo ad seguire la M.ta Christma et essendo in 
tatto senza denaro, V. S. volendo seguitiamo S. M.tà per conclu- 
dere cole prime lettere ci mandino denari, perche a questa hora 
ci siamo indebitati ne potremo partire senza che V. S. havessero 
provistoli. Ieri questi Milanesi giuromo fedeltà alla M.ta Regia. 
Della impresa di Napoli ancora si affermi doversi fare, tamen si 
crede passara qualche mese. Nec alia. Vestris Magnificentiis nos 
homUiter commendamus. 

Une autre lettre, écrite le jour suivant (31 oct. 1499) 
après un nouvel entretien avec Ligny, conflrme les nou- 
velles données dans la précédente et, avec le projet plus 
ótabli d'escorter le roi, une demande d'argent plus pres- 
sante: 

.... Non desistendo dallo ofiltio nostro, essendo oggi in castello 
M.gr de Ligni, monstrando a Sua Signoria per più ragioni il capitolo 
fatto dalla M.ta del Be coli Fiorentini non obstare alla compositione 
da farsi con le S. V. , S. S. rispose suspeso, ne afirmando ne etiam 
negando, ma bene dicendo che non vi era considerato et in fine 
disse: < lassiamo venghino li capitoli della tregua tra voi e li Fio- 

(M Meme lettre citèe précédemment. 



58 L.-a. PÉLISSIER ' 

rentiui e poi saremo insieme. * Subjangendo noi non credevamo f us- 
sero veneti avanti la partita della M. Christ.ma partendo lanedi. Sua 
Signoria disse : « Seguirete in ogni modo la S. M.ta e fate vi sieno 
mandati » e monstrando essere necessario seguire la M.ta 0hrì8t.ma 
e Ch. S* S. faria compagnia alla S. M. et ci faria expedire e che 
era necessario concludere con S. M. Unde^ Magnifici a Signori co- 
gnoscendo le S. V. volere seguire li judicii di N. S. di Ligni, ha vendo 
noi ad seguire in Francia, inprimis habiamo intra noi M. Joan 
Baptista cola quantana ordenaria, deinde accio che V. S. non hab- 
bino fadiga a pensare se habiamo spesi tutti li denari, quelli ci 
liano dati mandiamo .... accioche piacendo alle S. V. andiamo in 
Francia, mandino tale provisione che possiamo andare et ubidire 
V. S. e tale provisione che essendo in Francia possiamo stare ad 
spedire le commissioni delle S. Quibus nos (*). 

Ces négociations entre Sienne et Louis XII, ces ar- 
raugements avec Ligny ne devaient pas avoir de con- 
clusions. Là Balia de Sienne rédigea un projet de traile 
avec Louis XII: 

Pro bono, pace, quiete, exalta tione et augumentatione civitatis 
Senarum et conservatione ejus libertatis et praesentis status, attenta 
sincera devotione et fidelitate totius populi Senensis erga Christ.mam 
Kegiam Majestatem, prò conservatione Senensis reipublicae et ejus 
libertatis et praesentis status totiusque communi tati s territorìi et 
dominii ipsius M.ci comunis Senensis et omnium et singulorum 
suorum subditoruìn, vexallorum, recommissorum et confederatorum, 
eorum libera voluntate, partes predictae devenerunt ad inscrìptam 
conventionem et intelligentiam, et inter eos feceinint, convenerunt 
et firmaverunt manuscripta capitula et appuntamenta inter prefa- 
tam Christianissimam Regiam Majestatem et dictam rempublicam 
Senensem perpetuo duratura; quorum quidem capitulorum tenor 
talis est, videlicet: 

Imprimis ser.ma E. M.tas ad supplicationem prefati magnifici 
Comunis Senensis recepit in suam protectionem civitatera Senensem 
et ejus libertatem et praesentem statum cum tota ejus ditione et 
dominio, subditis, recommendatis et confederatis quos habet In po- 
tentia. 

Item S. Christ.ma regia M.tas teneatur et obligata sit manu- 



(*) SiBXNB, ibid, les ambassadeurs à la Seigneurie. 31 oct. 1401*. 
— Je supprime \in postrscriptuui saiis importanco. 



DOCUMBNTS SUR l'aMBàSSàDE SIENNOISE k MILAN 59 

tenere et defensare civitatem Senensem et ejus libertatem et prae- 
sentem statum eiasque domÌDÌum, subditos, rocommendatos et con- 
lederatos ab omnibus et singalis potentatibus et personis semper 
et perpetuo defendere. 

Item quod magnificum commnne Senense cum tota ejus jurì- 
sdictione teneat amicos ipsius christianissimi regis prò amicis et 
inimìdS} et sìmiliter Serenissima et Chrìstianissima Regia Majestas 
teneat amicos communis Senensis prò amicis, et inimicos prò ini- 
micis. 

Et predicta omnia et singula intelligantur semper salvo jure 
sacro Sancti Eomani Imperli ('). 

Ainsi une alliance était conclue avec le roi pour la 
tranquillile et V accroissement de la République; le roi de 
Franca prenait sous sa protection Sienne, sa liberto, son 
état présent, tout son domaine, ses sujets et ses confé- 
dérés; il s' engageait à la défendre, elle et ses confédérés, 
toujours et en tout temps; les deux parties contractantes 
auraient les mémes amis et les mémes ennemis; les droits 
de r Empire étaient réservés. On peut remarquer que 
dans ce projet il n*était fait mention ni de Montepulciano, 
ni d*un corps d* armée auxiliaire de deux cents lances 
que Sienne devrait fournir au roi. 

Mais ce projet, vraisemblablement présente au roi 
par les ambassadeurs sous cette forme ou sous une forme 
analogues, se heurta à V opposition que tout un parti (en 
lète duquel se trouvait le cardinal d' Amboise) faisait aux 
prétentions de Sienne sur Montepulciano : D'Aubigny leur 
déclara que, pour s'accorder avec le roi, il était absolu- 
ment nécessaire de restituer Montepulciano aux Floren- 
tins (*), à qui Louis XII avait engagé sa parole de le 
faire rendre. Malgré cette déclaration qui serabJait exclure 
definitivement Sienne, les pourparlers continuèrent par 
l'entreraise de Ligny, à qui les Siennois avaient exposé 
leurs droits sur Montepulciano. Ligny leur fit avoir le 
6 novembre une nouvelle audience du roi, à laquelle il 
assista Seul avec eux. Le roi les renvoya à D' Amboise. 
Après un nouvel exposé de V affaire , aussi détaillé que 
possible, D' Amboise, Gié et le marquis de Saluces, leur 
signiflèrent que le roi ne voulait pas défaire ce qu' il 



. ') SiESXB, ibid. Balìa. 347, fol. 198. 

i^) Florekcb, a. d. Stato Lettere estere alla Signoria. Lettre 
du 30 novembre 1499. 



60 L.-a. PÉLISSIER 

avait fait et que pour s' entendre avec eux, il fallait que 
le traile demandò par les Siennois ne contrariàt pas les 
traitcs conclus avec les autres puissances. La conversation 
en resta là, et le lendemain le roi quitta Milan en leur 
faisant declarer par Ligny qu' il voulait tenir son serment 
aux Floréntins (*): 

Magnifici domini priores et domini observandissimì, post com- 
mendationem eie. Lunedi nocte adi 4 del presente, ad hore X; rice- 
verne lectere di V. S., le quali bene considerate, Martedì seguente 
andarne a trovare Mons. di Ligni, et conferito a Sua S. quanto ha- 
vevamo dalle S. V., havendo lui lecto prima le lectere dell'homo suo 
di costa, ci respose circa al capitolo delli cinque mila ducati bavere 
adviso di seimila. Et cosi ci mostrò la lettera delP homo suo , inde 
dÌ3se : « Saremo poi insieme del facto mio. » Descendendo poi alla 
conclusione da farsi con la M.tà del Re, havendo ben facto intender 
le ragioni nosti'e circa le cose di Monte Folitiano e come li nosti'i 
Capitoli non contrariavano alle altre Confederazioni facte per la 
Regia M.tà, si come e per lectere e per la istruzione di V. S. 
bene eravamo informati, componemo tandem Sua Signoria ci facesse 
bavere audientia dalla M.tà christianissima et per molte occupa- 
zioni di Sua M.tà il di non fu possibile. La mattina seguente, 
che fumo a di VI, dopo desinare Sua M.tà di bona voglia ci udì 
in presentia di Mons. di Ligni et havendo exposto et dimostrato 
a Sua M.tà potere fare la confederazione etc. con V. S., et etiam 
pregato Sua M.tà si degnasse volere aceptare quelli come boni 
figliuoli et servidori sempre stati della Sacratissima Corona di 
Francia, etc. , la M.tà Sua si volse a Mons. di Ligni, domandando 
se Monte Folitiano era stato antiquamente dei Senesi : quantunque 
più volte per noi fusse stato facto intendere a Sua M.tà. E final- 
mente disse a Mons. di Ligni dovessemo essere con Mons. di Iloan, 
e che li facessimo intender quello domandavamo, se si poteva 
fare. > De inde partimo con Mons. di Ligni et andamo a la Camera 
dello intendente; laove lo trovamo a mensa; desinato che ebbe, 
ci chiamò et, insieme con lo Marescial di Giè, Mons. di Ligni et 
Marchese di Saluzo, ci domandò quello diciavamo. Noi replicando 



(*) Bienne, A. d. S. Lettere di Balia 422, les mémes à la Balia. 
13 novembre 1499. Je cite cette imi)ortante lettre, malgré sa lon- 
gueur, parce qu' elle présente en raccourci et d*une fa^on saisissante, 
le procede dilatoire employé par les agents de Louis XII pour user 
la patience des Siennois et leur taire imposer silence à leurs pré- 
tentions. 



DOCUMKNTS SUR l'àMBàSSADE SIENNOISE A MILAN 61 

né pomettendo alcuna cosa quale giudìcassemo essere al proposito 
nostro; inanzì che ci respondesse parlorno insieme, dipoi ci rispose: 
« Domini mei, la M.tà Begia non vuole rompere quello che ha fatto 
ne U iuramento preso. Se voi volete fare li vostri Capitoli, non 
contrariando alli Capitoli fatti con li altri potestati, ogni altra cosa 
sì comporrà ; > et allegando tal cosa saria pregiudiciale alle cose no- 
stre: cognoscemo denique non amettere le nostre ragioni. Sed potias 
videbatur aegrè ferre. Unde presa licentia fumo con Mons. di Ligni, 
domandando Sua S. q^^ello li pareva dovessimo fare. E^spose di 
non volerne parlare la sera alla M.tà et che tornassimo la mattina. 
Coffl, partiti da Sua S., pregamo iterum il Vescovo si degnasse 
operare in benefizio di cotesta republica et<s., havendoli prima nar- 
rato ad plenum quanto era al bisogno. 

Dipoi, giovedì mattina summo mane tornati a Mons. di Ligni, 
trovamo Sua S. si preparava a cavalcare; disse: « La M.tà del re 
parte et io ho parlato con la Sua M.tà, la quale non vorrebbe 
rompere al giuramento: ma che haveva parlato etiam al cardinale 
il quale restava in Milano due di et che noi li doveasemo parlare 
et Sua S. ne parlaria in Vigevano con la M.tà del re di nuovo; 
et noi dipoi, con lo cardinale andassemo a trovare la M.tà del 
re in Vigevano», et cosi, parti con la M.tà Sua. Il di non fu pos- 
sibile bavere audientia dal cardinale per le molte expeditioni, etc. 

Venerdi mattina ristrettici insieme, considerando che nò dili- 
^ntia né p>arole ne prosuntione né alcuno favore giovava alle cose 
nostre, pensarne tentare qualche altra via. Et cosi, parlato ad uno 

mezo quale giudicamo a proposito con quello destro modo 

componemo tentasse a cose fatte et sabbato ci fu risposto, dandoci 
non piccola speranza, ma grande, et che bisognava andassemo a 
Vìgevano. Cosi composto, domenica sera ci trovamo in Vigevano. 
La dove cercato con instantia il meso predetto et tandem non 
trovandolo, fumo con Mons. di Ligni, come havevamo composto, 
et perché era molto tardi, ci ordenò tornassimo la mattina. Et 
0091 il lunedi, tornati a Sua S. ci mandò con uno suo homo a par- 
lare al cardenale: Il quale ci usò qualche pia humana parola cbe 
il solito, dicendo che la M.tà Regia ci vorria per buoni amici, 
ma che non poteva rompere la promessione ; et infine, senza con- 
olosione partiti, andamo per pigliare licentia dalla M.tà del re la 
«|uale essendo ancora a mensa ; usata la solita et consueta prosun- 
tione^ pariamo et replicamo assai ad longum con Sua M.tà circa 
alle cose predette. La quale, ancora che difficilmente et parte con 



ì 



62 L.-G. PÉLISSIER 

interpretazione di Mona, di Ligni, ci fé intendere : < Sua M.tà vo- 
leva le S. V. per boni amici et che non faria mai male alla città 
di Siena et se quella havesse diSerentia con altri, si mettarìa di 
mezzo a fare pace, et che non voleva in Italia, se non le cose sue, 
Milano et lo reame di Napoli, » et cosi molto lietamente ci di- 
mostrò le S. V. havevano a stare di bona voglia, che li terrebbe 
per boni amici. Et apponendo Mons. di Ligni qualche parola che 
li nostri capitoli non obstavano alle altre Confederazioni, Sua M.ta 
li disse ne parlasse a Mons. Vescovo di Lu9on. Noi, recomendata 
a Sua M.tà et la Città et le S; V., domandato se quella voleva 
comandare alcuna cosa et pregato etiam facesse scrivere a V. S., 
ci partimo et Sua M.tà subbito andò a caccia: La sera aspettato 
Mons. di Lignl molto di notte che al consiglio uscisse per parlare 
al prefato vescovo, mandò uno delli suoi con esso noi, et parlato 
havemo con Sua S., la conclusione era, che il iudicio in tra li Fio- 
rentini et le S. V. havesse ad rimanere nella M.tà del re; repli- 
cando di tal cosa non havere commissione, et che etiam porria 
pregiudicare alle cose nostre, respose non dovavano dubitare, si 
perchè la M.tà regia era ben disposta verso le S. V., si etiam perchè 
indicava Sua S. non intendarsi Montepolitiano in li Capitoli dei 
fiorentini; et tandem partimo senza altra conclusione : Noi, dipoi 
havemo le ultime da V. S. habiamo ricercato più volte Mons. di 
Ligni di stipulare con Sua S. la quale sempre ci ha resposto: • Lo 
• cose mie le assettaremo bene », dimostrando non fare diflcultà di 
concludere et hora per mattina si resolve volere mandare uno suo 
con mandato per concludare con V. S.; stimiamo sia per certificarsi 
da cinque ad seimila come di sopra. Et cosi, fattaci fare la speditione 
deUe lettere regie a V. S., parti con la M.tà del re la quale se 
retorna in Francia ; et Sua S. disse saria di ritoi*no non prima 
in termine di otto o dieci giorni. Ora, Magnifici domini, havendo noi 
usata ogni diligentia a noi possibile per exeguire la commissione 
di V. S., né havendo potuto sortire effetto per le cagioni ante- 
dette, cognosciamo qua la instantia nostra non ci è più necessaria 
et perciò preghiamo V. S. ci dieno licentia quanto prima, per le- 
vare spesa alla Eepublica, et etiam satisfaranno al desiderio nostro. 
Et presentemente havendo Mes. Giovanbattista la quartana ogni 
giorno suo più grave et quest* aere li è molto nociva. Noi siamo 
qua insino ad queat' ora indebitati in 270 sd, et ogni giorno se 
ne fa più : Siamo qua nella fame omnibus. Degnisi V. S. man- 
dare la prò visione presto, acciò si minuisca la spesa, et cosi ne 



I 



DOCUMBNTS SUR l'àMBASSADE SIENNOISE A MILAN 63 

potremo retornare. Le lettere della M.tà regia mandiamo illigate 
con questa. Havemo spedito ier sera il cavallaro : ma Mons. di 
LigDÌ disse li saria caro che aspettassimo lo homo suo in Milano, 
sino ad ora di dìnnare et cosi, ora spediamo cavallaro et siamo 
adi xiii di novembre ad ore xviii. 

E. V. D. 

filii et Ser/' Jheronymus Ptolomeius 

Johannes Bap.** Sanctus 
Jheronymus de Sergardis 

Les négociations, assez singulières et dont il est en- 
core assez difficile de discerner le but et de connattre 
les peripéties, engagées par Sienne avec Ligny, suivirent 
une marche parallèle. Le 31 octobre le gouvérnement 
Siennois approuva un projet de capitoli concia par ses 
ambassadeurs avec le general francais ('). 

La magnifica Republica di Siena elegge per suo capitano ge- 
nerale lo ili. Sig. M.gr di Ligni prò uno anno proximo tanto da 
incominciare adi primo di dicembre 1499 con provisione de dacati 
cinque milia d' oro per tato dicto tempo da pagarsi in questo 
ffio-io videlicet: 

Bacati 2000 stipulato il contracto et acceptato che harà S. S. 

Dacati 2000 per tempo di due mesi inde futuri. 

Bacati 1000 da Pascha proxima de la resurrectione in la. 
Et S. S. deba promettere e jurare ne le mani deli ambasciatori 
'le la rep. Senese existenti in Milano appresso la Christ.ma M.tà del 
Re di Francia defendere la oittà di Siena, suo contado e jurisdi- 
tiooe e presente stato et nominatim la terra di Montepulciano 
oonjancta cum la republica Senense federe in acquali, da qualunche 
potestato o altri di qualunche conditione si fusse che cercasse of- 
fendere la dieta città suo contado jurisdictione e stato e dieta 
terra de Montepulciano, quomodocumque o vero ciascuno de so- 
pradicti loci. 

Et in caso che a la Republica predicta fusse dato alcuna mo- 
lestia o fato alcuno insulto ne le cose sopradicte prefato ili. S. de 
Ligni se obliga e promecte a rechiesta de la dieta, republica ve- 
nire a la defensione di essa con quelle gente che sarà expediente 
i^econdo la qualità e conditione del offendente e juxta la sua pos- 
sibilità. 



(M SiEXNB, Balia, 347, ibi. 298. 



64 L.-G. PKLISSIER 

Item Sua S. Ill.ma debbi quietare la Rep.ca Senese di qua- 
lunche cosa pretendesse dovere bavere da quella, usque in prsesen- 
tem diem. 

Item S. Sig. debbi mandare commissione che li sopradicti 
ducati due milia de la prima paga si paghino in mano del M.co 
M. Filippo de Rochabertina per cautela de la Republica Senense 
predicta. 

Item S. Ill.ma Signoria se interponga appresso la Christma 
M.tà sia levato ad la dieta Bepublica senense il peso dele ducento 
lance perche e impotente e exhausta per le spese havute molti 
anni passati maxime ne le cose di Montepolitiano come sarà richiesta 
d^ li oratori senensi comò fece lo Be Carlo quando andò a lo 
acquisto del regno di Napoli ; el quale, cognosciuta la impotentia de 
la Reppublica Senense la prese in protectione senza alcuna gra- 
veza. Non eximiamo trovare manco gratia appresso questo Re 
Christ.mo, maxime mediante la opera di sua Ill.ma Signoria. 

Ligny était nommé capitaine general de la république 
de Sienne pour un an, à compter du !•' décenibre 1499, 
et aux appointements de cinq mille ducats d* or, payables 
deux mille ducats au moment de la stipulation du con- 
tratet de V échange des signatures, deux mille ducats en- 
suite après un délai de deux mois, et les mille ducats 
restants à Pàques. En écbange Ligny prétait serment 
entre les mains des ambassadeurs Siennois de défendre 
la République de Sienne, sa ville, son comté, les terri- 
toires de sa juridiction et nomniément Montepulciano, uni 
à Sienne par un foedus acquale j contro toute puissance 
qui chercherait à Tattaquer. Ligny promettait et s'obli- 
geait, en cas d'attaque dirigée contro la République, de 
venir la défendre avec les troupes nécessaìres, suivant la 
puissance de l'aggresseur et suivant la possibilité qu'il 
en aurait lui méme. Ligny, moyennant cela, donnait quit- 
tance à la République de toute autre chose qu* il pouvait 
prétendre lui étre due par elle. Il s* engageait à inter- 
venir auprès du roi pour demander la suppression de la 
clause du traité qui réclamait deux cents lances à Sienne : 
Cotte charge était trop lourde pour Sienne, vu ses dópenses 
des années précédentes; d'ailleurs le roi Charles Vili avait 
accordé sa protection à Sienne sans rien lui demander en é- 
change. Enfin Ligny promettait d'envoyer un pouvoir pour 
quo le premier versement pilt étre opere par la Républi- 
que, en toute sùreté, entre le mains de son agent Philippe 



DOCCMENTS SUR L AMBASSADB SIENNOISE A MILAN 65 

<le Roqueberlio. La république envoya à Milan en memo 
temps 2200 ducats, 2000 pour Ligny en deux cents en 
cadeau à Roquebertin ('). Elle offrait méme à Ligny de 
lui accorder son capitanat pour trois ans« avec un piatto 
aoDuel de cinq mille ducats, bien que son habitude fùt de 
ne le conférer que pour deux ans (*). En échange le gouver- 
nemeot Siennois ne demandali à Ligny que deux légères 
concessions: la faculté pour les deux années suivantes de 
de payer sa pension par tiers, et la déclaration que bien 
(]\i\ì flit capitaine general des troupes de pied et de 
cheval, la garde de la ville continuerait comme par le 
passt'^ à appartenir à la république ('). Ligny acceptait 
les lignes générales de ce traité, mais sa rapacité de con- 
d(»tticre r amenait à de nouvelles exigences en matière 
pécuniaire: tandis qu*à Milan les ambassadeurs lui of- 
t'raicnt cinq mille ducats, il leur disait savoir qu*à Sienne 
OD en offrait six mille à Roquebertin (*). Ce ne fut que 
le 13 novembre dans sa très longue discussion avec les 
ambassadeurs siennois qu'il fìnit par accepter le subside 
de cinq mille ducats seulement. Le 18 novembre on 
nomma à Sienne six commissaires pour traiter definiti- 
vement Roquebertin sur ces bases; ce furent Niccolo 
Borghesi, Peligori, Daniel de Gallerani, Angelo Palmieri, 
Giovanni Antonio Saraceni et Pandolfo Petrucci ('). Mais 
cette négociation ne devait pas aboutir: déjà T esprit 
mobile de Ligny se préoccupait d*autres ambitions, et 
c'était dans le Montferrat ou à Venise qu'il songeait dès 
le mois de décembre à satisfaire son désir de domination 
personnelle et de puissance Indépendante. Ses pourparlers 
avec Sienne, restés sans conclusion fixe, continuèrent à 
trainer misérablement; le 15 février 1500 on nommait 
encore trois commissaires pour les continuer (•). Le retour 



SiBKXB, ìbiiì. Balia, XLI, 31 octobre 1499. 

(') SiiZKNE, ibid. Balia, 347, fol. 213. t OratonTms mediolani », 
:n octobre 1499. 

\^) SiBNNE, ibid. Balia, XLI, 1*' nov. 1499 « delibera verunt eli- 
cere et elegerunt iU.mum D. Lodovicum de Limburgh , dominum 
(I^ Ligny, in capitaneum et prò capitaneo armorum equestrium et 
pt'deHtrium remanendo custodiam civitatis ad instantiam et obedien- 
tiam republicae Senensis prout est ad praesens. 

{*) Voir la lettre citée plus haut du 13 novembre 1499. Le IG 
novembre la Seigneurie votait un don de trente ducats à son secre- 
taire Bouffinier. 

(^) SiBNNB, ilmL Balia, XLI, 18 novembre 1409. 

V*) SiEXXE, ibid. id. 15 fevrier IFjOO. 

Bii^Utt, Stuese di 51. Patrta — l-1S'96. 5 



66 L.-G. PÉLISSIER 

à Milan de Ludovic Sforza V interrompit définitivement 
— Quant à 1* ambassade, elle annongait des le 13 novem- 
bre que sa présence à Milan, vu T inflexibilité de Louis 
XII, était désormais inutile, et elle retourna à Bien- 
ne (*). Les exigences, les lenteurs des Frangais, l'affaire de 
Montepulciano où les deux parties se heurtaient chacune 
à un non possumus réciproque n' étaient pas de nature 
à gagner à Talliance francaise la république de Sienne. 
L* ambassade du mois d* octobre se termina dono, et elle 
devait se terminer, par un échec, et cet échec eut pour 
conséquence immediate le rapprochement plus intime de 
la république de Sienne avec le gouvernement restaurò 
de Ludovic Sforza. 

Montpellier 

L. G. PÉLISSIER 



('^ Je n' ai pu trouver d' indication précise sur la date de la 
rentree des ambassadeurs siennois à Sienne. 



UNA CORTIGIANA NELL'ASSEDIO DI SIENA 



Mentre Cosimo I, ambizioso e impaziente d* impadro- 
nirsi di Siena, la stringeva da ogni parte colle soldatesche 
imperiali e spagnuole, ed i senesi con tutte le forze possi- 
bili difendevano 1* antica e gloriosa loro libertà, accadde 
quanto sono per narrare: cose piccole e rimaste oscure, 
ma non indegne di essere riferite. 

Nei primi giorni di aprile del 1554 una vecchia, oriunda 
fiorentina, si presentò alla porta del castello di Brolio 
e chiese di parlare con Giulio Ricasoli, uomo devoto al 
(loca Cosimo, suo commissario di guerra, e fautore delle 
imprese di lui, come quasi tutti gii altri della fiera fa- 
miglia baronale (*). La vecchia veniva da Siena, dove per 
(lue mesi avea dimorato in casa di una giovane di poca 
onestà, sorella di un suo genero. Questa cortigiana era 
notoriamente amata da un Teofllo speziale, ma non si ri- 
guardava punto di fargli qualche torto. E così un inge- 
gnere francese, alloggiato nella casa stessa, non durò 
molta fatica ad entrare nelle buone grazie di costei ; e 

< ragionando amorosamente >, conobbe che la poveretta 
aveva la più gran paura del mondo quando T artiglieria 
degli assedianti si faceva sentire. L'ingegnere, per farle 
coraggio, le disse allora con bassa voce e con mistero: < Sin 

< di buona voglia ^ percJiè presto non tireranno più, ch'io 

< voglio fare loro uno scherzo che si ricorderanno dei 

< fatti mia per sempre ». 

La cortigiana tutta curiosa voleva saperne di più e 



(*) Giallo di Antonio Hicasoli e di Ginevra dei Medici nacque nel 1520 
♦* morì nel '70. Commissario nella guerra di Siena, ebbe l'incarico di 
< onquistare i paesi del Chianti. Assediò invano San Gusmè, ma fece una 
ritirata onorevole ed allora si fortificò in Brolio, vigilando alla cu- 
stodia delle castella vicine. Dopo la guerra Giulio rimase carissimo 
al duca Cosimo, che lo colmò di onori. 



6S e. CARNESBCCHI 

non risparmiava preghiere e lusinghe, tanto che V altro 
le confidò alla fine che stava preparando una mina assai 
fonda ; la quale « si moveva da una colombaia della cit- 
< iadella > e doveva arrivare nel campo nemico sotto 
una specie di casa, dove gli assedianti tenevan raccolta 
e serrata la munizione. La mina era già « a buon termine > 
e prometteva produrre un eflfetto terribile e senza rimedio. 
Vi lavoravano, di notte e forzatamente, parecchi soldati 
dell'esercito mediceo, che i senesi avevan fatto prigionieri 
di guerra: costoro durante il giorno stavan rinchiusi e 
ben guardati, perchè nulla potessero raccontare. Della 
mina l' ingegnere aveva fatto un disegno sopra un grande 
cartone, da presentarsi al signor Piero Strozzi, e si com- 
piacque mostrarlo anche alla cortigiana. 

Costei, sebbene da un pezzo in Siena e da molti repu- 
tata senese, si ricordò di esser nata in Firenze e si turbò 
air idea del perìcolo e del danno che dalia mina potevano 
improvvisamente venii'e ai soldati e air impresa del duca 
Cosimo, di Firenze signore e padrone. Accortasi pertanto 
« have}^ amore alla patria >, sebbene da lei disonorata 
colla vita licenziosa, si confidò colla vecchia e la mandò 
a rivelare la cosa agli assedianti : la speranza di un grosso 
premio penso che non fosse estranea a tale risoluzione. 
La vecchia non sapeva a chi presentarsi, ma avendo in- 
teso che Giulio Ricasoli era a Brolio e faceva < molle 
« cortesie a ognuno e maxime alle donne », a Brolio ad- 
dirittura si recò, come abbiamo veduto, e disse per (ilo 
e per segno al Ricasoli tutto quello che già sappiamo. 
Giulio Ricasoli, stato alquanto sopra pensiero, rimunerò la 
vecchia e le impose di ritornare in Siena, promettendole 
uno scudo se portava il cartone col disegno della mina. 
Qual disegno era < una cosa lunga come una strada » 
ed in fondo aveva « una piaza larga come un' aia » : 
nel mezzo a questa si vedeva un segno, corrispondente al 
luogo delle munizioni. 

Qui è naturale la domanda : Chi era e come si chiamava 
l'ingegnere francese? Dirò subito che poteva essere be- 
nissimo quel Malagrida, ingegnere del Re Cristianissimo, 
che, stando a quanto narra il diario del Sozzini, proprio 
nell'aprile 1554 per ordine di Piero Strozzi disegnò una 
trincea < accanto alla porta a Camullia ed accanto le 

< 7)ìura >; e che nel successivo dicembre fece costruire 
una ritirata, < dentro alle mura sopra la porta a Ovile 

< rincontro al monistero di San Lorenzo >, giudicando 



UNA CORTIGIANA NELl/ ASSEDIO DI SIENA 69 

detto luogo il più pericoloso della citta. Ma non oso as- 
serire con certezza, pensando che il Malagrida avea forse 
con sé qualche altro ingegnere per essere aiutato nel di* 
rigere le opere di fortificazione e difesa. 

Giulio Ricasoli non indugiò, ed il 5 aprile scrisse a 
messer Bartolomeo (Concino, segretario del duca di Fi- 
renze « in campo », esponendogli quanto avea saputo 
dalla vecchia circa la mina dell'ingegnere francese, e pre- 
gandolo di mostrar la lettera al marchese di Marignano 
e di spedirne un sunto al duca. Aggiunse altre notizie, 
che non erano sicure ma sembravano degne di fede; cioè 
che in Siena si trovavano raccolti più di quattromila fanti 
forestieri pronti a < saltare in campagna >j che Piero 
Strozzi con gente a piedi e a cavallo non era stato in 
tempo a soccorrere Belcaro (*), che nel convento di San 
Francesco i senesi approntavano artiglieria piccola e grossa. 
Né tacque del sospetto avutosi a Brolio di un assalto im- 
provviso per parte di < certi furfanti^ quali passorno via 
€ senza che si potesse metter loro le mani adosso », seb- 
bene il Ricasoli gli giudicasse piuttosto malviventi e ladri 
che nemici. 

Fu cura del segretario Concino, appena ricevuta la 
lettera di Giulio Ricasoli, di avvisare il duca, narrandogli 
della mina e del resto. Ma soggiunse che alle rivelazioni 
sulla mina non credeva, perchè altre persoi^e uscite di 
Siena ed interrogate circa le cose della città nulla ne 
avevano detto, e perchè pensandoci bene, le difficoltà per 
farla erano molte e gravi. Non mancò il Concino di assi- 
curare tuttavia il duca che si sarebbe vigilato e prov- 
veduto < per rompere ogni disegno del nimico », e 
che le munizioni, prima tutte riunite, sarebbero state di- 
vise e riposte in più luoghi. Secondo il Concino, l'inge- 
gnere poteva avere preparato la mina, ma aveva anche 
voluto, parlando colla cortigiana, < magnificargli V opera 
€ sua alla franzese, con mostrargli di fare qualche gran 
€ cosa ». 



( ) L' acquisto di Belcaro, fortezza dei Turauiiiii a due miglia da 
Siena, fu di molta importanza per 1* esercito assediante, anche j)erchù 
da quella parte entravano in Siena molti viveri. Lo Strozzi aveva 
promesso un soccorso di miUe fanti a quei di Belcaro, ma gP impe- 
riali Io prevennero recandosi ad assalire la fortezza con duemila fanti, 
cinquanta cavalli e due pezzi di artiglieria. Il duca di Belforte, che 
difendeva Belcaro, mori combattendo ; ed allora i suoi soldati subito 
si arresero. La fortezza fu messa a sacco dagl' imperiali. 



70 e. CARNKSECCin 

La lettera del segretario ducale, scritta dal « felicis^ 
« Simo exercilo sopra Siena >, riferiva inoltre che il si- 
gnor Chiappino Vitelli col capitano Bombaglino e colla 
sua compagnia erasi portato a Lecceto, V insigne mona- 
stero degli eremiti agostiniani cinto di mura e torri, 
dove € entrarono nella chiesa ben trinceata e bastionata y 
€ e trovarono nella tm^re alcuni fanti del conte di Gaiaz- 

< zo > (*). Il Vitelli volle parlamentare e tentò di persua- 
dere quei fanti ad arrendersi ; ma non potè a ciò indurli, 
ed anzi gli trovò fermi nel loro dovere e risoluti a dispe- 
rata difesa. Il marchese di Marignano decise allora di 
mandare di nuovo Bombaglino ad occupare la chiesa, perchè 
i fanti non fuggissero dalla torre, né potessero essere 
soccorsi. Mentre Bombaglino andava, si vide intorno a 
Lecceto molto e denso fumo, e corse voce che per ordine 
dello Strozzi si bruciavano < tutti li strami >, neir intento 
di abbandonar poi Lecceto. Il marchese cogli spagnuoli e 
coir artiglieria si dirigeva intanto a quella volta. 

Diceva per ultimo il Concino che in Siena preparavasi 
contro gli assedianti « una sbroccata in un tempo per 
« metterne paura »^ ma che la carestia sempre più sì fa- 
ceva sentire dentro la città, e che alcune pie gentildonne 
senesi, quasi a rendersi propizio il cielo in tante strettezze, 
visitavano e confortavano con elemosine i prigionieri me- 
dicei E pievano aggiungere mestizia le parole di Piero 
Strozzi, durante il rimbombo delle artiglierie nemiche : 

< Questo scapigliato del duca ci fa una gran guerra >. 

Cosimo alla lettera del fido segretario rispose da 
Firenze T otto aprile , rallegrandosi innanzi tutto per 
r acquisto di Lecceto « se^iza contrasto » (*), ed argo- 
mentando poi che « le cose dell' impresa »^ ossia della 
guerra, andassero di bene in meglio per la prudenza e 
valore del marchese di Marignano. Circa T affare della 
mina il duca saviamente così esprimeva il suo pensiero: 

< L' ascoltar quella vechiarellaj che serve olla fanciulla 
« dell' ingegnier franzese, e servirsi di lei per cavare 
« qualche cosa de disegni de' nimicij non può se non 



0) Era capitano al servizio di Siena. 

('l II Sozzini scrive che il 4 aprile 1554 « li soldati frauzesi, 
« quali erano alla guardia di Lecceto, vista la perdita di Belcaro, se 
« ne uscirno di notte •, lo sgombrorno di vettovaglia e salmaria e nio- 
« schettoni ed altre robe, e la mattina seguente vi entrorno gV ini- 
« periali >. 



UNA CORTIGIANA NELL'ASSEDIO DI SIENA 71 

< giovare ». Aggiunse altre cose tutte relative alla guerra, 
delie quali tralascio di occuparmi. 

In conclusione, mi sembra che del fatto della mina 
non possa dubitarsi: anzi io credo vero per più ragioni, 
principalmente perchè la cortigiana e la vecchia non si 
sarebbero mai azzardate a entrare in ballo, come suol dirsi, 
per raccontare a Giulio Ricasoli una fiaba. Nulla avevano da 
guadagnarne e tutto da perdere, e poteva darsi che loro ca- 
pitasse addosso qualche tremendo castigo. Esse, del resto, lo 
avevano proprio veduto il disegno della mina ; e lo prova la 
descrizione precisa che la vecchia ne seppe fare al Ri- 
casoli, tanto da invogliarlo a procurarselo mediante la 
promessa di adeguato premio. La mina dunque era stata 
preparata e condotta molto avanti, con arte e con segre- 
tezza; ma poi non se ne fece altro, e se ne abbandonò il 
pensiero, per cause che ci sono ignote. È credibile però 
che insormontabili difficoltà sopravvenute impedissero di 
compierla e di farla scoppiare. Così air ingegnere fran- 
cese mancò l'occasione per farsi onore, come dall'altro 
lato alla cortigiana la ricompensa agognata, per avere 
con un amor patrio a modo suo fatto la gran rivelazione. 
La poveretta, quando più tardi per un bando degli Otto 
della Guerra dei 28 marzo 1555 sotto gravi pene furono 
espulse da Siena, con molte altre persone inutili, < tutte 

< le pubbliche meritrici e le private ancor che native 

< nella città » ('), si sarà più che mai e più delle infelici 
compagne rammaricata, pensando che, se la mina non 
andava a monte, ella avrebbe potuto o restare tranquilla 
in Siena od aver denaro per confortarsi nella disgrazia. 

Stampo la lettera di Giulio Ricasoli e quelle del se- 
gretario Concino e del duca Cosimo: i tre documenti, 
anche lasciando da parte quanto si riferisce alla mina, 
possono utilmente aggiungersi ai molti già pubblicati per 
la storia della guerra senese. 



Firenze, marzo 1896. 



Carlo Carnesecciii 



(*) Vedi il Diario del Sozzini. 



72 e. CARNESECCHI 



I. 



Molto magnifico signor mio (*) 

Ieri si dettono le lettere per messer Iacopo de' Medici a per- 
sona diligente e fidata, e si mandò via subito; alla quale detti per 
sua mercede tre giuli, perchè sono tanto scottati delle promesse 
vane che, a volere essere beh servito, conviene dar loro il paga- 
mento innanzi. HoUo segnato per esserne rimborsato, insieme con 
molti altri, de' quali ho lasciato la listra a Pandolfo per ordine del 
signor marchese: et harei caro non li ha vere a piatire, perchè po- 
trieno intiepidire la mia caldeza. Vostra Signoria adunche sarà 
contenta operare ch'io non ci metta di quel da casa. 

Di nuovo mi occorre dirli che qui è capitato una vecchia natia 
fiorentina, la quale si è riparata già dua mesi in Siena in cas^a 
una puttanella, quale è sorella d' un suo genero. E perchè questa 
puttana la tiene per ordinario un Teofilo speziale, nondimeno, 
sendo alloggiato in questa sua casa un ingegniere franzese, si 
è ancor egli carnalmente addomesticato con questa signora. E 
come si fa, ragionando amorosamente, mostrando ella di haver paura 
della nostra artiglieria, lo ingegniere li disse: Sta^ di bucnìu voglia, 
perchè presto non tireranno più., eh' io voglio fare loro uno scherzo 
che si ricorderanno dei fatti mia per sempre. E dimandando ella 
che cosa volesse fare, gli rispose che faceva una mina, la quale sì 
moveva da una colombaia della cittadella e doveva arrivare nel 
forte de' nostri, sotto una colombaia overo casa, ove diceva che i 
nostri tengono la munizione, e che di già l' era a buon termine, 
si che per questi quattro di faxxino il peggio che possono, perchè 
dipoi non tireranno piti, E queste parole disse martedì passato, 
aggiungendovi di più che di già la mina arrivava nel forte: la 
quale dice esser fonda assai, e vi fanno lavorare i nostri pri- 
gioni la notte, et il giorno poi son rinchiusi e guardati che non 
parlino a persona, e di giorno dice non vi lavorar nissuno. E di 
tutto questo gli mostrò il disegno, quale ha visto ancor questa 
vecchia. Che a sorte domandando la signora allo ingegniere che 
cosa fusse quel cartone, quale assomigliano a uno altare, lo inge- 



(*) 7?. Archivio di f^fato di Firenze : filza strozziana B5, a e, 101. 



UNA CORTIGIANA NELl/ ASSEDIO DI SIENA 73 

^ere rispose : Questo è il disegno della mina, quale io ho a por- 
tare al signor Piero, e presto sentirai dire qualche bella cosa. Hor 
qaesta puttanella, ancor che la sia stata un pezo a Siena e sia 
reputata sanese, nondimeno dice haver amore alla patria: e con- 
tidatasi con questa vecchia, ha mandato a farci advisati di tal cosa, 
tanto più che la vecchia li haveva detto che qui a Brolio io facevo 
molte cortesie a ognuno, e maxime alle donne, et a un suo fratello 
filale sta per opera sur un dei nostri poderi. Io ho dato a questa 
vecchia tre giul*, et rimandatola stamani in Siena con offerirli 
UDO scudo se la mi porta quel cartone, e che s' ingegni di ripor- 
tarmi indreto qualche altro particulare: e come la torni, ne darò 
sabito ad viso. Ha detto di più ancor questa vecchia che in citta- 
della 8Ì porta assai polvere, e che il disegno di quella mina è una 
cosa lunga come una strada, la qual nel fine ha una piaza larga 
come un'' aia, nel mezo della quale vi è un segno; del quale doman- 
dando la. signora che cosa fusse, li rispose lo ingegniere che quello 
era il contrassegno dove veniva la stanza della nostra munizione. 
Dice ancor questa vecchia che ieri si era messo in ordine gente 
[ter soccorrere Belcaro, ma che intendendo come di già era preso, 
non usciron fuora altrimenti. 

Ancor eh' io pensi chel signor marchese habbia più particulari 
adrisi e da persone di più portata, nondimeno non ho voluto 
mancare di scrivere particularmente a Vostra Signoria quanto habbi 
ritratto, pregandola ragguagli poi Sua Eccellenza. Li dico ancora 
come questa mattina ho parlato con uno di quei villani sanesi, 
qoal mi ha referto essere stato ieri in Siena; e dice come vi è 
drento molti soldati, e che martedì sera o mercoledì mattina, se- 
condo che havea sentito dire, erano intrati per la porta Bomana 
tre quattro bande, ma non sapeva se di soldati che venissino 
bora di quel di Roma, oppure de lor medesimi che fussino per le 
lor terre. Cosi che in Siena si ragiona vi sia più di quattromila 
fanti forestieri, e che gli hanno oppenione di saltare in campagna; 
et ieri si era messo in ordine dugento cavalli, fra celate et archi- 
bosieri a cavallo, e dnmila fanti per soccorrere Belcaro, e di già 
n'era uscito una parte, quando venne l' ad viso che gli era preso. 
Cosi mi ha detto che la nostra artiglieria ultimamente ha morto 
parecchi uomini per la strada di Camollia, e che in Siena si è git- 
tate parecchi pezzi piccoli di artiglieria et hora se ne gitta della 
^saa in un convento chiamato San Francesco. Ha dato nuova an- 
cora come le gente^ che abbruciorono martedì la Selva, crono qua- 



74 e. CARNESECCHI 

ranta cavalli che stanno alle Serre, e circa ottanta archibasìeri 
soldati, che stanno in q ne' contorni, oltre a un'infinità dì villani, 
e che la sera ciascuno tornò alle sue stanze. Cosi che di San Gusmè 
s' intende come tutti i soldati si partono e ci viene Ascanio Ce- 
rini, quello che fu preso in Firenze, con cinquanta altri soldati. 
Tornerà questo tale in Siena sabato, e domenica mattina mi rife- 
rirà tutto quello che harà potuto intendere. Cosi ho dato ordine 
di haver lingua delle cose di verso Bapolano; e di quanto potrò 
ritrarre ne darò subito ad vi so o a Vostra Signoria o all' Eccellenza 
del signor marchese, alla quale prego leggiate la presente. 

lersera si dette air arme qui a Brolio a dua hore di notte; e 
furon certi furfanti, quali passorno via senza che si potesse met- 
ter loro le mani adesso, ma invero non furono a mio giudi tio ini- 
mici. L' arme fu grossa, e credo andasse la voce fino a San Gio- 
vanni: pur io mandai subito gente in volta che facesse fermare i 
j)opoli, che non venissino in qua. Et altro non ha vendo che dirli, 
a Vostra Signoria bacio le mani e me li raccomando. Da Brolio, 
il di 5 di aprile 1554. 

Di Vostra Signoria 

Servitore 
Gialio Ricasoli. 

Retro: Al molto magnifico signor mio ossmo messer Bartolo- 
meo Concini secretano dell' illmo signor Duca di Firenze, in 
Campo. 



IL 



Illmo et eccmo signore e patron mio unico (*) 

Andò hieri il signor Chiappino Vitelli col capitano Bombagllno 
e parte della sua compagnia a riconoscer Leccete: entrarono nella 
chiesa ben trinceata e bastionata e trovarono nella torre alcuni 
fanti del conte di Gaiazzo, sudditi del conte Giulio da Montevecchio. 
Con li quali venuti a parlamento, s' ingegnarono di persuaderli a 
uscir della torre senza aspettare artiglieria, per non essere appic- 
cati. Non potarono indurli a questo, rispondendo coloro che erano 
là per difendere quel luogo per chi li haveva messi dentro. Par- 



(') R, Archivio di Stato di Firenze: filza medicea 1854, a e. 62. 



UNA CORTIGIANA NELL' ASSEDIO DI SIENA 75 

tironai lì nostri con far loro molte proteste, e se ne vennero al 
campo, non ha vendo commessione di fermarsi. Nel riferire il fatto 
al marchese, comparse il capitano Lodovico da Borgo con una 
lettera di quei suoi, che tiene in Toyano e nell' altra torre di 
Val di Rosia : la quale conteneva che la notte precedènte era pas- 
sato il conte di Oaiazzo con 200 archibusieri o più e con 30 o 40 
Ijestie da soma per sgombrare Leccete, ma che giunti presso al 
laogo, nacque tra loro certo sospetto e voltarono a dietro confusa- 
mente. Il che vedendo quelli di Toyano, se ben dubitarono di qual- 
che stratagemma, buttaron fuora nondimeno alla coda 10 de' lor 
archibusieri, che presero tre di quei galuppi'con le bestie, dà quali 
intesero quel che era successo come di sopra. Su questo avviso il 
marchese si risolse a mandar di nuovo il Bombaglino, che occu- 
pa^ise la chiesa, acciò che quei della torre non fuggissino e che chi 
venisse per soccorrerli non ne avesse il potere. Mentre che il Bom- 
liaglino andava, si vidde molto fumo che pareva accanto a Leccete; 
pur s'intende che era alquanto lontano, e che abruciavano tutti 
li strami all' intomo d' ordine dello Strozzi, inditio manifesto di 
volerlo abandonare. Con tutto ciò stamattina sull' alba cavalcò il 
marchese a quella volta con li spagnoli e con V artiglieria; ma per 
essere gran nebbia non si vede niente, e per ancora non ce n' è 
lingua. 

Vennero hiersera alla notte lettere dà pagatori tedeschi della 
Castellina, e stamane vi s' è mandato una delle loro insegne a le- 
varli, oltra la scorta ordinaria: e con questa occasione vi s' è man- 
dato il cannone scapigliato, il quale per sottilezza di bronzo ha 
tatto certe crepature e bisognerà provedeme qualcun altro. L'exer- 
cito sta in ordine parato ad ogni assalto, ma non credo che i ne- 
mici si mettessino ad annasarci. 

Messer Giulio de' Ricasoli mi scrisse alla notte bavere ritratto 
da una vecchia fiorentina, riparatasi già duci mesi in Siena in casa 
d' una puttanella sorella d' un suo genero, come costei haveva ca- 
vato nella pratica amorosa da un ingegnier franzese che i nemici 
tacevano una miuA a certa colombaia della cittadella per venire 
ne' forti nostri alla casa della munitione, e che già era a buon ter- 
mine, talché in breve ci farebbono uno scherzo che non tireremmo 
più la nostra artiglieria. Riferiva ancora che dentro erano entrate 
tre di fa per la porta Romana tre o quattro bande, e che lo Strozzi 
era in punto di soccorrere Belcaro quando gli venne nuova ch'era 
preso. Dice di più bavere inteso che in San Gusmè débbe andare 



76 e. CARNESECCHI 

Ascanio Cerini con cinquanta soldati, oltre a ottanta archibaaierì 
e molti altri villani che vi stanno per T ordinario. Della mina non 
si crede, perchè da nissuno che venga di Siena s' intende tal la- 
voro; oltre che il forte nostro è tanto più alto della cittadella e di 
quella colombaia, che par quasi impossibile che possa nuocere, 
quando bene la minaósino, e pur si harebbe a vedere la terra, che 
cavano, in qualche luogo. Né per la banda di Camollia si teme 
punto, sendo contraminato ogni cosa. Nondimeno non si lascerà ne- 
gletta alcuna parte per rompere ogni disegno del nimico : e per fu<^- 
gire il pericolo in ogni evento, si darà modo che la munitione stia 
separata in più luoghi. Quanto alle tre o quattro bande entrate in 
Siena, è falso, perchè da soldati usciti e da prigioni fuggiti si ha 
per cosa certa non esser vero. Né tampoco del soccorso di Belcaro, 
anzi tutto il contrario, sapendosi come scrissi che Fiero Strozzi 
stava a cavallo alla porta Fontebranda a vietare a ognuno Tuscita 
della città. Di San Gusmè non posso giudicare, ma crederei che fosse 
molto a proposito che Ascanio vi andasse. Hor messer Giulio ha 
rimandato la vecchia, con promissione di donargli danari se ella 
porta il cartone del disegnio della mina, che dice haver veduto, e 
che la puttanella ci va di buone gambe per avvisarci : se bene po- 
trebbe essere che V ingegnier havesse voluto magnificargli V opera 
sua alla franzese, con mostrargli di fare qualche gran cosa. Pure è 
bene tener conto d' ogni avviso e farne capitale, e presto s'intenderà 
da lei qualche particulare di nuovo, et anco da qualche altro che 
messer Giulio mi dice haver mandato dentro. 

Fra hieri e questa notte son fuggiti quindici o venti de' nostri 
prigioni, e riferiscono le medesime straniezze e che i nemici lavorano 
il cavaliere in cittadella e dietro al torrone di Camollia; talché, 
dapoi che ci hanno lasciati vivere in pace quattro o cinque giorni, 
penso che ci vorranno fare adesso una sbreccata in un tempo per 
metterne paura. Alcuni di costoro dicono che dentro sì fa un malis- 
simo pane e v' è pochissimo vino, e che da quattro o sei giorni in 
qua pare che stiano di poco buona voglia, e che da molte gentil- 
donne son visitati i nostri prigioni alle Stinche e fatto loro di 
molte helimosine. Il che forse procede dall' essere viva in molti la 
fattione imperiale. Soggiungono che, sendo Fiero Strozzi accanto 
a quelle torri che si battono spesso, insieme con Alessandro da 
Temi, e percotendo un tiro de' nostri nella torre a man stanca, lo 
Strozzi si ristrinse nelle spalle et admirativamente disse : Oh Dio. 
Foi, voltatosi a Alessandro, soggiunse : Questo scapigliato del duca 



UNA CORTIGIANA NELL' ASSEDIO DI SIENA 77 

ci fa una gran guerra. H marchese è d'oppenìone di mandarla 
^ìù presto, si per essere intronata molto, si anco molto alta da ca- 
idevar facilmente per il gran contrapeso. 

Son foggiti dnoi compagni de' romagnoli del signor Leonido, 
talché il marchese si va confirmando ogni hora più di levarlo di 
quivi. Partirono anco hieri senza licenzia circa venti soldati del 
capitano Hemando : mandò lor snbito dietro e ne ha fatto arrestare 
ano a Qaerciagrossa, che forse verrà castigato. Ma la somma è che 
si svaligino alla porta chinnche viene di loro senza licenzia del 
marchese. £ per non havere altra cosa fo fine, con baciarle humi- 
lisàmamente le mani, e pregare per ogni sua felicità. 

Dal sno felicissimo exercito sopra Siena, il di 6 di aprile 1554, 
a hore 15. 

Di Vostra illma et eccma Signoria 

Obligatissimo et obedientissimo servo 
Bartolomeo Concino. 

Udrò: All' illmo et eccmo signore e patron mio unico il Duca 
ài Fiorenza etc., mio signore, in mano propria. 

III. 
Cosimo Medici Duca di Fiorenza (') 

Messer Bartholomeo nostro carissimo. Le due vostre di hieri, 
che contengono V acquisto di Leccete senza contrasto, e l' ordine 
che prima haveva dato lo Strozzi che se ne uscissero e' soldati che 
vi erono dentro, col disegno del marchese di volere riconoscere la 
villa di Rosia, son state gratissime, per conoscere quanto le cose 
dell'impresa vadino a buon camino per la molta prudentia e va* 
lore di Sua Signoria: onde ce promettiamo maggiori progressi ogni 
giorno, mediante la virtù et opera sua. 

L'ascoltar quella vechiarella, che serve alla fanciulla del- 
l' ingegnier franzese, e servirsi di lei per cavare qualche cosa 
de' disegni de' nimici, non può se non giovare e non punto nuo- 
cere. Però Giulio da Ricasoli ha fatto bene a rimandarla in Siena. 

Se l'amico andrà a San Gusmè, come vi è stato riferito, po- 
trebbe alla ventura far qualche bel tratto in quella banda, se pur 
vedrà di non poter exequire quel che più si desiderava. 



I*) i?. Archivio di Stato di Firenze: filza strozziana 35, a e. 103. 



78 e. CARNESECCHI 

Non si riscontra che il fratello del cardinale Sermoneta babbi 
fatto li ottocento o mille fanti che veniva scritto dal Serrlstori; 
ma si bene che ne aspettava di hora in hora la speditione e li da- 
narij e che li andava intertenendo. Di maniera che, dalli seicento 
fatti in Roma in fìiora, non si verifica che i nimici habbino ac- 
cresciate altre forze : et anco voi costi intendete che in Siena non 
sono entrati se non alcuni soldati spicciolati. 

Scritto il di . sopra, è comparsa la vostra dei vii : per risposta 
della quale ci accade dirvi che qui alle porte della città si è dato 
ordine di fare ritenere e mettere in prigione tutti i soldati spa- 
gnuoli, che ci compariranno senza patente del marchese, e scritto 
a Alessandro del Caccia nostro commissario generale che dia ordine 
si facci il medesimo a Staggia, Poggi bonsi, Colle, San Gimignano, 
Volterra, Certaldo, Castelfiorentino, San Casciano, la Castellina, 
Barberino e Brolio, per seguire di loro, poiché saranno presi, quel 
che si giudicherà più espediente. 

Quanto a quello che ha scritto Iacopo de' Medici al marchese 
delle cose di Valdichiana, rispondiamo a Sua Signoria che tutti 
quei luoghi restono benissimo presidiati : anzi crediamo che in Mon- 
tepulciano si trovino dugento soldati di più di quel che ricerca il 
bisogno della guskrdia di quella terra. Però habbiamo messo in 
consideratione al marchese se fussi bene di levarne qualcuno. 

L' offitio che ha fatto il marchese con don Giovanni Marrich, 
e col cardinale suo fratello, circa V aiuto che desidera di più dallo 
Imperatore, non può se non giovare assai. 

La lettera per il capitano Andrea Bellichini al vescovo di 
Fiesole si farà, mandando un memoriale di quel che desidera se 
li scriva, che sarà il fine della presente. Dio vi conservi. Da Fio- 
renza, il di vili di aprile 1554. 

El duca di Fiorenza 

Udrò : A messer Bartholomeo Concino, secretano nostro caris- 
simo, al Campo. 



IL FMMMENTO DEGLI ULTIMI DDE LIBRI 
DEL PIÙ ANTICO CONSTITUTO SENESE 

(1262-1270). 
{Continuasione e fine; v, anno 11,^ pag. 315) 



Et dominits capitaneus teneatnr in predictis domino Potestà ti 
dare auxilium et favorem et fortiam snam et populi Senensis, et 
nollam impedi mentnm prestare vel facere in predictis, quin predicta 
Tacere possint libere et expedite, ad hoc, ut tale maleficium inve- 
niatar et poniatur. Et nuUam recipere petitionem, per quam Potestas 
impediretnr non posse facere supradicta. Et hoc, quod dici tur de 
doello fiendo, fìat tam centra illum, qui occiderit, quam contra il- 
lom, qui faceret occidi. 

[CLXXXVIII.] Item statuimus et ordinamus quod si aliquis 
vnlneraverit aliquem civem vel comitatinum Senensem, vel vulne- 
nui fecerit, capiatur et teneatur ille, qui vnlneraverit vel vulnerari 
fticerit, donec vulneratus liberetur vel moriatur. Et si moriretur 
ille, qui fnerit vulneratus, occidatur ille, qui eum vulneravit vel 
vuloerari fecit, ut dictum est; | et si liberaretur vulneratus, sol- 
vat penam, que in constituto continetur, ille, qui vulneravit vel 
fecit vulnerari, ante quam dimittatur. Et si aliquis fuerit vulne- 
ratus de nocte vel occulte, teneatur Potestas ipsum malefìcium in- 
venire per famam et per duellum, secundum || quod || in constituto 
continetur. Et si haberi non posset ille, qui faceret vel fieri fa- 
ceret vulnus, exbampniatur in cpntinenti, facta requisitione duabus 
vici bus per nuntium una die, in domo, in qua moraretur ille, qui 
valneraverìt vel vulnerari fecerit, vel in persona. Et si sequenti 
die non venerit ad mandatum Potestatis, infira tertium diem post 
pxbampnimentum, facta requisitione, ut dictum est, habeatur prò 
«-onfesso, et condempnetur in quantitate, que in constituto conti- 
netur; et qui talem exbampnitum offenderet, sit inpunis. Et lieo 
omnia fiant, non obstante aliquo capitulo consti tuti Comunis vel pò- 



80 L. ^DEKAUER 

pali Senensis vel ordinamenti s. Et si non solveret penam ille, qai 
faceret vulnus vel fieri faceret, post condempnationem ad .x. dies, 
faciat destrui et devastari bona sua, ita quod dictam penam sol- 
va t. Et hec omnia fiant, non obstante aliquo capitulo Comunis vel 
populi Senensis vel ordinamenti. 

[CLXXXVIIII.] Item statuimus et ordinamus quod si aliqnis. 
qui commi tteret vel faceret commi tti aliquod homicidium in ci vi- 
ta te vel comi tatù Senensi, vel commi tti aut fieri fecerit vel faceret 
aliquod vulnus vel fieri faceret in aliquem civem Senensem vel 
comitatinum Senensem, [se] retineret post maleficium commi ssum ad 
domum alicuius civis Senensis vel alicuius comitatini, et ille, cuios 
esset domus, detineret eum vel defenderet vel non denuntiaret ipsi 
Potestatiy ita quod possi t eum facere capi, si fuerit civis Senensis, 
condempnetur in quingentis lib. den. senensium Comuni; et si fuerit 
comitatinus, solvat mediam penam quingentarum librarum. Et si 
aliquod dictorum maleficiorum fuerit commissum in aliquo castro 
vel villa vel comi tatù Senensi, in quo vel qua sint a .L. hominibur) 
supra, maioribus .xx. annis, et ille de dicto castro non caperet ma- 
lefactorem qui committeret homicidium, et non duceret coram Pc- 
testate, condempnetur Comune illius castri vel ville in ,v.*^ libr. ; et 
si non caperent illum, qui faceret vel fieri faceret vulnus, et non 
duceret eum coram Potestate, condempnetur Comune illius castri et 
ville in .e. libr. Comuni Senarum. Et si aliquod ex dictis maleficiis 
fuerit commissum in aliquibus aliis castris et burgis vel villa co- 
mitatus Senensis, et illi de ilio castro, villa vel burgo non cape- 
rent malefactorem et non ducerent coram Potestate Senarum, con- 
dempnetur talis villa vel tale castrum vel burgus, ut videbitnr 
Po testati, et eius Comune, et prò omnibus, inspecta quanti tate ho- 
minum castri, ville et burgi, et quali tate maleficii. [Et] hec fiant 
non obstante aliquo capitulo || consti tu ti || Comunis et populi Se- 
narum. 

[CLXXXX]. Item statuimus ed ordinamus quod nulla eman- 
cepiatio (sic) vel donatio ab hodie in antea, que fieret, valeat centra 
illos, qui commiterent aliquod dictorum maleficiorum. 

[CLXXXXI.] De predictis excipiantur minores .xiiii. annis, 
[et] illi, qui currerent eques et predicta maleficia non committerent 
studiose, et illi, qui vulnerarent prò ludo et in ba taglia, que fieret 
in Campo Fori, ut consuetum est, si fieret, et illi, qui ofFenderent 
aliquem exbampnitum prò maleficio vel prò rebelle domini regis 
et populi Senensis. 



FRAMMENTO DEL CONSTITUTO SENESE 81 

[CLXXXXIL] Item statuimus et ordinamus quod, si populus 
Senensis de voluntate et mandato domini Gapitanei populi vel 
xxiiii.<>^ et eornm priorum iret armatos contra aliquem de civitate 
Senamm, qui feciaset contra popolum Senensem vel contra capita- 
neam et prìores et .xxiiii., et ille tatis offenderet[ar], ille vel illi, 
qui eum offenderent, non patiantar inde aliqnam penam. 

[CLXXXXIII.] Item statuimus et ordinamus quod, si aliquis 
de civitate vel comitatu Senenai assalitus [esset] vel esset factum 
contra eum aliquod assalimentum vel fieret insultus in eum cam 
armìs et esset vulneratus eum armis, ille talis assalitus vulneratus 
possit se defendere, et offendere eum in ilio assalimento, sine pena. 
Non obstantibus predìctis. 

[OLXXXXIIII.] Item statuimus et ordinamus, ad hoc ut oc- 
casione battallie, que consuevit fieri in Campo Fori, non fìat ali- 
quod maleficium, quod dieta battallia non fiat. Et Potestas et Ca- 
pi taneus teneantur non facere fieri dictam battalliam. 

[CLXXXXV.] Item statuimus et ordinamus quod illi, qui ha- 
berent inimicitias capitales de homicidio et feritis, possint portare 
arma defendibilia. Et Potestas et Capitaneus, de licentia priorum 
.xxiiii. et .xxiiii. vel maioris partis ipsorum, sint simul et concor- 
dent dictam licentiam tantum illis, quibus eis vide tur esse oppor- 
tunum portare dieta arma propter homicidium et vulnera, que ne- 
oessitas publica esset; et aliis vel alio modo dictam licentiam 
dare non possint. 

[CTiXXXXVL] Item statuimus et ordinamus quod hec omnia 
ordinamenta publicentur et legantur per ecclesias civitatis, et den- 
tur omnibus syndicis comitatus sine aliquo pretio, ita quod cives 
et comitatini hec sciant. 

[CLXXXXVII.] Item si quis Senensis assidaus habitator 
alium Senensem assiduum habitatorem, conventione habita, pretio 
dato vel convendo (sic) vel dono, fecerit eccidi vel perenti, ferro, 
lapide, ligno, osse vel alia re, penam statutam de occisione vel 
percussione illa contra facientem, duplicem solvat Comuni. Ille 
vero, qui pretio occiderit, si haberi poterit, occidatur ; et si mem- 
brorum percussorum abstulerit, sibi membrum similiter abscidatur; 
et si haberi vel capi non poterit, de civitate et districtu Senensi 
in avere et persona perpetuo exbampniatur, et .M. libr. den. sibi 
auferantur prò pena, si haberi poterunt. Et si non moriretur per- 
cussus vel membrum non ammitteret, penam statatam de illa per- 
cussione triplicem solvat Comuni Senarum percussor. Et idem ob- 

BuUett, Senese di Si, Patria — 1-1896. Q 



82 L. ZDEKAUER 

servetar in eo, qui alium prodiderit vel prodi fecerit, ut occidatur, 
vel vulneretur vel mutiletur, si maleficioiu secutum fuerit. Et tales 
malefactores, sic condempnati vel exbampniti, non possint se actare 
cum Comuni Senarum, nec rebampniri, nisi solvat integrasi penam 
sapra contentam. Et Potestas teneatur non mittere ad consiliam 
propter aliquam necessitatem de ipsis reattandis cum Comuni Se- 
narum. 

[CLXXXXVm.] Et quecumque persona dederit erbam vel 
aliud alieni mulieri vel alii prò ea, ut abortivum faciat vel con- 
ceptum ammittat, vel aliquam maliam fecerit alieni persone, vel 
dederit poculum amatorium vel mortiferum vel hodiosum, vel ali- 
quod predictorum fieri fecerit vel docuerit, in .ce. lib. den. [pu- 
niam], quos ubi non sol veri t, procedatur, ut in superiori capitulo 
de homicidio continetur. 

[CLXXXXVIIII.] Et si qua mulier sibi partum alterius sup- 
posuerit, in .ce. libr. puniatur et condempnetur Comuni. 

[CC] Item si quis Senensis assiduus habitator alium Senen- 
sem assiduum habitatorem diffortiaverit facere aliquod sacramen- 
tum centra suam volumptatem, .e. libr. prò pena solvat Comuni. 
Ezcepto quod pater possit impune facere iurare filium suum, [et] 
avus patemus nepotes, frater iratrem suum camalem, et patruus 
et avunculus nepotem suum ; et dominus fideles, scutiferos et vigna- 
rios suos, sine malitia; et domini mercatorum et domini artium 
suppositos prò suo officio, nisi sacramentum esset inonestum vel 
centra Comune Senarum. Et de ilio iuramento iurantem absolvi 
faciam. 

[CCL] Item si quis Senensis assiduus habitator vel aliqais 
alius forensis rapuerit seu furatus fuerit fìlium vel filiam, vel so- 
rorem vel uxorem, vel nepotem vel neptem alicuius assidui Senensis, 
vel aliquod predictorum fieri fecerit centra volumptatem patris, 
fratris, mariti vel 9ÌÌ, in v.^ den. condempnetur Comuni [et] pu- 
niatur. Et si penam predictam non solveret, frircis suspendatur. 
Et hoc observatur non obstante aliquo capitulo huius ordinamenti. 
[CCII.] Item si quis Senensis assiduus habitator alieni Se- 
nensi assiduo habitatori improperaverit homicidium commissum in 
persona sui patris vel fratris vel filii vel alterius consanguinei 
usque ad quartum gradum, in .e. lib. puniatur et condempnetur 
Comuni. Et si alium maleficium vel offensam improperaverit, in 
.L. lib. puniatur et condempnetur Comuni. 

[CCIII.] Item si quis Senensis assiduus habitator vel foren- 



FRAMMENTO DEL CONSTITUTO SENESE 83 

dù ante hostiam vel domam alicuius assidui de nocte posuerit vel 
poni fecerit sen prohici ossa vel comua vel camamen vel aliquod 
patredinem vel turpe vel inhonestum, seu aliquam scripturam con- 
tinentem aliquod ignominiosum vel iniuriosum, in .e. lìb. den. con- 
dempnetar et puniatur comuni. 

[CCim.] Et si quis in hostium vel tectum vel domum ali- 
cnios Senensis proiecit vel proici fecerit lapidea, et precipue de nocte, 
in .e. lib. den. puniatur, si probatum fuerit legiptime ; et si penam 
solvere non potuerit, amputetur ei manus. Et si per publicam fa- 
mam probaretur tantum, auferantur .x. lib. ei prò pena. 

[CCV.] Et quicumqne mutando sibi nomen vel supponendo se 
in loco alterius aliquem contractum vel relictum fecerit vel rece- 
pente vel alicuius talis falsi tatis vel cuiuslibet enormis falsitatis 
Factor vel consiliator vel particeps vel scriptor vel dictator scienter 
faerit, in v/ lib. den. condempnetur et puniatur Comuni. Et si 
dictam penam non solveret, amputetur ei manus dextra ; et pona- 
tar in perpetuo bampno et prò exbampnito perpetuo habeatur et 
teneator. 

[COVI.] Item quicumque occasione alicuius ludi tassillorum 
Tel alia de causa blasphemaverit quocumque modo vel vituperaverit 
nomen domini et beate Marie Virginis et alicuius Sancti, puniatur 
et condempnetur in .e. sol. Comuni prò qualibet vice ; et si dictam 
penam non solveret, capiatur et in carcerem intrudatur et teneatur, 
donec dieta pena solvatur. Et medium pene predicte habeat accu- 
sator sive denuntiator et alia medietas sit Comunis Senarum. Et 
talis aocusator sive denuntiator non pandatur. 

[CCVII-I Item si quis Senensis fecerit, cantaverit vel dixerit 
aliquam cantionem in iniuriam sen convicium alicuius civis Senen- 
iós, puniatur et condempnetur Comuni in .x. lib., secundum tenorem 
consti tuti. 

[CCVIII.] Et si quis studiose dampnum dederit in rebus ali- 
qnibus alicuius civis Senensis de die, puniatur et condempnetur 
[in .X. lib. ; et si de nocte] in .xxv. lib. ; et dampnum in utroque 
casu emendare teneatur et compellatur, ad defensionem dampnum 
passi. 

[CCVIIII.] Et quicumque furtum faciet alieni, quod valeat a 
.V. sol. supra usque .xx. sol., puniatur et condempnetur Comuni 
in .L. lib.; et abinde supra puniatur et condempnetur Comuni in 
.L. lib. et in dupplo furti facti; et si a v. [sol.] infra, puniatur 
in .XXV. lib. et furtum reddere compellatur. Et si dictas penas 



84 !.. ZDEKAUER 

solvere non poterit, ponator et teneator ad cathenam in Campo 
Fori prò maiori parte diei et postea scopetur per civitatem, et de 
civitate et districtu Senensi exbanniatur et ezpellatur. Et si fuerit 
latro publicus vel famosus, poniatur personaliter, secandum quod 
leges volant. 

[CGX.] Et prò inveniendis fartis, que fiunt in vineis, ortis 
et lamis saltim a duobus miliariis citra, iorent saltarii, vinearii et 
custodes de nocte, invenire ea, melius quam poterunt, et ipsa te- 
neantnr postea Potestati punienda referre; et Potestas com sna 
curia teneatur ponere certas personas per contratas^ que teneantur 
predicta invenire de die et de nocte, prout melius poterunt; et 
predicta facere iurent bona fide sine fraude. Et eis provideatur a 
camerario et .iiii.^^, sicut eis visum fuerit, secundum quantitatem 
eorum, que Comune lucrabitur eorum officio. 

[CCXI.] Item si quis scienter furem vel furta receptaverit, 
eadem pena puniatur, qua ipse far puniri debet, secundum quod 
supra dictum est ; et si famosum vel publicum latronem recepta- 
verit scienter, in .ce. lib. Et si penam ipsam non solveret, am- 
putetur ei manus, si haberi poterit; sin autem, de civitate et di- 
strictu Senensi exbampniatur et expellatur. 

[CCXII.] Item si quis aliquid alieni abstulerit vel aliquem 
robbaverit illicite vel robbari fecerit, si robba valuerit a .v. sol. 
supra^ puniatur et condempnetur Comuni in .L. libr. den. Et si 
a dieta quantitate inferius, condempnetur et puniatur in .xxv. lib. 
et robbam integre reddere vel emendare compellatur. 

[CCXXIII.] Item si quis alieni iniuriosa verba dixerit, | pu- 
niatur et condemnetur Comuni in .xl. sol. 

[CCXIIII.] Item si quis civis Senensis non assiduus habitator 
secundum tenorem consti tuti Senensis commiseri t aliquod predicto- 
rum maleficiorum vel aliorum in alium civem Senensem, non as- 
siduum babitatorem secundum formam constituti, solvat Comuni 
medietatem tantum pene, que infiigenda inde esset ex | ilio male- 
ficio assiduo civi Senensi, si id maleficium commiserit in alium civem 
Senensem. Et sic idem observetur, si quis de districtu et iurisdi- 
cione Senensi, licet non civis, aliquod maleficium committeret in 
aliquem alium de districtu et iurisdictione Senensi non civem. 

[CCXV.] Item si quis civis Senensis non assiduus habitator, 
vel aliquis forensis de comitatu vel districtu seu fortia Comunis 
Senensis vel extra, commiserit aliquod predictorum vel aliorum ma- 
leficiorum in aliquem assiduum Senensem, paniatur eadem pena, 



FRAMMENTO DEL CONSTITUTO SENESE 85 

qaa paniretar assiduos habìtator Senensis, si ipsum maleficiam 
oommisisset in alium Senensem assiduum. Salvo quod id^ quod 
dictom est de foretaneo, qui non esset de districtu et iurisdictione 
Senensi puniendo, intelligatur, si malefìcium id commicteret in 
civitate vel fortia Senensi, ita quod rationabiliter possit a Potestate 
vel eitts vicario puniri. Si vero, e contra, aliqais Senensis assiduus 
habìtator maleficium committeret in aliquem foretaneum de Gomi- 
tata vel districtu Senensi, solvat quartam partem pene, que esset 
sairenda, si id malefìcium commissum fuisset inter assiduos cives 
Senenses; et si committeret in alium cìvem Senensem, non habi- 
tatorem secundum tenorem Constituti, qui non negasset vel nega- 
verìt se civem, solvat dimidiam partem pene, que esset solvenda, 
:$i in alium civem assiduum commi si sset. Si autem negasset vel 
negaverit se civem, tunc ci vis assiduus, qui id malefìcium commit- 
teret, solvat quartam partem pene, sicut dictum est, si offenderet 
uliquem foretaneum de comitatu vel districtu Senensi. 

[CCXVI.] Item si qua mulier, habitans in civitate Senarum 
vel burgis, aliquam aliam mulierem Senensem, vel in civitate vel 
burgis habitantem, ferro vel lapide vel osse vel alia re percusserit, 
unde sanguis exeat, puniatur Comuni et condempnetur in .xxv. 
lib. den.; et si sanguis non exierit, in .x. lib.; et si eam traxerit 
per capillos, vel manu vel pugno in capite vel oculo vel ore vel 
collo vel vultu vel gula percusserit, in .xl. sol. Et si stracciaret 
vel eam reno involveret vel calcibus supponeret vel bindam ei tol- 
leret vel de capite cadere faceret, puniatur in .e. sol. Et si eam 
spenteggiaret et non faceret cadere, puniatur in .xx. sol.; et si 
faceret cadere et inde sanguis ideo exierit vel membri dissolutio 
fieret, pxmiatur in .x. lib.; alioquin puniatur in .XL. sol. 

[CGXVII.] Item si qua dictarum mulier um diceret alii mulieri 
« imbo99amarito » , vel vocaret aliquem Senensem e bo99a > , pu- 
niatur, in .0. sol.; et si alia turpia et iniuriosa verba dixerit, in 
.XL. sol. puniatur; et idem observetur^ si qua mulier foretanea 
in aliqua muliere Senensi aliquod predictorum commiserit et [e] 
contra. 

[CCVm.] Et si quis masculud aliquam mulierem vel illa ali- 
quem masculum vulneraret vel offenderet, [ea] occasione punia- 
tur medietate pene de eo, in quo puniretur masculus, [si] mascu- 
lum offenderet vel vulneraret. 

[CCVmi.] Item si quis percusserit vel vulneraverit vel occi- 
derit Potestatem vel eius vicarium | vel aliquod istorum fìeri fé- 



86 L. ZDEKAUER 

cerit, perpetuo exbampniatar et prò exbampnito teneatur, nec 
unquam in ci vitate vel districtu Senarum stare permittatar; et 
possessiones et edifìcia, qae habet, vastentur et destruantor, et 
omnia sua bona Comuni Senarum pubblicentur et prò Comuni te- 
neantur. Et si interfector haberi poterìt, interfìciatur. Et si stu- 
diose vulneraret vel percuteret militem vel sotium vel iudicem vel 
domicellum Potestatis, quos secum duxisset de foris, vel camera- 
rium vel iudicem Comunis Senarum^ vel aliquem ex quatt | uor 
vel dominis maleficiorum vel aliquem [ex] consulibus dominarum 
vel castaldis vel consulibus placiti, vel eorum iudicibus vel came- 
rario vel notano, occasione sui offici! vel dum esset super offitio 
exercendo, puniatur in V.*^ libr.; et si occiderit aliquem ex pre- 
dictis, ut dictum est, condempnetur et puniatur in .m. lib. dena- 
riorum. 

[CCXX.] Item si quis Senensis vel de iurisditione Senensi 
ìuraverit ad librum, percutere vel vulnerare vel occidere Potestà- 
tem Senensem vel eius vicarium, vel militem aut iudicem, qui cum 
eo esset, ponatur in perpetuo bampno et prò exbampnito perpetuo 
habeatur, et in civitate vel districtu stare non permittatur; et 
etiam nihilominus in .L. lib. den. condempnetur et puniatur. Si 
autem iuraverit ad librum occidere aliquem Senensem, puniatur 
in .e. lib. 

[CCXXI.J Item si quis detestabile crimen sogdomiticum fece- 
rit, condempnetur et puniatur in .ecc. lib.; et si predictam penam 
non solverit, suspendatur per virilia ; et eadem pena locum habeat 
et observetur centra lenones et conductores dicti facinoris. 

[OCXXII.] Item si quis ingnem miserit in civitatem Senarum 
vel burgos vel mitti fecerit, vel operam vel consilium dederit, ut 
mittatur, condempnetur et puniatur in .M. lib., et compellatur emen- 
dare dampnum ad defensionem patientis vel patientium, per sacra- 
mentum factam. Et si dictam penam non solverit, concreme tur ipse, 
si haberi poterit. Si vero extra civitatem et burgos ignem miserit 
vel mitti fecerit, vel consilium dederit, ut mittatur, in .e. lib. den., 
et compellatur dampnum emendare ad defensionem passi, per sa- 
cramentum factam ; et si penam non solverit, trahinetur et suspen- 
datur postmodum, si haberi [poterit]; alioquin exbampniatur de 
civitate et districtu Senensi. Et talis exbampnitus perpetuo rebam- 
pniri non possit, et bona ipsius vel ipsorum confischentur et pu- 
blicentur Comuni ; et de dictis bonis emende tur dampnum patienti 
vel patientibus, ad defensionem eorum, per sacramentum factam. 



FRAMMENTO DEL CONSTITUTO SENESE 87 

[CCXXIII.] Et quicumque ausus fuerit aliquem exbampnitum 
vel Comuni condempnatam iuvare, quando Potestas mitteret prò eo 
capiendo, vel aliquod impedimentum fecerit captorìbuH saper pre- 
cido facto, in .X. lib. Comuni condempnetur et puniatur ; et com- 
{•ellatur solvere id, prò quo esset exbampnitus, eì, prò quo capere- 
tar. Et si caperetur vel vellet capi prò Comuni, compellatur solvere 
Comuni id, prò quo ille esset exbampnitus vel condempnatus. 

[CCXXIHL] Item quicumque impedierìt nuntiis comuni s, au- 
t'erentes pignora vel auferre volentes prò facto datiorum vel con- 
«iempuationum vel decimarum vel prò alio iure comunis vel tenutis 
dandis, condempnetur et puniatur Comuni in .XL. sol. Salvo quod 
si ille, cuìus essent pignora, aliquid solvere | non deberet, pignora 
(Jefendere possit absque pena. 

[CCXXV]. Item quicumque rapuerit vel subtraxerit vel alio 
modo habuerit de rebus centrate, in qua ignis esset apprehensus 
et [non] restituerìt, in resti tu tiene eius [ei] cuius fuerit [et] in .e. 
llbr. den. senensium Comuni puniatur: nisi infra tertium diem 
restituerìt ; et nihilominus rem ablatam restituere teneatur ei, cui 
res ablata fuerìt. 

[CCXXVI.] Item quicumque abstulerìt vel furatus fuerìt, can- 
cellaverit vel deleverìt vel celaverìt aut aliquid fecerit fraudulenter, 
ita quod haberì non possint in integrum, sicut decet, aliqua acta 
uve scrìptare Comunis vel alicuius iudicis, qui cognoverit de 
aliquo maleficio vel de aliqua causa, in .ce. lib. Comuni condem- 
pnetur, et puniatur in restitutione fionda ipsorum actorum et scri- 
ptoramm, sine lesione* Et si hoc non faceret et dictam penam non 
.solverete amputetur ei manus. 

[CCXXVII.] Item si quis vel si qua exponeret vel abiceret 
infantem, minorem trìennio, de nocte ad domum alterius vel alium 
locum, in .XL. sol. Comuni condempnetur et puniatur. 

[CCXXVIIL] Item si de aliqua turrì civatis vel burgorum fue- 
rit proiectum ad iniuriam vel prò incipiendo bello vel in bello, pu- 
niatur dominus turrìs secundum formam constituti, quod sic incipit: 
« Et prò pace tenenda in civitate, si de ab'qua turri » et cetera; et 
si de casaturri vel palatio vel alia domo armata, puniatur et con- 
dempnetur in .e. lib.; et si de domo non armata, in .xxv. lib. 
poniatur, nisi ista fierent de mandato Potestatis vel Capitanei prò 
()ello vitando et prò bono sta tu et pace in ci vi tate servanda. 

[CCXX Villi], Item si quis balestro vel arcu traxerit vel sa- 
;^ittaverìt vel sagittari fecerìt in civitate Senensi, in bello vel extra 



88 L. ZDEKAUER 

b^um, prò iniuria vel offensione alicaius, puniatur in .ce. Hb. den. 
secundum formam constituti Senaruiu, quod sic incipit: « Et qui- 
cumque de civitate Senensi cum balistro > et cetera. 

[CCXXX]. Et quicumque in civitate Senarum vel bargia bel- 
lum inceperit, in .G. libr. Comuni Senaram condempnetur et pu- 
niatur. Et quicumque cum armìs traxerit vel venerit ad aliquod 
bellum inceptum vel incipiendum per aliquam partem civitatis vel 
burgorum, condempnetur et puniatur in .zxv. lib. 

[CCXXXI.] Et quicumque proiecerit lapidea per terram in 
civitate vel burgia ad bellum incipiendum vel in bello, condempne- 
tur et puniatur Comuni in .xxv. lib. den. 

[CCXXXII.] Item si aliqua turrìa, quam Poteataa faceret cu- 
stodiri ad manna auas, fuerit ablata vel diffortiata, puniatur do- 
minua turris, cuiua mandato vel occasione vel facto eaaet ablata, 
in .ce. lib. den., nisi tolleretur per manifeatum eiua inimioum. Et 
si dictam penam non aolveret, deatruatur de ipaa turri uaque .xx. 
bracch.; et ìnimicua, qui eam tolleret vel diffortiaret, puniatur in 
.ce. lib. den. 

[CCXXXIII.] Et quicumque aliquem in captione Comunia de- 
temptum fugere fecerit a captione, vel ad hoc auxilium et aiutorium 
dederit, in .xxv. lib. den. Comuni Senarum condepnetur et punia- 
tur, et compelletur Comune Senarum conaervare indempnem et 
omnem aliam penam, prò qua ille captua eaaet in captione detruaus. 

[CCXXXmi.] Item ai quod maleficium aparuerit vel factum 
fuerit, auper quo non ait certa pena et determinata pena atatuta 
per atatutum Senenae, puniatur ad inatar illorum, que in hoc or- 
dinamento determinata aunt, habito reapectu illius maleficii, ad ali- 
quod exiatimantia in hac acriptura , quod ei magia affine vel 
simile videatur. 

[CCXXXV.] Item quia iatud videtur ad penaa maleficiorum 
pertinere, atatuimus et ordinamus, ut Poteataa et eiua vicarius 
omnea penaa pecuniariaa prò maleficiis ordinataa et atatutas tenean- 
tur tollero in denariia vel rebua mobilibus, ai haberi poterunt, 
alioquin in vaatandia primo loco poaaeaaionibua; aecundo in deatru- 
ctionibus edificiorum tantum dampum dari facere, in quantum ipse 
pene largo poaaint compensari. Et ipaas penaa teneatur nec reddi 
facere vel remitti, nec dampna emendare vel emendari facere ullo 
modo vel ingenio; et nullum impedimentum prestare, quominua ef- 
ficaci ter coUigantur. Et ai neutrum iatorum fieri poterit vel haberi, 
delinquentea de civitate et districtu Senensi faciat exbampniri, et 



FRAMMENTO DEL CONSTITUTO SENESE 89 

tamdiu exbampniti existant nec rebampniatar, donec ipsas penas 
solverìnt Comuni Senarum. Ed ad istos tales inquìrendos et capien- 
do8 teneator Potestas dare studium et operam, prout melius fieri 
poterit. Et hanc modum teneantur Potestas et eius vicarii observare. 

[CCXXXVI.] Item si quis aliqaod predictorum malefìciorum, 
decapillationum vel personali am iniuriarum alieni fecerit infra do- 
main propriam patientis iniuriam vel eam, quam inhabitet, non 
tamen cum inioriante, vel coram Potestate senensi vel vicario vel 
iadice vel camerario Comunis, vel in Consilio campane vel in par- 
lamento vel coram alio officiali, dum ius reddit vel stat super 
ufficio suo exercendo, vel in exercitu vel cavalcata, quando fìeret 
prò Comuni Senarum, vel quando quis iret vel rediret ad ecclesiam 
maiorem in vigìlia vel feste Sancte Marie de Augusto, vel iret vel 
rediret ad Consilium Campane vel ad curiam, quando Potestas vel 
alii officiales mitterent prò eo, vel quando armeggiaret, vel in mer- 
cato post Sanctum Paulum, vel iret vel rediret ad mortuum vel 
cam mortao sepeliendo, vel traeret ad ignem vel ad aliquem locum 
mandato Potestatis, vel iudicis vel camerarii, vel a prima pulsa- 
tione Campane comunis in antea usque ad sonum campane Comunis, 
que pulsa tur in aurora diei, vel quando esset apud balneum de Pe- 
trìolo vel de Maciareto vel de Caldanellis, pena, que alias esset 
imponenda ei prò ilio maleficio, dupla infligatur eidem. Et idem ob- 
servetur et fiat contra eum, qui negaverit maleficium, si fuerit 
cx)ntra eum legiptime probatum. 

[CCXXXVII.] Item si quis pacem fregerit, puniatnr duplici 
pena vel maiorì, prout in capitulis constituti, que de eo lucuntur, 
continetur; unum quorum incipit sic: « Et quicumque fregerit ali- 
qoam pacem > et cetera; et aliud sic incipit: «Et nullam penam 
alieni prò aliquo maleficio > et cetera. 

[CCXXXYIII]. Et si quis Senensis super aliquo alio Senensi 
fecerit vindictam alicuius maleficii, commissi ab alio quam ab eo, 
in quem vindicta fieret, puniatur triplici pena, que statuta esset 
prò ilio maleficio. 

[CCXXXVim.] Item quicumque posuerit manum ad cultel- 
Inm iniuriose centra aliquem, et fecerit vistam extrahendi vel 
extraxerìt de vagina cultellum, puniatur et condempnetur Comuni 
in .e. sol.; et si totum extraxerìt, in .x. lib. den. Comuni. 

[CCXL.] Et de predictis omnibus excipimus minores .xiiii. 
annis ; et excipimus omnes, qui offenderent ducentes animalia 
Cam sarcinis et sine sarcinis per civitatem, si a sarcinis vel ani- 



90 L. ZDEKAUER 

ina[lijbus offenBam vel gravameli receperint; et omnes illos, qui 
verberaverint vel percuterent illos, quos invenirent dare dampnam 
vel furtum facere in rebus suis vel amici vel convicini vel domini ; 
vel prohicere lapides in domum vel tectom alicuius, vel ponere 
carnamen vel ossa vel aliquod turpe vel licteras iniuriam coniinen- 
tes ante domum alicuius. Salvo quod non percutiant eos ferro, nisi 
illi se ferro vel armis defenderent; de quibus stetur iuramento eo- 
rum, qui dicerent se percussisse ex dictis causis. Et excipimus 
illos, qui verberarent vel percuterent — non tamen ferro — iocu- 
latores prò villania vel iniuriam, quam de ipsis dicerent. Item 
excipimus percussiones et feritas, que fierent in batallia consueta 
post Sanctum Paulum vel ea occasione, remoto hodio et amore, et 
sine ferro malitioso; et alios percussiones si ve feritas, quas porcus- 
sus in repercutiendo percussorem fecerit in continenti vel eadem 
mescbia, vel quas quis alias licite intulerit, de quibus ulla pena 
imponatur vel dampnum detur. Et similiter excipimus verberatio- 
nes factas a viro in uxorem, et parentibus in filios, ab avo pa- 
terno vel materno in nepotes suos et a patruo vel avunculo in 
nepotes suos carnales, et a fratre in fratres suos camales, et a 
consanguineis et affinibus suprascriptis usque ad quartum gradnm 
in consanguineos et affines suos minores .xx. annis. Et hoc de 
consanguineis et affinibus et fratribus intelligatur levi gastigatione. 
Et a dominis in servos vel scutiferos vel servientes sive familiares 
suos. Et exceptis illis, qui consti tuto continentur. Et excipimus 
furta, que fierent, et dampna, que darentur in rebus a filio patri 
et a pupillo minore tutori vel curatori suo, et alia, que et sicut 
in Constituto Senarum excipiuntur. Et excipimus alios, qui levi 
castigatione verberant minores .xx. annis, quos invenirent rixari; 
remota fraudo et malitia. 

[CCXLI.] Item statuimus et ordinamus quod nullus mutilatus 
prò aliquo malefìcio, qui non fuerit civis Senensis ante mutilatio- 
nem, possi t vel debeat stare in ci vi tate Senarum vel burgis ultra 
tres dies, et si postea inventus fuerit, puniatur Comuni in .xl. 
sol. den., et ai solvere non pò tori t, ponatur ad cathenam et fusti- 
getur; et nihilominus expellatur de civitate. Et quicumque ipsum 
ultra tres dies retinuerit vel receptaverit, puniatur in .xx. sol. prò 
quali l)et die vel noe te prò quolibet retempto. Et predicta invenian- 
tur et fiant per supradictos tres contemptos in superiori capitulo. 

[CCXLII.] Et nullum falsarium vel latronem in Campo Fori 
faciaiu mutilari vel comburi. 



FRAMMENTO DEL GONSTITUTO SENESE 91 

[CCXLIII.] Et quicumqne cum falsa mensura mensuraverit vel 
com falso pondero ponderaverit, voi ponderari vel mensorari fé- 
cerìt, vel fidsam namenim dìxerit vel dici fecerit, vel falsum pon- 
das vel mensuram retinaerit scienter vel consenserit retineri, punia- 
tur in J[. lib., et teneatnr emendare dampnum illi vel illis, cui vel 
qnìbos predicta fuerint illata, vel in quem vel quos fuerìnt com- 
missa. Et de hiis mittatur bampnmn per civitatem quolibet 
mense. 

[CCXLniI.] Et quicumqne post trinam pulsationem campane 
Comunis, quo pulsatur in sero prò Comuni, usque ad pulsationem 
qoe pulsatur in aurora, inventus fuerit extra domum, ipsum in 
.X. soL prò qualibet vice punìam. Et si fuerit | suspecta persona 
Tel que suspecta vel exbampnita prò maleficio videatur, possit deti- 
neri ad meam voluntatem. Ezceptis illis, qui fugerent ad focum 
accensum in civitate — quod Deus ad vertati — vel custodiam 
civitatis, aut irent prò insta causa, que mihi insta videatur, vel 
parabola mea, quos, ut mihi videbitur, puniam. Et cum fuerint in- 
venti cum armis, puniantur, in eis ; et si inventi fuerint, cum armi» 
et sine armis, extra contratam suam, puniam eos in duplici pena, 
statuta de armis. Et hoc idem intelligatur quod solvat penam dupli, 
si portaret arma de nocte. Et quicumqne dimiserit hostium apertum 
post dictam trinam pulsationem campane Comunis, puniam in .x. 
[:3ol.] prò qualibet vice. 

[CCXLV.] Et quicumqne aufugerit post trinam pulsationem 
campane Comunis ante custodes, vel non permitteret se cognosci 
vel portaverit caput cohopertum vel pannos riversos vel trasmu- 
tatos, ita quod non possit a custodibus cognosci, ipsum sic facientem 
in .XL. sol. condempnabo. Et de predictis stetur dictis dictorum 
cQstodum; et ille, qui se ab eis defenderit, duplici pene subiaceat. 
Et qui dictos custodes vel aliquem ex eis offenderit super dicto 
officio, ipsum puniam in .x. lib. Salvis aliis penis. que continen- 
tur in Consti tuto. 

[CCXLVI.] Cum tabemamm occasione multa pessima et inho- 
nesta committantur, que nedum sint dicenda nec etiam cogitanda, 
statuimus et ordinamus quod nulla tabema sit vel esset debeat 
in civitate Senarum, nec per miliarium prope civitatem Senarum, 
et quod nulla persona emat vinum vel emi faciat prò revendere, 
nec vendat vel vendi faciat vinum, njsi fuerit albergator, sive 
albergator (sic), qui possit vendere vinum et dare comedere suis 
bospitibus et foretaneis tantum et non alieni de civitati Senensi. 



92 L. ZDEKAUER - FRAMMENTO DEL CONSTITUTO SENESE 

Salvo quod albergatores possìnt et sit eia licìtum dare comedere 
et bibere forensibus et omnibus de iorisdictione Senensi, quando 
ambaxiatores vel mercatores hospitarentur cum dictis albergato- 
ribus, vel cum alìquo ex dictis albergatoribus, sì dicti amba- 
sciatores vel mercatores eos convitare vel convitari fecerint ad 
comedendum. Et si contigerit quod vinaioli et tabernarii eme- 
rent a Comuni Senamm canovas, vel aliquam aliam licentiam 
haberent a Comuni Senarum vendendi vinum, vel pretio vel sine 
pretio, quod nuUus ex eis possit vel debeat esse vel esse possit 
accusator vel denuntiator dictorum albergatorum; et quod came- 
rarius et .iiir.^r provvisores Comunis Senarum eos in dicto officio 
non possint eligere. Hoc tamen salvo quod liceat unicuique vinum 
[quod] de vinea sua habeat, vendere ad grossum et ad minutum, 
dum tamen non possit nec debeat dare bibere vel comedere in domo 
sua vel alibi, nec pretextu sui vini possit emere vinum alienum 
prò re vendere id. Et centra predicta vel aliquod predictorum 
facientes teneantur et debeant Capitaneus et Potestas Senensis 
prò qualibet vice Comuni Senarum condempnare in .x. sol. Et de 
predictis teneantur et debeant facere dicti Capitaneus et Potestas 
quolibet mense inquisì tionem diligentem, et contrafacientes, ut 
dictum est, punire et condempnare. 

[CCXLVII.] It^m statuimus et ordinamus quod predicti Capi- 
taneus et Potestas ad .vili, dies, postquam . eorum Consilium Co- 
munis et populi facti fuerint et iuraverint, consilium faciant de 
canovis faciendis vel non faciendis, et quomodo et quali ter fiant 
prò Comuni Senarum; et quod inde dictum consilium statuerit, 
debeat fieri. 

[CCXLVIII.] Item quod Potestas et Capitaneus possint et de- 
beant invenire, secundum quod eis videbitur, illos, qui facerent 
centra predicta ordinamenta vel aliquod predictorum, et illos, qui 
deferrent arma, et sogdomitas et ludentes ad tassillos et bisca99a' 
rios, et ponere super predictis officiales, secundum quod eis visum 
fuerit; et ipsis inventis puniant eos et punire teneantur secundum 
formam et ordinamentum Constituti Senarum. 

[Reliqda desiderantur] 



ARCfflVI 



SIENA - R. ARCHIVIO DI STATO 



Relazione generale (*). 

Ai senesi deveai riconoscere il merito di aver vegliato sempre 
con amore alla conservazione dei loro antichi monumenti ('). Infatti 
il magnifico Duomo, vero giojello d' arte ogiva, gli stupendi palazzi 
innalzati in Siena nell'epoca più gloriosa della sua libertà. comunale, 
ia bella Piazza del Campo a forma di conchiglia, le solide e ar- 
enate fonti, le tortuose e ripide vie, cose tutte che al riguardante 
danno gradita immagine di una città medioevale, attestano questo 
nobile spirito di conservazione, il quale anche meglio si riflette 
nei suoi archivi, ricchi quant' altri mai di documenti che ben 
compendiano le vicende del suo civile reggimento. 



(*) Incominciamo con questa le Belazioni sul nostro maggior 
Archivio, che saranno divise in tre parti: la Relazione generale^ che 
è la presente; le Relazioni spedali^ di cui ognuna avrà per oggetto 
ano solo dei vari fondi, dei quali si compone l'Archivio; inhne le 
Comunicaziani riguardanti le serie minori di codici o scritture più 
importanti^ che anche nelle Belazioni speciali non hanno potuto es- 
sere descritte minutamente, come meritano. 

Sentiamo il dovere di ringraziare sin d'ora il Direttore del no- 
"(tro Archivio di Stato, — unica persona, che era in condizione da in- 
traprendere un simile lavoro — d'aver dato a questa Helazione la 
massima larghezza, come la richiedeva la vastità e la importanza 
somma dell'argomento. La Bed. 



(') Per tutelare la conservazione dei monumenti i senesi non 
t'bbero leggi scritte, ma furono severissimi contro i danneggiatori. 
Ricorderemo ad esempio che la Balia, il 7 gennaio 1501, condannò 
alcuni cittadini, che avevano arrecato alcuni guasti ai preziosi bas- 
sorilievi eseguiti nella fonte Gaia dal valentissimo scultore Giacomo 
della Quercia, in tre anni di confine e in dusento ducati per ciascuno, 
con la comminazione di far loro amputare la mano destra se non 
pagavano dentro trenta giorni di tempo. 



^*.J*» 



'• ^ it^r't Arù^ ri Kfeereaio ir.ik ir^Tfr^TiA àtoria per meglio 

^itma 41 jT-'r^rzLrj a C:cL,Tze 31: e-: 11 redime d'ai Consoli anche 
;r;ujt -ziia i-,»*» ryjixLì'jéci-ii^ nel 1IS*> refG':':li.:» indipendente 
L'i*'.' -aip*irtó:rft EiltIoì VT: e £z.o ia ^1*1 primi aìbcwi di liberta 
*ì Vi-T^r^i^r-, ra«j>ziisrc Le acriinre .:ie ce artesiaTano i diritti, ne 
*r^-' .^4«ii-, le <r.,iici5A§L:nL, ne •ielìziiiaT'An.o la gixuisdizione. Ma 
•j ;«*..»* ^^u-^ii ra<^.;l% nell' ii^cio de:?tìaAio a soprintendere alla pub- 
ica ^,'nr:i.z,l ^zmzl .t,^ v:rl^armente i-etto della Bicchemaf andavano 
Tj^^.i^v^ e dÌA^ne, Al potestà Bartolo ia«o di Benaldino Maconi, 

* -VAT^p — dirjt lo stcrico Tonunasi — p^ v;il:'re di gnerray per 

• i^à'/.le prvienza in qael tempo ànz^Iirììssiino e di cui non sarebbe 

# ^-.iito tacer le MI trihatategli 'dai snoi ccncittadini » f * 1, devesi il 
rr.«"lv/ 'Ji averle Ut te ricercare e trascrivere nel 12iD3 in nn grosso 
7'À'ATtJi che e^i^ii intitola Instnimenttirtunt^ Nella bella lettera pre- 
U<e4f3ta7i. dettata da amor cittadino e diretta a^rli nomini da bene, 
e^e^ e d;.%creti che gli dovevano saccedere nell'annuale direzione 
Jel ;(oremOf cotd egli ai espresse: « Sicat parentibus inest affectio 

dintnma, ni £lio0 honori£ce nntriant, et ab incommodis saga- 
rnt/Y tneantnr et eomm hereditates angeant copiose: sic admi- 
njsitratorìbns debet inesse cnra sollicita» ut sne dvitatis popnlura, 
/|ni spaili papilla sapponi tnr, splendide paacant adipe rationis, 
et ab adversis defendant eventibos et eios magnificentiam lau- 
dabili ter ampliantes, posteros suos exemplis bone actionis in- 
dtU'jàJìL Secntus equidem tam veri patris quam fidi gnbematoris 
\fr%^'ì'^2Lj quantum mihi divina permisit clementia, administra- 
ti onera meam cum promotione et profectibus civitatis omni pu- 
ntate fidei dedoxi qnam potai. Et quia contrac tus publicos, 
t^ìvm antiqui tus Comune senense contrahendo receperat, invenì 
j/rìncipio mei regiminis male custodi tos et indiscrete detentos: 
Ntatui cum laudabili et fido camerario meo Kanerio Bernardini, 
qui Of^^sram ibi exibuit cum eifectu^ et iussi eos qui remanserant 
\ìfiì prudentcs et fidos iudices et notarios in hunc Liibrum pu- 
bi ir:e re^ligi et fideliter exemplari, ne ulterlus inde Comune se- 
nenHfì dinjiendium sustineret. Per ipsos namque pacta servantur, 
|froTriÌHHÌonc0 adimplentur et, quod negatur, eis deductis in me- 
dium c/nnprobando redditur, et latens veritas revelatur. Qnoniam 



(') (Jii'diTKTA ToMMASi. Delle Istorie di Siena. Venezia, 16J5. 
Siili. IV p. IHl. 



ARCHIVI 95 

« igitur miiltum continetar utili tatis et commodi, rogo et exortor 
« prò posse pradentiam vestram karissìmam^ quatenus, hÌ3 bene 
« costoditis, alios quos in fdturum receperitis prò Comuni similiter 

< exemplari et custodiri mandetis; ut Comune senense non prò 
« amissione vel remissa custodia inde aliquando incommodum pa- 
« tiatur; sed quotiens expedierit, eia experiatur et ad usum et 

< utili tatem senenais reipublice habeat preparatos » ('). 

Né vane, è d' uopo dirlo, riuscirono le eaortazioni del Maconi, 
poiché in aeguito non si trascurò di registrare in quelP istrumen- 
tario le più importanti scritture pubbliche, come egli per il primo 
ne aveva dato V esempio. Anzi perché le scritture fossero meglio 
custodite, nel 1229 la Repubblica, non avendo ancora un edifizio 
di sua proprietà, prese a questo scopo un palazzo a pigione da un 
tal fiuoninsegna, nel quale a maggior sicurezza delle scritture 
volle che le finestre fossero chiuse con chiave ('). 

Le cattedrali e le chiese, che la fede ardentissima dei popoli 
del medio evo, impennando le ali al genio degli artisti, innalzava 
di meravigliosa bellezza, non servirono esclusivamente a religiose 
cerimonie. In quei medesimi tempi si radunavano i maggiori con- 
sigli che decidevano le sorti della patria : vi si componevano paci, 
vi si pronunziavano arbitraggi, lodi e sentenze, quasi che là più 
retta ne fosse la coscienza dei giudici, più salda la ispirazione, 
più solenne a autorevole il consiglio: e fu costumanza altre^ che 
nelle sagrestie o nelle chiese stesse 'si custodissero il tesoro pub- 
blico e le pubbliche scritture. 

Quando nel 1278 le carte della Repubblica senese, cresciute 
di numero, non poterono esser più contenute nella cassa che erasi 
presa a pensione per sei soldi all' anno (^), i nove Governatori 



(^) Gli atti pubblici, fatti copiare nell'istrumentario incominciano 
dal 912. Ved- nel!' Archivio Storico italiano, Serie III Tom. IV p. 4^, 
la relazione Cesare Paoli col titolo / cinque Caleffl del R, Archi- 
eia di Stato in Sietia (Firenze, CelUni 1866). 

('; Nel libro delle spese della Repubblica ali* anno 1229 e. 371 si 
^^8ge: iiij ^^w* Bencivenni, clavai^, prò una clave quam fecit in qtia- 
iìam fenestra palatii Bonensegne, in quo reconduntur scripture. In 
questo medesimo anno si fece rilegare V Istrumentario. Item iiij sol, 
ft ìTJ den. Bonifatio ColUsiano prò quattuor cartis et prò ligatura 
cuitutdam libri instrumentomm (Ivi). 

(^) Nel libro delle spese della Repubblica del 1246 trovasene re- 
gistrato il pagamento: Item vj sol. dicto domino lacobo Griffoli, 
rancellario comunis prò pensioìie scrinei, in quo retinuit instrumenta 
Comwìis, 



96 A. LISINI 

furono solleciti a commettere altre dodici casse a un tal maestro 
Pagno del rione d'Ovile (*). Il principale di questi cassoni, cioè 
quello che racchiudeva i documenti di maggiore importanza, venne 
deposto nella sagrestia dei frati Predicatori acciocché più gelosa- 
mente fosse custodito (*). Conservasi ancora l'inventario delle 
scritture e il libretto incominciato nel 1200, nel quale si prendeva 
nota ogni volta o di quelle che per necessità dovevano essere 
estratte temporaneamente, o dei nuovi documenti che ivi si met- 
tevano. Dal medesimo libretto rilevasi che all' apertura del cassone 
dovevano essere presenti almeno due consoli della Mercanzia, un 
ufficiale della Bicchema, e due o più rappresentanti dei Ooverna- 
tori, affinchè non accadessero indebite sottrazioni. 

Le altre carte seguitarono a stare nell'ufficio della Bicchema ('), 
poiché lo statuto obbligava gli ufficiali del Comune, e più 8p>e- 
cialmente i notar! cancellieri delle Magistrature, detti allora delle 
Corti, alla fine del loro ufficio, a consegnare senza diminuzione o 
sottrazione alcuna, tutti i libri, scritture ed atti del respettivo 
ufficio al Camarlingo della Bicchema, sotto pena di venticinque 
lire a chiunque non osservava scrupolosamente questi ordini. £ il 
Camarlingo era poi tenuto di registrare in un volume da chi, 
quali e quante scritture venivano consegnate (^). 



(*) Nei medesimi libri all'anno 1278 da luglio e. 27, trovansi 
questi ricordi : Item iij lib, et xij soL Magistro Pagno de UvUe, qucs 
luibere debebat pretto duodecim cassarum, qtuis fecit et vendidit Gaso 
Bartalomei enienti prò Comuni, prò mietere et retinere in eis instrumenta 
Comunis, — Item xmij sol Landò Stefani, jyretio duodecim ferrorrtm, 
que mùtsa fuerunt in cassia supradictis. Ci piace qui di ricordare che 
quei medesimi cassoni furono fatti dipingere dal più valente artista 
del tempo. Item xl soL Duccio, pictoìi, quos debebat habere prò pictura 
duodecim cassainim, in quibus stant instrumenta Comunis. Poi nel 129o 
i Priori della Repubblica fecero fare un altro cassone, per ritenerlo 
in Concistoro, cioè nella sala ove s' adunavano. Item vìiij Ub. dieta 
die (18 decembre) magùttro Credi Cristo fani, magistro ligiiaminis, 
pretto unius arcipredole vel casse, qiuim fieri fecerunt domini Novem 
prò Comuni Sen. prò retinemlo iti eorum Consistorio, prò retinetulLs 
ibi librvi Comunis f qui sunt penes dictos dominos Novem cui eorum 
ehustodiam, de mandato dictorum dominorum Novem et de poìitia. 
(Bicchema Lib. d. ad annum e. 165). 

(*) Nel libro del 1279-80 e. 25 legnosi: Item xij den. Digito, ria- 
vario, prò qiiadam clavi scriìiei Comunis, quod est in sacristia fratrum 
de Camporegio, 

('; In un documento de' 20 Ottobre 1293 (Perg. prov. dall'Archi- 
vio delle Ri for magioni) cosi si legge: Artum Scnis in Bicchema sire 
Archivio Comuìm AVwa/tiWi. 

{*) Statuto del 1310, di n.« 19, Dist. I e. 80^ 



^» 



l-S. MuHco delle tavolette dipinte della Bicdu'nia «• dtlla 

Gabella. 
6. Sala d' aspetto. 
7-8. Stanco degli impiegati. 
0. ^ala di studio. 
10-11. Stanze degli impiegati. 
12. Biblioteca. 



mpkMnatieo. 

beatoti - Capitali - Coni 
kfia . Birch^m» - Gab^ 
*tmiiì e Sale - Abbondai* 
jra - Tremi» - Monti - I 
rifirialt d^i CasHerì e ]| 
• Moati» di Fìmtk • Sega 
"toiMtà - Capitano di FlQ 
éìaarìo. 

-una ari Flacito • Mogtf 
Capitano di ifiastixia - M^ 
Quattro Censori e tre 
M K. £»erciU> - Atti deU 
tak-ioo ' Luojjfoteiiente Xl 
g<yten4*nt«> g**n*TaI«* - Con 
"ffirio g»«neT«le delle Coni 

Uqne e atrade - Conaorl«l 

€ttÀ «alfindati e sbandati 
mrvnaiA d«^li stadi - Col 

tw^klarì - Estimo di*lla Pi 

iioiidirenU della l*rovinc4 
Idem. 
Idem. 
Idem. 

tfV* diH f<|7udi. 

érte di Inoslii pil ^ ^«^ 

ÀMtki. 

«!•• dfi con Tenti aoppre^l 

I«tem. 
•Olerà di SoprintendenB» 

R. Fabbriche. 

ine della dominaxione fft 
vovfTUO di Siena, 
telcttnra di Siena. 

Id«*ni. 
i4U* Prefettura di 3Con*«f 
faaa - B. Poffte. 
RaoU - Anditor© di go-v-en 
rribanale di I. latanxa. 
rnbanalr Civile e Correeil 
i indire dc^li atti crimi 
BaJe • Corte d* 
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ARCHIVI 97 

Nel medesimo palazzo abitavano pure i paggi e i donzelli del 
Potestà, e proprio sottostanti alla Biccherna trova vansi le stalle dei 
suoi cavalli, le quali venendo di notte frequentate dai garzoni con 
lami accesi facevano correre pericolo di qualche incendio. A togliei*e 
r inconveniente nel 1299 si ordinò « acciò che li libri et le altre 
cose del Comune stessero più sicuramente in Biccherna » di farne 
('«tprìre il palco con volte di laterizio; ma T ordine non dovette 
avere la sua esecuzione prima del luglio 1304 (*). 

Se gli u£Sciali della Biccherna poteron cosi liberare le carte, loro 
affidate, da incendi fortuiti, furono impotenti però a difenderle nel 
13r>5 dal furore popolare, quando il popolo, istigato dai nobili e dal- 
l' imperatore Carlo IV, sollevatosi a tumulto, invase il palazzo pub- 
blico per togliere il governo della Bepubblica alP ordine Novesco. 
Saccheggiato allora il denaro raccolto nelle casse della Biccherna, 
si tolsero, insieme ai registri delle tasse e delle condanne, anche i 
libri delle deliberazioni prese da quel governo nei settanta anni che 
resse le sortì della B.epubblica, e portate quelle carte in piazza, 
ulla presenza dei Magnati e dello stesso Imperatore se ne fece un 
^ran falò in mezzo al tripudio e alla gazzarra della plebaglia; la 
([uale, incoraggiata da quel primo successo e non ancora sazia del 
denaro carpito, rinnovò il saccheggio nell' ufficio dei Consoli di Mer- 
canzia e nelle case dei più facoltosi Noveschi (^). Poi per meglio 
abìjattere l' oligarchia dei Nove, quella stessa plebaglia corse al 
Convento dei Frati predicatori e nella sagrestia, tolta la cassa che 
conteneva i bossoli e i ruoli delle bimestrali elezioni, legatala a 
Cijda d'asino, per ludibrio fecola trascinare per la Città. Fortuna 
volle che fino dal 1338 il cassone delle scritture fosse stato trasfe- 
rito dalla sagrestia dei Frati predicatori in quella dei Francescani, 
che altrimenti i privilegi con bolla d' oro, concessi dagli imperatori 
alla Repubblica, le avrebbero arrecato non poco stimolo di porvi 
le mani ('). 



(*) Ivi a e. 148^ A semplice titolo di curiosità riferiamo V acqui- 
eto di un gatto £ELtto dalla Biccherna nel 1387 per difendere le vec- 
rhie carte dai topi. H pagamento, registrato sotto il giorno 17 febbraio 
dell'anno predetto, dice cosi: Itenij Saggine Bonagvide, mimptio Bic- 
rhcrne, prò vno gatto mùtcio, quem efnit prò Bmchema ..... v sol. ij deiu 

(*) Vedasi nel voi. XV Scriptores rerum italicanim del Muratori, 
la cronaca di Neri di Donato, ibi. 148. 

(•) Fino a quell'anno i privilegi con bolla d'oro erano almeno tre, 
cioò: d'Arrigo Vi, d'Ottone IV e del re Manfredi, come rilevasi da un 
libro che servi per prendere nota delle scritture tolte o riposte nei 

DulUn. Senese di S(. Patria — 1-1396 7 



98 A. LISINI 

Per più di un secolo rimasero quelle scritture presso il Convento 
dei Frati minori e più lungamente vi sarebbero rimaste, se nel 
1453 i fiorentini residenti in Siena, mal sopportando che i senesi 
vettavagliassero l'esercito del re Ferdinando di Calabria, che osteg- 
giava sul territorio fiorentino, per vendetta, dolosamente non aves- 
sero incominciato a metter fuoco nei borghi e nelle oastellacce più 
appartate della Città. Si rimediò, è vero, col cacciare dal territorio 
della Repubblica tutti i fiorentini ('), ma per mettere più al sicuro 
le antiche scritture, da S. Francesco si fecero trasportare nella sala 
capitolare dello Spedale di S. Maria della Scala e li si tennero fino 
agli ultimi anni del secolo xviii (*). 

Ma i libri delle deliberazioni e le carte dei vari uffizi si con- 
tinuò a raccoglierli nelle stanze dellpi Biocherna, dove non sembra 
che fossero tenuti con molta regolarità. Per antico costume a metà 
d' agosto nel giorno della Assunzione della Madonna, tutte le città, 
i castelli e le terre del dominio^ riuniti a comunanze, erano obbligati 
in segno di vassallaggio di mandare a Siena alquanti massari o 
rappresentanti con candele di cera e paliotti di zendado e di vel- 
luto da offrirsi alla Cattedrale, il valore dei quali era determinato 
nei singoli capitoli di sottomissione dei respettivi luoghi. Nel 14(X) 
più di una Comunità per dimenticanza dei patti convenuti e molte 
forse per economia, non offerivano la quantità di cera assegnata e la 
stoffa del valore fissato. Per meglio riconoscere quei patti fu ne- 
cessario di ricercarli tra le vecchie scritture, e il Consiglio Gene- 
rale, affidò V operazione ai Provveditori della Bicchema. I quali, 
incominciato il lavoro, dovettero purtroppo constatare come quelle 
carte eransi tenute dai loro antecessori con molto disordine e che 
parte di esse erano andate smarrite e sottratte. A metter freno 
air inconveniente non piccolo credettero opportuno di presentare al 



Cassoni dal 1338 al 1536 oe^gi conservato tra le carte di Concistoro. 
La Bepubblica di Siena ebbe in seguito altri quattro privilegi impe- 
riali con bolla d' oro, due da Carlo 1 V e due da Sigismondo. Oggi più 
nessuno se ne conserva, e si può credere che sieno stati trafugati da 
quel Monsignor Agnolo Niccolini che Cosimo de* Medici mandò per 
primo governatore di Siena. 

(') vedasi la deliberazione del Concistoro, 16 gennaio 1453, a e. 24. 

(*) La deliberazione per fare trasportare le carte allo Spedale, pre- 
sa nel medesimo giorno, dice: Simili viodo et fonila cu ni dieta Balia e te. 
servatis servaiidis, decreverunt qtiod omnes scriptìire, libri, codiceHy in- 
strumenta et quascunique alias script tt ras pertinentes ad Comune Sena- 
rum, existentes in conventu Sancti Fraìicistn, extrahantur de dicto lao 
et portentur ad hospitale Sanate Marie de la Sellala (Ivi a e. 25*;. 



ARCHIVI 99 

Consiglio^ alcune proposte, che qui riferiremo con le loro testuali 
parole, perchè bene descrivono lo stato miserando di quell'Archivio. 
« Con ciò sia cosa che » — essi dicevano — « per la commissione 
« a noi facta per lo Generale Conseglio de la Campana a fare, 
« componere et ordinare il nuovo libro de' Censi, che far si debba, 
« per la qual cosa ad executione mandare, abbiamo electo certi 

< prudenti e savi cittadini e quagli con buona cura, diligentia et 
« solici tnd ine questo di continuo faccino. E per questo poter fare 
« con migliore fondamento di ragione, per invenire e trovare ogni 
« fondamento di ragioni di Comuno, sia stato bisogno loro a cer- 
« chare molti libri e quagli sono nella vostra Bicherna e Cabella 
«- e in altri luoghi, e questo non senza grandissima fadiga e per- 
« dnto molto tempo, a noi più volte anno e' detti cittadini rapor- 
« tato e infìno a noi facto vedere e tochare, cosi è la verità, tro- , 
« vare e* detti libri e ragioni male stare, e parte d' essi libri quale 
« è tutto squarciato, quale una parte, e di quale tracto quaderni 
« et di (]ual fogli, qual roso e guasto, quale in vitoperoso luogo 
« trovato, in modo che è un pecchato a vederli, de la qua] cosa 

• seguita grandissimo danno, vergogna e vitoperio al vostro Co- 

• mune. K ancho peggio, Magnifici Signori nostri, si trova; conciò 
« sia cosa che molti libri insieme insieme non si truovano, per 
« la qual cosa molte ragioni del Comuno ne stieno occupate in 
« grave danno e preiudicio di Comuno; de la qual cosa non vi 
« potremo tanto dire quanto la vergogna e'I danno non sia magiore. 
« E ancho per noi si vede e comprende, ogni di grande inconve- 
« niente ne può venire^ conciò sia cosa che a ognuno è possibile 
« e' decti libri tramenare e tochare, quando sotto uno colore quando 
« sotto an altro, et habile cosa sia potere de fogli de' libri trarre, 
« stracciare e via portare, e chi per vizio et chi non credendo 
« fare danno; abiamo deliberato, Magnifici Signori Nostri, a voi 
« per la presente petitione manifestarlo, acciò che la prudentia e 

• la virtù della vostra Magnifica Signoria co' rimedij opportuni 
t pos^sa provedere ; de' quali rimedij, con riverentia vi ricordiamo, 
« ^krebije, che faceste provedere et ordinare per li vostri opportuni 

< consegli, che voi Magnifici Signori, Luogotenente ecc., aveste a 

• eleggere tre savi et valenti cittadini e quagli avessero tutti e 
« libri et altre scripture appartenenti al Comuno, in qualunque 
« parte si fossero, a utile et honore del Comuno. Sopra le quali 
« cosie fare e detti cittadini cosi electi abbino quella autorità et 

• balia che ha il Conseglio generale. Et se bisognasse alcuna spesa 



100 



A. LISINI 



« fare intorno a ciò, per fare casse o altre spese bisognevoli, el 

< Camarlingo di Bicherna sia tenuto quelle pagare, si veramente 
« che i detti tre electi non possino alcuna cosa fare senza il con- 
« soglio e deliberatone de la vostra Magnificentia. Et ancho con- 
c Giosia cosa che le predette cose fare, sarà fadiga et angoscia 
« grandissima, et che debito sia, chi fadiga dura sia, premiato, che 
« in Voi Magnifici Signori sia rimesso per autorità del Conseglio 
« Generale poter lo' fare quello salaro che a la vostra Signorìa 
« parrà meritevole, el quale el Camarlengo di Bicherna sia tenuto 
« e deba pagare. Questa sarà buona e utile spesa di nostro Co- 
« muno ; non di meno e'I più e'I meno di provedere rimanga ne la 
« vostra Signoria. L' altissimo Idio vi conservi in felice e pro- 
« spero stato » ('). 

La proposta degli Ufficiali di Biccherna, sottomessa all' appro- 
vazione dei consiglieri, venne accolta con 197 voti favorevoli no- 
nostante 35 contrari. Si può presumere che qualche provvedimento 
fosse preso per la conservazione delle vecchie carte, ma gli abusi 
non tutti furono eliminati, e non piccolo era certamente quello che 
commettevano i notari cui erano affidate esclusivamente le can- 
cellerie degli uffici. Essi, più specialmente quelli della Biccherna, 
avevano preso la cattiva consuetudine di ritenersi i libri delle 
pubbliche amministrazioni, arrecando cosi non poco danno agli in- 
teressi del Comune. Nel 1408 vi si dovette provvedere con una 
legge la quale ordinò « che tutti e notari e quali da venti anni 

< in qua sono risieduti e per V avenire risiederanno a V officio di 
e Biccherna sieno tenuti e debino, sotto pena di L. e. di denari, 
« nel finire del loro officio, relassare ne la detta Bicherna i libri 

< delle condotte originali, liberamente senza neuno pregio, se non 
« el suo salario ordinato e pontature e difecti di chi ha servito 
« e serve nostro Comune col pagamento di spese di condotte a 
« chui tocha et qualunque altre scripture pertinenti et spectanti 
€ a la decta Bicherna. El che i Regolatori del Comune di Siena 

< sieno tenuti et debino sotto la detta pena cosi del passato tempo 
« come de V avenire far fare debita e compiuta execu tiene, et che 
« la presente provisione abbi pieno effetto > (*). Questa legge 



(*) Libri del Consiglio Generale detto della Campana n. 199 e. IGI. 

(*) Scritture Concistoriali ad annum. Provvisioni di savi cittadini. 
Giova osservare come tiittoggi nelP Archivio Notarile Provinciale, tra 
i rogiti di alcuni notari, si conservano libri e carte di pubbliche am- 
ministrazioni, e sarebbe conveniente che^ per colmare i vuoti, a queste 
venissero riuniti. 



ARCHIVI 101 

dovette arrecare- qualche benefizio alla conservazione delle vecchie 
scritture, tuttavia altri e non meno gravi inconvenienti rimane- 
vano, cagionati dalla infingardaggine e dalla negligenza degli stessi 
notari. Da una proposta che alcuni savi cittadini presentarono al 
Concistoro nel novembre 1419, rilevasi che un tal Ser Giovanni 
Cristofani, notare della Signoria, morendo, aveva lasciato con gran 
disordine le scritture a lui affidate e peggio ancora aveva omesso 
di trascrivere nei libri molte deliberazioni, proposte ed istanze ri- 
guardanti V ufficio, mentre si era appropriato statuti, registri e 
filze spettanti al governo. Essi, fatti accorti del danno che ne sa- 
rebbe derivato al Comune, proposero di nominare una commissione 
composta di tre cittadini e due notari, con V incarico di ricercare 
presso gli eredi di Ser Giovanni tutte le carte pubbliche e di far 
trascrivere nei registri le omesse deliberazioni (*)• Certamente egli 
non fu V unico a commettere simili negligenze; anche in altri vo- 
lumi si riscontrano intere pagine bianche destinate a contenere 
decreti, di cui il titolo soltanto vedesi ricordato nei margini. 

A una gran parte degli antichi governi repubblicani mancò la 
prerogativa di un savio e costante ordinamento. Le leggi quasi 
sempre emanate nel tumulto delle passioni se apparivano fin troppo 
severe, spesso per la molteplicità cadevano dimenticate e neglet- 
te. Non può quindi recar meraviglia che anche i provvedimenti 
destinati a preservare le vecchie carte dalle ingiurie degli uomini 
e del tempo abbian subito la medesima sorte. E che fossero ben 
presto caduti in oblio proprio nella sede cui faceva obbligo una 
maggiore tutela, vien provato dai seguenti ordini presentati e ap- 
provati dal consiglio, il 18 gennaio 1483, a proposta di una com- 
missione di cittadini. < Veduto » — essi premisero — < quanti scan- 
dali sonno resultati per bavere tracti libri da le residentie e 
archivi a ciò deputati, il che n' è seguito che ne sonno stati 
tratti quinterni et stracciate carte et quelli alcuna volta perduti 
in grande vilipendio, disonore e danno del vostro Comune et 
anco alcune volte di particulari persone: unde, per obviare che 
per lo ad venire non si commettine tali Beandoli, providdero et 
ordinare che per alcuno modo né sotto alcun quesito colore, in 
futuro si possi né debbi per alcuno trarre, né far trarre di al- 
cuna reaidentia o archivio di vostro Comune alcuno libro mar- 



(') Concistoro. Carte sciolte dell'Archivio delle Ritorniagioni ad 
annum. 



102 A. LISINI 

caio; pena a chi contrafacesse fior, cinquanta d'oro larghi e di 
essere amoni to per tempo di due anni da omni offitio et honoro 
di Comune. Et in simile pena incorrino e famegli et guardie di 
essi tribunali dunde fussero tracti, che permettessero o lassas- 
sero quelli trarre, e di essere privati dall'officio. De la quale pena 
la metà sia del Comune di Siena, la quarta dello accusatoro et 
V altra quarta de V officiale che ne facesse axequtione : et omni 
officiale del comune di Siena executione fare ne possa et il nome 
dello accusatore sia tenuto secreto. Non intendendosi però questo 
per li rivedi tori delle ragioni, a' quali sia lecito mentre rivedrà 
le ragioni potere impune trarre e libri che avessero a rivedere 
di quelle residentie e archivij dove fussero et dipoi consegnarli, 
rivedute fussero a le guardie preposte a tali libri. Et che le 
guardie che sonno al presente de' libri et quelli che per li tempi 
saranno sieno tenuti et debbino ciascuno con diligentia investi- 
gare tutti i libri fussero perduti et quelli notificare a 1' offitio 
de' Regolatori, li quali trovati saranno, sieno obligati a farli ri« 
tornare a' luoghi deputati. Et se per alcuno modo acadesse che 
fusse di bisogno di trarre alcuno libro dello archivio deputato, 
per altro che per rivedere le ragioni, si possine quelli trarre 
per le guardie d' essi e portarli dove fusse di bisogno e ritor- 
narli con deliberatione delli officiali dove fussero tali libri. Et 
per lo advenire ogni guardia de' libri sia tenuto e obligato te- 
nere conto per inventario di tutti e libri marcati della resl- 
dentia dove è deputato, sotto la medesima pena a chi contrafa- 
cesse. Et che li camarlenghi del Monte che per lo advenire 
saranno sieno tenuti et obligati fare marcare tutti e libri delle 
« previsioni del Monte » (*), 

Nonostante questi ordinamenti gli atti del Governo seguitarono 
ad esser tenuti nella medesima confusione per la mancanza di un 
officiale destinato permanentemente alla loro custodia. Infatti an- 
che dopo un' altra commissione di cittadini, giustamente dovette 
biasimare che quelle scritture fossero ancora nel lamentato disor- 
dine ; il quale era anzi giunto a tal segno che se abbisognava 
qualche documento per pubblici negozi, difficilmente veniva tro- 
vato non essendovi alcuno che ne avesse pratica e notizia (^): e 



(*) Concistoro. Scritture ad annum, 

(*j Trascriviamo qui per intiero la provvisione presentata in Con- 
siglio il 6 gennaio 1484 perchè non ci sembra priva d' interesse per 
la storia dell' Archivio senese: « Atteso che le residentie delli onici 



ARCHIVI 103 

si invitò nuovamente la Signoria a prendere su questo affare pronte 
risoluzioni. 

Nei tempi anteriori era ben lontano il pensiero che di quelle 
carte dovesse impadronirsi la storia : allora solo erano valutate 
per V utile che potevano rendere alla giornata. Ma ornai stava per 
sorgere qnell' èra novella che trasformando la società, dette pre- 
valenza grandissima all'operosità intellettuale. Ogni città, anche 
di mediocre importanza vole narrata la sua storia che ne rilevasse 
r origine gloriosa, gli atti di valore, i fatti più salienti come le 
vicende più calamitose. Anche i senesi in questo tempo affidarono 
r ufficio di cancelliere a letterati, e loro commossero di stendere 
la storia della città ('). Per la qual cosa se quella congerie di 
documenti, senza ordine alcuno, senza indici e inventari, posta alla 



della Città vostra è proposto qualcuno che ha continua guardia et 
cura delle scripture ad quello pertmenti, come certamente pare 
utile e honorevole, e che solo el vostro palazo si trova in tanto 
disordine che di continuo mancano e si perdano scripture di assai 
importanza come sono registri di cancelleria, lettere, scripture auc- 
tentiche del cassone di Consistorio, le quali ogni di sono portate 
via per vostri oratori, commissari j et altri manda tarij che saria 
tedio raccontarle, e mai alcuna ritorna, in grandissimo preiudicio 
del vostro Comune : et ancora quando occorre hisogno di alcuna 
scriptura publica mai si trova non essendo chi ne habi pratica o 
notitia, et cosi li CaleiH grandi che sono delle belle cose habi la 
vostra Comunità e libri ai Consistono che stanno in grandissimo 
disordine et quasi con vilipendio tenuti m qua e in là sopra le 
banche, e pur sono di essai importanza, et anco si trovano spesso 
tramandati altri belli libri de la vostra Éepublica e Iettare da farne 
non poca stima. Unde per obviare a Hi inconvenienti predetti ordi- 
nar© che s'intenda essere et sia sollennemente proveduto che li 
Magnifici Signori Capitano di Popolo et spectabili Gonfalonieri 
Maestri debbino trovare quello modo quale giudicaranno ad tale 
effetto conveniente in modo tale che le scripture del vostro palazo 
si tenghino sotto bona custodia, ordine e governo, si che in ogni 
occorrentia si possine con facilità ritrovare e si habino ad conser- 
vare ad honore di V. M. S. Dummodo che questo con eifecto si 
exequisca senza altra nuova spesa da deliberarsi per la vostra 
comunità. E quanto per loro sarà in ciò deliberato et ordinato 
valga e meriti exequtione si come per lo piesente Consiglio deli- 
berato fusse qualunque cosa in contrario disponente, non obstante > . 
(*) Agostino Dati, che fino dal 1457 aveva incominciata per pro- 
prio conto una Storia di Siena, fu eletto cancelliere della Eepubblica 
con r obbligo di continuare quella storia. Morto il Dati simile inca- 
rico fa affidato a Niccolò Borghesi lettore nel Pubblico Studio e in 
compenso venne eletto Segretario o Cancelliere della Repubblica, cfr. 
ZoEKAUBR ò^tuàio dì Siena nel Rma,scimento. (Milano 18iJ4) a pag. 120 
nota 1. 



104 A. LISINI 

rinfusa, mal rispondeva per riconoscere diritti, tanto meno si ren- 
deva utile alla ricerca dello studioso. Le raccomandazioni di quei 
savi cittadini vennero quindi opportune e fu allora che si costituì 
un vero e proprio Archivio del governo affidando ad un ufficiale 
la custodia degli antichi documenti ('). 

Il Custode del nuovo Archivio fu scelto tra i coadiutori di 
Cancelleria e venne confermato di due in due anni con V assegno 
di lire venti mensili. 

A lui si fece obbb'go di compilare dentro quattro mesi « Vìn- 
< ventano di tutti libri existenti in Consistono cosi de' notari, 
« CcUeffi grandi, come di qualunque altre scripture e cosi di quelle 
« della Cancelleria, ecc. » . 

Esso poi doveva aver cura .dell© lettere che pervenivano al 
palazzo tanto dirette al Concistoro quanto alla Balia e quelle ri- 
legare insieme ì^dticeiìdole a libri. Doveva altresì inventariare 
tutte le scritture racchiuse nel Cassone di Concistoro. Queste scrit- 
ture, divise in tre borse, distinte col nome di Lupa, Balzana e 
Leone, furono col nuovo ordinamento poste in tre casse che con- 
servarono i medesimi nomi, e dal Concistoro fu ordinato che di 
dette scritture non si potesse « cavarne alcuna senza licentia de 
e li Mag.ci Signori e Capitano di popolo, rogandosene lo notaro di 
« Consistono et lo decto Custode in sur uno libro ad tale efPecto 
« da ordinarsi per lui e da tenersi, e di quelli si trasse (sic) doveva 
e farne particolare menzione facendone debitore quel tale a cui si 
« dessero ad ciò si abbino ad recuperare, usate che saranno » . E 
fu aggiunto che « qualunque non le ritornasse dopo xv di dello 
« usato di quelle al commodo. . . , caschi in pena di fiorini trecento 
« da pagarsi al Monte del Comune e di essere ammonito in per- 
c petuo da omni officio e honore di Comune ». E il Custode era 
obbligato di significare quella pena a chi tali scritture riteneva 
indebitamente. Anche gli altri libri a lui affidati non potevano 
temporaneamente essere estratti sènza una deliberazione dei Go- 
vernatori ('). E così ebbe principio P Archivio del governo che poi 



(*) La proposta fii vinta nel consiglio del popolo per 172 voti 
favorevoli nonostante 44 contrari (Delib. di Concistoro 8 gennaio 
1484 (st. sen.) e. 6). 

(') Questo regolamento fu approvato dal Concistoro il 5 febbraio 
1484 ist. comune 1485). L'originale trovasi tra le carte dell' Archivio 
delle Riformagioni. Da quest' anno incominciano gli inventari delle 
carte raccolte nel Concistoro. L'inventario fu rinnovato nel 1488, nel 



ARCHIVI 105 

fu detto delle Rifornuigioni: e da quest' epoca incominciarono gli 
inventari delle vecchie carte ivi custodite a cui dette mano Ser 
Vittorio di Matteo da Campagna tico coadiutore della Cancelleria, 
eletto per il primo, custode o conservatore. 

Settanta anni dopo, cadeva la libertà di SSiena non tanto per 
effetto delle armi dell' imperatore Carlo quinto, ma più per l' insidie 
di Cosimo de' Medici, il quale indi a poco divenne assoluto padrone 
della città. Però le magistrature repubblicane non subirono grandi 
innovazioni. Quell' astuto Principe per non crescer malcontento, si 
limitò a sottoporle ad una riforma che le rese più direttamente 
soggette alla sua autorità, senza troppo alterare nomi ed ingerenze; 
e cosi all'Archivio, sotto il governo Mediceo, non furono portate so- 
stanziali modificazioni, anzi la maggior cura fu quella di tenerlo ge- 
losamente chiuso. Provvedimento che pure non lo salvò dalla cupi- 
digia e dalla ignoranza di custodi poco fedeli, quali profittando di 
tanto abbandono fecero pubblico mercato delle carte ivi raccolte, 
fino a che nel 1601 non vi fu posto riparo con un bando, che per \9, 
sua importanza merita di essere integralmente riferito : « Li Molto 
Ul.mi Signori del Collegio di Balia in Siena ecc. Havendo per 
certa notizia che tutto di si vendono a straccio da diversi molte 
scritture rogate et molti libri manuscritti in grave danno delle 
memorie publiche e private e degli interessi di diverse famiglie 
e di molti particolari. E volendo per l' avvenire riparare a questo 
disordine fanno bandire e comandare che qualunche persona di 
qualsivoglia stato, grado e condizione, ancora privilegiata, et qua- 
lunche collegio et università della Città e Stato di Siena, non 
possa per lo avvenire in perpetuo vendere o in qualunche modo 
contrattare dentro o fuori della città simili scritture se prima 
non le bavera presentate al Magnifico Archivista del Magnifico 
Maestrato di Bicchema et da lui ottenuta in scritto licenza 
gratis di poterle vendere o contrattare. Et perchè spesso avverrà 
che di simili scritture altre apparterranno al pubblico et altre 
agli interessi privati, et i venditori pure ne vorranno fare ri- 
tratto, sia il Magnifico Archivista obligato sotto pena dell' ar- 
bitrio di detti Signori di Balia di conoscere e ben considerare 



1504 e nel 1535. Nel 1488 fu aggiunta un' altra cassa })er raccogliervi 
le scritture riferentisi ai territori che la Eepubhlica teneva in feudo 
dall'Abadia tli S. Anastamo ad aniias salvias. Il nostro socio Prof. 
Zdbkauer ha ritrovato nel cod. 6. IV 26 della Biblioteca Comunale, 
la copia di un repertorio alfabetico del primo inventario di Vittore di 
Campagna tico. 



106 A. LISINI 

€ quelle scritture e libri, e le publiche ritenere come cosa già stata 
« iniquamente tolta dai publici Archivi et allora nuovamente ri- 
« trovata. Né possa quello che ingiustamente riteneva conseguir 
« premio, dovendoli bastare che solo per giuste considerazioni non 

< ai procede al gastigo. Et quanto alle private^ chiamati quelli che 
« vi hanno interesse, veda se le vogliono comprare per il prezzo 
« che con il venditore resteranno d' accordo. Et se le vogliono sia 
« il venditore tenuto darle a loro e non ad altri, niente importando 
« a lui da chi ne riceva il giusto prezzo. La cognizione di queste 

< cause sia del Magnifico Capitano di Giustizia e del Maestrato 
« de' Regolatori dovendo tra di loro aver luogo la prevenzione, e 
« nello Stato sia de' Capitani di Giustizia et de' Potestà de' luoghi 
e con la suddetta prevenzione. La pena a chi contrafarà sia di 
« scudi dieci d' oro per ciascuno e per ciascuna volta, uguale al 
e venditore et al compratore, senza la sopradetta licenza. Restando 

< il conferente obligato ancora alla pena dell'inconferente, se trai- 
« terà seco. Della quale la metà sia della Gran Camera Ducale, 

< un quarto al Giudice o Maestrato che ne farà 1' esecuzione e 

< l' altro quarto dell' accusatore o palese o secreto che sia. Dal 
. Palazzo il di xx d'ottobre 1601 » (M. 

£ d' uopo però ricordare che se il Governo Mediceo trascurò 
1' Archivio delle Riformagioni non dimenticò quello dove raccoglie- 
vansi le scritture e i rogiti dei notari. L'Archivio notarile, di an- 
tica e incerta origine, forse nel 1350 ebbe sede nel palazzo innal- 
zato dal Cardinale Riccardo Petroni nella via di Salicotto (*), dove 
l' arte dei Notari tenne la propria apoteca. Più tardi nel 1541 fu 
certamente riordinato e ampliato a spese della Repubblica, ma mi- 
gliore ordinamento dovette riceverlo sotto il principato Mediceo. 
Qui peraltro ci dispensiamo di parlarne, sia perchè anche oggi forma 



(M Balìa. Libro di Bandi a e. 221. Questo Bando fu dettato dallo 
storico Giugurta Tommasi, e potè conseguire V ettetto di lar tornare 
molti libri pubblici nelF Archivio. Girolamo Gigli nel Diario senese 
Lucca, Venturini 1723 P. Il p. 222) racconta che un donzello della 
Bicchema fu condannato a morte jìer aver rubati e venduti a peso 
di carta molti antichi libri dell'Archivio, ma che potè liberarsi aalla 
condanna col ftigeire di prigione. 

,"» V. Perg. Archivio Generale 1350 marzo 8. Sul riordinamento 
seguito nel 1541 sì consultino le Di»lil)era7.ioni del Consiglio generale 
1Ó40 dicembre 2G e. 150. 152., le deliberazioni del Concistoro e il 
Libro della Biccherna 1541 e. l»l. 



ARCHIVI 107 

on Archivio a parte, sia perchè è stato di recente illustrato dal 
nostro socio Lodovico Zdekauer ('). 

Estinta sulla prima metà del secolo passato la famiglia Gran- 
ducale dei Medici e succeduta nel Governo della Toscana la Casa 
di Lorena, l' Archivio delle Riformagioni non sfuggi alle sollecite 
cure di Pietro Leopoldo I, principe filosofo ed innovatore (*). Egli 
aderendo alle istanze di Cesare Scali sacerdote senese e archivista 
dello Spedale di S. Maria della Scala, il quale erasi esibito di 
riordinare V Archivio delle Biformagioni per modico compenso, con 
rescritto granducale 80 novembre 1775 a lui ne commise l' ordi- 
namento e vi deputò alla sorveglianza Pandolfo Spannocchi, Se- 
gretario delle Leggi e Ottavio Morsili. Il Granduca avendo avuto 
occasione nel 1777 di recarsi a Siena visitò V archivio e rimase 
ammirato della importanza delle carte ivi raccolte. Per sollecitare 
la compilazione degli indici delle deliberazioni del Consiglio Gene- 
rale, di Balia e di Concistoro, mandò di Firenze i sacerdoti Picchi 
e Petrai, cui dette in aiuto un altro sacerdote senese Giovacchino 
Falaschi e Giovanni Olmi, e assegnò per tutto il lavoro la somma 
di scudi 1200. 

Lo Scali si proponeva di ordinare 1' Archivio col formare indici 
e col distribuire le carte per materie, metodo poco pratico e che 
]a moderna scienza archivistica giustamente condanna. Era inco- 
minciato V ordinamento da pochi anni quando tra le persone pre- 
[)Qstevi nacquero discordie; ed essendo quasi esaurito tutto l'asse- 
gno dei 1200 scudi, il lavoro rimase sospeso. E finalmente fini per 
cessare del tutto, quando Pietro Leopoldo, chiamato a succedere al 
fratello nell'Impero, il 27 luglio 1790 abdicò in favore del figlio 
Ferdinando, il Granducato di Toscana. E fii fortuna che questo 
sistema di ordinamento venisse abbandonato in tempo, poiché se 
arrecò il vantaggio di far riunire all' Archivio delle Biformagioni 
gli atti della Bepubblica scritti su pergamena, che già consei^vavansi 
nello Spedale, ed altri pochi rimasti confusi tra le carte del Con- 
vento di S. Domenico, fu purtroppo causa di mandare al macero. 



(*) V. Bullettino senese di Stima Patria, Anno I fascicolo HI-IV 
p. 2b5 e seg. 

(*. Bicorderemo che in questa occasione T Archivio Notarile potè 
formare quella grandiosa raccolta di pergamene, oggi passate all'Ar- 
chivio di Stato. Le pergamene per la massima parte vennero depositate 
in quell'Archivio dalla Casa cu Sapienza e dallo Spedale di S. Maria 
della Scala. 



108 A. USINI 



(*) Nei ricordi circa i lavori eseguiti per 1* ordinamento, cosi è 
detto: e Furono esaminate le infinite filze di lettere delle città e 
« luoghi dello stato senese e furono superficialmente esaminate circa 
« il contenuto delle medesime e fu detto non esservi in nessima al* 
« cuna cosa di particolare e di interessante. Onde con previa parte- 

< cipazione a S. A. B. fu mandato tutto questo carteggio a Colle per 
« tanta cartaccia. Fu riservato solamente il carteggio delle corone e 
« repubbliche d* Italia » . 

Merita anche di essere conosciuta la sciagurata informazione che 
si presentò al Granduca. In essa si legge : « Detto carteg^o in sostan- 

< za non è altro che il dettaglio degli affari provinciali f&tto dai re- 

< spettivi giusdicenti al governo di Siena per le opportune risoluzioni 
e che regolarmente veggonsi dettagliate nei consigli generali dei quali 
€ è già stato fatto il transunto^ onde pare che in oggi siano del tutto 
« superflue le medeshne (!) poiché o si trattava di piccole cose e queste 
« per passare tra le orainarie non meritano considerazione alcima, 

< o trattavasi di materie interessanti, queste venivano proposte in 
« consiglio per le risoluzioni e leggonsi in oggi in detti transunti 
€ come sopita (! !) » Si avverta che questi famosi transunti altro non 
sono se non sciatte compilazioni dei transunti eseguiti un secolo in- 
nanzi dall' abate Sestigiani, e cessano al 1555, con la cadula deUa 
Bepubblica. Che V esame di quelle lettere sia stato eseguito super- 
ficialmente lo prova il fatto di aver mandato al macero annate 
intiere di lettere dirette al Concistoro e alla Balia. Il peso netto di 
quelle carte, vendute alla cartiera Martini di Colle nel 1779, fu di 
lo. 3324 e il retratto ascese appena a 77 lire toscane. Volle fortuna 
ohe 1* ordinamento non arrivasse alle numerose e grosse filze intito- 
late scritture Coììcistonali, dalle quali potè ricavarsi il prezioso car- 
teggio che di presente arricchisce l'Archivio di Stato, altrimenti 
anche quelle carte, per questi infelici criteri, avrebbero subita la 
medesima sorte! 



nelle cartiere di Colle, più di dugento filze di lettere antiche col I 
pretesto che esse fossero del tutto superflue: solo venne fatta ec- I 
cezione alle lettere scritte da principi, da cardinali e da qualche i 
repubblica, in grazia della qualità dei personaggi o della impor- i 
tanza della Città da cai provenivano (*). \ 

Sotto il governo Napoleonico, che succedette a quello Loreneae, 
1' Archivio delle Biformazionì fu quasi lasciato in balia di donzelli 
e di tavolaccini, senza altra sorveglianza. Questo stato di cose 
permise all' abate Luigi De Angelis di prendervi alla rinfusa co- 
dici e carte per arricchirne la Biblioteca pubblica della quale egli 
trovavasi a capo. 

Anche dopo avvenuta nel 1814 la restaurazione del governo 
Lorenese per vari anni V Archivio non ebbe innovazioni, subì in - 
vece qualche altro danno per la poca cura in cui era tenuto. 

Il merito di aver procurato alla città di Siena V Archivio di 
di Stato spetta alla Soprintendenza degli Archivi Toscani, dopo 



ARCHIVI 109 

che nel 1856 le venne sottoposto V Archivio delle Riformagioni. 
La nuova istituzione ebbe principio per decreto de' 17 novembre 
1858. Cosi i documenti che appartennero al governo e alle varie 
ma^strature ed istituti della Città, tanto dei tempi più antichi 
allorché si resse a Comune, come dei successivi dopo perduta la 
propria autonomia, vennero a raccogliersi insieme. Fu necessario 
allora di abbandonare l'antica sede e di costituire il nuovo Archivio 
nel terzo piano del palazzo Governativo già Piccolomini, cospicuo 
edifìzio innalzato dai Nipoti di Pio II. Pochi anni dopo fu ag- 
giunto al terzo anche il secondo piano, locale ampio e bellissimo. 

Un primo e grande incremento ebbero le collezioni dell' Ar- 
chìvio per gli atti giudiciali e per le molte pergamene che vi si 
traslocarono dall' Archivio dei Contratti. Ed assai documenti e carte 
diplomatiche vennero pure somministrate da altri uffizi ed istituti 
governativi, provinciali e comunali, le quali poi divise secondo i 
respettivi uffici e cronologicamente ordinate si repartirono ciasche- 
duna in tre sezioni: governativa, amministrativa e giudiciale. In 
cotal modo poterono riunirsi alle proprie serie quei documenti che 
lin' allora erano rimasti separati nei diversi archivi della città. 

Una collezione cosi grande di carte relative alla storia di una 
città, che tenne luogo distinto tra le repubbliche italiane e che, 
perduta la sua autonomia, conservò nondimeno per lungo tempo ì 
nomi e le forme dell' antico reggimento, è contenuta in quaranta- 
nove ampie sale del predetto palazzo Piccolomini, delle quali l'ag- 
giunta tavola dà il prospetto. 



Siena. 



Alessandro Lisini 



EASSEfiNA BIBLIOGRAFICA 



Arch. Antonio Canestrelli. L'Abbazia di 8. Galgano. Mo- 
nografìa storico-artistica con documenti inediti e numerose illu- 
strazioni. — Firenze, Fratelli Alinari, Editori, mdcccxcvi. 

Bellissima fra quante ne sorsero nello stato senese fu l'Abbazia 
cistercense di S. Galgano, che la venerazione a quel giovane ere- 
mita sollevò tra le selve del piano della Morse presso Chiusdino. 

Di quest' abbazia, che in parte non piccola entra nella storia 
della nostra Repubblica, alla quale provvide consiglieri ed econo- 
mi, e che in quella solitudine spiegò magnifico splendore di arte, 
oggi per disgrazia rimangono soltanto grandiose rovine a far pian- 
gere un tesoro perduto : ma sono avanzi che meritano tutto Tamore 
dell' età nostra, talvolta buona conservatrice del bello antico, per 
esser sottratti all'estremo sterminio. E a far di ciò persuasi gli animi 
nessuna voce poteva riuscir meglio che quella di un valente archi- 
tetto , il quale con tutta la perizia dell' arte e con tutto l' affetto 
che si deve a così preziosi monumenti, adopra la sua larga cultura 
per mostrar che cosa fu quella badia, i cui maestosi avanzi chie- 
dono la compassione del tempo nostro. L' architetto Canestrelli, 
con grande vantaggio dei cultori della storia e dell' arte , pubbli- 
cando la presente monografìa intorno a S. Galgano, ha risposto, 
come c'era bisogno, ai loro desideri. Pochi scrittori, e questi non 
di proposito, dissero dell' abbazia nei due secoli passati : essi toc- 
caron della storia di quella sol quanto occorreva per illustrare la 
memoria del santo ond' ebbe nome. Il Canestrelli per mezzo di ri- 
cerche accurate e lunghe negli archivi di Siena, di Firenze, di 
Volterra, nella biblioteca comunale senese e nella Fabbroniana di 
Pistoia; e di studi anche sugli stessi ruderi del cenobio, ha sa- 
jmto metterci sott* occhio, ben ricostruita , la storia deir abbazia, 
per otto secoli. La sua monografìa, presentata fìn dal 1892 al Mi- 



RASSEGNA BIBLIOGRAFICA 111 

nìstero della pubblica istruzione e da questo favorevolmente ac- 
colta, vi restò fino al 1894, quando, presala in esame la Giunta 
superiore di belle arti, questa fece voti perchè fosse data alle 
stampe, dichiarando quindi i ruderi dell' abbazia meritevoli di 
essere inscritti fra i monumenti nazionali. 

L' opera, or uscita in edizione di lusso, è divisa in due parti; 
V una per la storia delP abbazia, l' altra per le ragioni dell' arte. 
Seguono molti documenti di corredo allo studio, che gettano luce 
sul nostro monumento ed anche sopra punti storici fuori di quello, 
e di ordine generale. Numerose e nitide figure illustrano il testo, e 
ne rendono più gradita e proficua la lettura. 

Scopo del lavoro è, secondo lo stesso autore, uno studio di sto- 
ria e d' arte per far conoscere, con esame critico artistico ed apprez- 
zarne lo stile, i caratteri architettonici del monumento: e quanto 
bene ci sia riuscito lo proverà il rapido sguardo che ora diamo a 
quel libro. 

Muove V autore dal far memoria di S. Galgano, la cui austera 
vita e santa morte dovette fare impressione straordinaria, se ne 
rimasero tanto accesi in devozione clero e popolo da costruire in 
suo culto dopo pochi anni un monastero e una chiesa a quel modo. 
Prima 8orse% la cappella rotonda di Montesiepi^ luogo delle pe- 
nitenze del Santo; ed ebbe a fianco un monastero di Cistercensi, 
chiamativi dal vescovo di Volterra, Ugo de' Saladini (1185). Ben 
presto vi cominciarono le largizioni dei fedeli, che il nostro autore 
novera, facendosi da quella del 5 Aprile 1196, la più antica che 
oggi si sappia: e queste, co' lasciti testamentari de' vescovi vol- 
terrani Ugo de' Saladini, Ildebrando e Pagano Pannocchieschi, del 
cardinale Stefano da Ceccano, abate di Fossanova e di molti pri- 
vati, dettero agio all' accrescimento del monastero di Montesiepi, 
dove vennero altri monaci dall' abbazia di Clairvaux in Francia, una 
delle madri dell'Ordine; e dove indossarono la cocolla anche gen- 
tiluomini dei dintorni, come de' conti Guidi, degli Aldobrandeschi, 
degli Ardenghi, de' Visconti. 

Cosi accresciuto il cenobio, si conobbe il bisogno di costruire 
un'altra abitazione, e nel 1224 fu principiato nel pian della Merse 
il monastero monumentale. La sua dignità meritò che nel 1236 
papa Gregorio IX gli conferisse la Badia di S. Salvatore a Set- 
timo presso Firenze, e cosi la regola cistercense s' allargò in To- 
scana, dipendendo dal nostro S. Galgano, oltre la Badia di Settimo 
già detta, quelle di S. Prospero, di S. Maria Novella e di S. Michele 



112 RASSEGNA BIBLIOGRAFICA 

a Quarto presso Siena. Questa dignità del Monastero di S. Gal- 
gano ebbe il suo suggello da parecchi privilegi imperiali, come fa 
fede un antico cartolario dal nostro autore consultato nell'Archivio 
di Stato in Firenze, pervenutovi dal Monastero di Cestello : ivi si 
contengono, in copia autentica, trentacinque privilegi ottenuti dal 
1191 al 1302. Il più antico è quello dell'Imperatore Enrico VI 
(8 Marzo 1191); ma un richiamo che si legge in quello di Filippo 
Duca di Toscana e fratello di Enrico (25 Feb. 1196), accerta che i 
monaci ne avevan già ottenuto un altro da Federigo Barbarossa 
« sicut in privilegio a gloriosissimo patre nostro Friderico roma' 
norum Imperatore eis dato continetur » ; e certamente non più tardi 
del 1188, perchè ne' primi dell' 89 egli mosse con gli eserciti cro- 
ciati per V Oriente, dove mori. Probabilmente avrà privilegiato il 
nostro monastero nel 1187, perchè dopo quell' anno Federigo non 
scese più in Italia. 

Privilegi e immunità ebbe assai 1' Abbazia anche da' Ponte- 
fici, che la presero e sub beati Petri et nostra protectione » , come 
dice la Bolla d'Innocenzo III (8 Luglio 120G), che è la più antica. 
E cosi nel secolo xiii S. Galgano diventò una vera potenza 
nel Senese, sia nell' ordine ecclesiastico come nelle giurisdizioni e 
ne' possessi. Onde v' ebbe perfino chi scrisse avere i monaci ottenuto 
facoltà di batter moneta; ma il nostro autore dimostra che non è 
cosi e che i quarteruoli^ onde quegli scrittori lo vollero argomen- 
tare, non ebber mai valor monetario, ma giraron soltanto come 
semplici tessere di mercanzia. 

Levatosi in cosi onorevole stato, il monastero di S. Galgano 
si guadagnò la fiducia delle grandi famiglie, dei vescovati, delle 
repubbliche; e non di rado si ricorse a' suoi monaci chiamandoli 
arbitri in gravi quistioni. E tale stima si meritarono essi dav- 
vero. Ebbe dei dotti in tutti i rami del sapere : co' teologi e i 
canonisti, trovi i giuristi, i notari, i fisici o medici e, cosa ordi- 
naria nella Regola di S. Benedetto, gli artefici e gli architetti. I 
Caleffi conservati nell' Archivio di Stato in Siena ne contengono le 
prove. La Repubblica senese era legata alla badia d' un interesse 
singolarissimo, e par che se ne tenesse dimolto d'averla nel suo 
territorio. Fin dal 1270 apparisce nei pubblici documenti la tu- 
tela del Comune di Siena sui diritti dell' abbadia, e nel 16 Giugno 
1290 venne per decreto del Consiglio generale dichiarata sotto la 
sua protezione: onde fu poi guardata sempre come propria do- 
mus et monasterium Comunis Seuensis, Da questo monastero fu 



RASSEGNA BIBLIOGRAFICA 113 

scelto il Camarlingo di Bicchema, ben novanta volte dal 1257 al 
1M9 : e V Operaio dell' Opera della Chiesa maggiore, otto volte dal 
1257 al 1313f come apparisce dall' esatto elenco che il chmo. autore 
pone con gli altri documenti nell'Appendice. Quando danni o peri- 
coli minacciarono la protetta abbazia, la Repubblica non mancò 
di mostrare a fatti la sua protezione, come allora che le Compagnie 
di Ventura, specialmente quella degl' Inglesi con a capo l' Aguto, e 
quella di S. Giorgio, corsero que' luoghi. 

Poiché a formarsi un giusto concetto dell' importanza dell' ab- 
bazìa conferisce assai il sapere fin dove si estendessero i suoi do- 
mini ed i suoi beni, cosi il nostro autore non ha lasciato di ricer- 
carli negli atti di donazione o di ultime volontà dei benefattori, 
e negl' istrumenti di acquisto. Ha notato i molti e vasti terreni, 
posseduti da' monaci nel senese e nel grossetano, i mulini sul* 
r Elsa e suU'Ombrone, le gualchiere, le case; e tra queste 
r elegante palazzo costruito nel sec. xv presso alla Maddalena, 
oggi Via Romana, in Siena, per servir d' ospizio a' monaci nelle loro 
venute in città, specialmente quando vi portavano la testa di 
S. Galgano, che la Repubblica voleva qua in processione più volte 
l'anno. Alcuni dei possessi costituivano delle agenzie, dette allora 
Grancie, con a capo un converso dell'Ordine che ne teneva 1' ammi- 
nistrazione. L' autore co' documenti ritrovati nelle filze medicee 
dell'Archivio di Stato in Firenze e nell'Archivio della famiglia 
Peroni, ha potuto rilevare lo stato esatto dei possessi nel 1702, 
descrivendoli particolarmente. Prima però della guerra di Siena i 
beni dell'Abbadia fruttavano assai di più. 

Ma eccoci alla parte dolorosa della storia. Fin dal secolo xv 
l'abbadia cominciava a scadere; scemavano i monaci, e più il loro 
fervore. Peggio fu poi quando S. Galgano ebbe la sventura di 
cader nelle mani de^ Commendatari. L' uso della commenda, che 
concedeva il titolo di abbate con la maggior parte delle rendite 
di un monastero ad ecclesiastici fuor della vita regolare, e assai 
spesso anco a semplici laici, purché non ammogliati, fu un vero 
flagello per tante badie, e recò un colpo tremendo e mortale alle 
regolari istituzioni. Bastò questo perchè 1' abbadia di S. Galgano 
andasse perdendo prima, per dir cosi, V anima, per ridursi poi al- 
l' estrema rovina. La Repubblica si adoprò a tutto potere per 
iscongiurare il pericolo, e fin dal di 8 Ottobre 1482 in Balia si 
delil)erava che 1' abbate di S. Galgano foHse eletto dal Capitolo 

BuUett. Senese di St, Patria — 1^1896. H 



114 RASSEGNA BIBLIOGRAFICA 

dei monaci, e dal Consiglio generale, e che si trattasse col Pon- 
tefice perchè rimanesse al Comune il giuspatronato dell' abbazia. 
Ma non valsero premure: il Caleffo detto della Lupa (Arch. di 
St. in Siena) mostra infatti che Giulio II con bolla del 27 De* 
cembro 1503 nominò abbate commendatario di S. Galgano il car- 
dinal Federigo Sanseverino : e da allora in poi, passando dall' uno 
air altro commendatario, V abbazia dette a ciascuno pingui ren- 
dite, e ne fu ricambiata con V abbandono. Rari quelli che le vol- 
sero qualche volta benevole cure; soli Mons. Achille Sergardi, e 
il cardinale Francesco Commendone attesero a qualche importante 
restauro. 

Di tutti i Commendatari il peggiore fu di certo Andrea Vi- 
telli dei Ghiandaroni, che ebbe in commenda l'abbazia nel 3 
Febbraio del 1538. I documenti lo dimostrano proprio il cattivo 
genio di quella. Da questi sappiamo che egli < in tutto il tempo 
« che la tenne in mano attese alla distruzione di essa, lasciando 
e usurpare molti beni, cadere i poderi, alienare, impegnare ciò 
« che v'era di buono; e quel eh' è peggio, vendere il piombo 
« che copriva tutta la cupola della chiesa stessa e della cappella 
« del miracolo di S. Galgano >. Bisogna sentire che cosa dicono 
di lui il Visitatore apostolico Mons. Castelli, e i Governatori di 
Siena, cardinal Niccolini e Montante. Finalmente il Vitelli fu con- 
dannato da Roma < per la restauratione della Badia di S. Gal- 
< gano, in quattromila dugento scudi di parte, da farlo restare 
€ (dice lo scritto contemporaneo), che ne merita, fante nudo » . E 
allora rinunziò nel 1576 all' abbazia, che fu presa dal Cardinal 
Farnese, cui successe il cardinal Commendone, il quale la restaurò 
e vi rimise un po' d' ordine. Venuta poi nelle mani di cardinali 
Medicei durante il secolo xvii, scapitò quanto aveva ottenuto di 
bene; sin che nel 1724, avutala Mons. Feroni, e' se la fece lasciare 
nel 1727 in enfiteusi fino alla terza generazione del marchese 
Uberto suo fratello; questi poi potè averla nel 1775 in enfiteusi 
perpetua, affrancata quindi da' discendenti, che nel 1884 la ven- 
derono al marchese Ippolito Niccolini. Ma gli edifizi da un pezzo 
andavano in rovina. Caduto nel 1786 il campanile, e minacciando 
da altre parti i fabbricati di cadere, la famiglia Feroni ottenne 
dal Gran Duca Pietro Leopoldo 1' esenzione dall' obbligo di con- 
servare quel monumento. Onde avvenne che nei 1789 da quanto 
era mal ridotto, dovette essere sconsacrato: e dopo non ci fu più 
chi si commovesse nel vederlo ridurre a un ammasso di ruderi. 



RASSEGNA BIBLIOGRAFICA 115 

La parte seconda è quindi tutta dedicata al Iato artistico del mona- 
stero e del tempio di S. Galgano, del quale il Canestrelli^ cultore 
appassionato e conoscitore profondo dell'architettura del medio evo, 
fa uno studio accurato e coscienzioso. La parte storica da lui pre- 
messa serve di appoggio al ragionamento artistico, poiché, nella 
scarsezza di notizie, non c'era da fidarsi che della luce ch'esce 
fuori dall' insieme dei documenti esposti ed esaminati nella storia 
dell' abbazia. Il meglio per istabilir qualcosa di sicuro sul tempo 
e sugli autori della fabbrica, Tha potuto ricavare da' nominati Ca- 
leffi, che « se non danno forse notizie precise intorno al progres- 
sivo procedimento della costruzione dell'abbazia, offrono però im- 
portantissime indicazioni sincrone tanto sul tempo nel quale furon 
costruite le varie parti del grande Monastero, quanto circa Tepoca 
in cui il tempio monumentale era già iniziato, e circa quella, nella 
quale si trovava, se non compiuto, almeno prossimo al suo compi- 
mento » . Con questo criterio riguardo alla storia della costruzione, il 
Canestrelli si apre poi la strada a trattar dello stile del monumento. 

Il primo certo ricordo della grande Abbazia si trova nell'ocfum 
d' un istrumento del 10 Febbraio 1224, rogato appunto aptui Ab- 
badiam novatn Sancii Galvani, Ciò dimostra che almeno una parte 
di questa Abbazia, detta nuova per distinguerla dalla piccola di 
Montesiepi, era già in piedi nel 1224 ; e lo confermano gli atti simili 
degli anni successivi. Nel 1288 poi la chiesa era già uffiziata, se 
non del tutto compita ; e fino a quest' anno si veggono lasciti e 
donazioni per costruir qualche altare. Ciò per altro, mentre signi- 
fica che l' intemo del tempio andava a mano a mano rivestendosi 
degli ornamenti che ci vogliono a render finita una fabbrica di 
quel genere, non vuol poi dire che proprio 1' edifizio non potesse 
esser compito circa a mezzo il secolo xiii : poiché dalla storia 
di altri simili monumenti del medio evo, (ed anche dal fatto delle 
costruzioni di chiese moderne), vediamo che si usava tirare a com- 
pimento prima l' intiero corpo della fabbrica, per poterlo uffiziare, 
e a ciò bastava V aitar maggiore, o anche qualche cappella del 
transepto ; il resto, come di arricchir le cappelle, di costruire altri 
altari lungo le pareti della chiesa, e di provveder di altri comodi 
od ornamenti le varie parti di essa, lasciavasi alla pietà dei be- 
nefattori che venivano col tempo. Tutto dunque ^ considerato, non 
sembra poi impossibile che il tempio di S. Galgano fosse consa- 
crato davvero nel 1268, secondo la concorde affermazione del P. 
Libanori, e del P. Ugurgeri. Essi lessero tale notizia in un « an- 



116 RASSEGNA BIBLIOGRAFICA 

tichissimo Calendario della Sagrestia, scritto in cartapecora > , nel 
quale era notato semplicemente V anno della consacrazione, con 
le parole < DedicaMo Basilicae S. Galgani > . Per questa certo non 
occorreva che fossero tutti compiti gli altari, e tirato a perfezione 
tutto l'interno della chiesa; bastava solo che essa fosse tutta cx>- 
struita, coperta, e con le pareti a tal punto da non dovervi più 
subire notevoli cambiamenti : degli altari, necessario un solo. Ciò è 
chiaro dalle prescrizioni liturgiche. Questo concetto^ mentre nulla 
toglie al valore dei ragionamenti del presente libro, non porta al- 
l' obbligo di rifiutare assolutamente fede a un documento, che si pre- 
senta non senza caratteri dell' autenticità. 

n nostro autore passa quindi a ricercar gli architetti dell' ab- 
bazia, senza tener conto, e giustamente, dell'opinione del Libanori 
che dà questo merito ad un Curzio, nativo di Chiusi, laico del 
monastero. Ricorda a questo proposito che nei secoli xi, xii, e 
XIII le chiese ed i monasteri dei più grandi Ordini religiosi, ve- 
nivan costruiti da architetti monaci, secondo le tradizioni della 
respettiva regola, conservate e tramandate di generazione in gene- 
razione nelle scuole monastiche. Le scuole d' arte dei Cistercensi 
s'ispirarono agli austeri principi banditi da S. Bernai'do, che bia- 
simando con infocate parole la sontuosità e lo splendore delle badie 
l)enedettine, ingiunse ai suoi monaci, per la costruzione delle chiese 
e dei monasteri dell'Ordine, norme fondate ne' concetti di solidità, 
di semplicità, e di esclusione de' superflui ornamenti. Il concetto 
generale architettonico degli edifici dell'abbazia di S. Galgano cor- 
risponde allo stile generalmente usato in Italia dai Cistercensi, ed 
ha una somiglianza piena con quello dell'abbazia di Casamari, 
edificata tra il sec. xii. e il xiii. , da monaci recatisi là da Fos- 
sanova, primo monastero de'Cistercénsi in Italia. Per queste affinità 
artistiche, che hanno la loro ragione di essere nell'influenza avuta 
sullo svolgimento dell'architettura dalle costruzioni proprie di ciascun 
Ordine, l' autore stabilisce, con sicurezza, che architetti del tempio 
di S. Galgano fossero monaci cistercensi, venuti da Fossanova e 
da Casamari. 

I Caleffi infatti ci conservarono, in anni diversi, i nomi di 
quattro monaci, Giovanni, Pietro, Ildino, Guido, e di un converso 
Ugolino di Maffeo, qualificati i primi per operarli, e l' ultimo 
per inaglster lapidum: e questi l'autore ritiene con ragione come 
architetti dell' Abbazia. 

Esposta cosi la storia della edificazione dell'Abbazia, il Cane- 



RASSEGNA BIBLIOGRAFICA 117 

strelli, prima di cominciar lo studio architettonico del tempio e 
del monastero, svolge alcune considerazioni generali intorno al 
carattere proprio degli edifizi , eretti dai Cistercensi in varie 
parti d' Europa nei secoli xi, xii e xiii. Fa un minuto esame ed 
uno studio comparato delle principali abbazie cistercensi d' Italia, 
di Francia e di Germania, e dimostra che se nella loro icnografia 
si trova una certa affinità nelle disposizioni generali, però nelle 
elevazioni delle chiese e dei locali delle badie, l'architettura dei 
Cistercensi non ha un carattere di stile e di ornamenti spiccato, 
e tutto suo proprio; ma si spiega nei vari paesi in forma e natura 
diversa, palesando chiaramente V influsso del sentimento e delle 
tradizioni artistiche locali. Itispetto all' Italia non può ammettersi 
r opinione del Frothingham dell' Enlart, che l' architettura gotica 
entrasse qua co' Cistercensi, dall' Enlart chiamati con enfasi del 
tutto erronea « missionari dell' arte francese » . 

L' architettura ogivale d' Italia non fu che l' esplicazione di 
quella maniera d' architettare detta rtrmanka o lombarda, i cui 
principali caratteri sono il pilastro a fascio, e la volta a crocerà 
appoggiata su' sottarchi, su' mezzarchi e sulle costole o nervature 
diagonali. Questi caratteri appariscono distintamente formati nel 
S. Ambrogio di Milano fin dal sec. xi, anche se , col Cattaneo, si 
hanno a ritardare fino a quel tempo. E lo stesso VioUet-le-Duc 
confessa che soltanto nel secolo dopo, cioè a mezzo il xii, gli ar- 
chitetti della Francia settentrionale stabiliron la costruzione delle 
volte su di archi ogivi e diagonali. Onde 1' autore- conclude che 
l'architettura ogivale manifestò i suoi primi germi in Lombardia 
fino dal secolo xi ; e di 11 passò in Francia e in altri paesi di 
Europa, per opera, più che d' altri, dei Benedettini. Non nega 
agli oltramontani il vanto di aver condotto lo stile ogivale al 
pieno suo sviluppo e alla più alta perfezione secondo il genio 
nordico; ma intende respingere l'asserzione gratuita che gl'Italiani, 
non abbian capito il vero carattere dello stile ogivale; ed osserva 
che i monumenti medievali d' Italia cosi svariati, cosi originali, 
cosi armonici mostrano qual potente ricchezza di genio raggiasse 
nelle menti degli artisti italiani di quell' età. Essi avrebbero ben 
saputo sviluppare anche più largamente l' idea madre dell' archi- 
tettura ogivale, se non ne fossero stati rattenuti coscientemente dalle 
sempre vive tradizioni latine, dalla preponderante influenza di Roma, 
dalle stesse loro convinzioni artistiche. 

Premesso questo ragionamento generale, il nostro autore osserva 



118 RASSEGNA BIBLIOGRAFICA 

con esame crìtico le prime e più importanti chiese costrutte dai 
Cistercensi in Italia, e mostra che esse rispondono nelle loro linee 
generali a quella primitiva forma ogivale lombarda, che il Nardini- 
Despotti acutamente chiamò proto-ogivale. Nelle chiese di tal ca- 
rattere il sistema delle volte a crocerà con nervature nasce orga- 
nicamente dal pilastro a fascio; non han quindi che fare i caratteri 
fondamentali dello stile architettonico di queste chiese, con quelli 
dello stile ogivale francese, il cui principale elemento di sostegno 
alle volte è la colonna monocilindrica. 

Riassume quindi le sue considerazioni generali sulle chiese ita- 
liane dei Cistercensi, concludendo che : < lo stile usato dai Cister- 
censi in Italia, nella maggior parte dei loro templi, è uno stile 
di transizione, che, inspirato agli elementi fondamentali dell'ar- 
chitettura lombarda, palesa poi in certe disposizioni icnografiche, 
in alcune forme statiche ed in qualche dettaglio ornamentale la 
influenza prima della scuola architettonica della Borgogna, poi 
quella dovuta al sentimento artistico e alle tradizioni locali. Ma 
per ragione di questa secondaria influenza borgognona, non può 
dirsi che i Cistercensi introdussero in Italia V architettura ogi- 
vale ». Nò questa stessa influenza, aggiunge ragionevolmente 
r autore « può considerarsi di origine e di carattere schiettamente 
francese, poiché antiche e frequenti furono le relazioni artistiche 
fra la Lombardia e la Borgogna, cuna dell'Ordine Cistercense. » 
.Del resto conclude che i segni dell' influenza Borgognona, special- 
mente nelle forme decorative ed ornamentali vanno di grado in 
grado diminuendo nelle costruzioni dei Cistercensi, dopo le prime, 
lasciandosi vincere da una più potente forza di gusto italiano che 
si palesa con caratteri derivati da tradizioni e da forme artistiche 
nostrali : conclusione questa, alla quale crediamo dover acconsen- 
tire pienamente. 

Dopo tali considerazioni intorno alle chiese cistercensi, l' au- 
tore scende ad esaminare lo stile degli edifizi dell'Abbadia di S. 
Galgano. I molti disegni, rilevati dal vero, rendono chiaramente 
palese l' importanza ed i caratteri principali di quegli edifizi. Fra 
i molti suoi studi, ci mette sott' occhio la pianta generale dell'Ab- 
bazia, da lui ricomposta per via d' accurate misurazioni delle parti 
ancora esistenti, e, per quelle già distrutte, con 1' aiuto d' un ri- 
cordo planimetrico, fatto nel 1724 d ali* architetto Galilei. Di più 
ci dà pure in disegno la ricostruzione delle elevazioni della Chiesa, 
desunta da' rilievi de' ruderi importantissimi, tuttora ritti. Di que- 



RASSEGNA BIBLIOGRAFICA 119 

sta ricostruzione fedele è facile riconoscere l' importanza grande ; 
e r antere, scrupoloso di tal fedeltà, ha lasciato apposta incomplete 
alcune parti secondarie, delle quali non gli venne fatto di trovar 
tracce sicure: come per esempio la bifora, che ornava il grande 
finestrone nella testata nord del transepto. 

Se si volesse, come pur meriterebbe, seguir passo passo Fautore 
nella sua diligente analisi architettonica del monumento, si var- 
cherebbero troppo i limiti di una rassegna come è la nostra. 

Il suo esame è minuto, concettoso, amoroso, sicché in poche 
parole si ripiglia male. Egli studia in tutte e singole le parti il 
Ijel tempio; le navate, 1' abside, i piloni, le volte co' loro rosoni, i 
valichi, le porte^ le finestre co' loro trafori, le basi, i capitelli, le 
cornici, la struttura e il paramento de' muri ; di tutto dando con- 
tezza con profonda cognizione di causa, tutto analizzando con cri- 
terio retto e sano per far rilevare le parti nelle quali l'organismo 
e la decorazione si rivelano nella loro indole schiettamente italiana, 
quelle che risentono d' oltramontano, e quelle infine dove spicca più 
che altro il sentimento artistico individuale. 

Lo studio comparativo, che l' autore fa della struttura murale 
e dei caratteri decorativi delle varie parti della Chiesa di S. Gal- 
^rano, insegna che le costruzioni di più antico tempo sono, come 
8Ì trova d' ordinario in simili edifizi, 1' abside, il braccio sud del 
transepto, e le due campate della nave maggiore, prossiiae a que- 
sto, nelle quali parti, più che in altre ^si scorge un' influenza di 
torme e di caratteri borgognoni. Delle navi minori par più antica 
quella a nord : ultime son da ritenersi le sei campate della nave 
centrale, verso la facciata, che hanno le bifore di carattere tutto 
senese. 

Parla quindi del monastero, ragionando del chiostro, che oggi 
per disgrazia non e' è più, della sagrestia, della sala capitolare, 
del refettorio e del cimitero. Mette in vista le parti, che più pre- 
mono all' arte, e ne analizza le forme organiche e decorative. Perchè 
nulla mancasse al bellissimo lavoro, e' non lascia di parlare del 
Tesoro dell' Abbazia, benché questo oggi sia ridotto a tre soli og- 
getti ; un reliquario del sec. xiv, d' argento e rame dorato con 
smalti, che si conserva nella villa di Frosini, affidato con atto le- 
gale al padrone della villa e al sindaco di Chiusdino : un reliqua- 
rio d'argento dorato, ricchissimo lavoro del sec. xiv, con la testa 
di S. Oalgano, che si custodisce nel monastero del Santuccio in 
Siena; e un pastorale dello stesso tempo, in rame dorato, con la 



120 RASSEGNA BIBLIOGRAFICA 

figura di S. Galgano orante; ed è nel Museo dell'Opera del Duomo 
in Siena. Non lascia inosservato neppure 1' unico dipinto, che ri- 
mane di quest' abbazia nella ricca raccolta dell' Istituto di Belle 
Arti ; è un gradino da altare ed un' ancona con quattro figure di 
santi; e vuoisi opera di Giovanni di Paolo. Ogni parte della 
chiesa e del monastero, che serve di prova al dotto ragionamento 
deir autore, è riprodotta in disegni levati dal vero , con tutti i 
particolari amorosamente studiati, perchè la illustrazione riuscisse 
intiera ed esatta, senza perdere nulla del carattere architettonico 
e decorativo. Le fotoincisioni delle vedute esteme ed inteme del 
monumento son tratte da fotografie della Casa de' Fratelli Alinari 
di Firenze, il cui nome suona onorato nell' arte fotografica italiana. 
Essi nel pubblicare con tanto sentimento artistico, e si fina ele- 
ganza la bellissima monografia dell' Architetto Canestrelll, si son 
messi in bel posto tra gli editori italiani di libri d' arte. 

Tanto più è il merito dell' illustre architetto Canestrelli per 
un' opera tale, perchè egli, con quell'abbondanza d' erudizione, ha 
saputo contenersi dentro i confini di una giusta sobrietà esposi- 
tiva, che rende il libro anche più pregevole. Libri a questo modo 
sono una vera fortuna per V arte e per la sua storia ; e un elogio 
essi stèssi al nome di chi li ha scritti. Voglio credere che 1' opera 
potrà raggiungere il fine propostosi in tanto studio dall' autore, di 
indurre cioè chi può a conservare stabilmente i solenni avanzi di 
si prezioso monumento: comunque avvenga, sarà sempre lode a 
chi la scrisse l' aver ritratta intiera e bella la vita del S. Galgano, 
serbandone le tracce storiche prima che gli ultimi avanzi si va- 
dano a disperdere in irriconoscibili rovine. 

Siena. 

Vittorio Lusini 



Siena Tip. V Lit. S<mlo-iiiiiti <U L. Lazzeri 



R. ACCADKMIA DK) ROZZI 



BULLETTINO SENESE 



DI 



STORIA PATRIA 



ANNO III. - J^ASCICOLO 11 e III. 



IL 



SIBNA 

TIP. E LIT. SOBOO-lfUTI DI L. UUZKRI 

1896 



COMMISSIONE SENESE DI STORIA PATRIA 
^i, presid. - Oiovanni Scotoni, Tios-prasid. - Narciso MENaozzi,s(gKUrii 
Alessandro Lisini - Lodovico Zdekauer, ndittori 

-o CONSIGLIERI o- 



Calisse Carlo 
Donati Fortunato 
Falaschi Enrico 



Sanesi Giuseppe 



Nardi-Dei Marcello 
Patetta Federigo 
Petrucci Pandolfo 



-ì SOCI ONORARI ^ 



Carducci sen. comm. prof. Giosuè, Bologna — Cugnoni comm. prof. 
Giuseppe, Roma. — D'Ancona comni. prof. Alessandro, Pisa — Del Lungo 
comm. prof. Isidoro, Firenze — Gamurrini comm. prof. Gian Francesco, 
Arezzo — Helbig comm. prof Volfanji^o, Roma — Paoli cav. prof. Cesare, 
Firenze — Piccoix)MiNi cav. prof. Enea Silvio, Roma — Tabarbini sen. 
Marco, Roma — Tommasini comm. prof. Oreste, Roma — Villabi sen. 
comm. prof. Pasquale, Firenze, 

— ^ SOCI FONDATORI 2-^" 

Bacci prof. Orazio, Firenze. 

CORRISPONDENTI E COLLABORATORI 

Bandi-Verdiani Arnaldo, «S. Quirico d*Orcia — . Barduzzi cav. prof. 
Domenico, Siena — Bassi Dott. Domenico, Milano — Bettazzi prof. Eurico, 
Torino^ Brogi Riccardo, 5i>wa —'' Bruci prof. cav. Biagio, Padova. 

Canestrelli Cav. arch. Antonio, Firenze — Carocci cav. Guido, Fi- 
renze — Carn esecchi Carlo, Firenze — Casa bianca prof. Antonio, 5t>- 
na — Chiappelli avv. cav. Luigi, Pistoia — ■ Comba prof. dott. Emilio, Fi- 
renze — Cokrazzini avv. Giov. Odoardo, Firenze, 

Dayidsohn dott. Roberto, Firenze — Dejob prof. Charles, Parigi — 
Del Vecchio cav. prof. Alberto, Firenze — Db Nolhac prof. Pierre, 
Versailles, 

Elion Federigo, Berlino, 

Fa LLETT1 cav. prof. Pio Carlo, Bologna — Fumi comm. Luigi, Orvie^ 
lo — Frey prof, dott Cari, Berlino — Falchi prof. cav. Isidoro,. Pisa, 

Gherardi cav. Alessandro, Firenze — Grottanelli Db* Santi nob. 
Edoardo, Siena — Oraziani prof. Augusto, Siena — Gialdini Livio, 
Siena — Grottanelli conte Lorenzo, Firenze, 

Hartwig prof. dott. Otto, Halle— Hart.mann dott L. M., Vienna, 

LÀNCZY prof. Giulio, Budapest — - Luschin yon Ebengreuth prof. 
Graz — LusiNi dott. Vittorio, Siena, 

Marchesini prof. Umberto, Firenze — Mazzi dott Curzio, Firenze 

— MoNTicoLo cav. prof. Gio. Batta., Roma — Medin prof. Antonio, Pa- 
dova — MoRPURGo dott. Salomone, Firenze — Mazzoni prof, cav, Gai- 
do, Firenze — Motta Cav. Emilio, Milano. 

Nencini dott Terenzio, Siena — Notati prof, dott Francesco, ilfiYa- 
no — Nomi-Venkrosi-Pescioi.ini dott. prop. Ugo, 5. Gimignano, 

Pardi prof Giovanni, Orvieto — Pblissixr prof. Leon Baptiste, 
Montpellier — Peraté m. André, Versailles — Pratesi prof. Plinio, 
Alessandria — Professione prof. Alfonso, Ivrea — Papaleoni prof. 
Giuseppe, Napoli — Petrucci Fabio, Siena. 

Rondoni prof. Giuseppe, Firenze — Rossi dott. Agostino, Bologna — 
Rosi dott. Michele, Genova — Ricci avv. Arturo, Roma, 

Schupfer comm. prof. Francesco, Roma — Sforza cav. Giovanni, 
Massa — Simonelli prof, dott Vittorio, Bologna — Solaini avv. Ezio, 
Volterra — Supino cav. Igino Benvenuto, Pisa — Simonbschi avv. Luigi, 
Pisa, 

Toti mons. Alessandro, Colle Val d'Elsa, 

Vanni dott Manfredo, Milano — Venturi cav. prof. Adolfo, Roma 

— Vigo cav. prof. Pietro, Livorno — Vanni prof. Antonio, Urbino, 

Zanichelli cav. prof. Domenico, Siena — Zanblli dott Agostino, 
Pistoia, 



\/.3 



ATTI 

DELLA COMMISSIONE SENESE DI STORIA PATRIA 

NELLA R. ACCADEMIA DEI ROZZI 



(Etttratto dal verbale dell'adunanza del 6 Maggio 1896) 

Nella seduta suddetta, presenti Rossi presidente, Sco- 
toni vice presidente, Donalij Falaschi, Lisini, Nardi-Dei, 
Paletta, Zdekauer e Mengozzi ff. di segretario, assenti 
scusati Calisse, Sanesi — 

Il Prof. Patetta rinnuova a voce i ringraziamenti già 
fatti per lettera alla Commissione per averlo chiamato a 
farne parte. 

Il Presidente propone la nomina a Socio Onorario del 
Chiar."»** Sig. Prof. Comm. Giuseppe Cugnoni, dell' Univer- 
sità di Roma e la proposta è accolta all'unanimità. 

Il Cav. Alessandro Lisini è, con voto unanime, eletto 
a far parte della redazione del Bullettino. 

Il Prof. Zdekauer dà lettura di una relazione prepa- 
rata d'accordo col socio Cav. Lisini, e con la quale, scio- 
gliendo la riserva fatta nell'adunanza del 18 Marzo pros- 
simo passato, allorché fu approvata in massima la pro- 
posta di pubblicare in una edizione critica il testo dei 
più antichi volumi di Biccherna, forniscono ragguaglio 
circostanziato intorno alla mole ed alla forma di tale la- 
voro ed ai criteri con i quali intenderebbero di iniziarla. 

E la Commissione, riunuovando agli egregi proponenti, 
con concordi espressioni di lode, i ringraziamenti loro do- 
vuti per la nobile quanto ardua impresa alla quale si 



122 ATTI DELLA COMMISSIONE 

sono accinti, attesta ad entrambi la propria soddisfazione, 
ed ordinando la pubblicazione del loro elaborato rapporto 
negli Attij incarica il Presidente di dare opera per la 
raccolta dei mezzi pecuniarii indispensabili ad effettuare 
nel modo più pronto e migliore la progettata pubbli- 
cazione. 

// ff. di Segretario 
N. Mekgozzi 



ALLEGATO 



Illu3t."»° Signor Presidente 

Grati alla Commissione dell' accoglienza favorevole fatta alla 
loro proposta di pubblicare per intero i più antichi libri della 
Biccherna, i sottoscritti presentano la Relazione promessa nell'adu- 
nanza passata. 

Essi intendono di pubblicare per ora il primo e più antico volu- 
me della Serie, che è dell'anno 1226. — Il testo occuperà circa 150 
pagine di stampa, purché la Commissione voglia accettare come mo- 
dello le „ Note Storiche sul Monte dei Paschi, " come essi propor- 
rebbero : facendo solo una riserva riguardo ai caratteri di stampa, 
da scegliersi, che dovrebbero essere più piccoli, per es. in corpo 9. 

Il testo verrebbe riprodotto, naturalmente, con esattezza diplo- 
matica; 'e sin d'ora sarà lecito d'esprimere il desiderio che sia 
corredato d' un facsimile fototipico di qualche facciata del Codice, 
che essi si riserbano di scegliere e di indicare in seguito. 

La Introduzione dovrebbe comprendere anzitutto una descrizio- 
ne esatta del codice ; e, quanto alla Prefazione più strettamente 
parlando, una serie di studi separati, dei quali ognuno dovrà esau- 
rire ciò che il testo pubblicato contiene riguardo ad un determi- 
nato campo storico. Queste singole ricerche richiedono una compe- 
tenza speciale, e perciò i iirmatarii se le sono divise tra loro come 
segue: la storia generale del Comune, la sua topografia, le notizie 
sui personaggi storici, i luoghi, la moneta e le antichità private 
spettano al socio Lisini ; mentre la parte giuridica e civile ossia : 
la costituzione politica, l'organizzazione degli Uffici e sopratutto 



ATTI DELLA COMMISSIONE 123 

quella della Biccherna stessa saranno trattate dallo Zdekaiier. Gli 
Indici conterranno per lo meno le seguenti suddivisioni : Nomi, 
Luoghi, Cose notabili e Oloseario. I primi tre saranno compilati 
dallo Z., il Glossario è riserbato a L. 

Calcolando le Prefazioni e gli Indici complessivamente in 100 
pagine, si formerebbe cosi un primo bel volume in 4.°, di circa 30 
fogli di stampa (250 pag.). 

Verso la fine di quest' anno si potrà cominciare la stampa del 
testo, ed entro l' anno venturo, si spera, potrà uscire il volume. 

Con i sensi del più profondo ossequio 

di V. S. IllustJ'»» devotissimi 

Alessandro Lisixi 
Lodovico Zdekauer, relatore. 

Siena, nel Maggio 1S96, 



I MJ^NOSCRITTl MILi^NESl DELLE SATIRE LpNE 

DI QUINTO SETTANO(') 

(Can un'appendice contenente due sonetti del medesimo). 



Sono quattro: uno della Biblioteca nazionale di Brera, 
due dell'Ambrosiana, uno della Trivulziana. Il primo com- 
prende 9 satire, gli altri tre la satira-panegirico o Car- 
men ad Clenientem XI ('). 

Ck)mincio dal Ms. Braidense (AD. XV. 10. n.*» 13). 

Faceva parte di un codice miscellaneo (?), almeno se- 



0) Avverto che le Biblioteche milanesi non posseggono Mss. di 
altri lavori del Sergardi; veggasi però l'Appendice. — Qui posso ri- 
cordare, credo, che lo studio più recente intomo alle satire settaniane 
è quello di Gumo Leati, La satira di Roma e Quinto Settano in: La 
Cultura, 29 lugl. e 5 ag. 1895, n. 28-29, pagg. 440^7. A complemento 
deUe indicazioni bibliografiche date dal Leati (p. 457) aggiungo che 
il libro del Battignami fìi recensito dal Mandalari (cfì-.: BuUettino 
Senese, an. I, fase. III-IV, pagg. 819-22 [O. Bacci], e la nota 2 a pag. 
2 sotto) e da £m(ilio) B(ertana) in: Giornale stor, d. Ietterai, ital., 
voi XXV, i3asc. 73, 1895, pagg. 14048. 

(*) Di un quarto Ms. milanese di questo Carmen trovo cenno 
neU* Ambrosiano II (v. sotto pag. 182 e nota 2 ivi): " {^usdem [cioè 
Satyrae ad CI. XI] Exemplar alter, cui adjuncta auctoris ad Marco- 
lini Epistolam Eesponsio, extabat olim inter selectiss. Manuscripta 
BMiothecae Excellentiss. Comitis de Firmian, signatum A. 276, in 4!^ 
paginarum 67. ut patet ex eorundem Mss. Catalogo edito Mediolani 
Typis Monasteri S. Anibrosij in 4." ann. 178S pag. [90]) „ ; 1* ho cer- 
cato, ma infruttuosamente. Il Trivulziano porta scritto in alto del 
primo foglio dì guardia, a matita/' A. 274 „; non è però, né potreb- 
be essere (il fatto della segnatura diversa non ha valore assoluto), il 
cod. A. 275., perchè conta soltanto pagg. 21, e non 67. Quello della Bi- 
blioteca del Firmian sarà passato, probabilmente, in Germania. 



126 D. BASSI 

condo r affermazione del Cessa (*); ora sta a sé. Ap- 
partiene al vecchio fondo gesuitico dei Mss. della Bi- 
blioteca. 

Cartaceo, secolo xvii fin. o più probabilmente xviii 
ine, mm. 273x200, carte 39 distribuite in 9 fascicoli. 
Scrittura pessima; errori ortografici innumerevoli; parec- 
chie omissioni anche di versi interi; qualche cancellatura; 
molte correzioni, talora sbagliate o non finite: di esse 
alcuna segnata con croci interlineari, ma non eseguita ('): 
tutto della stessa mano, a cui son dovute anche la inte- 
stazione. In Filodemum (sic) Satyrae, hoc est in Do- 
minum Abbatem Grauinam, e le note marginali delT ul- 
tima satira [ix]. Di queste note dirò oltre. 

Le 9 satire si succedono nello stesso ordine delle 9 
prime nelle edizioni di I^apoli (?) Apud Trifonem, . . 1696 
e 1701 (ristampa), pseudo-coloniese (Lucca) Apud Joan- 



(') Catalogo vis, dei codici della Biblioteca di Breì*a, a: Sectaìius. 

Il Cossa se la sbriga in poche parole e trascura perfino di notare, 
fra 1' altro, che il nostro Ms. contiene solamente 9 satire. — L' in- 
dicazione " satirae (sic) novem „ occorre nel titolo su la prima pag. 
della copertina (un semplice foglio di carta) del cod., titolo di mano 
del sec. xix seguito da una notizia^ che non vai la pena di riferire, 
sul cod. stesso; e le singole satire sono di volta in volta numerate. 

(') Fra gli errori ortografici più mostruosi, che troppo spesso 
turbano il senso, cito (e forse la citazione è superflua) jnendax invece 
di mendas (I, 113), apponere inv. di opponere (ih. 115), concessoque 
inv. di coiigestoque (II, 42), vinicìis inv. di viUicus (ib. 61), grandia 
inv. di prandia (ib. 62), verbis inv. di verpis (ib. 80), stertìit inv. di 
stertit (ib. 91), spurgare inv. di spurcare (ib. 167), ecc. — Credo inu- 
tile dire quali siano i versi interi omessi; basti sapere che siffatte 
omissioni sono talora a breve distanza V una dall' altra, donde ognuno 
vede come possa camminare il senso ! — Di correzioni ve ne ha anche 
più d' una su la stessa parola ; la qual cosa spiega come pur nel cor- 
reggere il copista abbia sbagliato. Non mette conto che io m' indugi 
a recare esempi né di correzioni né di sbagli di correzione: a qual 
prò? Piuttosto debbo osservare che non ostante tutte queste mende, 
le quali naturalmente contribuiscono a scemarne V importanza, il 
nostro Ms. merita d'essere studiato. 



I MANOSCR. MILANESI DELLE SATIRE DI Q. SETTANO 127 

tieni Selliba 1698 e di Amsterdam (cioè Roma) Apud 
Elsevirios 1700 C). 

Quindi riguardo alla edizione < si nobile >, come la 
designa il Carini, di Lucca del 1783, in 3 volumi (un 
quarto contiene scritture in prosa e lettere, latine, del 
Sergardi, la maggior parte al Mabillon e del Mabillon a 
lui), la corrispondenza nell* ordine di successione è data 
dal seguente prospetto, dove ciascun primo numero si 
riporta al Ms., il secondo, rispettivamente, alla stampa: 

I IL - II IIL - III IV. - IV VL - V V. - VI VII. - VII Vili. - 

Vili IX. - IX X. 



(') Su le edizioni delle satire settaniane vedi I. Carini, Le satire 
di Q. S. in questo BuUeftino, an. I, fase. I-II, pag. 45, nota ; e M. Man- 
DALABi, Le satire di Q. S. Osservazioìii critiche a proposito d'una re- 
cente pubblicnzione. Cfkt&jiiA ISM (cfr. nota 1, pag. 125) pagg. 19 e 32, 
nota 12, oltre al « quadro sinottico > a pag. 34, nel quale l' A. ^^ pone 
sotto gU occhi del lettore le differenze [fra le varie edizioni delle 
satire latine e italiane, cioè le latine tradotte] che egli stesso ha rin- 
venuto, prendendo come base la migliore edizione, quella di Lucca 
del 1873,, (leggi: 1783). Da consultare, riguardo alle varie edizioni, 
anche R. Battignani, Studio su Q. S. (Lodovico Sergardi), Girgenti 
1894, pag. 177. — Nessuno, che io sappia, fa menzione della ristampa 
del 1701 (ne posseggono copia le Biblioteche Braidense e Ambrosiana): 
Apud Trìfonem Bibliopolam in foro Palladio, ristampa, ripeto qui, 
della edizione del 1696 dello stesso ; però pure essendo uguale il nu- 
mero delle satire (14, e non 16), la loro numerazione nella ristampa 
è regolare da I a XIV, mentre nella edizione del 1696 dopo la X 
viene la XII (cioè XI), e dopo la XIV (cioè XIII, come questa è la 
XII) la XVI (cioè XIV): vale a dire, nella ristampa fu corretto l'er- 
rore deUa edizione (cfr. però Mamdalari, o. c. pagg. 24-25); ma la 
lezione rimase la medesima, come mi risulta dal rafi&onto delle prime 
9 satire e dell' ultima nelle due stampe. — Non ho potuto avere la 
prima edizione, già del Trifone, del 1694; ma so (la cosa mi ^ data 
per certa, almeno quanto alle prime 9 satire) che la seconda del 1696 
le corrisponde perfettamente. — Da ultimo, riguardo alla edizione di 
Amsterdam 1700, bisogna ricordare che essa comprende solamente 8 
satire (e non 10, come scrive il Battignani, 1. e): per ciò la corri- 
spondenza neir ordine di successione delle satire fra il nostro Ms. e 
questa stampa non va oltre alla satira Vili ; del resto veggasi il qua- 
dro prospettico dei versi delle singole 9 prime satire. 



128 D. BASSI 

Dalle omissioni accennate dipende, se non per tutti 
i casi, indubbiamente per la maggior parte, la minore 
lunghezza di 6 fra le 9 satire rispetto non solo alle edi- 
zioni di Amsterdam e di Lucca 1783, bensì pure alle stam- 
pe anteriori. La cosa dev'essere notata, mi sembra; e 
risulta da quest' altro quadro prospettico, nel quale com- 
paiono anche le rimanenti tre satire del Ms : 







Ms. 


1696 [1701] 


1698 


1700 


1783 


>at. I Tersi 


168 


169 


169 


196 


215 


. II 




177 


177 


177 


224 


220 


» III 




202 


. 206 


206 


222 


228 


. IV 




145 


145 


145 


165 


166 


V 




162 


163 


162 


219 


229 


. VI 




235 


238 


238 


263 


256 


r> VII 




218 


224 


224 


251 


279 


* vili 




258 


261 


261 


291 


313 


. IX 




203 


203 


203 




247 



Quanto alla lezione, dico del Ms., un raffronto dili- 
gente e minuto di tutte e 9 le satire col testo delle stampe 
che ebbi a mano (le 5 solite indicate quassù con la data 
rispettiva) mi mette in grado di affermare che è quasi 
sempre la stessa delle edizioni del Trifone, 1696 [1701] e, 
per i versi corrispondenti, di Amsterdam e di Lucca 1783, 
mentre differisce spesso dalla edizione pseudo-coloniese 
1698. Non posso addurre tutte te prove di questa mia af- 
fermazione per le singole satire del Ms.; occuperei troppo 
spazio, e affatto inutilmente, non trattandosi di un auto- 
grafo. Mi accontento di trascrivere, e basterà, credo, le 
varianti (le vere varianti (*), esclusi cioè gli svarioni del 



(*) È quasi superfluo dire che neanche per le edizioni 1696 [1701] 
e 1698 (questa, come la prima del 1694 , fu ripudiata dall' autore) , 
scorrettissime, non ho tenuto conto degli errori di stampa: non solo 
di quelli di cui non si può dubitare che siano tali, ma anche degli 
altri di cui dobbiamo suj)porre con buon fondamento (il riscontro con 
le ottime edizioni successive) che tali sono. Questo valga a spiegare 
perchè il numero delle varianti, in special modo nella satira I, è re- 
lativamente esiguo. 



1 MANOSCR. MILANESI DELLE SATIRE DI Q. SETTANO 129 

copista sbadato e frettoloso, fra cui alcune amene e con- 
taminazioni » di versi successivi) delle 3 prime satire 
rispetto alla edizione pseudo-colon iese 1698. S* intende, 
dove non sia avvertito il contrario, che la lezione del 
Ms. (sempre in corsivo) è comune ad un tempo alle altre 
tre edizioni. 

Sai. I V. 11 quae qua — v. 32 Margitae Thersitae — v. 49 
tantum non non tantum (come in 1696 [1701]) — v. 98 adhibe 
(in 1783: adbibe) accipe — v. Ili in [aures] ad [aures] — 
V. 162 ast at. 

Sat. II V. 54 cur iactes euum (sic) puet^ [...septem] cur jactes 
pueri [septem] ...aevum (come in 1696 [1701]) — v. 72 curn dum 
(come in 1696 [1701] e 1700) — v. 78 vestis cingis (come in 1700 e 
1783) — V. 125 ledo in lecto — v. 130 lùigU ligurit (come in 1696 
[1701] e 1700) — V. 134 capiet capies — v. 146 seuae (sic) saeva 
(come in 1700) — v. 168 flddia fictilia (1696 [coctum] fictile 1701 
...fictille !) 

Sat in V. AS prideni (in 1696 [17011, 1700 e 1783: prius) 
quidem — v. 76 codice fornice — v. 98 flumina culmina — 
V. 99 ercd erant — v. 122 reuocant renuunt — v. 139 ueniet veniat 
— V. 153 multa multas — v. 154 funesta suspensa. 

Resta a dire delle note della satira ix (*). 

Sono 31, di cui 30 numerate; una, fra la 12.»e la 13.*, 
con un semplice segno di croce per rimando. Corrispon- 
dono ora più ora meno alle 26 della edizione pseudo- 
coloniese 1698 : nella quale mancano le note 6.*, 16.*, 21.*, 
24.», 27.»-29.» del Ms. e quella col segno di croce. Le note 
l.*-5.*, 15.* e 20.* si corrispondono numericamente, cioè 
1.*= 1.*..., 15.* = 15.*...; dalla 7.* alla 14.*, dalla 17.* 



(*) Anche la satira Vili ha una nota, di mano del copista, ai 
versi S-7 : ubi turpi» hiat de niarmore uultus, Proluit et gelida sitlen- 
tibu4f ora cabaUis. La nota è questa, italiana, come si vede : " Forse 
è SS' Apostoli , doue è la stalla dell' Em,^^ Ghigi {sic), doue s' assei^ano 
sic) i caualli „. Indubbiamente il copista^ommentatore ha preso una 
cantonata; anziché dell'abbeveratoio dei cavalli (la fontana Farnese, e 
il cosidetto Mascherone [« turpis uultus»] di Farnese) ha parlato 
della .stalla. forse quel " s' asserano ,, sta per '' s' abbeverano „ ? 



130 D. BASSI 

alla 19.*, le 22.» e 23> del Ms. ognuna ha per corrispon- 
dente quella che nella stampa porta il numero immediata- 
mente inferiore, cioè 7.* = 6.»..., 17.» = 16.*..., 22.* = 21.*...; 
la 25.*, la 26.* e la 30.* del Ms. sono rispettivamente la 
23.*, la 24.* e la 26.* della edizione. Il Ms. non ha le note 
14.*, 19.* e 25.* della stampa. 

Benché le note non siano del Sergardi, tuttavia credo 
opportuno recarne due, scelte a caso fra le corrispon- 
denti, dal Ms. (ancora in corsivo) e dalla edizione, come 
esempio della maggiore o minore concordanza, a cui ho 
accennato sopra: 

v. 47, n. 11.*: Libertas prò qualibet Natione con- 
cessa adeundi portum ad centum cellas n. 10.* : Im- 
munitas concessa centum Collis, ac Portui Tyrreno — 
V. 99, n. 15.*: Rullus larga fascia incedit cinchis, dum 
toga utitur — Rullus cinctus incedit, dum Toga utitur. 

Ecco ora a quali conclusioni credo di poter venire: 
1.* Le 9 satire del Ms. Braidense appartengono o 
alla prima o ad una delle prime redazioni (') rappresen- 
tate dalle edizioni del Trifone 1696 [1701] e pseudo- 
coloniese 1698. Ciò si deduce segnatamente dal numero 
dei versi di ciascuna di esse satire inferiore, come ab- 
biamo veduto, a quello delle edizioni di Amsterdam e di 
Lucca 1783; e riguardo all'ultima in particolare anche 
dal collocamento delle medesime satire, secondochè risulta 
dal prospetto dell' ordine di successione dato preceden- 
temente. 

2.* La copia fu condotta su un' altra e non su un 
autografo; di che fanno fede, oltre alle frequenti corre- 
zioni e agli errori, non tutti opera del nostro copista, le 



(*) Dal confronto delle varie edizioni risulta che le redazioni dèlie 
satire settaniane debbono essere state parecchie. A ciò, come ai di- 
versi coUocameuti delle satire, accenna anche il Màndalari, o. c. 
pagg. 20, 24-25, il quale nota (pag. 20) che " sarebbe... assai fecondo 
di utiU considerazioni lo studio esatto delle varianti e delle corre- 
zioni... fatte successi vaìnente dall' autore... „ (cfr. O. Bacci, 1. e. pag. 
820, in princ). 



I MANOSCR. MILANESI DELLE SATIRE DI Q. SETTANO 131 

note (della satira ix) che molto difficilmente occorrono 
in un autografo e furono trascritte da esso copista con- 
temporaneamente, si badi, al testo : questa è cosa su cui 
non possono cadere dubbi di sorta. 

3.* La copia onde s' è valso il copista dava già molte 
delle lezioni, s'intende per i versi non soppressi o più o 
meno modificati poi dal Sergardi stesso, accolte nell'au- 
tografo novissimus, come lo designa il Giannelli ('), ri- 
prodotto nella edizione di Lucca 1783. 

4.* Quanto alle note, se anche di esse mette conto 
parlare, è certo che le aveva la copia trascritta dal- 
l' amanuense, ma non questa sola. Infatti la corrispon- 
denza di tali note con la edizione pseudo-coloniese 1698 
induce a supporre che ci fossero eziandio nella copia ma- 
noscritta (*) riprodotta nella detta stampa; copia la quale 
dava del testo delle satire (fu dimostrato sopra) una le- 
zione in più luoghi differente da quella del Ms. Braidense. 
La differenza di lezione del testo non implica la differenza 
delle note ; tanto più che nel nostro Ms., e ciò dev' essere 
avvertito, non ci sono varianti rispetto alla edizione ps.-col. 
1698 nei versi annotati. 

Passo agli altri manoscritti. 

I due Ambrosiani (E. S. IL 78; Y. 113 sup.) hanno 



(') Ludovici Sbrg ARDII Antehac Q. Sectani Satyrae ... Lucae 
MDCCLXXXIU, Typis Francisci Bonsiguorj. Voi. I, pag. 67, enarrat 
32, e passim, anche negli altri due volumi. Qui^ a proposito delle mie 
parole: "riprodotto nella ediz. di L. 1783 ^^ cade in acconcio osser- 
vare che esse non hanno valore assoluto; il Giannelli ha sostituito 
qua e là, e di ciò ne avverte di volta in volta, alla lezione dell'au- 
tografo norissimus o noster queUa della edizione di Amsterdam 1700, 
s' intende per le sole 8 satire comprese nella medesima. Cfr. la nota 
1 a pag. 134 sotto. 

(') È evidente che la edizione pseudo-coloniese 1698 fu condotta 
su una copia manoscritta e non su una stampa. Prova: la lezione 
spesso diversa da quella delle due edizioni precedenti 1694 e 1696 del 
Trifone: né vi sono altre stampe anteriori al 1694 o al 1698; in ordine 
di tempo la pseudo-colon, è la terza. 



132 D. BASSI 

del Carmen ad Clementem XI il testo completo — 425 
versi numerati di 5 in 5 — preceduto dall' argomento e 
seguito da note; il TriVulziano (Cod, N. 628) il solo testo, 
anche completo e con la numerazione dei versi medesima-^ 
mente di 5 in 5, con V Argumentum, Sono tutti e tre car- 
tacei, di scrittura bella, chiara, quasi sempre molto corretta 
del sec. xvm; ma Y Ambrosiano E. S. IL 78 pare di mano 
meno recente. Per brevità questo lo chiamerò Ambrosiano 
I, e corrispondentemente Ambrosiano II Y altro della stessa 
Biblioteca. 

Ambrosiano I: mm. 208X162, carte 26, di cui le prime 
25 numerate (e. 2, argomento; 3a - 12a, testo del Carmen; 
13a-25a, note); senza intestazione. Legatura in pelle 
con fregi d'oro (*) 

Ambrosiano II: mm. 222x168, carte 26 numerate 
(e. 2, argom.; 3a - 106, testo del C\ 1 la - 25a, note), più un 
foglio dì guardia in fine. Anche questo Ms. senza inte- 
stazione; però a e. la si legge: Quinti Sedani (S. L. 
Sergardi) Satyra Inedita ad Clementem XI parole di 
mano posteriore (*). Legatura in carta. 

Trivulziano: mm. 215x 150, pagine 21 (p. 1-2, argom.; 
3-21, testo del C), oltre a tre fogli di guardia in principio, 
dei quali il terzo reca in alto della stessa mano di tutto 



(*) A e. la in alto trovo questa nota, a matita:, "j^i'o/wictó di 
Marsilio Carrara „ e sotto, a penna: " Emptus anno 1S66 pretio 
uniìis Libì'ae Italicae Marsilio Carrara „. Altro non so della prove- 
nienza del Ms., e anche meno mi fu dato di trovare intorno alla pro- 
venienza dell' Ambros. II e del Trivulz. Del resto la cosa ha un' ira- 
portanza minima, tanto più che a detta del Giannelli, o. c. voi. Ili, 
pag. 306, del Carmen ad CI. XI esistevano mvlta ...manu exemplaria 
scripta (cfr. pag 357: Fulchemmam Satyram [cioè il Caiinen] a 
muttis exscriptam) Il Battignani, o. c. pag. 177, ricorda che " se ne 
trovano copie in tutte le Biblioteche ,,. 

(') È la stessa che scrisse sotto ivi le parole da me riportate 
nella nota (^ a pag 125. Anche nel Ms. Firmiano A. 275. ci sono, come 
nei due Ambrosiani, argomento e note. 



1 MANOSCR. MILANESI DELLE SATIRE DI Q. SETTANO 133 

il codice: Ad Clementem XL Quinti Sectani Satyra Ine^ 
dita. Copertina in carta (*). 

Dalla indicazione < Inedita » dell' Ambrosiano II e del 
Trivulziano si dovrebbe arguire che questi due Mss., e 
quindi anche, come meno recente, V Ambrosiano I, sebbene 
manchi di intestazione e però non porti nemmeno la di- 
citura « Inedita >, siano anteriori al 1783: anno in cui 
il Carmen fu pubblicato per la prima volta completo coi 
suoi 425 versi (edizione di Lucca, voi. III, pagg. 306-56 
[Satyra XF//JJ). Giacché nella stampa precedente del 
1756 (*) esso Carmen conta soltanto 228 versi, ossia della 
edizione posteriore i versi 1-28. 71-98. 105-16. 225-85. 
300-11. 316-20. 325-32.350-81.384-425; donde ben potè 
dire il Giannelli (1. e, pag. 306) : nunc. primum typis 
mandatam [Satyram] habes. 

E dopo ciò reco le varianti dei tre Mss. rispetto alla 
edizione lucchese 1783 con la quale li collazionai uno ad 



(*) Il PoKRO, Trivulziana. Catalogo dei cod, tnanoscritti. Torino 
18B1. pag. 402, si accontenta di dare del Ms. la seguente notìzia : " Cod. 
cari, in 4^ del Sec. xviii „ aggiungendo: " L^ autore di questa Satira 
è Mons. Lodovico Sergardi Sanese che scriveva sotto il pseudonimo di 
Quinto Settano. Il Tiraboschi neUa sua Storia della letteratura non 
parla di questa Satira „ e nulla più ! — Compio il dovere di rendere 
qui pubbliche grazie al principe Gian Giacomo Trivulzio , il quale si 
compiacque di concedermi T accesso alla sua insigne Biblioteca. 

(•) Arcadum Carmina. Pars Altera, Ad Eminent^^^ et Beve- 
i<«»f2^.niiun Principem Georqium S. R. E, Cardinalem Ab Auria. Bomae, 
MDCCLVL.. pagg. 187-43. — Richiamo qui V attenzione degli studiosi 
su un fatto di qualche importanza finora, se non m' inganno, non 
avvertito da alcuno: cioè, in questa prima stampa del 1756 del nostro 
Carmen sono stati omessi, fra gli altri, i versi contro il Gravina 
fBioìOt 286-99. Il V. 300: Ausonio.,. Quid ego ÌUEcf Steriles, Pater ojy- 
time^ tricas della edizione lucchese (e dei Mss.) fu accomodato cosi: 
Quafuloquiileni... sterUes ; sed Tu Pater Optime tricas, con riattacco 
diretto air accenno, contenuto nei versi 280-85, al famoso scisma ar- 
cadico (V) del 1711, onde era stato gran parte il Sergardi (cfr. I. Ca- 
risi, o. e pag. 11). Osservo anche che nel verso 278 a caìàbroque 
\Uttore), allusione al Gravina, fa sostituito, nella stampa romana, 
Grafoque. Vedi la nota 2 a pag. 136 sotto. 



134 D. BASSI 

UDO, aggiungendo anche dove è possibile, intendo, per i 
versi non mancanti, quelle della stampa 1756, ancora ri- 
spetto alla edizione del Giannelli. Quando non sia indi- 
cato il contrariò, s' ha a ritenere che le varianti citate 
(in corsivo) sono comuni ad un tempo ai tre Mss. (A I 
II-T) e alla stampa romana (1756). 

V. 4 cymhala (*) nablia — v. 9 perstringere distringere — - 
V. 31 cammissa commisisse — v. 32 quanquam quamvia — 
V. 41 A I II obtrudere T(come in 1783) obnubere — v. 52 cappae 
kappa — V. 107 A I II e 1756 Tybridis T Thyhridia tam Tibris 

— V. 130 A I II contingat T(come in 1783) contigerit — v. 141 
levant la vani — v. 146 teiiet tenent — v. 185 Pauperies Eomae 
pergat. Contingat Bomae paupertas. — v. 192 A I II (come in 1783) 
Tiber T Thyhris — [v. 231 nomisma numisma (anche in 1756)] 

— V. 250 blattae cossis — v. 261 A I II Grraium T e 1756 (come 
in 1783) graio [grajo] — v. 279 A I II cunda T e 1756 (come in 
1783) acuta — v. 297 A I II cemet T(come in 1783) cernit — 
V. 310 Arcadiae scUis estj Sunt satis Arcadiae; — v. 312 moveant 
moveat — v. 340 A I II neqveaiit T(come in 1783) nequeunt 

— V. 345 A I II defidunt T(come in 1783) deficiant — [v. 346 
A I II caspe (') csBpa] — v. 377 nec ne (anche in 1756) — v. 381 
A I II (come in 1783) rapidae T e 1756 rabidae — v. 385 oc et 
(anche in 1756) — v. 387 verrit tua limina (come in 1756) venìt 
ad tua limina — v. 390 A I II (come in 1756 e 1783) Scythaeque 
T Thracesque — v. 405 narraJburd numerabunt (anche in 1756) 

— V. 407 Isììiarias Ismaricas. 



Q) Cyìribala è la lezione anche deU* autografo nornssimus, alla 
quale il Giannelli credette di dover sostituire nablia^ come nella sat. 
vili [vii], V. 1 (quivi dalla edizione di Amsterdam 1700). Cfr. della 
ediz. lucchese voi. iii, pag 307, nota 4 e voi. ii, pag. 41, enarrai. 1. 

(*j II Trivulziano ha: soRpef che è evidentemente un lapsus calami, 
come al verso 166 evecta invece di erecta; cosi nei due Amhrosiani 
al verso 184 fori invece di foci. Di questi errori di scrittura, che ho 
trovato nei nostri Mss.j non ho tenuto conto, e nessuno, spero, me 
ne vorrà dare biasimo. Quanto alle varianti di forme verbali (so- 
stituzioni di un modo e di un numero ad altri), noto che il senso 
o non ne è turbato affatto o poco. 



I MANOSCR- MILANESI DELLE SATIRE DI Q. SETTANO 135 

Ho avvertito sopra che i nostri tre Mss. hanno del 
Carmen anche Targonaento (il quale, si badi, è il mede- 
simo, senza varianti, in tutti e tre) e i due Ambrosiani 
delle note (la stampa 1756 non dà né queste ne quello). 
Debbo aggiungere che collazionai e l'uno e le altre pa- 
rimenti con la edizione lucchese 1783 e raccolsi tutte le 
varianti rispetto ad essa. Ma credo di potermi esimere 
dal riportarle qua, prima perchè argomento e note non 
sono del Sergardi, e poi perchè mi ci vorrebbero almeno 
altre 8 pagine e so che lo spazio non abbonda. 

Mi limito dunque ad osservare quanto all'argomento 
che questo nei tre Mss. è essenzialmente lo stesso della 
stampa lucchese, non ostante qualche omissione, per lo 
più di proposizioni incidentali. Le varianti (nel senso vero 
della parola) si riducono a sostituzioni di poco valore, 
come, p. es. (uso per i Mss. il carattere corsivo), defuncto 
invece di < exstincto », urbanitate invece di « benignitate >, 
itnpensos (sumptusj invece di < positos », .. e a traspo- 
sizioni di taluni vocaboli. Di più, nei tre Mss. l'argomento 
finisce con: an vitium aerina confossum; e il periodo 
seguente, che troviamo nella edizione: Scripta videtur 
satyra... desiiterant (Mss.: Satyra haec videtur scripta,..) e 
fa parte, in essa, dell'argomento, sta nei due Ambrosiani 
a capo delle note. Nel Trivulziano questo periodo manca. 

Quanto alle note, anzitutto ciascuno dei due Mss. (e 
sono affatto le medesime in entrambi) ne ha 137, mentre 
l'edizione ne conta 338, oltre ad 11 col titolo speciale di 
€ enarrationes » (pagg. 357-67). Nei due Mss. non oc- 
corrono, di regola, le note puramente filologiche; vi sono 
invece tutte o quasi le storiche. In secondo luogo alcune, 
dico dei due Mss., comprendono e la nota corrispondente 
e, dove ci sia, la relativa < enarratio » della edizione; 
altre corrispondono alla sola < enarratio » più o meno 
modificata. Le varianti nelle singole note consistono ora, 
e più spesso, in cambiamenti di forme di flessione nomi- 
nale e verbale, ora in semplici trasposizioni di parole. 
Aggiungasi : le note, una metà all' incirca, sono più brevi 



136 D. BASSI 

che non nella edizione; alcune poche più lunghe, s* in- 
tende sempre, delle corrispondenti: e la maggior lunghezza 
(escluso il caso, a cui accennai, della fusione della nota 
propriamente detta con la rispettiva € enarratio ») di- 
pende, di solito, da ciò, che qualche passo citato, italiano 
latino, onde la stampa rechi soltanto il principio, è ri- 
prodotto nei due Mss. per intero; così nella nota ad « aut 
centum » del v. 43 (citazione dall'ode premessa all'-ffn- 
dimione del Guidi) e a « posUumqtie » del v. 377 (citaz. 
da Giovenale, sat. 3j a cui T edizione rimanda con un 
« ut Graeculus ille apud... » e nulla più), ecc. 

Ed ecco qua le mie conclusioni anche riguardo ai 
nostri tre Mss. del Carmen ad Clementem XI: 

1.* I due Ambrosiani (se pure non s' abbia a credere 
che r Ambrosiano I sia, come parrebbe, Y originale del- 
r Ambrosiano II) furono tratti entrambi dalla medesima 
copia (non si può ritenere, a cagion delle note, che fosse 
un autografo), condotta evidentemente su un autografo di- 
verso da quello che servì per la edizione lucchese 1783 (*): 
prova, le varianti. 

2." Il Trivulziano si riporta ad una copia simile in 
parte alla copia dei due Ambrosiani (o delFAmbrosiano I), 
in parte air autografo della stampa di Lucca (*). 



{}) Che anche per questa satira xviii (il nostro Carmen), come per 
tutte le altre, V edizione lucchese sia stata condotta sulP autografo 
è detto esplicitamente dal Giannblli, o.^ c. voi in, pag. 357: ...m «w- 
tographo volumine». Ora è impossibile attribuire ali* opera dei copisti, 
per quanto fossero intelligenti, tutte le varianti citate (e non ce ne 
sono altre); si deve quindi ammettere resistenza almeno di un se- 
condo autografo. 

(*) Lo stesso dicasi della edizione romana, ridotta, del 1756 ; nella 
quale ho trovato queste altre varianti (in corsivo) rispetto alla luc- 
chese 1788 : V. 12 Lachrynias (sic) Lacrymis — v. 276 Civica (discordia) 
livida (ma molto probabilmente, e vorrei dire, senz'altro, certamente, 
qui si tratta di una sostituzione fatta prò hoìW pacis, come di Grajoque 
a calabroqiie: vedi la nota 2 a pag. 133 sopra) — v. 282 discetàìscit 
— V. 388 iepenti tepente — v. 389 Proli dolor! e nostro Proh fatum! 



I MANOSCR. MILANESI DELLE SATIRE DI Q. SETTANO 137 

3.* Le copie dei tre Mss. avevano del Carmen il 
medesimo argomento che fu rimaneggiato, molto proba- 
bilmente, dal Giannelli stesso (il quale aggiunse, fra Taltro, 
i due periodi di chiusa (')) per la sua edizione. — Per 
ciò che spetta alle note (di uno scoliaste sconosciuto così 
a noi come forse al Giannelli che non lo designa mai se 
non con questo vocabolo generico) dei due Ambrosiani, le 
recava già la loro copia. Dell'unico commento dello sco- 
liaste al Carmen c'erano due redazioni, differenti e per 
la forma e specialmente per il numero delle note. Il Gian- 
nelli riprodusse la redazione più ampia, forse posteriore, 
e qua e là con modificazioni sue ; come ci permettono di 
supporre, con buon fondamento, e la divisione stessa delle 
< enarrationes » dalle note propriamente dette (divisione, 
badiamo, usata dal Giannelli per tutte le altre satire set- 
taniane della sua edizione) e le citazioni, di regola, a 
pena accennate. 

Milano, 26 Gennaio 1896. 



Domenico Bassi. 



nostro. La prima e l'ultima sono vere varianti, mentre discet (e te- 
penti) potrebbero essere semplici errori «li stampa. 

(*) Il primo è: Scripta .^destiterant (vedi pag. 9), il secondo (di 
cui ho ^à riportato, ma separa tamente, i due membri) : Ut autein 
muiia existerent tnanu eocemplaria scripta [della Safyra-Carmen], mine 
tamen primum typis mandatam habes. 



BmiUU. SeneÈt di Si. natria — II^ISM 10 




138 D. BASSI 



APPENDICE 



Da ricerche mie i due sonetti che pubblico qui mi -risultano 
inediti; di più essi possono servire a completare la biografìa del 
loro autore, mostrandoci dei « nuovi tormentati > dai suoi strali 
satirici. Anzi li pubblico soprattutto per questa ragione; che il 
loro valore letterario, addirittura minimo, mi avrebbe piuttosto 
sconsigliato dal renderli noti: sono bruttini assai, come del resto 
molte fra le poesie italiane del Sergardi. 

Li trascrivo quali li ho trovati, ciascuno col proprio titolo- 
argomento, in un codice miscellaneo (N. 1G2) della Trivulziana (*), 
dove me gP indicò il bibliotecario, ing. Emilio Motta ; e a lui più 
che a me gli studiosi vorranno esser grati del regalo. 

Mi guardo bene dall' annotarli ; crederei di venir meno al ri- 
spetto che debbo ai colti lettori del Bullettino, Solo mi prendo la 
libertà di rammentar loro, quanto al primo sonetto, che la trage- 
dia del Lazzarini (') « Ulisse il giovane », a cui si accenna in 
cosi malo modo nella prima terzina, fu stampata la prima volta 
nel 1720 ('). Dunque il sonetto è di quell'anno o posteriore; 



(*) Il Porro, o. c. pag. 259 non dice altro all' infuori di questo: 
" Cod. cart. in fol. dei Sec. xviii e xix. ,, E a pag. 2G0: ...ii. Sonetti 
di Leone X dell' Ab. Sergardi e di Scipione Maffei ,,, I due sonetti 
del Sergardi sono entrambi a e. 1626 e sembrano di mano del sec. xix. 

(^) La biografia più completa, che io conosca, di Domenico Laz- 
zarini è quella scritta dal Fabroni, Vitae Itaìonim.., (Pisis mdoclxxxix) 
voi. XI v, pagg. 99-148 (pagg. 149-53 : Ofìera edita, cioè bibUogratia), a 
cui rimando. Una più breve ne compilò Giuseppe M. Bozoli per il 
noto dizionario del TipaIiDO, Biografia degli italiani illustri (Venezia 
1834), voi. i, pagg. 486-87. 

(^) Ulisse II uiorane. Tragedia Dedicata AW lUustrissimOy ed Kc- 
ceUentissimo Sig* Girolamo Ascanio Giustiniani Patrizio Veneto Fi- 
gliuolo deW Eccellenthtsimo Sig, Girolamo Proeurator, In fine: In Pa- 
dova, MDCCxx. Per Gio: Battista Conzatti. - Al testo precedono la de. 
dicatoria, di ^^ Padova a'SO.di Maggio 1119. „, una "Lettera DeU'Au. 
tore Al Sig. Ab. Antan Maria Sa lei ni „ di " Isadora 29. Agosto 1719. .. 
e la " liispostn Del Medesimo Sig. Ah. Salvini AW Autore „ di " Fi- 
renze 16. Settembre 1719. „ . oltre alla solita licenza dei Riformatori 
del " 31. Ottobre 1719. ,,. Da tutte queste date (le riportai a bello studio) 
e specialmente dall' ultima si può desumere che il libro fu pubblicato 



I MANOSCR. MILANESI DELLE SATIRE DI Q. SETTANO 139 

quando però non si preferisca credere che di essa tragedia il Ser- 
gardi abbia veduto una delle molte copie manoscritte : e dal Laz- 
zanni stesso (*) sappiamo che già nel 1718 ne andavano € per 
Venezia,., in tnano di Cavalieri,.. >^ e non saranno state queste 
le sole conosciute. In tal caso il sonetto potrebbe essere stato 
scritto anche il 1718, ma certo non prima. Ancora: il Lazzarini (*) 
ci dice che molti dettero della sua tragedia « favorevol giudizio » 
$ non e* è ragione di non prestargli fede. Eziandio il Salvìni (') 
la trovò buona e la lodò; e Pompilio Lorenzo Miti che la « com- 
parti » , come scrive lui (*), « alV uso delli cinque Atti per rappre- 
sentarla sul Teatro comico * ne celebra « la fama eccellente » . Ho 
voluto leggerla; mi ci ha spinto, s'intende, il nostro sonetto: non 
è un capolavoro, tutt' altro ; ma da ciò ad essere una vera birbo- 
nata, come la gabella il Sergardi, ci corre molto. Anche questa 



non nel 1720, ma già nel 1719? Nulla ci vieta di credere che il so- 
netto del Sergardi sia appunto del 1719. Comunque, il fiatto che il 
Lazzarini era amico del Gravina (vedi Fabroni, o. c. pag. 110) basta 
lorse a spiegare, esso solo, l' animosità del Sergardi contro di lui. Il 
quale fu preso di mira, più tardi, anche da Lucio Settano figlio di 
Quinto, cioè il gesuita G. C. Cordara, pure a proposito, oltre al resto 
(v. Carducci, Storia del « Giorno ^ di G. Parini. Bologna 1892. 
pagg. 169-70), deU' e Ulisse il g. ». Cfr. Fabroni, pagg. 14^46 e qua 
sotto la nota 3. 

(*) Vedi la dedicatoria cit., pagg. 4-5. Cfr. Fabroni, o. c. pagg. 
122-24. 

(«) L. cit. (pag. 4). 

(') " Risposta ,, cit; Le lodi del Salvini, veramente un poco esa- 
gerate, e quelle che egli ebbe, soprattutto per la sua traduzione di 
Omero, dal Lazzarini urtarono molto, pare, i nervi al reverendo 
Cordara (vedi quassù in nota), se costui senti il bisogno di scrivere dei 
versi come i seguentì (De tota graeculomm hnius aetafis litteratura,.. 
— Genevae 1737, apud Tornesios — JSerni. iii, 257-61): 

f...Ad Hujjeros luvenem Salvitituf Ulysseni 
Evehit; Ktruscum laudai Muìv^anus Hamerum,] 
Sic asiìWH videas costas ('joniungere costis, 
Officiogue pari se ultro v.itroque frìcare^ 
Quod. neuter faceret, fieri nisi posset utrinque. 

Questi versi e altri, del medesimo genere (cfr. Serm. i, 74 segg. 
II, 5 .^gg.), del Cordara contro il Lazzarini mi lasciarono a tutta 
prima alquanto dubbioso sul vero autore del sonetto della Trivul- 
ziana: che cioè invece di Quinto Settano potesse essere Lucio Set- 
tano. Ma il nome del Sergardi occorre nel Ms., - e nella stessa carta, 
per ben due volte, e la prima, proprio davanti al nostro sonetto, con 
raggiunta " Sanese „ ; e del resto la sfuriata è degna di lui. Monsi- 
gnore non ne ha forse fatte, in latino e in italiano, delle peggiori? 

(*) Ulisse II Giovane .. (vedi la nota 3 a pag. preced.). In fine: In 
Ferrara 1720. Presso Bernardino Pomatelli...; pag. 16. 



140 D. BASSI 

volta la rabies arcLìlochea fece un bratto tiro al bilioso abate 
senese : per fortuna, a tiri di simil genere egli e' era avvezzo ! 

Quanto al secondo sonetto, dalle parole: per venti anni drento... 
e dal primo verso della prima terzina si arguisce che papa Clemente 
(cioè Clemente XI, a cui pure il Sergardi tributò cosi grandi lodi 
nel Carmen, onde ho discorso sopra) è già morto.. Ora egli mori il 
19 marzo 1721. Quindi il sonetto è o possiamo ritenere che sia stato 
scritto appunto in quelP anno. Il cardinale Giuseppe Sacripanti da 
Narni, sotto-datario con Innocenzo XI, Alessandro Vili e Inno- 
cenzo XII, fu creato pro-datario da Clemente XI nel 1700 e ri- 
mase in carica sino alla morte di questo Pontefice. 



* 



Cantra V Ab. Domenico Lazzarini da Murro, autore d* alcuni Dia- 
loghi^ grammaticali della Lingua latina, e della Tragedia inti- 
tolata 

Vlisse il giovane 

Sonetto 
Deir Abate Lodovico Sergardi Sanese, 

Il Murrano Toparca ha perso il sonno, 

Per fare le postille a Sancio, e a Scioppio: 
Vengano i Macaoni a dargli V oppio ; 
Se d'un pazzo sanar le veglie ponno. 

M'ha quasi rotto il miserabil tonno. 

Discorrendo or del semplice, or del doppio ; 
Prima di risa, e poi di rabbia scoppio. 
Qualora Priscian corregge, e Nonno. 

Egli diede ad Edippo il nom d' Ulisse ; 
E d' Eurinome fece una puttana : 
Eccovi, come una tragedia scrisse. 

Che occorreva cribrar la Sanciana, 

E con Amo e Sum far tante risse. 
Per darci una versione Marchigiana ? 



I MANOSCR. MILANESI DELLE SATIRE DI Q. SETTANO 141 

Cantra il Card: Giuseppe Sacripanti Datario 

Sonetto dello stesso Ab.^ Sergardl 

O Giuseppon da Nami empio, e vigliacco, 
Che a Simon Mago festi giuramento 
Di vendicarlo de V antico smacco, 
Ch'ebbe con Pietro nel fatai cimento! 

Chiuso e appiattato per venti anni drentó 
La scellerata spelonca di Cacco, • 
La santa chiesa, ed ogni Sacramento 
Hai venduto a l'incanto, e messa a sacco. 

Papa Clemente, io ti perdono tutto : 

Né ti rammento già Roma a soqquadro, 
La Chiesa afflitta, e il popolo distrutto. 

Piango bensì, se pur lo vero io squadro, 
Che potessi mirar con ciglio asciutto 
L* eredità di Cristo in man d' un Ladro. 



LA CASA DI MAESTRO BARTALO DI TURA 



Di maestro Bartalo di Tura di Bandino da Siena, nel 
secolo XV filosofo e medico di non piccola fama, visitai e 
descrissi già lo Studio {*). Contai i libri, un centoventi, 
tutti di scienze, di medicina e di filosofia, e tutti mano- 
scritti; notai se cartacei o di pergamena; dissi quali i pre- 
gevoli per bellezza calligrafica, per adornamento di minii, 
o per belle legature in assi coperte di cuoio colorato, con 
borchie (« coppe »); dichiarai, aiutandomi con le stampe 
oramai messe fuori, o di poco posteriori (neppur una però 
ai codici nostri frammista), quali òpere contenessero spesso 
nascoste nei compendiosi titoli onde erano registrate. 

Oggi rientreremo nello Studio di maestro Bartalo: 
non per starci, come V altra volta, lungamente, né per 
riesaminare i libri che allora svolgemmo; ma per aggiun-. 
gere intorno ad alcuno qualche altra e maggiore dichia- 
razione. Di due posso darla: d'« vno libretto chiamato 
circa instans » {Studio, n. 100), e d'« vno libretto che 
comincia: papa stupor mundi » {ioi, n. 179); rimastimi 
allora sconosciuto interamente questo, e di quello nota 
soltanto una stampa veneta, da altri registrata, e da me 
non veduta, del 1497, insieme con alcune cose mediche. 
So ora, per altre registrazioni venutemi sottocchio, che 
il primo trattato, rimanendo sempre anonimo, prendeva 
titolo dalle iniziali parole sue, e che era un « Liber 



(*) Lo studio di un Medico Senese del secolo XV (Rivista delle 
Biblioteche, anno V, 1894, nn. 49-52). 



LA CASA DI MAESTRO BARTALO JJI TURA 143 

Virlutibus Herbarum; incip.: Circa instans negotium > ('); 
mentre il secondo, per me allora anche più enigmatico, 
non appartiene alla medicina, ma spetta alle lettere, ed 
è la Poetria Novella di Gualfredo Anglico, che ha prin- 
cipio col verso < Papa stupor mundi, si dixero Papa 
Nocenti » (*). E se, quando illustrai lo Studio, avessi 
avuto già letto tutto il documento che oggi pubblico, 
avrei, là dove accennai che per tenere i libri eranvi < se- 
dici pezi di tauole attachate, da tenere librj ne lo studio >, 
più « vno armalo (sic) nuouo, da tenere libri et panni, 
con serrature > (StudiOj j). 10, ed ivi nn. 122, 125), dovuto 
aggiungere che più anticamente erano per quest' uso ado- 
perate « sei ruote grandi, da tenere libri ne lo studio > 
(cfr. più innanzi, n. 487); le quali, perchè « uechie e 
triste > avevano dovuto lasciare il posto ai sedici Pezzi 
di tavole e al nuovo Armario, ed erano state relegate 
< ne la uolta disotto 2>. Oggi, nello Studio del nostro mae- 
stro, rivedremo, custoditi ivi, come sappiamo, in un cas- 
sone, ferrato, con serrature e chiavi grosse, gli argenti; 
troppo importante cosa perchè la lasciassimo in questa 
seconda visita, che facciamo per conoscere le masserizie 
di lui. 

E dallo Studio, primo luogo descritto nel documento, 
passeremo poi a visitare tutta la rimanente casa di mae- 
stro Bartolo, posta, come già dissi, nel Terzo di Camollia, 
nella compagnia di san Donato a' Montanini fS^ierfio^ p. 4), 
prossima alle case dei Salimbenì, d*onde il popolo nostro 
ricorda tuttora la carretta uscita carica con più centinaia di 
migliaia di fiorini prestati al comune per la guerra di Mon- 

(') Cosi è registrato ai un. lOG e 898 del vecchio Catalogo della 
Biblioteca, distrutta poi da un incendio, del convento di S. Francesco 
in Siena, che Niccolò Papini stampò neìV FAniria Francescana, I, 
solo pubblicato (Siena, Pazzini-Carli, 1797), pp. 117-164. Certamente 
({uestì due non sono una cosa stessa con altro ms. ivi, al n. 912, cosi 
segnato: « Macer, De Viribus herbarum; in pergam. ». 

(*) Debbo questa identificazione alla cortesia del cav. Salomone 
MorpurgOj Bibliotecario della Eiccardiana. 



144 e. MAZZI 

taperto; non lungi dai Montanini, fra i quali, nel 1395, 
Carlo di messer Tommaso in gara di cortesia con An- 
selmo di messer Salimbene dei Salimbeni, dette argo- 
mento (sia vero il fatto o favoloso) ad una novella al 
popol nostro men nota, ma giuntaci in più compilazioni. 
Come nella prima visita cosi oggi sarà nostra guida 
r Inventario compilato nel 1483, quando, morto Bartalo e 
il figlio Bandino e la moglie di lui Camilla o Dada, Tava 
materna, madonna Onesta, vedova del cavaliere Guidan- 
tonio di Biagio Piccolomini, assunse la tutela dei figli loro, 
nipoti a Bartalo, rimasti orfani, Eufrasia ed Elisabetta 
€ adulte >, Alessandro, Niccolò e Salustio « pupilli » {Stu- 
dio, p. 4). Visiteremo tutta la casa; ma non con egual 
cura in ogni sua parte: quando ci troveremo innanzi a 
cose già riesaminate, o che per il nome, V uso, e la forma 
niente abbiano di notevole, e niuna notizia aggiungano 
a quelle che andiamo cercando delle masserizie d'una 
casa del secolo xv, passeremo oltre senza fermarci, e i 
puntolini nel testo ne daranno avviso al lettore; che al- 
trimenti la nostra visita troppo tempo chiederebbe e pa- 
zienza troppa in chi mi segue. Già vedemmo, nell' altra 
pubblicazione, minutamente lo Studio di maestro Bartalo; 
più, in casa, altro Studio contiguo ad una < camara pic- 
cina >, al secondo piano, perchè conteneva i libri non di 
scienza, ma d' uso comune, e, fuori di casa, al convento 
dei Gesuati, vedemmo le carte, i documenti, le memorie 
di famiglia, od altrui alla famiglia affidate. Oggi vedremo 
più minutamente le camere da letto dove le vesti e la 
biancheria si trovano in maggior copia raccolte, ed an- 
che più completamente « la camara grande, disopra, che 
fu di bandino », la camera dunque nuziale (e il gran nu- 
mero di vesti muliebri ivi registrale lo conferma), ed altra 
nella casa di campagna in Valli, detta « la camara di 
madonna ». Nel rimanente la nostra visita sarà gover- 
nata dalle norme dette: ma seguendo passo passo l'In- 
ventario non lasceremo luogo alcuno senza visitarlo; in 
Siena, in campagna, appena fuori della porta Romana, nei 



LA CASA DI MAESTRO BARTALO DI TURA 145 

possessi di Massa in maremma. E dalla nostra visita due 
cose impariamo: la confusione grandissima delle vesti e 
della biancheria, Tramezzo alle quali (coni* è ancora in 
altri Inventari domestici) si registrano cose d* ogni specie; 
il piccol numero (pur in questa che non era casa di po- 
vera gente) dei mobili. 

Lo Studio di maestro Bartalo, oltre i libri, le Tavole 
e prima le Ruote per tenerli, gli Argenti, le Armi e Pezzi 
d'armatura» le Bandiere, gli Stendardi, e T Armario, aveva 
soltanto un Leggio piccolo con due facce da tenere libri, 
tre Scannelli da scrivere e da tenervi su i libri, una Sedia 
rozza, senza tarsie, grande, con un coflfano attaccato, due 
altre, da sedere, da serrarsi sotto a chiave, un Cofano di 
quattro braccia, anch' esso rozzo, cioè senza tarsie e con 
grado, ossia rilevato sur uno zoccolo, un Cappucciaio, an- 
che questo senza intarsiare, di due braccia, il Cassone 
per r argenterie; quattro Lucerne, una grande d'ottone, 
con quattro boccinoli, due di ferro, ed altra di ferro sta- 
gnato, sottile; ed una Lettiera bassa « dipenta al drappo 
rosso, messa di stagno, senza sachone », che forse un 
giorno, completa, serviva a Bartalo per dormire nello 
Studio fra i suoi libri. Le « Couerture da selle caualca- 
reccie > s* accompagnavano con gli Stendardi le Bandiere 
e col Banderuolo, con le Armi, e con le Armature. V'era 
sempre nello Studio « uno suggello d'argento, col segno 
di maestro bartalo, et con manico di legno »; ma non 
v*era più il Pennaiuolo né alcuno dei due Calamai che 
troveremo registrati; come d'istrumenti per l'esercizio 
della medicina erano tuttora nello Studio uno Stile d'ar- 
gento, < bucarato » (n. 10) per un uso che non voglio 
ridir qui, due paia di Bilance da pepe, piccoletto, un Mor- 
taio Piccolino, con due pestelli di bronzo, da > extemperare 
medicine »; ma non v' erano più un Ferro da speziali, da 
tagliare erbe (n. 34), un Mortaio di bronzo (n. 30), e una 
(n. 326) Seta (Staccio) anche questi detti da speziali, un 
Mortaiuolo vetriato, grandicello (n. 729), un Bossolo di 
stagno, grande, lungo, da tenere teriaca (n. 351), un Ar- 



146 e. MAZZI 

niario con venti cassettini, da spezierie (n. 803), una Can- 
nellina d' argento, da cristeri (n. 498). Vi troviamo invece, 
oramai disabitato e abbandonato Io Studio dopo la morte 
di Bartolo, parecchi Succhiellini piccoli, due paia di Ta- 
naglie mezzane da cavare acuti, insieme con altri ferri 
vecchi, e tre Sacchi grandi den trovi circa tre staia di pi- 
selli ed altri legumi. Anche vi troviamo un Cappello di 
paglia, da uomo, e due Berrette di grana, rosse, una 
scempia e l'altra doppia, che potrebbero bene, queste e 
quello, essero state di maestro Bartalo, del quale alcune 
vesti vedremo or ora. 

Entrando nella « camara grande, disopra, che fu di 
bandino > vediamo (nn. 354 e segg.) la Lettiera grande 
« dipenta ad drappo d' oro, chiusa da piei a la uinitiana »; 
sopra questa, un Saccone con « uista » (Mostra) rossa 
dinanzi, un Letto di penna di cinque braccia, e due simili 
Capezzali; in alto, a capo al letto, un Cielo fatto a bal- 
dacchino; e da questo pendenti, due Tende con bottoni e 
reticelle e grandi frange dappiedi ; fornito il letto di due 
buone lenzuola, uno con reticelle l'altro senza, d'un bel 
guanciale di seta « figurato >, fatto a verghe, senza fo- 
dera, d'altro, pur senza fodera, rosso, con viste di ciam- 
bellotto, e di coltri sottili, di seta, da ostate, e piene di 
bambagia pel verno. Dinanzi al Letto, due Cofani, con 
base, attaccati, intarsiati; dappiedi, altro Cofano uguale, 
ed un terzo, stretto, ed una Cassetta, < con alquante tarsie, 
che seruono per la banca da Uetto da lato dietro »; di- 
scosto, come pare, dal letto, un paio di Cofani grandi, 
dipinti, messi a storie, con fodere, per conservarli, di va- 
lescio verde. Poi una Sedia grande con Materassuolo con 
sopra un Cappucciaio (oggi Attaccapanni) a cavicchie, come 
la Sedia, di noce, intarsiato, bello, e, sotto, con Cofano 
da chiudersi a chiave: un Desco e una Predella di legno: 
una Secchia d' ottone, con manichi, coperchio e due boc- 
ciuoli da < lauar manj », oltre che, per lo stesso uso, ^ vna 
mescirobba facta a la moderna » di ottone, e pur d'ottone, 
ma all'antica, un Baccinello. Anche v'era un Candeliere 



LA CASA DI MAESTRO BARTALO DI TURA 147 

dì ottone. Né poteva mancare, oltre un quadretto piccolo 
con due figure, i santi Cosma e Damiano, una Madonna 
col Figliuolo in collo e angioletti da lato, < in tauola >\ 
con sue Tenducce a fregi e reticelle e veletti di seta per 
coprirla: e dentro un paneruzzo di vetrici oravi una Rosa 

< de la uergine maria ». Due Bicchieri « christallini », 
belli, uno con figure e coperchio, due Calicette (credo fos- 
sero piccole Paniere in forma di calice) di vetrici sottili 
ornavano la camera: dove la dimora della moglie di Ban- 
dino ci è manifestata da qualche capo di vesti muliebri 
rimastovi, dallo Specchio d'avorio grande, con una ghir- 
landa di figure intorno, dall' Acqua rosa e dall' Aceto 

< rosado », da più paia di Guanti di < camoza \\ dalla 
Rostarella (Ventaglio) di penne di pavone, con manico 
lavorato, da altra Rosta o Coda di setole lunghe (adope- 
ra vasi per la toeletta) ; ma anche da una Cullarella pic- 
cina, dalle fascio < da fanciullj piccolinj », dai Cordoni pur 

< da fanciulli ». Non so se in questa camera stessero 
come in luogo loro alcuni Piattelli e Piattelletti, vecchi, 
di stagno, all'antica, una Tazzarella, un Fondello, uno 
Scudellino, anche questi antichi e di stagno, o se vi si 
trovassero per quella tal confusione delle masserizie che 
apparisce chiara dal nostro Inventario; come por questa 
vi si registra un Tagliere, tondo, nuovo, di stagno, da te- 
nere carne in tavola. 

Andiamo in altra camera, in quella « di madonna », 
non in Siena, ma nella casa di campagna. Troveremo 
(nn. 737 e segg.) anche qui una Lettiera, chiusa, alla ve- 
neziana, più < con uno studio a'piei, chiuso con tauole », 
il quale Studio, o piccolo Stanzino ad uso di studiare, 
aveva una finestra di vetri : attorno, la Banca, e sopra la 
Lettiera due Materassi, uno rosso, con fondo bianco, pieno 
di pelo, altro pieno di bambagia; a capo al letto, una vec- 
chia tenda azzurra, con armi di casa. Due Cofanetti, con 
base, rozzi, cioè senza tarsie, di due braccia e mezzo l'uno, 
due Cofani antichi, attaccati insieme, di cinque braccia ; 
una Predella ed una Seggiola piccole, con altra grande 



148 G. MAZZI 

Predella di legno « bucarata >, compivano il mobiliare di 
questa più modesta camera. Dove anche era altra Lettiera 
rozza, nuova, di braccia quattro e mezzo, con la sua Ban- 
chetta, Saccone, Materasso, bianco, pieno di pelo, Capez- 
zale di penna. Coltre bianca, di braccia cinque e mezzo, 
piena di bambagia, e Lenzuola < da famigli »: la quale 
seconda Lettiera fu molto verosimilmente messa su per 
farvi dormire una fante, dopo che « madonna >, era ri- 
masta vedova di Bandino. 

Ma basti questo saggio di ricostruzione; il lettore può 
farla da sé, stanza per stanza, scorrendo T Inventario. 
Andiamo oltre nel nostro esame, dacché bisogna dire al- 
cuna cosa delle vesti. Alcune si trovano assegnate a 
maestro Bartalo, ed ora, dopo che egli più non le adope- 
rava, non più in casa, ma entro ai cofani al monastero 
dei Gesuati: tre Cappucci, tutti di rosado, ornai usciti di 
moda, € air antica >, cioè grandi e senza « torchio » (nn. 
624, 641); un Giubbarello di cremisi vellutato (n 521); due 
Giornee, con la divisa di casa (n. 646); due Mantelli, am- 
bedue di rosado e con le < buche > o « bucarelle », onde 
mettevansi fuori le braccia, ma T uno più lungo dell'altro 
(nn. 637, 638); e tre Cioppe, una alla veneziana, di cre- 
misi vermiglio vellutato, foderata di taffettà vermiglio, 
r altra, scempia, di rosado, con maniche a gozzi, la terza 
(« cioppa onero ueste), di cremisi vellutato, foderata di 
pance di vaio, con maniche grandi, aperte, foderate « pur di 
pance sgrigiate », con dappiedi e da capo « uiste » (Mo- 
stre) « pure in decto modo » (nn. 520, 648, 652), < bella », 
soggiungesi, e < quasi nuova »; là quale, diremo noi, era 
per r inverno. 

Come usate da Bandino, il figlio di maestro Bartalo, si 
registrano quest'altre vesti; anche queste, tranhe un Giub- 
barello, non più in casa, mancando ormai chi le portasse, 
ma ai Gesuati, come quelle del padre, o al monastero di 
san Niccolò; e sono: quattro Cappucci, tutti col < torchio », 
e dunque non ali* antica come quelli di maestro Bartalo, 
tre (due usi, uno nuovo) di rosado, il quarto, nuovo an- 



LA CASA DI MAESTRO BARTALO DI TURA 149 

che questo, di pavonazzo buio (nn. 654, 655); un Giubba- 
relio di cremisi (n. 175); due Mantelli, uno, senza buche, 
quasi nuovo, di rosado, 1* altro di pavonazzo buio, nuovo, 
foderato di valescio alle spalle (nn. 639, 650); un Lucco 
grande, di rosado, foderato di pance sgrigiate, con viste 
intomo (n. 619); una Giornea, con ricco fiorimento, il 
quale era si fatto: « tre aquile facto e lauorate di perle, 

< assai belle; vn* altra aquila, puro di perle, un poco 

< maggiorella, con perle un poco più grosse; le quali 

< aquile hanno due meze palle appiei sotto gKonghionj 

< e una in bocha, e hanao el becho e* pici d* argento 

< orato » (nn. 544, 545). 

Da queste passando, in un esame più generale, alle 
vesti senza designazione di chi le avesse portate, sappia- 
mo dal nostro Inventario (cfr. 1* Indice, in fine), che gli 
uomini, avevano da portare in capo. Berrette (da giorno 
e da notte, da uomo e da fanciulli, doppie e scempie, con 
orecchioli e senza, nere e di colore), Cappelletti e Cappelli 
(di feltro, di paglia, di velluto nero), Cappelline, Cappucci 
(grandi e piccoli, col < torchio > e senza, nel mantello e 
da per loro), Fiette (con fibbie e puntali, con spranghe di 
argento, con frange anche inargentate). Pappafichi: da 
portare in piede e in gamba avevano Mutande, Calze (nere, 
verdi, pavonazzo, foderate di bianchetta, da uomo e da 
fanciullo, spesso solate sotto il piede; dacché vestivano 
tutta intera la gamba, dal piede alla centura). Brache (di 
panno rosso ancora). Stivali, (anche rossi). E per vestire 
il resto della persona, Camicie (si registra anche un Ca- 
miciotto da bagno), Capparoni, Cioppe (sciolte, lunghe, 
grandi, larghe, scempie, alla veneziana, a mezza gamba, 
con fodere e viste di pelli, con maniche grandi aperte, 
pur foderate di pelli, o con maniche a gozzi). Gabbanelle 
o Gabbani (foderati, sciolti). Giornee (con. la divisa, con 
frangette, con ricami di perle), Giubbarelli (ali* antica), 
Gonnelle (anche di cuoio), Guardacuori (anche rossi), 
Lucchi (anche foderati di pelli), Maniche (da unirsi spesso 
alle Cioppe), Mantelli (lunghi e corti, con o senza le buche 



150 e. MAZZI 

bucarelle dove infìlavansi le braccia), Sopravvesti da 
cavalieri. Le pelli adoperate negli abiti per T inverno erano 
di agnello (« agnellino >), di bittizzi (lattizzi), di « camo- 
za » (questa per guanti), d'armellino, di martore, di vaio 
(distinti i dossi, dalle pance, dalle gole). 

Di madonna Dada, moglie a Bandino di maestro Bar- 
tolo, si trova ricordata una sola veste; una Cioppa di 
monachino, tonda, sciolta, foderata di guarnello bianco 
(n. 632): ma della stessa Dada, piuttosto che delle sue 
figlie Eufrasia ed Elisabetta (forse già uscite di casa con 
lor corredi, se < adulte » quando, nel 1483, fu compilato 
r Inventario), saranno le vesti muliebri che questo regi- 
stra; delle quali vengo ora a dar notizia. Cioè, per co- 
prire ed adornare il capo (cfr. l'Indice detto), la Cappel- 
lina (con scagliette e stelle d'oro; anche di velluto), il 
Cappello (anche di paglia), la Cuffia (di pannolino, di lenzo, 
di seta bianca; con reticelle o con stelle d'oro) la Fiotta 
(larga, stretta, all'antica, con fibbie e puntali o senza; con 
orò e spranghe di argento; di broccato), la Magnosa alla 
napoletana (di damaschino verde, con ricami di raggi di 
fili d'oro, con frangiarella d' oro e d'argento, e tremolanti 
di argento), il Giardinello (foderato di damaschino verde), 
lo Sciugatoio (sottili, larghi, < stremi >, tutti bianchi o 
con verghe di colore, o con filetto e vergucce neri, o con 
verghe di seta « riscelta », o in luogo di verga, un cor- 
done d' oro e di seta cremisi): comuni con V uomo la 
Cappellina, il Cappello, laFietta.'Per coprire 11 piede trovo 
la sola Pianella, se pure quest'unica volta deve intendersi 
di calzatura. Per vestire la persona, la Camicia (anche 
belle e sottili, oltre le rozze: èvvi ancora una « Rìmbu- 
stitura » sottile di camicie da donna); le Mutande; la Ca- 
murra o Gamurra (con maniche e senza; con frappe, < tire » 
e viste, specialmente dappiedi; le maniche spesso d'altro 
colore; con fregi anche d'oro); la Cioppa (sciolte, ritratte, 
tonde, fresche, con coda, con fodere e viste di pelli o con 
altre fodere; con maniche piccole o grandi); la Cioppetta 
(tonde, con frappe); la Fodera (rozze, senza maniche); la 



LA CASA DI MAESTRO BARTALO DI TURA 151 

Gabbanella (sciolta); il Gabbano (foderato di pelli agnel- 
line, con viste di dossi di vaio); la Gonnella (sciolta); il 
Lucco (di raso cremisi, con coda, con « lira » dappiedi); 
le Maniche (di broccato e di altre ricche stoffe, e con ri- 
cami); i Manichini (con frangette di perle): simili, almeno 
nei nome, alle vesti virili, la Cioppa, la Gabbanella, la 
Gonnella, il Lucco. Ornate, queste muliebri, con le pelli 
dette di sopra per quelle degli uomini, e allora erano 
vesti invernali; con Bottoni e Bottonature di argento con 
Dubioni ossia Dischetti pur d argento, con Perle, con Stelle, 
Scagliette, Raggi e Ricami d* oro. 

Air adornamento ed alla toeletta, specie della donna, 
spettano i Bacini grandi, d'ottone, sul piedistallo (gli odier- 
ni Lavamani); l'Acqua rosa e l'Aceto < rosado » (in fiaschi 
grandi, stiacciati); un Alberello (bianco, con due manichi, 
forse per tenere profumi); i Guanti da donna (rossi; di 
lana, bianchi e rossi; di < camoza » foderati di pelle); le 
P>orselle, le Borselline, i Borsotti, (di velluto, di broccato, 
con lavori in seta, con bottoni e cordelline d'oro); la Ilo- 
slarella o Ventaglio di penne di pavone (con manico la- 
vorato); lo Specchio (grande, d' avorio, con una ghirlanda 
di figure intorno); il Rizzacrino (d'argento o di avorio, 
entro una guaina di broccato d'oro con ghiere d'argento), 
per far la divisa ai capelli; lo Strigatoio o Pettine (di avo- 
rio, lavorato); la Rosta o Coda di setole lunghe (una con 
manico lavorato) per nettare il pettine; la Spelaloia (una 
con frangette, altre più semplici) o Spazzola da panni; ed 
uno Specchio (< Bambola >) che vuol esser descritto con 
le parole testuali: « Vna tauoletta d' auorio lauorata, da 

< un lato v' è la nostra donna, di rilieuo, con due figure da 

< ilato, e, dall'altro lato, una bambola; dentroui, nel mezo, 

< uno strigatoio d' auorio lauorato ». Non so qual uso 
avesse una Nappa di seta rossa, con fila e bottone d'oro. 
Certo per contenere piccole cose in servigio delle donne 
erano le Calicette (di paglia, di vetrici, anche in colori, 
dette anche belle), che dovettero essere piccoli canestri in 
forma di calice; e fors' anco una Cestarella ed una Ger- 



]52 e. MAZZI 

letta di vetrici; come per tenere le gioie, i Bossoletti di 
legno, i Cofanucci d'avorio con figure rilevate fuori, fo- 
derati dentro di taffettà vermiglio, o di avorio intarsiati, 
9 di legno coperchiati e dipinti a broccato d*oro. E le 
gioie erano Anelli, Anelletti, Anelluzzi d'oro, con pietre, o 
Astoncelli (a noi oggi poco noti, ma sembra che fossero 
piccole aste o verghette) pure con pietre, o Pater nostri 
di gioiette; un solo Pendente (con quattro perle e un ba- 
lascino) troviamo, e un solo Fermaglio con vetro (cioè 
pietra falsa) contornato da tre perle, e Bottoni di perle. 
E delle pietre, TAmatista, i Balascetti e Balascini, i Co* 
raili (due grandi e uno piccolino, con ghiere d'argento), 
i Diamanti, le Perle, (anche dette di Scozia), gli Smeraldi, 
le Turchine, gli Zaffiri, alcune volte sciolte, il più spesso 
legate in oro anche con smalli. Porremo qui anche un 
istrumento musicale, il solo che abbia 1* Inventario, un 
Monacordo, ahimè senza corde e senza tasti. 

Del resto le Senesi del quattrocento non erano sola- 
mente vane; ma anche donne da casa e buone madri di 
famiglia. Il nostro Inventario registra gli Acoraiuoli (di 
broccato d'oro), T Assicelle (Arcolaio), il Cannone, di seta 
cremisi, da ricamare, le Forbici e le Forbicine da donna, 
anche dorate, i Gomiccioli (Gomitoli), il Telaio da fare 
treccinoli, l'Accia (cruda, rozza, grossa, sottile, sottilissima, 
di lino di Pozzuoli), anche pronta per essere tessuta. Molte 
registrazioni dell'Inventario spettano ai figliuoli. Vi sono 
gli Sciugatoi da battezzare (con verga rossa di seta, 
larghi, attaccati, staccati, sottili, con verghe nere, rica- 
mati di seta e oro, con < pendaglio » simili); gli InvoUitoi 
(che erano la stessa cosa) da fanciulli (tino celeste, pavo- . 
nazzo e verde; uno, anche più bello, pel verno, di rosado, 
ricamato a fila d'oro e raggi di scagliette d'oro, foderato 
di pance di vaio, con viste di bittizi); le Fasce (una sot- 
tile e bella, con larga verga d'oro); le Pezze; le Culle, la 
Cullarella piccina, con i Feltri da tenere sotto ai fanciulli 
e le Coltricene (bianche e vermiglie foderate di verde) per 
coprirli; i Cordoni (bianchi, di refe e seta) per sorreggerli 



LA CASA. DI MAESTRO BARTALO DI TURA 153 

insegnando loro a camminare; la Babaiuola e la Banchetta 
bassa per nutrirli; fino ai libri per V istruzione, che sap- 
piamo già dove e quali (cfr. Studio j nn. 158-185) fossero. 
Anche sono neir Inventario parecchie vesti dette da fan- 
ciulli o fanciulle: Cappelline, Calze solate (di panno verde), 
Fiettarelle, Gonnellette (con frappe e frange alla napole- 
tana e perle al collarino, da fanciulle grandicelle; altre, 
più modeste, da fanciulli), Gonnellucce, Guanti (bianchi 
fatti ad ago), « Lucarelli » o piccoli Lucchi (uno di cre- 
misi vermiglio, foderato di pelle bianca con viste di pance 
di vaio, detto da fanciulletti di quattordici anni). Maniche, 
Manicucce, Mantellini (anche con viste e fodere di pelli), 
€ Scudi > (di broccato alessandrino, per fanciulle); e an- 
cora Speroni « piccolini >, da fanciulli, certo da adope- 
rarsi per giuoco. 

La famiglia di maestro Bartalo aveva sua cappella, 
con i sepolcri, in san Francesco di Siena; per il culto della 
quale troviamo ricordati nelTIn ventano la Pianeta e i 
Corporali. In più luoghi della ca«a troviamo immagini sa- 
cre, o dipinte o di rilievo: Nostra Donna, il Bambino Gesù 
(uno « nostrano >, altro < alla venetiana »), il Crocifisso, 
i santi Antonio da Padova, Cosma e Damiano, Francesco, 
Girolamo, il Volto santo: e poi, cose di devozione, Agnus- 
dei, Brevicciuoli, (con loro vesti) un Cordone bianco « da 
frati >, alcune Crocette, con ghiere d'argento, più Libric- 
ciuoli detti anche « da donna » (ancora foderati di seta, con 
miniature, e afiibbiatoi di argento; ai quali certo serviva 
un < Segnucolo » fatto di un bottone di perle), più Pater- 
nostri o Rosari (di cristallo, di pasta bianca o nera, di 
gioielte, con bottoni di argento, di argento dorato, di 
perle), una Rosa della Vergine Maria. 

Delle armi poche se ne registrano. Da offesa, la Col- 
tella corta pontuta (con guaina e tre ghiere di argento 
dorato), la Pennata (se arme è, registrandosi con una 
Spada), un Roncone bolognese, le Spade («a la turchesca » 
« a la catalana >), gli Stocchi (air antica, dorati); appar- 
tenendo la Coltella, la Spada catalana ed uno Stocco, a 

Bmlleit. Senese di Si. Patria — ìi-ISiiG 11 



154 e. MAZZI 

maestro Bartolo: da difesa, un « paio d'arnesi di ferro », 
una Baviera, una Celata, (foderata di cremisi vellutato, 
con fornimento d' argento, con frontiera con l'arme di 
maestro Bartalo, e per cimiero una ghirlanda a rami di 
argento, con una corona e in cima una palla dorata), al- 
tra Frontiera (anche questa con Tarme di Bartalo), un 
Elmetto di ferro, una Falda di maglia, un Gorgerino, pur 
di maglia (foderato di cremisi), i Guanti e la Panziera di 
ferro, i Pavesi (grandi, all'antica, dipinti), gli Schenieri, 
le Targhette (dipinte, all'antica), i Targoni (dozzinali, di- 
pinti, con figure a rilievo). Delle quali cose alcune, più 
che per la guerra, erano per le mostre, per le giostre, per 
le feste: quali la Celata con fornimento e cimiero di ar- 
gento e la Frontiera dette, altro Cimiero d'un' aquila di 
gesso e borra tutta messa d' argento, il Banderuole, con 
la divisa del nostro maestro, gli Stendardi e le Lance 
lunghe da stendardi, le Selle, le Coverture per queste e 
la Covertina (di seta, cilestre, con fiori e frappe), da ca- 
valli, la Sopravveste (di valescio azzurro, fiorata) da ca- 
valieri, le Giornee, ornate e ricamate. Troviamo anche 
Morsi da cavalli e da muli, e i Ferri da prigioni, che get- 
tano uno sprazzo di luce sinistra su questi ricordi di vita 
domestica. 

Quella da noi chiamata oggi biancheria apparisco 
fatta (Camicie, Cuffie, Guardanappe, Lenzuola, Sciugatoi, 
Tovaglie, Tovagliuole, Tovagliolini, Velotti), la fina, di 
Panno o Pannicello di renso o rensa, o d'una imitazione, 
€ a modo », di quello, che nel nostro documento doventa 
« lenso » « lensa »; di Bambagia, di Beccaccino bianco, 
di Pannolino, di Rinfrantello, di Panno da camicie (le len- 
zuola): troviamo 1' accia sottile da far camicie « sottili e 
belle » e la sottilissima di lino di Pozzuoli da < lavori 
sottili ». Ornavasi questa biancheria in vario modo: le 
Cuffie, quelle di seta bianca, con stelle d'oro e reticelle; 
le Camicie da donna, con reticelle larghe per le maniche; 
le Lenzuola, con reticelle, con reticelle antiche, con ver- 
ghe bianche, con orli larghi; gli Sciugatoi, con verghe 



LA CASA DI MAESTRO BARTALO DI TURA 155 

bianche e in colori, anche di bambagia nera, o solamente 
filetti della stessa bambagia nera; le quali verghe, bianche 
colorate, erano anche nelle Tovaglie e loro compagnia. 
Ma più eleganti verghe « vermiglie, figurate con leoni di 
bambagia nera », « a uccellini », « nera figurata », sono 
nelle Guardanappe. In questa categoria però la cosa più 
ornata, ed apparisce costantemente anche da altri Inven- 
tarii, è il Cuscino, il Guanciale, pieno ancora di piuma, 
con le sue Fodere, bianche e di colore, di seta anche fi- 
gurato, quando la Fodera mancava: qui reticelle, bottoni 
e bottoncini; lavori di seta e oro; mandorle grandi e 
ghiandarelle piccoline, di refe; rosette bucherate, pur di 
refe. Delle Tovagliuole e degli Sciugatoi alcune qualità 
sono significate con parole dalle quali non sappiamo ora 
rappresentarceli chiaramente: troviamo detti quelle e 
questi < in breve », « in breve attaccati insieme », « in 
breve, staccati », essendo gli attaccati in vario numero; 
e gli Sciugatoi, « riscelti », con verghe < riscelte », < stre- 
mi », avendo anche questi ultimi le verghe. Si ricordano 
il Bambagelle < per fare treccinoli da donne »^ l'Accia 
grossa da fare Canavacci e lenzuola « rozze » queste len- 
zuola, o « da famigli », altre lenzuola « per invoglie ». 
Di Bordo erano per il solito i Materassi, ripieni di 
Bambagia o di Pelo o di Penna; mentre di Paglia riem- 
|)ivansi i Quadrati e Sacconi (due volte chiamato e sac- 
cone cannaio », e al suo luogo sapremo perchè); e di 
Bambagia anche le Coltri. Il Letto, come abbiamo veduto 
in camera di Bandino e nelT altra « di madonna », posava 
sulla Lettiera, con attorno la Banca o Banchetta e i Co- 
fani^ coperta, nelle camere signorili, dal Cielo o Volta, 
chiusa dalle parti con Tende. Queste, o di pannolino con 
Tarme di casa dipinta, o di panno di lenso, con orici di 
seta bianca, con reticelle, frangiarelle e ghiandarelle dai 
lati e daccapo, con frangioni grandi e belli dappiedi, e 
per tali ornamenti dette < bellissime », sono nel nostro 
Inventario; che anche altre tende, e sembra per altro uso 
che quello d'attorniare il letto, registra: azzurra, con 



156 e. MAZZI 

aroie di casa daccapo; nera, con fiori messi a oro; altra, 
con bottoni, reticelle e frangie; con reticelle e frangia- 
relle di refe; con frangie intorno, bottoni daccapo, reti- 
celle alla moderna e frangioni dappiedi; con frangia in- 
torno e reticelle; con bottoni e reticelle da lato e frangie 
grandi dappiedi: e Tenducce da Madonna, di panno di 
lenza, lavorate di refe, con reticelle, bottoncini, rosette e 
frangie; di seta, antiche, vergolate; con fregi e reticelle; 
con reticelle e frangie belle, con un cordone di filo d'oro, 
rosette ghiandarelle e frangiarelle: e Veletti di seta da 
coprire Madonne. Qui deve richiamarsi, come a suo luogo, 
un Panno bianco da letto: e possono riaccostarvisi una 
« Covertina » da porte o « Usciaia » di panno celeste, 
ricamata con Tarme di casa; ed una Stoia di giunchi, 
grande, figurata, bianca e nera; i colori della città. Né 
manca un bel Bancale fatto a cervi, né belle Spalliere 
d' arazzo dette di < personaggio > o « in personaggio >, 
o « in verzura > (e vedremo ciò che significano questi 
nomi), né un Tappeto d'arazzo « con alcuna verzura >; 
e neppure due Panni da banco, uno « bello, peloso >. Di 
tappeti non v'è ricchezza: un solo, d'arazzo verde «con 
alcuna verzura, quasi vechio >, mentre altro grande di 
più colori, vergato, é detto, senz' altro « tappetaccio >; e 
vecchi sono anche tre Geloni rossi; e vecchi e « tristi » 
cinque Quadrati di cuoio, che si tenevano sulle tavole. Più 
elegante una Coverta « da some » di panno azzurro, ri- 
camata, con Tarme di casa in mezzo; che ricorda la Co- 
vertina da cavalli, celeste di seta, con fiori e frappe e le 
Coverture da selle. 

A far le vesti, diremo così, esteriori, vediamo adope- 
rate molte specie di panni. Per le signorili o di lusso, 
tanto da uomo che da donna, il Baldacchino (nero, di seta), 
il Broccatello, il Broccato (alessandrino; di argento; di 
argento, alessandrino; di argento, piano; d'oro), il Burat- 
tello, la Calisea (bianca), il Damaschino (alessandrino; az- 
zurro, antico; bianco, fiorato di fiori verdi e rossi; nero; 
rosso; verde), il Drappo ((Toro; rosso), il Guarnello (bianco; 



LA CASA DI MAESTRO BARTALO DI TURA 157 

bigio; nero; anche per fodere), il Panno (bigio; nero; ros- 
so; turchino; verde; verde buio), il Panno forestiero (fino; 
pavonazzo, accordellato), il Raso (cremisi), la Sàia (azzurra; 
bigia ; nera ; verde ; di seta), la Sargia (gialla), la Seta 
(pavonazza), il Taffettà (bianco; cremisi vermiglio; pavo- 
nazzo; sbiadato; sbiadato di grana; vermiglio), il Tessuto 
(azzurro ; cremisi ; nero ; pavonazzo ; verde), il Tragittato 
(cremisi; verde e bianco), il Valescio (azzurro; verde; an- 
che per fodere), il Velluto (< appicciollato >; bianco e ver- 
de; cremisi; nero; pavonazzo; rosso ; verde) : e, prendenti 
nome dal lor colore, l'Azzurrino, il Bruschino (rosso carico), 
il Cremisi, il Monachino, il Pavonazzo, il Perso (bagnato 
e cimato) il Rosado, lo Scarlattino, il Vermiglio. Nello 
stesso colore il tono più basso o più scuro è significato 
con la parola « buio », come poco qui sopra abbiamo ve- 
duto < verde buio ». Altre qualità dei tessuti a noi oggi 
mal note, son queste: < crigiolato » (un piccolo materasso 
di € tela crigiolata » ; tessuto di pavonazzo « Grigiolato ») 
e < crigiolato per mezo > (un tessuto azzurro « crigiolato 
per mezo) >, e « appicciollato », quasi appicciolato, che po- 
trebbesi intendere, con prominenze sottili a guisa di piccioli; 
se non sembrassero contradire a tale spiegazione le dizioni 
€ appicciollato alessandrino piano », « appicciollato cremusi 
piano », < appicollato di argento di broccato piano », < appic- 
ciollato rosso, piano ». Le fodere, oltre le pelli già dette, ado- 
perate nelle vesti invernali, sono la Bianchetta (panno lano), 
la Tela per fodere (rossa, verde), il Guarnello, il Valescio. 
Degli adornamenti, specie degli abiti muliebri, già dicemmo: 
aggiungo qui che alcune stoffe son dette « figurate » cioè 
rappresentanti figure; quali una Sargia gialla, un Velluto 
pavonazzo (in una Gamurra), un Cremisi (in una Cioppa 
da donna). Di panni rozzi abbiamo il Ciambello (az- 
zurro, rosso) Ciambellotto (di pelo di cammello e poi 
anche di capra), il Romagnolo (di lana non tinta), il San- 
matteo (panno casentinese). D' uso speciale troviamo un 
Mantello di monachino, lungo, col cappuccio, da lutto, 
< da corrotto ». I panni, le vesti o loro ornamenti, e qual- 



158 e. MAZZI 

che utensile, son detti alcuna volta alla foggia di Venezia, 
di Napoli, o di altre parti; « alla forestiera », senza più 
precisa designazione. 

Servivano alla mensa, registrati nel nostro Inventario, 
le Tovaglie, da tavola e da mano, le Tovagliette, le To- 
vagliuole, i Tovagliolini, e le Guardanappe, o tutte bianche 
o con verghe di colore o con altri ornati, come abbiamo 
veduto. Poi i Taglieri (di legno, di stagno; tondi); i Piat- 
telli (di stagno, di terra, di bella maiolica); i Piattelluzzi 
(di terra); i Quadri, Quadretti e Quadrucci (di stagno; al- 
cuni detti all'antica); le Tazze (di maiolica, con manichi; 
di cristallo, con dorature; d'argento, grande; d'argento, 
fatta alla forestiera, tutta dorata dentro) e Tazzarelle 
(piccola, d'argento; di stagno ; di stagno, all'antica) ; le 
Scodelle (di stagno, all'antica e alla moderna; di cristallo, 
dorata negli orli); gli Scudellini (di stagno, con orlo largo, 
alla moderna, all'antica); i Bicchieri (di cristallo con fi- 
gure e coperchio ; di cristallo, con coperchio e senza ; di 
argento, grande, dorato, lavorato, con fregio) e i Nappi 
(d'argento, lavorato a rilievo; d'argento, piccoletto, smal- 
tato e con figure di rilievo); le Salettiere (di cristallo, di 
vetro, di piombo, di stagno ; di stagno, fatta a calice) ; i 
« Cusdieri » o Cucchiari (di argento, grandicelli e piccolini; 
con flgurette di rilievo nel manico, e senza; con un leone 
in cima e con un segno di un disco, forse il globo ter- 
testre, sormontato da una piccola croce); gr« Imbroccatoi » 
Forchette (dozzinali; di argento, con manichi di avorio, 
lavorati ; in una guaina di broccato d' oro, con ghiere di 
argento); i Coltelli e i Coltellini (uno di argento nella 
guaina detta), con loro astucci o Coltelliere fnere, rosse). 
Singoiar uso era quello di Tavole e Tavolette (anche dette 
all'antica; anche intarsiate) e Tovagliette (quadre; tutte 
bianche, con verga e reticelle ; tutte bianche, attaccate 
insieme) per la mensa delle puerpere, fino a tempi d'as- 
sai posteriori al nostro Inventario chiamate, come vedre- 
mo, con denominazione curiosa e, eh' io sappia, peculiare 
senese. Appartengono alla mensa o alla cucina una « Te- 



LA CASA DI MAESTRO BARTALO DI TURA 159 

faaia » o Vassoio (grande, di legno), ed alla preparazione 
dei cibi, i Tinelli da carne salala, le piccole Macinello da 
mostarda, la Battitoia da battere salciccie. Per il pane ab- 
biamo il Panno ed il Sacconcello da lievitarlo, e la Tavola 
da portarlo al forno : e per fare farina abbiamo nel gra- 
naio di Massa, grano minuto, candidala (bianchetto?), no- 
strano, siciliano, spelda. Della cucina c'è da dire solamente 
che, com' altre descritte in altri Inventarli, conteneva an- 
che un letto. Più ci trattiene con i suoi Vini, cotto, sot- 
tile, tribbiano, vermiglio grosso, vermiglio vaiano, e con 
la Botticella dell'aceto, la cantina. 

E così potrei, andando innanzi, continuare a riassumere 
formando altri gruppi, il nostro documento, se non fosse 
già troppo il riassunto. Piuttosto dirò, sul finire, che nella 
illustrazione mi son valso principalmente di due lavori, 
pieni d' erudizione, del professor Merkel, Tre Corredi 
ìiiilaìiesi del quattrocento [^), Il Castello di Quart(*); degli 
Inventarii domestici, quattrocentistici, dei Medici ('), di 
quello della reggia di Cosimo I(*), e d'altri minori, indi- 
cati di mano in mano che accade di richiamarli a con- 
fronto ; e perfino, chi l' avrebbe detto !, delle Prediche {^) 
di San Bernardino. 

Firenze Curzio Mazzi 



(') Carlo Mbkkgl, Tre Correli f milanesi del Quattroeento illustrati 
(Bttlkttitio deir Istituto Storico ItaliaìW, N. lìi. Iloma, 18V3). 

(') Carlo Merkel, Jl Castello di Qiiart nella Valle d'Aosta secoìulo 
tm Inre^niario inedito del 1557 (Bullettino detto, N. 15. Iloma, 1895). 

(') Les Collections des Medicis au X K.® siede* Le Mtisde, La Biblio- 
ihèque. Le Mobilier. {Appendice anx Précurseurs de la lìenaissance) 
jHir Ewjènc Muntz. Paris, Librairie de l'Art, 1888. {Bibliothèque Inter- 
nationale de VArf). 

(*) La Prima Reggia di Cosimo I de' Medici nel Palazzo gid della 
Signoria di Firenze descritta ed tUnstrata, roW appoggio d' un lìiven- 
tnrio inedito del 1563 e coli' aggiunta di molti altri documenti, da Co- 
simo Conti. Firenze, Giuseppe Pellas editore, 1893. 

\^) Ije Prediche volgari di S. Bernardino da Siena dette nella Piaz- 
za del Campo V anno 1427 ora 2?rimamente edite da Luciano BANCm. 
Siena, Tip. editrice S. Bernardino, 1880-1888. Voi. 3. 



160 0. MAZZI 



Ne lo studio. 



Vno cassone grosso, di noce, nuouo, ferrato dentro da tutt' i latj, 
con serratura e chiane grosse, e con uno cassettino da mano 
dextra, den troni P infrascripte cose: 

Vno baccino d' argento, scannellato e in parte dorato, con nn'arrne 
di due uitelli rossi e una di maestro bartalo in mezo, el quale 
pesò libbre 3 et oncie .vj. cioè libbre 3 oncie (j. 



1. I puntolini, con i quali ha principio il testo presente, stanno in 

luogo dei libri, dall* Inventario nostro per primi registrati fra le 
masserizie di maestro Bartalo, che noi già vedemmo nello Studio, 
nn. 1-121. 

2. Baccino d* argento. Riproduco invece anche qui, benché già dati 

nello StudiOf nn. 131-157, gli argenti, come la più ricca suppellet- 
tile di casa. Per i quali gioverà aver presenti gli altri più antichi 
e più ricchi Argenti degli Acciaiuoli (Siena, Tip. dell' Ancora, 1895), 
che già ebbi occasione (per le nozze Bacci-Del Lungo) d'illustrare. 
Parla ampiamente del Bacino, suoi usi e forme, il Mbrkbl, Tre 
Concedi cit., p. 42. — Arme di due uitelli rossL Supposi {Studio^ 
p. 10) che fosse questa V arme dei Tortanini di Bologna ; come 
senza dubbio meclicea è V altra, « con sei palle rosse » , in un 
Nappo (n. 4) ; e della città di Roma sono le sigle e formula « Se- 
natus p. q. R. » dipinte, dentro uno scudo, in un Piattello grande, 
di t«rra, con quattro manichi (n. 768): le quali cose eran torse a 
maestro Bartalo venute in dono. — K una di maestro Bartalo, L'ar- 
me di lui, della quale ignoriamo gli emblemi, se non era la stessa 
che quella di sua famiglia, ricorre anche, qui di seguito, in un 
Boccale, in un Nappo, m una Celata, in una Frontiera, (nn. B-G) 
e (Studio j n. 139), di argento, in una Scarsella che, insieme con que- 
sto Bacino, saranno stati d' uso particolare di maestro Bartalo. In 
altre masserizie. Armario, Finestrelle di occhi di vetro, Portiera, 
Veste di corporali, di rilievo o dipinta, in Targoni e in una Tar- 

f betta all' antica, sulla testa di Manichi di coltelli, in Cofani, in 
ende da letto, in un Piedistallo antico (nn. 15, 23, 55, 118, 352, 
482, 484, 542, 608, 709, 741, 777, 789), di corredo alla casa e non 
di uso personale, era invece 1' « arme di casa » , lo scudo dei Bau- 
dini senesi, o arme di famiglia ; che ha il campo azzurro e, sur 
una banda d' oro, due teste d' aquila che tengono una medesima 
palla d' oro. In altre masserizie, piccola Tazzarella d' argento. Bic- 
chiere, pur d'argento Cappucciaio, Scudellini, Piattello, Quadretti, 
Quadruccio, di stagno (nn. 496, 529, 766, 767, 786, 787), era il 
€ segno di casa » diverso certamente dall' Arme, e che si accom- 
pagna con questa (onde abbiamo conferma della diversità fra loro) 
neUe Finestrelle di occhi di vetro e sulla testa di Manichi di 
coltelli (nn. 23, 542). Troveremo anche la « diuisa di casa », di- 



LA CASA DI MAESTRO BARTALO DI TURA 161 

Vno bochale d' argento con 1' arme di maestro bartalo, dorato li 
orli, el quale pesò libbre due e oncie dieci. 

Vno nappo d' argento, lauorato per tutto ad rilieuo, con due armi 
in mezo, cioè un' arme con sei palle rosse e un' arme di mae- 
stro l>artalo; el quale j)esò due lire e una oncia. 

5. Vna celata fodarata di cremusi uellutato, con fornimento d* ar- 
gento intomo e con frontiera, con V arme di maestro bartalo in 
sul mezo; per cimiero una grillanda ad rami, di argento, con 
una corona e una palla in cima; dorata e con fodara di cuoio 
rosso; nuoua. 

Vna frontiera ; con V arihe di maestro bartalo; da celata, di peso.... 

Vna spada facta a la catelana, con fodara. 

Vna coltella corta, pontuta, con guaina, con tre ghuiere d' argento, 
orate. 

Due scarselle uechie grandi, d« le qualj uè n' è una con catenelle 
d'argento orate. 

10. Vno stile d' argento, bucarato, da far crispteri a la uerga. 



pinta in Forzieri e in Targoni (nn. 262, 482) in questi secondi ac- 
compagnantesi con V Arme di casa, e in Giornee (n. 646)- e la ve- 
demmo {tStucli'Oj n. 155) in un « banderiuolo piccolino »: dove non 
accade di dover notare che Banderiuolo, Giornee, Targoni e For- 
zieri eran fatti o dipinti dei colori più particolarmente proprii di 
maestro Bartalo e dei suoi ; ciò che era la divisa. Il Suggello del 
nostro maestro {ASttuiio, n. 150) aveva il « segno », non di casa, 
ma di lui ; forse cosa diversa dall' Arme sua V 

4. KapjH). Altro pur d' argento, con smalti e figure di rilievo, al n. 

531. Bicchieri di argento e di cristallo ai nn. 11, 413, 529. 

5. Cimiero. Altro, d* un aquila, al n. 318; ed ambedue avranno forse 
anche servito per l'Elmetto che troveremo al n. 97. Più elmetti, 
detti « dono di giostra », sono a p. 86 nelle CoUect des Medicis, 
ciascuno con suo Cimiero: « una tìghura di pa {sic) di rilievo e 
d'ariento, f. (fiorini) 40 », « figura di sancto Bartolommeo, £ 25 », 
« uno chupido gnudo leghato Te mani drieto a uno alloro » , « uno 
albero di nave chon una vela con chaggia (gabbia f) e banderuola » . 

5^ Frontiera. Frontale, cioè la Parte anteriore dell'armatura del 
capo, la quale cuopriva e difendeva la fronte. Della seconda fron- 
tiera manca il peso. 

7. Spada a la cafelafia. Altra spada, ma d'altra fòggia, « a la tur- 
chesca » , troveremo (n. 759) più innanzi. Nelle Collect des Medicis^ 
p. 31 : « due spade tte cha telane » , fra le « arme schompagnate » . 

H. CoUella. Certamente arme anche questa. 

9. Scarselle. Nello Studio (n. 187) una assai più grossolana « scarsella 

da tenere chioui et martello da ferrare » *, ma ancora (n. 139) « due 
scarselle uechie, grandi, de le qualj uè n' è una con catenelle d'ar- 
gento et arme di maestro bartalo, d'argento, dinanzi ». Cfr. n. 180. 

10. Stile. Cfr. una Cannellina al n. 498. Questi due istrumenti appar- 
tenevano all'esercizio della medicina che maestro Bartalo profes- 



162 e. MAZZI 

Due bichieri crisptallinj, V uno con cuperchio, 1* altro senza. 
Vna. salettiera di crisptallino, con tre palluze, cioè una meza palla. 
Vna scudella crisptallina, con orlo orato. 
Vna taza criaptallina orata. 



Ne la sala nuoua di sotto. 

15. Vno armario extraforato, lauorato, di noce, con 1* arme di casa. 
Due lance longhe da stendardi. 



sa va : e cosi il Mortaiuolo da pillole e 1' altro da stemi^erare me- 
dicine {Studio, un. 148, 192), per non dire del Ferro, d'altro Mortaio, 
della Seta (Staccio), del Calderotto, del Bariglione e del Caratello, 
detti (un. 30, B4, B26, 447, 486, (>%) da speziali. 

11. Bicchieri, Altri, di cristallo, al n. 413, di argento, al n. 529 ; con 
ornamenti. Nappi ai nn. 4 e 531. 

12. Salettiera, Saliera. Sempre cosi il nostro documento, dove sono di 
vetro e di piombo (n. 762), e di stagno (nn. 48, 704 ; una in torma 
di calice)*, ma negli Argenti degli Acciainoli e in altri Inventarii 
del secolo xiy è anche Saliera. Il Cellini, Pros. 97, ima ne de- 
scrive che forse ha qualche somiglianza con la nostra: « Di poi 

V avevo posta in su quattro pallottole d' avorio, e queste io 

V avevo nascoste un poco più che mezze nel detto ebano, ed ave- 
vole assettate di sorta che le si giravamo nelle lor case ». Nel- 
r Inventario (1365) dei beni di Giovanni di Magnavia, vescovo di 
Orvieto, pubblicato (Roma, 1895 ; estr. dagli Studi e Documenti 
di Storia e Diritto, anno XV) da LuiCii Fumi, al n. 34 : « una sa- 
lecta cum tribus pedibus smaltatis de argento cum cuperculo deau- 
rato et smaltato desuper, in quo smalto est ymago cuiusdam mi- 
trie, pond. unius libre et dimidii quarti, ex ti mata viij tìor. auri » . 

15. Armano. Anche nello Studio (n. 25): « vno armaio {isic) nuouo : 
da tenere libri et panni ; con serrature » . Altro, da tenere spe- 
zierie, troveremo al n. 803. L'Armario è illustrato dal Mekkel, 
// CasteUo di Quart, pp. 103-111. 

16. Da Stondardù Nello Studio (nn. 154-155): « vno stendardo grande 
di taffettà cremusi isic) con grillandetta intorno messa a oro, con 
r arme di casa di maestro bartalo et con frangio intorno : quasi 
tutto nuouo * ; « vno banderiuolo piccolino di taffettà, con la diuisa 
di casa, et certe armi dipente ». Di tali insegne S. Bernardino, 
Prediche volgari, II, 11 : « E tu uomo, che vai a ufficio, e porti lo 

« stendardo, che è il tuo segno, no '1 portare a piccone Che 

« segno è quello della bandiera ? E'segno che costui è buono e va 
« a uffizio ; e debba èssare buono con parole, con cuore e con opara. 
« O queste armi di gentiluomini che significano ? Che egli è gen- 
« tiluomo con bocca con cuore e con opara ; e se altrimenti fa, 
« queir arme non è veramente sua » . Gli ufficiali, vuol dire il 
Santo^ debbono portare gli stendardi, emblemi di loro autorità. 



LA CASA DI MAESTRO BARTALO DI TURA 163 

Vna lanterna di ferro, grande, con li ossi. 

Ne la prima camara di decta sala nuoua. 

Due capezalj nuoui di penna, con due guancialj con fodare ma- 
nesche. 

Vno tappeto d' arazo uerde, con alcuna uerzura, quasi uechio. 



dignitosamente eretti ; non come del piccone e degli altri arnesi 
rustici usano i lavoratori, poggiati negligentemente sulla spalla : 
ed è |tfirlare figurato. 

17. Lnnfermi, Altra, di legno, quest' ancora con gli « ossi » , cioè con 
sottili lamine d'osso in luogo di vetri, al n. 700. Più ricche a 
pp. 26 e 75 nelle CoUect dcs Medlcis : « una lanterna [ijnarientata 
chon christallo >, e una lanterna in triangholo lavorata di rame 
dorato et inarientat^, in forma di tabernacholo, chon cristallo 
tondo in luogho d' osso, f. {fiorini) 10. » E più antiche Lanterne 
negli Argenti degli Arciaiuoli vedemmo ai nn. 197 e 328, e più 
ricche ancora perchè tutte d' agente, passando una le due libbre 
di peso ; senza che si dica che se avevano ossi o cristalli. Nelle 
Lettere di Sbr Lapo Mazzei, I (Firenze, Successori Le Monnier, 
1880), 112, registrasi la spesa di una lira e due soldi « per una 
lanterna d* osso ». E in senso figurato e dispregiativo il Galileo 
apponeva una postilla, la 118, « penne d'osso di lanterna », alla 
Libra custronon^ira ac philoHOphica di Orazio Grassi (cfr. Galilei, 
(>]ìere, VI, 146; Firenze Barbèra, 1896). Una « lanterna d'osso e 
di legno, rotta » trovai (MijfceU. Storica della Valdeljfa, 111] 18J>5; 
fesc. 1) ne ir Inventario (1455) dello Spedale di Poggibonsi, n. 55. 

18. Di jyenna. Ripieni di penna. — MnnescJie, Anche altre volte si dà 
questo agg. a Fodere di guanciali (nn. 70, 109, 178) e a Guarda- 
nappe (nn. 236, 282); il più spesso a Tovaglie, Tovagliette, Tova- 
gUuole (nn. 38, 41, 219, 222, 280, 281, 335); una sola volta a Bra- 
che (n. 269», ed una a Coltelli (n. 7() : dove, se una volta può voler 
dire Maneggevole (nn. 335: Tovagliette di tre braccia), altre Guar- 
tlanappe e Tovaglie (nn. 236, 28(5-282) sono < manesche » e di brac- 
cia cinque e sette. E forse neppure vale Ordinario, Usuale, come 
irebbero pensare una Tovaglia < manesca senza uerghe » (n. 41), 
e due Fodere di guanciali « una manesca, l' altra con reticelle » 
(n. 70), poiché Verghe e Reticelle sono in Guardanappe e Tovaglie 
(nn. 219, 236) dette nel tempo stesso e manesche ». 

19. Tappeto d* arazo uerde, con alcuna uerzura. Rappresentante prati, 
piante ed alberi verdi. Era parola dell' arte. Il- Vasari, Op. Vit 

4. 433: ( Imparò anco a far paesi e cosi a colorire in tele 

paesi e verzure » . Nella Reggia, pp. 20, 39, 83, 94, si registrano 
frequenti molti Panni, Panni d'arazzo, e a verzura », ed uno 
< pannaccio d'arazzo a verzura et animali », p. 113; distinguen- 
doli da altri e a figure » , e < a figure et animali » . Cosi fatti arazzi, 
dei quali il Conti, Reggia, p. 83, dice ch'erano dei più comuni e 
rappresentavano paesaggi, son chiamati più anticamente, nelle 
Colkct des Medias, < a erbagio » ; registrandosi con tale denomi- 



164 e. MAZZI 

20. Vno quadretto di mezo braccio, con la figura di nostra donna, 

nuouo. 
Vno crociiìxo di rilieuo, piccolino. 
Vna cabbia da ucelljnj di ferro, ritracta ad nauicella. 
Due finestrelle di ochi di uetro, longhe due braccia Tuna, con 

r arme e segno di casa. 
Vno cappelletto di pagla da homo e una spelatola usa. 
25. Vna madonna in tauola, piccoletta. 



nazione, ìviy pp. 21-23, 27-29, Panni, Panni da letto o da lettuccio, 
Pancali, Fornimenti d'arazzo, aggiungendo o sostituendo alcuna 
volta altre descrizioni equivalenti od esplicative, come « verde, a 
pam pani e capre », « verde e biancho, a fiori », « a erbagi e ani- 
mali », < a erbaggio, con animali », <a pampani e uve ». Chiaro 
apparisce dall' uno e dall' altro Inventario, come dal nostro, che 
tali tessuti « a verzura » o « a erbagio » , se alcuna volta, i più 
perfetti, avevano anche animali, non rappresentavano mai insieme 
anche figure umane; e quando le avevano son detti, in quei due 
« a figure », e nell'Inventario nostro < di personaggio », « in 
personaggio », cfr. n. 321. Gli altri « in verzura », ricorrono altra 
• volta al n. 665. 
20. Vno quadretto. Nello Studio, n. 189, « vno quadruccio piccolino 
con la nostra donna di rilieuo, orato. » Altre imagini sacre, di- 
pinta, Crocifisso e Volto santo, Madonna, e più santi, Antonio da 
Padova, Cosma e Damiano, Francesco, Girolamo, ai nn. 25,52,53, 
66, 324, 394, 395, 670 : in rilievo, la Madonna qui sopra registrata 
dallo /Studio ed altra al n. 558; un Crocifisso n. 21 ; e il Bambino 
Gesù, nn. 143, 144. Di pitture profane una sola; il ritratto di Tom- 
maso, figlio di maestro Bartalo, n. 216. Altre cose di devozione 
in nota al n. 139. 

22. Ritracta. Fatta a foggia di navicella: cfr. n. 187. Nella Reggia, p. 
206, € 2 gabbie da uccelli, d'ottone, dipinte di rosso et d'oro ». 
— Gabbia. E' forma senese non per anco estinta. 

23. Finestrelle di ochi di uetro. Vasar., Vit. Piti. Intr.j 1, 180 : t Ma i 
moderni, che in molto maggior copia hanno avuto le fornaci de' 
vetri, hanno fatto le finestre di vetro di occhi e di piastre » . Tro- 
veremo le Finestre ferrate (n. 102), pannate (n. 100), e il Piombo 
(n. 788) da far finestre. Delle quali ampia illustrazione fece il 
Merkbl, Camello di Quarta pp. 33-44, 145-147. ~ Arme e segno di 
casa. Cfr. n. 2. 

24. Cappelletto di pagla. Cfr. n. 81. — Spelatoia. Spazzoladapanni.il 
Fortini, Novelle^ I (Firenze, 1889: Bibliotechina Grassoccia), 331: « Se 
n' andò a lo specchio rassettandosi la barba, che s' era alquanto 
rabuifeta. Di poi, pigliando la scopetta, cominciò a spelarsi la bir- 

retta et le calze lamentandosi non avere il servitore che lo 

spelasse et, non mancando dell' usanza spagniuola, mentre che 

si spelava et ripuliva, se n' andava per la camera » 



I.A CASA m MAESTRO BARTALO DI TURA 165 

Ne la seconda camara di detta sala. 

Vno panno bianco da letto, uso, di braccia .6. 

Vno pezo di panno roinagnuolo, uso, da leuitare pane. 

Vna couerta da some, di panno azurro, racamata, con V arme in 
mezo. 

Due celate grandi, scuperte, e brunite. 

30. Due mortai mezanj di bronzo, da spetialj. 

Vna segarella piccoletta ad una mano. 



26. Panno bianco du letto. Nelle CoUect. des Medie is, p. 20, sono due 
Panni da letto « a fìghure > , uno di nove e 1* altro di dieci braccia. 
Nella Reggia^ pp. 74 e 111, « uno panno da letto, rosso, vechio >, 
< 5 panni da letto, di Catalogna, rossi, di grana, che ve n' è un 
raddoppiato et imbottito », < uno panno da letto di rascia scar- 
latta, con trine d' oro in compartimento, di braccia 5; et 5 con 
trange a torno di seta rossa et d'oro ». S' intende facilmente che 
questi Panni erano Coperte da letto. Più malagevole riesce ad 
indovinare nelle Collect des Medici^, p 29 e 82, che uso avessero 
« uno chuoio schamosciato da Uetto », ed altri simili, con uno 

« grosso lavorato in Ispagna » . Li troviamo ancora nella Heg- 

già, p. IGl, « 2 quoi da letto, foderati di taffettà bianco, usati », 
« uno capezzale di quoio rosso, pieno di piuma », « uno cuscino 
di quoio rosso, pieno di piuma »^ e iin anco e 4 cuscini a vento, 
di quoio rosso ». 

27. Pezo di panno romagnuoìOy da ìfuitnre pane, Cfr. n. 443. 

2S. Couerta da some. Nello Stmlio^ n. 156: « due couerture da selle 
cavalcareccie, una di panno uerdo, T altra di pauonazo, use ». E 
nelle Collect des Medicùi^ pp. 21, 28, 29, « uno panno da somma 
atonia), coli' arme », « uno panno da ssoma chol arme », e sette 
rhoverte da ssoma, alla divisa ». Cfr. anche n. 313. Nella Reggia 
si registrano molte ricche coperte da mulo e da cavallo, pp. (51, 
85, tft^, 109, 110, quasi sempre con l'arme ducale; e perfino, p. 89, 
« sei coperte da cani, di raso verde imbottitole giuggiolino, che 
vennero di Francia ». 

29. Celate svvjterte. L'altra Celata, al n. 5, era « fodarata di cremusi 
vellutato ». 

HO. Due Mortai, Nello Stiulio, n. 148, « vno mortaio piccolino, con due 
peste! Ij di bronzo, da extempcrare medicine », e, n. 192, < vno 
mortaiuccio di bronzo, piccolo, da liar pillole». Cfr. n. 10. 

•U. Ad una mano. Senza telaro. Nello Stitdio (nn. 151, 152, 187) altri 
arnesi: succhiellini piccoli, tanaglie, chiodi e martello da ferrare. 
Nella Reggia, p. 170, « 2 sea;he di ferro a una mano, una senza 
manico ». NeìV In center io (1455) dello Spedale di Poggibonsi, tro- 



166 e. MAZZI 

Vno stocho uechio, alF antica. 

Vno paio di ferri da prigioni. 

Vno ferro grande da spetialj, da taglare erbe. 

35. Vn' altra asta tea mezana, di peso di libbre 180. 

Vno roncone bolognese, con manico dipento uerde. 

Vno paio di forbici da donna, da cucire. 

Tre touagluole manesche, use. 

Due touaglette da fameglj, use. 

40. Vno canavaccio piccoletto uso e una babaiuola. 

Vna touagla manesca di braccia .v., senza uerghe. 



vai (n. 129) « Vna segha mezana a una mano, vedila, dj sfornita, 
disarmata » (Miscelt Stor. della ValdelHa, anno III, 1895, fase. 1.") 
Ma una « secarella de ferro, cum lignis necessariis armata » è al 
n. 965 nel cit. Inventario (1365) dei beni di Giovanni di Magna via. 

32. Sforilo . . . all' antica. Altro, e orato», al n. 789. Nelle Collect des 
Medichi, fra le « arme schompagnate », p. 31, « due stocchi me- 
lanesi ». 

33. Ferri da prigioni. Li ricorda anche il Vasari, Vit Pitt 9. 295: 
« Nell'altro trionfo è Isaac nudo sopra un camello, e nella ban- 
diera che tiene in mano è un paio di ferri da prigione » . In Siena 
chiamavansi le Iwve, come gentilmente mi fa sapere il cav. Ales- 
sandro Lisini; il quale suppone che si conservassero in casa di 
maestro Bartalo per memoria della prigionia sofferta da qualcuno 
della famiglia^ forse per causa politica. Questa voce Bove ricorda 
r altra, latina, Bojae (Cateue). Nel cit. Inventario dei , beni di Cxi o- 
vanni di Magnavia, n. 1013: « unum per ierrorum prò pedi bus 
prò captivis et unum aliud par prò mauibus ». 

34. Ferro da ftpetialj. Cfr. n. 10. 

35. Astatea. Stadera: e cosi al n. 471 Statea, al n. 802. — Di peso. Che 
serve a pesare (oggi direbbesi che porta) fino a cento ottanta libbre. 

36. lioncoìie. Nelle Collect dejt Medicis, fra le < arme schompagnate » , 
p. 32, « uno ronchone »; ed ivi anche «uno falcione ignudo », cioè, 
intendo, non ricoperto, non vestito il manico, 1' asta. K lo confer- 
mano nella Jtefff/ia, p. 104, « 2 ronche, alla bolognese, di velluto 
pavonazzo et frange », nelle quali le frange ed il velluto non po- 
tevano aver luogo se non ricoprendo Tasta. 

37. Forbici da don^ia. iiicorrono anche altre volte (cfr. nn. 80, 204, 
348, 411), anche dorate: e son frequenti in Inventari medioevali. 
Cfr. Merkel, Tre Corredi cit., p. 3B. 

38. ManescJie. Cfr. n. 18. 

i39. Da faìneylj. Per i servi. Nella lieggia^ p. 90, « 3 pezze di tovaglie 
di più sorti, da famiglia ». Nel cit. Inventario dei beni di Gio- 
vanni di Magnavia, vescovo di Orvieto, n. 749: « sex paria lentia- 
minum tele grosse, prò familia ». E l'Inventario nostro ha per 
uso dei famigli altra Tovaglietta ed una Tovagliuola (nn. 227, 4 <0), 
e Lenzuola (nn. 667, 747). 

40. Babaiuola. Bavag-lio da bambini. Fanfani, Vocab. Uso Toscano. 



LA CASA DI MAESTRO BARTALO DI TURA 167 

Vno calamaio di terra con figure di rilieuo, grande. 

Vno ferro uechio, da tenere la sechia e la torcia, sul pitistallo. 



42. Cakinuiio . . . t:ati figure di rilieuo. Altro Calamaio ornato trove- 
remo al n. 411. Grande varietà e ricchezza di Calamai nelle Col- 
/ef:t. des Mediris: damaschini, alcuno di cuoio, con la guaina e senza; 
altro « d'arcipresso », altro d* avorio, altro d'osso commesso (pp. 
25, 26); uno e con due ghangheri d'ariento e uno smalto nella 
serratura chol arme di cnasa lavorato d' ariento e oro » , stimato 
cento fiorini; altro « quadro, ghangheri, serratura e chanti d' a- 
r lento, lavoro più grosso » e per questo stimato soli cinquanta 
fiorini; tre « lunghi, choUe teste tonde di */» braccio circa », di 
valuta di cento fiorini (p. 76); poi cassette d*osso a uso di cala- 
maio; ed anche un calamaio e < sagginolo in su 4 piò d'argento 
dorati lavorati (sif*) in levante » (pp. 79, 82). Nella Reggia^ pp. 176 
e 224, « uno vaso di marmo nero a uso di calamaio, col suo co- 
perchio » e, in camera del duca, € uno calamaio et porta fogli, 
d'argento ». I quali Portafogli hanno nella Reggia, p. 115, altro 
nome: € 2 cartieri da Secretarij 1' un coperto di velluto verde ». 
Nelle CoUevt dest Medicis^ p. 19, altri oggetti spettanti allo scrivere 
e alla corrispondenza: « una scharsella di quoio da lectere, con 
scrame d' ariento », € choltellini d'ufici paia iij, forniti d' ariento » 
(che erano per fare nelle lettere piegate il taglio nel quale pas- 
sava la piccola lista di carta che le chiudeva); e nella Reggia, pa- 
gina 60: « 2 scrittoi alla napoletana ». 

43. FeìTO, Quando serviva per tenere la torcia dire vasi Torciera: e 
nella Reggia le troviamo, di bronzo e di ferro (p. 27), e di e me- 
tallo, intagliata » (p. 65), e di « ferro, senza boccio » (]). 99), ed 
altramente — Piti.sUilU). Sempre cosi (un. 4ii7, 770, 789; il nostro 
Inventario, e mai Piedistallo. 

43. Cucina, Il nostro Inventario descrive quattro Cucine; due, una i>er 
piano, nella casa di Siena (nn. 41^19, e 445-451), altra nel palazzo 
di Valli, nel suburbio (nn. 697-704); la quarU (nn. 764-770; nella 
casa in Massa Marittima. Alle quali quattro modeste Cucine di 
maestro Bartalo, non interamente da me riferite di suirinventario, 
gioverà riavvicinare, più della descrizione della cucina (Mekkel, 
// Cartello di Quart, pp. 117 e segg.) d^una dimora signorile disabitata, 
le abbondanti masserizie culinarie, sebbene posteriori d'un secolo 
anche queste, che la Reggia (pp. 209-213) registra nel loro pienis- 
simo uso, in servizio di Cosimo I dei Medici. E son queste : 3 
Banchi, da battere; con due armari sotto; da lavorar pasta: 1 Cal- 
daia la lavar carne : 10 Caldai, di rame, con due manichi, alla fio- 
rentina: 2 Caldaie grandi, di rame, alla na])oletana: 6 Caldani di 
rame» alla romana: 18 Candelieri di ferro: 3 paia di Capifuochi: 
8 Casse da stidioni, da j^ortare in campagna: 1 Catino: 27 Caz- 
zuole, di rame, o Calderotti, col manico: 23 Coltelli da cucina: 8 
Conserve di rame, co* lor coperchi, da lavar carne: 1 Coperchio da 
forno: 3 Coperchi di rame: 16 Coperchi di teglie: 2 Credenze, una 
con un armario, 1* altra con due armari sotto: 3 Crivelli: 12 ('uc- 
chiaie: 2 Cucchiare da acqua: 4 Deschi da cucina; uno con due 
ciissette sotto: 2 paia di Fiamme, ossia di ceste, coi>erte di cuoio 



168 e. MAZZI 

Ne la cucina allato a la detta sala. 

Vno paio di capofuochi grandi, con le rochette. 

45. Vno marco piccolino di ferro, da segnare le cose di casa. 

Vno paio di macinelle piccole, da mostarda. 

Tre quadri e due tazarelle di stagno, usi. 



nero: 2 Pomelli di rame: 5 Ghiotte di rame: 5 Graticole: 6 Grat- 
tugie: 58 Mestole forate e Ramaiuoli: 5 Navicelle di rame, quattro 
con due manichi: 1 Napoletana grande: 1 Padella da uova: B Pa- 
delle da uova € sperdute » : 12 Padelle di rame, col manico di ferro, 
da uova « affogate » ; 27 Padelle fra da friggere e da frittate: (J Pa- 
delline: 18 Paiuoli di rame, alla napoletana: 2 Pale di ferro: 5 Pa- 
lette di ferro: 1 Panca, con due casse sotto: 12 R-amaiuoli, quattro 
detti grandi, di rame e manico di ferro, da acqua: libbre 28ì) di 
Kami rotti: 4 Ramini senza coperchio: 6 Spieciacciuole di ferro 
« da rifare »: 22 Spiedacciuoli: 15 Spiedi « con le lor casse »: 40 
Stidioni: 7 paia di Stidioniere: 1 Tavola e con sua trespoli »: 25 
Teglie di rame: 4 Teglie da torte: 27 Treppiedi: 8 Treppiedini, uno 
< da bianco mangiare > e uno « dalla caldaia grande >: 14 Vasi 
di rame, alla fiorentina; undici con due manichi: e finalmente, due 
Letti completi, che il Conti, illustrando la Rt^ggia^ spiega con la 
prontezza del servizio anche di notte. Delle uova « isjjerdute » è 
più anticamente ricordo a pag. 13 nella Vita Moncustiva del Ti-^ 
cento (Firenze, 181*5; estr. dalla lia&segìta Nazionale) di Carlo Car- 
NESBOCHi. Un più antico Inventario d* una cucina e di un celliere, 
nientemeno che del 12B1, pubblica il prof. Zdekaubu a }Mig. 101 
della Vita privata ilei Senesi nel ihtgento (Siena, Lazzeri, 189«>). 

44. CajMfiiOf'hi con te rochette. Altri Capofuochi, ma con un solo 

di questi ornati, « con una rocche tta », al n. 44i) ; altri, con visi 
con catene in bocca, al n. 435 ; altri « transformi », al n. (399. 

45. Marco da negnaie le cose di casa. Fortini, Xor.^ I, 442 : « Non 

ci fu ne ci sarà la più massaia, et che ne sia stato meglio il 

convento questo anno ho fatto fare tutti e' paramenti de la 

chiesa di nuovo per la casa tutte le lenzuola, tovaglie, tino, botti, 

letti, e tutte le vasa di terra con il segno nostro » Molte cose 

del presente Inventario hanno il Sogno di casa, altre l'Arme di 
casa, (che al Segno si congiungo in alcuni Coltelli, n. 542, con 
manichi di argento), oltre V Arme di maestro Bartalo. Cfr. n. 2. 

4(1. Macinella, Forse per infrangere l' uva nella fabbricazione della 
mostarda. 

47. Quadri di stagno. Altri simili al n. 73; e un « quadruccio i ai 
nn. 701 e 7H(> ; e « quadretti » al n. 7r»7. Piatti in forma quadrata, 
di varia foggia, all'antica e alla moderna : certamente diversi dai 



LA CASA DI MAESTRO BARTALO DI TURA 169 

Tre fondelli 4^ stagno e una salottiera, usi. 

Due peducci di legno con stile di ferro, da assicelle. 

50. Vno tinello da carne salata, con la predella sotto. 



Ne la camara grande, a capo ei ridotto. 

Vna lettiera a la uenitiana, dipenta rossa, di braccia .v., con la 
uolta e sachone. 



Piattelli e Piattelluzzi che pur troveremo. Dal vederli registrati 
qui- con le « tazarelle»,e altrove insieme o vicino agli Scudellini, 
potrebbe forse argomentarsi che i Quadri, Quadrucci e Quadretti 
fossero Sottocoppe. Nella Toscana lUttstrata, del Gori, (Livorno, 
1755), p. 217, da un Inventario quattrocentistico della mensa dei 
Priori di Firenze, e nelle CoUect dea Medicùt, pp. 15 e 42 troviamo 
i Quadretti di argento fra Scodelle, Scodellini, Bacini, Piattelli, 
Tazze, Saliere, Confettiere, Mesciroba, Bossoli da spezie. Taglieri, 
Cucchiai, Forchette ed altri argenti da tavola. E fra quelli dei 
Medici son detti alcuna volta « col brusciolo », altra € con 
V orlo dorato ». — TazareUe, Le vedremo ancora ai nn. 382 
e 496. Noterò qui come parmi osservabile l'uso di tali modi- 
ficazioni (diminutivi, vezzeggiativi) nel nostro documento dove 
(cfìr. in fine TLidice) ricorrono Anelletto, Anelluzzo, Armicella, 
Astoncello, Aucutelli, Baccinelli, Balascetto, Borsello, Borsetti, Bot- 
toncelli, Brevicciuoli, Bucarella, Camiciotto, Cappelletto, Casson- 
cello, Cepparello, Cestarella, Cioppetta, Cofanuccio, Coltricella, Cop- 
{ìarello, Óordoncello, Cosette (di argento) , Credenzietta, Cristal- 
luzzo, Cullarella, Cuscinello, Cuscinuzzo, Fiettarella, Figurette, Fi- 
letti, Filzarella, Frangiar elle. Frangio tte, Frangioni, Frascuccini, 
Fregetti, Gabbanella, Gallatroncelli, Gerletta, Ghiandarelle, Giardi- 
nello, Gioiette, Giubbarello, Gonnellette, Gonnellucce, Impeschia- 
tella, Libricciuoli, Lucarello (piccolo Lucco), Merluzzi (piccoli Merli), 
Paneruzza, Pellicelle, Beticelle, Uocchette, Tavo Ielle, Tozzàrelle, 
Tenducce, Tinetta, Vaselli, Vergoncelli, Verguccie, Vesticciuole, 
Viletti; e, degli aggettivi, Broccatella, Chiaretto, Grandicello, 
Grossarelli, Longarello, Maggiorelle, Mezzanelle, Piccoletto. 

48. Fondelli Cfr. n. 382. 

4J*. Assicelle (anche al n. 697), Arcolaio ; perchè formato da piccole 
assi. Lo Stordito degli lutroìuttiy cioè Alessandro Piccolomini 
nella Raffaella (Milano. Daelli, 1862), p. 16: « Acciò che tanta 
beltà e leggiadria quant' è la tua, non abbia da invietirsi in casa, 
ruzzando coli' aco e con le assicelle » . Oggi in Siena, con deriva- 
zione non da Asse, ma da Asta, Asticelle ; la qual voce senese 
g;iudica il Fanfani, Vocàb. Uso Toscano, più propria per l'origine, che 
Arcolaio. 

50. Tinello da carne salata. Cfr. n. 457. 

51. Lettiera. Nello Studio (n. 128): « vna lettiera bassa, dipenta ad 
drappo rosso, messa di stagno, senza sachone ». Ed anche le altre 
Lettiere che troveremo per la casa sono quasi sempre dipinte rosse, 

BmiUU. Senese di St. Patria ~ lh18i)6 12 



170 e. MAZZI 



Due qoadrettj di mezo braccio dipentj con la madonna e con san 

girolamo. 
Due altri quadrettj dipenti, V uno col uolto Sancto, e 1* altro San 

francesco con le stimate. 

Vna sargia gialla, di braccia .v., figurata, uechia e trista. 

55. Vna couertina onero usciaia di panno cilestro, rachamata con 
Tarme di casa. 



o a drappo rosso, o a drappo d' oro ; spesso con Materassi e Sac- 
coni anche rossi. Il qual colore dovette essere 1* usuale per lettiere 
e materassi, e cosi li vediamo in un Inventario (1476) della Casa 
della Sapienza (cfr. Zdbkaubk, IjO i!lt tulio di Siena nel Jliìiasci- 
viento'j Siena, 1894; p. 101), e in altro (1455) già cit, dello Spedale 
di S. Maria della Scala in Poggibonsi. Le eleganti Lettiere del 
presente Inventario (nn. 103, 354, 706, 737) spesso son dette chiuse 
o chiuse dappiedi, e avevano banca, volta, tende, saccone, mate- 
rassi, cofani ; per le quali parti, cfr. la illustrazione che fa del Letto 
il Mbrkel nel Castello di Qtiart, pp. 111-117, e la descrizione che 
si legge nella Reggia di molti Letti e Lettiere, fra i quali, p. 61, 
« uno lettuccio ai noce, serrato ». — A la ttenitiana. Il nostro 
Inventario e quello, sopra citato, della Casa della Sapienza in 
Siena, sempre dicono le Lettiere a questa foggia, che non saprei 
descrivere precisamente ; e il nostro 1* attribuisce ancora ad una 
Cioppa da uomo (n. 622), al Cremisi vermiglio vellutato (n. 520), 
ad mi Gesii Bambino (n. 143), ad una Verghe tta d' oro (n. 688). 
Vedremo alcune vesti ed ornamenti di esse fatte ad altra foggia, 
alla napoletana. Nelle CoUect des Medicis (pp. 13, 22, 29, 51) tro- 
viamo alla « vinitiana > Lenzuola ricamate, Guanciali con < an- 
timelle > o con « nappe vinitiane » , alcuna volta d* oro e di seta, 
un « palio d^ altare facto a operaggi, bianco et rosso »: e nella 
Reggia, p. 75, e 2 cassette di noce, serrate ». — Volta. La stessa 
cosa, o molto simile, del Cielo fatto a baldacchino a capo al letto 
(n. 359). 
52-53. Quadrettj dipenti, Cfr. n. 20. 

54. Figurata, Con figure rappresentate nel tessuto. Troveremo Tova- 
gliuole, un Guanciale, un Bancale, e Guardanappe, figurati (nn. 235, 
250, 322, 362), ed anche una Stoia (n. 757): per le vesti, il Vel- 
luto pavonazzo e il Cremisi (nn. 518, 519). 

55. Couertina onero Usciaia, Arazzo da porta, Portiera. Nella cit. To- 
scana Illustrata, p. 221, da un Inventario del 1464 degli arredi sacri 
in Palazzo Vecchio: e uno usciale di panno d^arazzo, dentrovi uno 
San Giovanni colla bandiera colla croce vermiglia, per tenere di- 
nanzi al Corpo di Cristo » : nelle CoUect des Medias, pp. 93 e 94, 
« uno usciale d' arazzo, con dua figure » , < tre usciali d' arazzo » ; 
e in Vkhpas. da Bisticci, 119, « L' usciale del suo uscio era un 
pezzo di panno azzurro, suvvi V arme sua cucita ». Come dunque 
da Porta, Portiera, sempre dell' uso, cosi, da Uscio, vennero le voci, 



LA CASA IH MAKSTRO BARTALO DI TURA 171 

Vno cu8CÌiiel]o di piuma, senza fodara, e una saccuccia di piuma, 

piccoletta. 
Due predelle mezanelle e un'altra piccolina, bucarate. 

Vna gonnella da donna, d' azurrino, uechia, fodarata di pelle. 
Vno (sic) fodara roza, da donna, senza maniche, uechia. 



ogf!;ì disusate, Usciale, negli esempii addotti, e Usciaia nel nostro 
Inventario ; e prima n* erano venute le « uscerio » nell' Inventario 
il311) di Clemente V tcfr. a p. 431 il voi. I d'Appendice; Roma, 
1892; ai Regeafa di quel pontefice). E jier la stessa derivazione ven- 
nero nelle Prediche Volgan di S. Bernardino ifA Siena « porta- 
iuola > e e fìnestraiuola » per Donna che perde il tempo a stare sul- 
Fuscio o alla finestra; ambedue voci singolarissime e delle più felici 
e |?ustose fra quelle tutte di suo conio onde il Santo infiora il suo vo- 
caoolario < si)ecialmeute parlando di donne e cose donnesche » , come 
ebbe a dire il prof. Orazio Bacaci |)arlando delle Prediche (cfr. a 
p. 115 le Cofiferetìze tenute presso la Commissione Senese di Storia 
Patria; Siena, 1895). Di Copertina per Portiera non ho esempio. 
— Arme di casa, unitamente al « cimiero » è in Pancali e in « por- 
tieri > a p. 59 nelle Collect des Medicis. 

50. CuscineUo. Del Cuscino e di alcuni suoi usi, cfr. Merkbl, 7Vc Cor- 
redi cit., p. 47. Qui abbiamo altri Cuscini di piuma al n. 819. Guan- 
ciali, forse di penna, ai nn. 362-363. — Saccuccia. Kicorre anche 
altre volte (nn. 372, 429, 662, 718). « Idiotismo sanese » , lo dice il 
Gigli, Vocab. Cater.j soggiungendo: « la Crusca ha il diminutivo 
« saccuccio da sacco; onde, da sacca, non è fuor di regola trarre il 
« diminutivo saccuccio; e, facendo passar sotto l'arcobaleno questo 
« vocabolo, farlo diventar la voce saccuccia ». Nelle quali ultime 
parole si accenna alla credenza popolare che chi passasse sotto l'ar- 
cobaleno muterebbe sesso. 

ó7. Predelle. — bucarate. Cfr. al n. 32B la « sedia bucherata da camera », 
e al n. 750 una < predella bucarata ». Il Fortini, Nov. cit., 1, 171, 
ha : « si pose a sedere ivi sur uno sgabello, o, per dir meglio, pre- 
dellone » , che può essere semplicemente per sedere ; ma poi, a 
p. 184, ha un « predellone da fare suo agio » : e per quest' uso la 
Crusca registra le Predelle, senz'altro. 

f>8. Gonnella d' azzurrino. Di panno che prendeva il nome dal colore. 
Altre ne vedremo; di panno bigio (n. 258), di monachino, sciolta 
(n. 288): e molti Gonnellini, fra i quali uno di scarlattine, da tenere 
sulla camicia (n. 302). Vi sono, qui subito (n. 61) le Gonnelle da 
uomo. — Fodarata di pelle. Era dunque una Gonnella da inverno. 

59. Fodara da douna. Altra, descritta in tutto simile, più detta 

« bianca », al n, 660. S. Bernardino da Siena, Prediche Volgari 
cit., Ili, 3Ì3: € Andò diliberatamente in un canto de la chiesa e 
.spogliossi la fodara e della a questo pòvaro », raccontando d'una 
donna. E nelle Collect des Medicis, tra le vesti di madonna Lu- 
crezia Tornabuoni moglie di Piero dei Medici, p. 24, € uno fodero 
di dossi di vaio »; ma questo appartiene più alla nota seguente. 



172 e. MAZZI 

60. Vno (sic) fodara nera, da fodarare gabbanj, usa. 
Vna gonnella da homo, di cuoio grosso. 

Tre inuoUitoi da fauci ullj, uechi, Tuno cilestro, T altro pauonazo, e 
l'altro uerde. 

Vno camiciotto da bagno, uso, uechio. 
Vno sparagrembo, uso, di pannolino. 

65. Vn paio di calze pauonaze,^ da homo, uechie, fodarate di bian- 
chetta. 



60. Fodara da fodarare. Diverse dalle descritte qui sopra erano 

queste Fodere, non vesti, a sé, ma parti di altre, in uso per fode- 
rarle, trasportandole forse da veste a veste; tenendosene negli 
Inventari nota a parte per il pregio loro, che erano quasi sempre 
di ricche pelli. Nelle CoUect. de.s Mediriit, dopo i « vestiri » di Piero 
e quelli di madonna Lucrezia, vengono, sbiettanti a lei, le « Fo- 
dere », che sono, pp. 24,25, queste dieci segnature: «uno paio di 
« maniche di martore, uno paio di maniche pichole di zibellini, 
« uno paio di maniche aperte di dossi, un paio di maniche aperte di 
« pancie di vaio, uno busto di martore, uno busto di dossi, uno 
« busto di pance, una (sic) busto di quattro mani, uno leghato di 
« più pezzi di martore, uno sacchotto di fìlecti di più ragioni >. 
£ noi qui vedremo i Gabbani (nn. «315, 647) foderati di pelli; e cosi 
altre vesti. 

61. Gonnella da homo. Altra, non di cuoio ma di « rosado » , e pur da 
uomo, al n. 261. Anche nelle CoUect. dea Mcdirist fra le « cose da 

fiostra », p. 32, « gonnellini XII di tafifectà dipinti, gonnellini due 
i valestro (.sic) biancho dipinti » : e tra i € vestiri » di Piero dei 
Medici, p. 23, < uno ghonellino di vellutato nero, foderato di cer- 
vieri ». 

62. ImioHitoi da fanciidlj. Kichiamo qui, quanto alla forma del voca- 
bolo, i lenzuoli (nn. 515, 668), « j)er inuoglia > , per avvolgere e di- 
tiendere cose di maggior pregio; ambedue vocaboli che ci ricondu- 
cono al V oliare. Voliere, Avvòllare senesi, che registrai nel Glon- 
sario Senese nelle Bime (Siena, 1878) di Niccolò Campani detto lo 
Strascino da Siena. Altro più ricco Invollitoio al n. 618; ed erano 
i Panni con i quali coprivansi (oggi a Siena detti Copritoi) i fan- 
ciulli portandoli al battesimo. Troveremo più volte (nn. 205, 573, 
580, 587, 588, 610) la cosa stessa con nome diverso: Sciugatoi da 
battezzare e da battesimo. 

63. Da bagno. Nelle CoUect des Medicis, p. 25, « uno chatiuo da bagnio, 
da domascho ». Ma nell'Inventario (1311) di Clemente V si ricor- 
dano le Camicie da bagno di panno leggero « de Alamannia » : cfr. 
a p. 455 il voi. I delle Appendici (Koma, 1892) ai Regesta di quel 
pontefice. 

64. Sparagrembo. « Grembiale o, come altrove dicesi. Grembiule: è 
dell'uso senese ». Fanfani, Vocab. Uso Toscano. 

65. Calze. Erano di più sorte e si portavano in varie maniere. S. Ber- 
nardino, Prediche Volgari cit., Ili, 189 « giovano, io mi voglio 
« un poco cominciare a te. Quando tu vai co' la gamba tirata, 



LA CASA DI MAESTRO BARTALO DI TURA 173 

Vn altro quadretto dipentouì dentro imo Sancto antonio da padoua. 
Vno lenzuolo xiao di braccia, v. e di tre telj, con reticelle antique. 

Vn' altra touagletta di braccia 1 '/, con reticelle per uerghe. 

Vna touagluola sottile, con uerghe facte ad reticelle. 



« stringato intorno, a gamba rotta e a calza sbarlata e fessa, e* 1 
« farsettino al bellico ; per certo che a questi portamenti ti di- 
« mostri d'èssare quello che tu se\ Cosi quando tu torni in casa 
« tu ti trai la giornea fra suore, e cognate e parenti, dove si 
« possono speccniare in ogni ribaldaria ; e per questo si viene 

« talvolta a altro giovinozzo, che non ti curi di nulla, 

« sappi che a Dio non piace che tu porti la calza, come tu la porti, 
« a gamba rotta o fessa, con salsa verde, sai, e col farsettino tanto 
« corto, che presso che si mostra .... eccetera ». 

efi. Quadretto. CÌr. n. 20. 

67. Lenzuola .... can reticelle antique. Scrive il Mbrkbl, Tre Cor- 
redi cit., pp. 26 e 86 che la voce « reticelle » è tuttora adoperata 
per indicare « un genere di &lsatura per ricamo > ; e che il Merli, 
Origine e u^so delle trine a filo di refe (Genova 1864; per nozze Co- 
stabili-Caselli), p. 25, non dà prove sufficienti della identità, che 
suppone, di questo con altro ricamo « a radice ». Del quale il 
Merkel stesso, illustrando le « fìdrigete > (Fodere da guanciali) 
€ cum radizelis » reca, sempre da documenti dell'alta Italia, que- 
st' altri esempi: « tranzis et redexelis » ; < peze quatro de rade- 
xela » ; » peze sei de razela » ; « lenzolo uno de tele quatro lavo- 
rato a radexelo »; « lenzolo uno lavorato cun le radice largo », 
ed altro « lavorato a radexela »: conchiudendo che «il lavoro cum 
radixellù è pr^^babilmento un ricamo il quale si eseguiva in pezze 
e si riportava poi sopra stoffe diverse; ma specialmente sulla bian- 
cheria; la forma sua ci è ignota » . Non ci mremo giudici noi: solo 
diremo che le < reticelle » sono frequenti nel nostro Inventario, 
sempre in capi di biancheria (Camicie, Cuffie, Fodere di guanciali, 
Guardanappe, Lenzuola, Moccichini, Sciugatoi, Tende, Tenducce, 
Tovaglie, Tovagliette, Tovagliolini, To vaglinole), e detto alcuna 
volta « all'antica » fnn. 67, B47), < alla moderna » (n. 173), « lar- 
ghe > (n. 608); e in uuardanappe sono verghe e ver^cce « £Eitte 
a reticelle » (nn. 286, 834), e in una Tovaglietta si ricordano « re- 
ticelle per verghe » (n. 68). Nelle Collect des Medicia sono anche 
frequenti in Camicie da donna, in Fodere di guanciali, in Lenzuola; 
e di queste ve n'è un paio « a reticelle ritessute », altro « di fiore, 
a reticelle di seta » < p. 13 j; e un paio di guanciali « con reticelle 
a mandorle » (p. 22). 
69. Touagluola, Non sarebbe agevole oggi fermare le differenze fra le 
Tovagliuolo, le Tovagliette, i Tovagliuolini, ed una Tovaglia « da 
mano » (n. 786). Forse il Tovagliuolino, la To vaglinola e la To- 
vaglia da mano erano la stessa cosa, o per il medesimo uso; e con 
le Tova^b'ette si vollero indicare le più piccole fra le Tovaglie da 
stendersi suUa mensa. 



174 e. MAZZI 

70. Due fodare di guaDcialj, una manesca, I' altra con reticelle, usa. 

Vn altro scudelltno di Hta^iriio, a la inodci-na, nuouo. 
Due scudelUnj all'antiqua, di stagno. 
Octo quadrettj di stagno, usi. 
Tre fondellj di stagno, usi. 

75. Vna coltelliera roaaa con tre pesi di coltellj grandi, con ghuiere 

d' argento. 
Dieci cottellj manescEii, u»i, tra picoolj e grandi. 

Tre palette da mele. 

Vna battitoia da hattare salsiccie. 

Due cappegli di peltro, iiechi. 



70. Fodere di g^tancialj. Di queste e dei loro ornanienti paria il Men- 
KEL, Tre Corredi cit. p. 26. Anche nel nostro documento soii sein- 
re ornate. 
!. ScudeUiìij. Sono sempre, come le Scudelle, di stagno, ma di 

E'ù foggie; all'antica; alla moderna; (nn. 382, 439, 701); con orlo 
rgo (n. 702); ed anche col segno di casa (n. 786), senza sapere se 
ancora questi ultimi di stagno, 

73. Quadretti di starno. Cfr. n. 47. 

74. Fondellj. Cfr. r. 882. 

75. CoUeUiera. Nello Studio (n. 188): • vna coltelliera di cuoio rosso 
con vj pezi di coltellj maneschi »; e qui altre rosse o nere, ai 
nn. 254, 542, 782. Qualche notizia della Coltelliera dà il Mkrkbl, 
Tre Corredi cit. p 38. La Coltelliera conteneva i coltelli per la 
mensa, e non questi soltanto: • una coltelliera picchola, con 3 col- 
telli, 2 forchette, uno chucchiaio >, < una choltegliera picchola con 
3 coltelli forniti d'ariento e uno chucchiaio et una forchetta •, 
altra piccola • fornita d'ariento, dove è due forchette et uno cuc- 
chiaio et 3 coltelle i, troviamo nelle Colifrt. des Meiliris p. 16, 34, 
42. 

78. Battitoia. Mannaia. Con la quato hattevasi la carne sul Modello 
(n. 452) o Tagliere ]>er farne salsiccia. 

79. Cappei/fi di }>eltro. Nella cit. Tose. lUiixtrata, p. 116, se ne registra uno 
• di bevero, con una colomba di perle i, ed altro ■ di cuoio cotto, 
suvvi una croce rossa >. Nella Reggia troviamo varietà di Cap- 
pelli (pp. 133, 136, 1G6, 220); di (feltro e di paglia, come nel nostro 
Inventario; ornato, un di paglia < co' una serena d'oro massiccio > ; 
due grandi, di feltro, stati del Viceré di Napoli: poi altri < di penne 

?one coperti di taffetà nero, con lor oecche », uno « di giun- 
■derato di taffettà bianco > , uno • di taffettà nero, a baviera > , 
di legno inargentato, con la croce rossa >; altri • di carta 
i, coperti di velo nero •: piij, a p. 228, un . feltro di pelo 
re aflibbiature d'oro •,che pare tosse un cappello. 



71-72. 



LA CASA DI MAKSTRO BARTALO DI TURA 175 

80. Vn palo di forbici da donne, da cucire. 

Due cappegli di pagla da donne. 
Tre paia di mutande da liomo, nuoue. 

Due scigatoi d'accia, sottili, nuoui, da portare in capo. 

Vno uiletto da segolare, di bambagia. 



HO. Forbici. In tutto simili alle altre che vedemmo al n. 37. 

81. Cappegli di pagla. Nello Studio [n, 161): € vno cappello di pagla 
da homo, grande, uechio; et parechi suchiellini piccoli » . Altri, da 
doDna, al n. 328, e, da uomo, al n. 24. Dell'uso dei cappelli di pa- 
glia reca notizie e curiose il Mgrkbl, Tre Corredi cit., p. 39. 

82. Mutande, Le troveremo ancora (nn. 183, 480) non dette cosi < da 
homo >; e allora saranno da donna? Di tempi posteriori ha, per i 
calzoni delle donne, curiose notizie il Merkbl, Tre Corredi cit., 
p. 80, in nota. 

83. Srìgatoi, Cosi costantemente, al plurale e al singolare e al dimi- 
nuiti vo, per Sciugatoio e Sciugatoi, nel nostro Inventario; dove 
ricorrono almeno quaranta volte, e dove molto spesso, oltre le 
qualità ed ornamenti loro, s' indica P uso cui servivano: e da bat- 
tezzare > , « da dirannare » ; o, come qui, « da portare in capo » , 
detti anche altramente (nn. lo(>, 158, 207), e da donna > . Di questi 
ultimi che, nelle testimonianze da lui recate, son detti ancora 
« sugacapita », e « sugacapi » parla il Merkbl, Tre Corredi, cit., 
p. 18. Nelle Dimora di Caterina Valori sposa a Federigo Strozzi 
(Firenze, Camesecchi, 1894; pubblicazione di G. O. Corazzini per 
nozze Ciampolini-Magaguini) : « 2 sciughatoi sottili da capo », « 4 
fazzoletti sottili da capo ». Troveremo ancora (nn. 171, 533, 550) 
un' altra copertura muliebre pel capo: la Magnosa. Nel cit. Inven- 
tario ( 1365) dei beni di Giovanni di Magnavia, sono (cfr. ivi V In- 
dice) gli « sciucatori » , i « caputergia » , e, per altro uso, i « ma- 
nutergia » ; descritti « cum corrigis nigris » , < sex in una petia », 
« longa, cum capitaneis largis, in una alia petia », e larga », 
« stricta, cum capitibus strictis », « sine capite », « separata », 
« cum capitibus de sirice laborato » . La voce era molto generica fin 
dall' antico. Nelle sincrone memorie del monastero di S. Trinità in 
Firenze (cfr. a pag. 23 la cit. Vita Monastica del Trecento di C. 
(>ARXESECCHr) 8Ì fa ricordo nel 13(K), d' un incendio in chiesa, co- 
minciato perchè un de' frati aveVa accostata una candela accesa 
agli « sciu^toi » di un Crocifisso; dove deve intendersi per Veli 
o Cortine che lo coprivano. E in un Inventario (1497, gennaio 29) 
dei beni dei figli del fu Dando del q. Taddeo (Diplomatico Fioren- 
tino: Comune di Colle di Valdelsa) sono due grandi Sciugatoi, di 
braccia otto e nove, « da chappellìnaio ». 

84. Viletto da segolare. E cosi anche al n. 160: Velette da fare Soggóli. 
Da Soggolare, che la Crusca registra ed esemplifica, mutato il so 
in sp (mutamento anche al latino non sconosciuto) venne il Sego- 
lare del nostro documento, padre, alla sua volta, della voce Ségolo 
che il popolo costantemente usa anch'oggi in Siena jìer Soggolo. 



176 e. MAZZI 

85. Vna cappellina da fanciulle, di uelluto nero. 

Vn' altra cappellina di damaschino nero. 

Vna cuffia lauorata ad reticelle, di seta, da donna. 

Due cuffie di pannolino sottile, da donna. 

Vno paio di guantj di lana bianca, da fanciulle, nuouj. 

90. Vno paio di paternostri di gioette. 

Vno libricciuolo piccolino fodarato di seta uerde, con l'offitio de la 

donna. 
Due cordonj lauoratj di seta e di refe, da fanciullj. 

Due scigatoi da dirannare, usi. 



B5. Cappellina, Copertura per il capo, usata dalle donne, dagli uomini 
e dai fiuiciulli. Molte ne vedremo: di burattello; di broccato d' ar- 
gento, piano; di cremisi; di damaschino nero o verde; di panno 
bianco o pavouazzo; di rosado; di saia azzurra; di seta; di tragit> 
tato cremisi; di velluto o appicciollato, o cremisi, o nero, o verde: 
ornate, quella di burattello, con stelle d' oro; quella di panno bianco 
con scagliette. Era dunque sempre cosa elegante se non di lusso 
((^r. nn. 123, 14(J, 147, 148, 149, 150, 153, 1(52, 168, 185, 211, 212, 
^ 213, 410, 55HJ) — Dama^chmo, Or. Mkrkbl, Tre Corredi cit. p. 58. 

87-88. Cuffie, Solo usate dalle donne. Sono di pannicello di lenze; di 
})annoIino sottile; di seta bianca; di seta bianca, sottile: ornate, 
come questa, con reticelle o con stelle di oro. Mai dunque di co- 
lore; e forse da usarsi in casa solamente (Cfr. nn. 137, 199, 697, 

599, my\ 

89. iUtahtj: (Yr. n. 179. 

JK). Paienkostri di gioiette. Gir. n. 187. 

91. IJhrivviuolo, Altri ai nn. 115 e 116. Ed altri nelle CoUert de» Me- 
diviftt pp. 18 e 80: < uno libriccino di Nostra Donna, leghato in 
arionto smaltato », « uno librìccino coperto zetani rasio pacho- 
niiKZO », « uno lìbricoino di donna, co* coperchi d'oro, smaltati di 
roggio e altri smalti e diverse fighure di libra (sir)^ di stima di 
400 in 5(X) ì\ » — Fodai^to, CtV. n. 116. 

92. (\n^(oi{i da fUnnufl). Piuttosto che per cinger loro le vesti, penso 
ohe foMsoro |H>r sorreggerli quando cominciano a camminare. 

93. Srii^atoi, (Yr. n, 8J^. — Ai diranriare. Altri, anche con verg 
(lììù :U59, 370). E nello ^Studio, n. 191. 



vergucce 



(l'OHflMMdt 



MONTAUTO DI MAREMMA 



NOXIZIK K DOCUMBNTI 



Più di un luogo in Toscana ha il nome di Montaculo. 

Colia leggiera variazione in Montauto si distingue da- 
gli altri quello che è nella maremma grossetana, ove già 
fu la contea degli Àldobrandeschi, a destra della Fiora, 
presso il confine della provincia romana. É uno di que'luo- 
g'hi, che aspri e folti ricordava già Dante fra Cecina e 
Corneto: le fiere vi fanno ancora lor nido, ed ai boschi 
proHimati, che i secoli vi hanno addensato, danno rino* 
manza di caccio ampie e felici. 

Delle quali se tace il lieto romore, tutto co]à ritorna 
in selvaggia solitudine: ma i ruderi, che si affacciano fra 
le edere e i pruni, son certo indizio che il sito non fu 
sempre cosi, che fu un tempo abitato, e che deve perciò 
altra causa averlo ridotto ali* abbandono di oggi, che non 
sìa slata soltanto la mal* aria od altra avversità di natura. 
Montauto, che già raccolse popolazione, già difeso dalla 
rocca, la quale tuttora si ricorda in Montautaccio, e cir- 
condato di terre feraci, cadde, come altri luoghi vicini, 
dal suo buon essere, pel contenderselo sopra tutto che 
fecero quanti ebbero o tentarono di avere dominio in ma- 
remma. 

Quando, fra V ottavo secolo e il nono, questa era piena 
di guerra, pe* saracini che sbarcavano a predare sul lido, 
e per le armi dei papi, dei re franchi e dei feudatari col- 
legate contro quei pericolosi nemici; fin d* allora, senza 

BuUett. Seneté di SI. Patria — 11-4896 13 



178 e. CALISSE 

che scopra chiaramente T origine, si stabilisce sul terri- 
torio di Montante, come su altri più ampi dintorno, la 
signoria di monaci e di conti. Quelli furono i cistercensi, 
affini ai prossimi del Monte Araiata, che avevano l'abadia 
ad Aquas Salvias o delle Tre Fontane presso Roma, e che 
dicevano aver avuto da Carlomagno, per riconoscenza 
verso S. Anastasio, a cui la loro chiesa era dedicata, que- 
sti possessi maremmani (*). I conti furono della famiglia 
degli Aldobrandeschi, che quivi sorse a grande potenza 
nel medio evo, destreggiando fra le altrui rivalità, non 
serbando fede oltre i propri interessi, e specialmente stando 
sempre sulle armi, in quanto che non fu, ne poteva essere 
pacifica la loro dominazione, quando, pur tacendo di altri 
minori pretendenti, Orvieto da un lato e Siena dall'altro, 
quella co' guelfi, questa coi ghibellini, ambivano di trarre 
la contea sotto la propria sovranità. 

Nel 1203 il conte Aldobrandino non potè più fare a 
meno dal prestare omaggio ad Orvieto, che ne ebbe au- 
mento di potenza e di credito ('). Nel 1212 rinnovò i patti 
suo figlio, che aveva egual nome ('): ma quanto li te- 
nesse in conto, si può argomentare dall'essere egli stato, 
nel 1216, costretto dal Comune a giurarli di nuovo, e far 
solenne dichiarazione che in pace e in guerra gli sarebbe 
stato fedele, e gli avrebbe pagato censo per le terre già 
possedute dal padre, a sinistra delFAlbegna, fino al di- 
stretto di Comete, con eccezione però di Mon tallo, che 
aveva ricevuto dal papa (*). 

Fra queste terre, assoggettate ad Orvieto, era dunque 
anche il castello di Montante, sulla cui destra V Albegna 
corre, dalla rocca del medesimo nome fino al mare. E in- 
fatti, nello stesso anno 1216, venuto il conte Aldobran- 



(') Il tlocumoiito ò fra i non nutontioi di Leone III, e gli si at- 
tribuisro la data dolV anno 8lV). Ctr. lAFFÈ-AVATTKxnACii, n. 2513. 
C) Fumi, CtxL Diphm, dì ()n\y doc. LXXVI. 
V') Ivi, X(\ 
(*) Ivi, C\L — V. anello Mituai^h», Antìq. iUiL I. G13. 



MONTAUtO di MAtlEilMA 1?9 

dino, dopo lunghe discordie di famiglia, a dividere coTra- 
telli suoi, Bonifacio, Guglielmo e Aldobrandino minore, 
la eredità paterna, il Comune di Orvieto s' interpose ar- 
bitro, fece le parti, e in una di queste collocò Montauto, 
insieme con Santa Fiora, Castel del Piano, Mandano, Or- 
betello, r isola del Giglio e con altri luoghi minori (*). 
Aldobrandino ebbe facoltà di scegliere, ma non è detto 
qual parte prendesse. Probabilmente, però, non a lui toccò 
Montauto, bensì a Bonifacio, perchè questi ebbe il titolo 
da Santa Fiora, colla quale Montauto fece gruppo nella 
divisione; mentre T altro ramo della famiglia, formato da 
Guglielmo, prese il nome da Pitigliano e Soana. Comunque 
di ciò sia, la divisione del 1216 non fu definitiva. Nel- 
Tanno 1274, mancata forse la discendenza dei due Aldo- 
brandini suddetti, la contea si torna a dividere tra le due 
famiglie soltanto di Santa Fiora e Soana, fra Aldobran- 
dino, cioè, figlio di Bonifacio, e il figlio di Guglielmo, pur 
di nome Aldobrandino, detto il Rosso. Questi fece le parti, 
e, lasciato che il cugino scegliesse, ebbe per sé quella in 
cui si trovava Montauto, insieme a Pian Castagnaio, Castel 
del Piano, Saturnia, Montepescali, Scansano, Giuncarico 
ed altri luoghi vicini {*). 

Così Montauto fu, e rimase poi sempre, de' conti di 
Soana. i quali erano guelfi, mentre quei di Santa Fiora 
parteggiavano co' ghibellini. E perciò, fino a tanto che 



(') Ivi, CVII. 

(*j L'atto fu rogato nel castellare di Montecuccoli, da Pelistro del 
fu Sparziano da Orbetelló, notaio. Le parole che si riferiscono a Mon- 
tauto sono queste: Jn prima parte poHuit Plantim Casta ffnarium, Asper- 
tìflum, Burenum, Castrum Marmum, Pennanif Castrum de Piano, 
affirfitjt Potentini, affU^tus Montùipitìzuti^ affictuH CantUlionreUi, Satnr- 
nium, Palmule, Monteanum, Montepescalem, Suveretum^ Castrum Ar- 
gentarie, salvo iure comitisse de UrbeteflOj Jannutim, affictus hnicaricA, 
et infrascriptos haronias et iiira Altricostiim, Montem Acuti^m, Scan- 
sanum, Petretunij Saxfortem, Il documento si conserva nel R. Archi- 
vio di- Stato in Siena, o a me fu comunicalo, insieme ad altre notizie, 
dal Direttore, l'illustre Cav. Lisini, che vivamente ringrazio. 



180 e. CALISSB 

Siena non ebbe superato ogni emulo in maremma, Mon« 
lauto fu con Orvieto, ove la parte guelfa dominava, e che 
talvolta, per ragioni militari, lo tenne anche in sua imme* 
diata dipendenza. 

La eredità di Aldobrandino il Rosso passò tutta alla fi- 
glia di lui. Margherita, la quale ne trasferì successivamente 
il possesso ai suoi quattro mariti. Primo venne il famoso 
Guido di Montfort, uccisore di Enrico d'Inghilterra in 
chiesa a Viterbo, fautore ardente di Carlo d* Angiò e dei 
guelfi, e perciò amico di Orvieto, a cui, infatti, nel 1283 
rinnovò 1* omaggio per le terre e i castelli posseduti in 
maremma, presentando, secondo il diritto di quel tempo, 
molti fideiussori pel sicuro adempimento dei patti (*). Le 
persone, che dovevano in tal modo far garanzia dell'ai* 
trui obbligazione, erano scelte fra i dipendenti, purché 
fossero capaci, di chi si obbligava : quindi il Montfort pre- 
sentò, fra gli altri, anche due di Montauto, che avevano 
nome Boccino e Pandolfo ('). 

Non andò molto, e la contessa fu vedova. Succedette 
allora al Montfort, nel matrimonio e nel possesso della 
contea di Soana, il conte Orso di casa Orsini. Ma a lungo 
non ne godette, che presto fu veduta Margherita aver terzo 
marito in Loffredo Gaetani, figlio di Pietro, il quale era 
nepote di Bonifacio Vili. Il papa, mirando ad ingrandire 
la casa e a consolidare in Toscana la propria autorità, 
fu da prima favorevole al matrimonio di Loffredo con Mar- 
gherita: ma poi, mutato consiglio, nel 1298 lo sciolse, la- 
sciando nuovamente libera di sé la contessa, che ancora 
una quarta volta passò a nozze con Nello della Pietra. 

Bonifacio, però, non aveva inteso con tale atto di ab- 
bandonare i disegni d* ingrandimento in Toscana, che volle 
anzi proseguirli, con danno, giacché più non poteva in con- 
cordia, della casa di Soana. Perciò egli fece che l'altro suo 
pronipote Benedetto Gaetani ottenesse i feudi ecclesiastici 



(>) Cod. O. cit. DXXXVII., DXXXI 
(•) Ivi, DXXXV. 



MONTAUTO DI MAREMMA 181 

che la contessa Margherita aveva avuto dalla eredità di 
suo padre, e dai quali ora fu dichiarata decaduta; e degli 
altri, che le rimanevano, avrebbe voluto dare la inve- 
stitura al Comune di Orvieto, se questo non avesse rifiu- 
tato, per non cambiare in quella di vassallo la condizione 
di signore che su que* luoghi già aveva (*). La contessa 
Margherita, naturalmente, difendeva i suoi diritti, e cer- 
cava riacquistare il perduto; ne venivano guerre e disor- 
dini di ogni specie in maremma, e i ghibellini ne appro- 
fittavano, e innanzi a tutti i senesi, che mandarono nella 
contea l'esercito, per ampliarvi la loro potestà ('). Si mosse 
allora anche Orvieto. Nel 1300 fece una spedizione contro 
il conte di Santa Fiora ('). Ma, ciò non bastando, tornò 
nel 1303 a provvedere con maggiore energia alla difesa 
de* suoi castelli, fra i quali apparisce anche Montauto, 
che il Comune doveva già avere occupato, perchè luogo 
di militare importanza, fin da quando si era turbata la 
pace della contea maremmana. Ai 30 di settembre del 
detto anno 1303, adunatosi il consiglio generale, si de- 
liberò che Montauto, come gli altri castelli che in ma- 
remma dipendevano da Orvieto, fosse bene fortificato, e 
che i consoli prendessero attenta cura a fornirlo di tutto, 
nominassero il castellano, ponessero sufficiente presidio. 
E quando, poco dopo, ai 23 di ottobre, si decìse di richia- 
mare r esercito, non si abbandonò Montauto, ma si volle 
che rimanesse in mano degli orvietani, ordinandovi la 
nomina di un castellano, stipendiato con 10 lire al mese, 
e di 12 sergenti, con 100 soldi al mese per ciascuno, e 
stabilendo che ogni due mesi dovessero due membri del- 
r ufficio dei Sette e il cavaliere del capitano visitarlo, 
perchè fosse sempre fornito d'ogni cosa necessaria (*). E 
affinchè tali provvedimenti avessero sicura e piena ese- 



{>) Ivi, pag. 784, n. 1. 

(') Mala VOLTI 0., Hist de' fatti e guerre de* Sanejti ecc. Venezia 
1599, pag. U. 57, 5a 

O Cod. O. oit. pag. 784 n. 1. 
(*) Ivi, pag. 395, 396. 



182 e CAUSSE 

cuziono, né potessero da qualsiasi parte sorgere pericoli 
contro gl'interessi del Comune, questo venne a fare anche 
colla popolazione di Montauto speciali capitoli. 

Ai 16 Gennaio del 1304 il popolo di Montauto, adu- 
nato in parlamento, nominò suo rappresentante Bondie Ca- 
sciani, a cui si unirono Gano di Raniero Provenzale e 
il castellano Angelo Butrichòlli. Si presentarono tutti e 
tre a Domenico Agolantis, sindaco del comune di Orvieto, 
e stipularono: che Montauto avrebbe conservato libertà e 
franchigia, e soltanto avrebbe avuto verso Orvieto quegli 
obblighi, cho orano propri de' cittadini; che ogni anno 
avrobbo pagato quattro marche di argento, consegnan- 
dolo, la vigìlia deir Assunta, nelle mani del potestà e del 
cninarlongo, in riconoscimento della sovranità del Comune; 
cho a cpioslo 8Ì sarebbe riservato sul territorio di Mon- 
tatilo ogni diritto di pascolo, pedaggio, mola, pesca e d'al- 
tro, conio già ora stato posseduto dal conte Aldobrandino 
Il UoMHo (lai suoi successori; che sarebbe stato nomi- 
nalo da Orvieto il potestà o rettore di Montauto, rima- 
nondo pon^ a carico di questo il pagare a lui e alla sua 
ViìvU^ (itiol salario, che Orvieto avrebbe stabilito; che il 
dnllo potestà avrebbe avuto anche la giurisdizione crimi- 
naln, fatta eccezione per gli omicidi, le falsità, i tradimenti, 
lo rnborio o lo violenze a donne, de' quali delitti la cono- 
HViW/.ix Harol)bo spettata al Comune; che a questo si sarebbe 
potuto appellare contro il giudizio del potestà; che gl'impie- 
gati minori, non aventi il mero e misto impero, sarebbero 
niniì di libera elezione degli abitanti del castello, i quali 
avrnbb«u*o continuato a fare i propri statuti, sottoponendoli 
poro alla conforma del Comune; che gli orvietani avreb- 
imro avuto sempre libertà d' ingresso e di uscita in Mon- 
tauto Huo territorio; che gli uomini di Montauto avreb- 
boro p(U'tato lo grascie in Orvieto; che avrebbero tenuto 
roiMo propri gli amici e i nemici di esso, a cui volontà 
nvrobb(U*o fritto guerra e pace, oste e cavalcata, contro 
l'hlunqtio Ni fosso, ma da cui avrebbero pure avuto difesa 
por of^ui bisogno del castello e de' suoi abitanti. 



4 



MONTAUTO DI MAREMMA 183 

Stabiliti questi patti, le due parti fecero il giuramento 
sugli Evangeli per garantirsene vicendevolmente l'osser- 
vanza, e fu rogato il solenne istromento in Orvieto, nella 
pubblica via, avanti la casa dei figliuoli di Buoninsegna, 
presenti vari testimoni, da Restauro del fu Federico, di 
Arezzo, notaio (*). 

In questo modo il comune di Orvieto prendeva il di- 
retto possesso de' luoghi, sui quali aveva prima avuto sol- 
tanto diritti di sovranità feudale. I ghibellini, perciò, non 
stavano inerti dinanzi a tale aumento della parte guelfa, 
e non soltanto in città, ma anche nel!' esercito, e fra quei 
soldati precisamente che furono mandati ad occupare Mon- 
tauto, tentarono di sollevare romori, tanto che, per repri- 
merli prontamente, dovette il consiglio dare al potestà 
straordinari poteri (*). Nò inerte restava la contessa Mar- 
gherita, dinanzi alla divisione che delle sue spoglie face- 
vano amici e nemici. Nello stesso anno 1304 il comune 
di Orvieto dovette mandare un corpo di cavalleria contro 
il marito di lei Nello della Pietra, ordinando ancora una 
volta che Montauto, come anche altri luoghi, si tenesse 
bene sulle difese, e raccogliendo da ogni parte soldate- 
sche ('). Il pericolo, infatti, ingrossava. Ai ghibellini di 
Orvieto e di maremma dà ora mano Manfredi di Vico, 
dei prefetti di Roma; ghibellino anch'esso, e di nuli' al- 
tro curante che d'ingrandire il nome è la casa. Nel 1307 
egli scorreva pe' dintorni di Montauto, facendo preda, fra 
r altro, di grande quantità di bestiame. Orvieto mandò a 
querelarsene al rettore del Patrimonio in Viterbo; ma» i 
suoi ambasciatori furono per via sorpresi e trattenuti dalle 
genti del prefetto, e cosi crebbero, entro anche i confini 



(>) Ivi, DCV. Cfr. DClV. 

(*) Ivi p. 395 : placet dicto coìustlio quod pote,stas et eiius familia 
habeat merum, jìurum, Ubei-um arbitrili m contra omnes et singuloa of- 
fendente^ dictos dd, potestatem et ciufi famìlìam vel aliquem ipsoì-um 
in txercitu Montia Affliti. 

(') Ivi p. 39G. 



184 e. CALISSE 

del territorio ecclesiastico, disordini e tumulti, tanto che 
il rettore, altro partito non avendo, finì col punire d* in- 
terdetto il comune stesso di Orvieto, che per averne poi 
r assoluzione molto dovette pregare, e assai di più do- 
vette pagare, impegnando fin le rendite di quei pascoli 
che in Montauto ed altrove aveva conservato in sua libera 
proprietà (*). Fra tante contese ben s'intende come non 
mancassero di farsi innanzi i Senesi ('). Orvieto consumava 
le sue forze, né a tutto giungeva; i suoi castellani face- 
vano alti lamenti, e le popolazioni gridavano che anche 
al diavolo si sarebbero date, a fin di sottrarsi a così pro- 
lungate calamità ('). Certamente, il desiderio e Tinteresse 
di restituire la tranquillità non mancava nel Comune {*); 
ma non aveva esso modo di resistere alla irrompente for- 
tuna de* ghibellini, tanto più che a questi cresceva allora 
audacia, con speranza di prossima vittoria, la presenza di 
Enrico VII in Toscana. 

Il quale, mentre si aggirava nelle vicinanze di Siena, 
lasciò che non pochi de* suoi seguaci scendessero alla ma- 
remma, dove, unitisi ai nemici di Orvieto, riuscirono ad 
impossessarsi di alcuni castelli, fra cui Montauto ('). An- 
che la contessa Margherita veniva rioccupando le terre 
della sua famiglia, e le davano aiuto i Baschi, signori di 
Montemerano, che, dopo la caduta de' Filippeschi, si erano 
messi a capo de* ghibellini di Orvieto. E appunto a questa 
forte casa fu, non molto dopo, costituito un feudo in ma- 
remma, di cui Montauto, che gì* imperiali avean preso, 
fece parte. Morto Enrico VII, ì Baschi, per scuotere il 
giogo di Orvieto, che era tornato a sottometterli {•), si 
volsero a Lodovico il Bavaro, come a quello che era spe- 



(*) Ivi, DCXIV e note. — Cfr. Calissb, 1 Prefetti di Vico, anno 
1307 (nell' Arch. della i?. Soc, rom. di St patria, voi. X). 
(') Mal A VOLTI, cit., U. 69. 
(») Cod, O., cit, p. 784 n. 1. 
(*) Ivi, DCXI. 
(*) Malavolti, cit., II. 70. 
(*) MoNTBMARTB-GuALTiERO, CroTi, Orviet Torino, 1846 p. 211. 



MONTAUTO DI MAREMMA. 185 

rato restauratore della fortuna dei ghibellini; gli si di- 
chiararono fedeli, e n*ebbero, per ricambio, ingrandimento 
di possessi in maremma, come risulta da diploma che l'im* 
peratore die loro nel 1328, quando per la incoronazione 
era in Roma. Il documento dice che ai nobili uomini Ugo- 
linuccio, Gerfalino e Binduccio del fu Nerio, e a Nerio, 
Cello e Binde del f\i Cecco dei Baschi, fedeli dell* impero, 
è concesso, per compensarli della devozione all'impera- 
tore e stimolare altri a imitarne Tesempio, oltre ai castelli 
di Manciano e di Saturnia, anche quello di Montante, 
della diocesi di Castro, con ogni annesso diritto sugli abi- 
tanti e sulle terre. Questo feudo, dichiarato nobile, fu pro- 
priamente dato ad Ugolinuccio, per sé e suoi eredi, ma 
con facoltà di dividerlo con i due suoi fratelli e con i tre 
suddetti figli di Cecco de* Baschi, facendo a piacer suo le 
porzioni. Confermò inoltre l'imperatore il feudo di Monte- 
merano, e quello anche v'aggiunse del Ponte dell'Abbadia, 
diviso in tre parti, una ad Ugolinuccio, la seconda ai due 
fratelli di lui, l'ultima ai tre figli di Cecco (*). E di più an- 
cora Lodovico avrebbe voluto fare, e si adoperò in ogni 
modo per prendere Orvieto. Ma poiché non gli riusci, e 
dovette anzi partire dall'Italia senza più autorità, tornò 
la fortuna a' suoi avversari, e Orvieto, approfittandone, si 
propose di ricuperare il perduto. Però, quantunque il con- 
siglio generale ne facesse, in ogni sua adunanza, energica 
deliberazione, scarsi erano «s^pre i risultati, mentre pro- 
grediva, invece, con fortuna nella rivendicazione della 
contea aldobrandesca Romano Orsini, il quale voleva Mon- 
tauto e tutti gli altri beni del conte Aldobrandino il Rosso 
e della contessa Margherita, perché aveva sposato la erede 
di questa, la contessa Anastasia, nata dal matrimonio di 
lei con Guido di Montfort. Contro l'Orsini, nel 1333, prese 
disposizioni il Comune ('), che perfino nella Carta del Po- 
polo pose il capitolo che nessuno osasse pur dire che le 



(') Documenti, I. 

(*) Cod. Orviet cit., DCLIL 



186 e. CALISSE 

terre aldobrandesche, a sinistra dell' Aibegna, potessero 
esser mai d'altri che di Orvieto (*). Poco valeva: lacerato 
dalle fazioni, esausto dalle lunghe guerre, il Comune era 
al termine oramai della sua potenza, e rapidamente, e con 
assai maggior fortuna, ne prendeva il posto in maremma 
il comune di Siena (*). 

Frattanto veniva anche la famiglia di Soana rial- 
zandosi, poiché le riuscì di ricuperare molti luoghi della 
contea, e i figli di Anastasia, Aldobrandino, Nicola e Gen- 
tile, poterono anche ottenere la restituzione di que' feudi, 
che da Bonifacio Vili erano stati dati a Benedetto Gae- 
tani ('). Con tuttociò non riuscivano essi a tenersi indi- 
pendenti da Siena, e infatti nel 1378 Guido, figlio di Al- 
dobrandino, e Bertoldo, figlio di Nicola suddetti, le fecero 
omaggio, ponendosi in condizione di raccomandati della 
Repubblica (*), sempre però coll'animo di rompere, appena 
giovasse o si potesse, i patti che per necessità accettavano. 

Nò r occasione si fece molto aspettare. Gravi, sul prin- 
cipio del secolo XV, erano i disordini, per lo scisma nella 
Chiesa e per la guerra fra i pretendenti al trono di Na- 
poli. Ladislao di Durazzo, vinti i suoi rivali d' Angiò, ed 
occupata Roma, s'inoltrò minaccioso in Toscana^ dove, 
insieme uniti, facean contrasto alle sue mire ambiziose 
fiorentini e senesi. Contro questi furono pronti a schie- 
rarsi con Ladislao gli Aldobrandeschi suddetti, e ne segui- 
rono guerre, che non cessarono quando Ladislao ritornò 
verso Napoli, anzi allora incrudirono, per desiderio di ven- 
detta da una parte e per disperata difesa dall' altra: final- 
mente, nel 1417, si venne a patti, e si fermò la pace col 
lasciare che ciascuna delle due parti, i senesi ed i conti, 
conservasse quanto in quel momento teneva in possesso (*). 



(*) Capitula rarte jwpuli, e. LXXIII, nel Cod. (). cit. 

(«) Malavolti, cit IL 91, J)i), 10(5. 

(') Repetti, Dizionario, alla parola Mai'sifiaua, 

(*) Malavolti, cit., II. 145. 

Ò Ivi, III, 12. 



MONTAUTO DI MAREMMA 187 

Montauto, che durante la guerra era stato preso dai 
senesi, rimase per tal modo nella loro dipendenza, il che 
fu causa di nuove guerre e di lunghe controversie. 

I conti di Soana volevano ricuperarlo, e attendevano 
per ciò fare una propizia occasione. La ebbero nel 1440. 
Una banda di mercenari del papa, passato il confine dello 
stato ecclesiastico, si gettò, nel detto anno, sulla marem- 
ma senese a far preda, e pronto si associò loro il conte 
Aldobrandino, figlio di Nicola. I senesi non furono meno 
pronti a mandare contro lui soldatesche, e la guerra nuo- 
vamente si accese. Il conte fu assediato in Pitigliano, e 
stava in pericolo grave, quando riuscì a corrompere il 
Pazzaglia, che comandava i soldati di Siena, e che da 
prima mandò così a lungo e così fiacco 1' assedio, che so- 
pravvenne r inverno a disciogliere il campo; e poi diede 
al conte apertamente aiuto, facendo che egli, per tradi- 
mento, riuscisse, colla vicina rocca di Albegna, a mettersi 
di nuovo in possesso del castello di Montauto. L* audacia 
del conte e la ribellione del Pazzaglia fecero sospettare 
ai senesi che da qualche più potente loro nemico fossero 
quelli occultamente eccitati: quindi accettarono la media- 
zione de' fiorentini, e nel 1442 diedero la pace air Aldo- 
brandino, ponendo però fra le condizioni non soltanto il 
ritorno di lui alla dipendenza del Comune, ma ancora la 
pronta restituzione di Montauto (*). 

E così fu fatto, come è provato da ciò che poco dopo 
seguì. 

II re Alfonso di Napoli prese inimicizia co' senesi, per- 
chè, imitando i fiorentini, avevano essi aderito, nel 1554, 
alla pace di Lodi, fra Venezia e il duca di Milano, senza 
nemmeno richiederlo dell'avviso suo, mentre la guerra 
era pur stata insieme sostenuta. Perciò Alfonso istigò a 
ribellarsi a Siena il conte Aldobrandino, che non aveva 
bisogno di esserne molto stimolato, quando avesse avuto, 
com' ebbe di fatto, il necessario soccorso. La flotta napo- 

( ) Ivi, lU, 30. 



188 G. CALISSE 

letana, che teneva V isola del Giglio, poteva continuamente 
rifornirlo di viveri e di armi; la pace, che allora si aveva 
in tutta Italia, gli dava modo d* ingrossare le sue schiere 
con soldati di ventura; e così, trovatosi presto a capo di 
numeroso e ben provveduto esercito, potè il conte, con 
fiducia di buon successo, riprender guerra con Siena. 

Il suo primo intento fu il riacquisto di Montante. Lo as- 
sediò: ma, per la forte posizione del castello e per la difesa 
che se ne faceva, non lo avrebbe espugnato, se non fosse 
anche questa volta ricorso al tradimento. Il conte aveva 
fra i soldati uno che già era stato al servizio del castellano 
di Montante, e questo pensò di fare esecutore del suo di- 
segno. Finse colui di disertare dal campo dell'assedio, e 
si fece introdurre in Montante, dove, presentato al ca- 
stellano, e subito da questo riconosciuto, fu vivamente 
interrogato perchè fosse fuggito, e che chiedesse, e che 
cosa il nemico facesse. E quegli, pieno di sdegno, rispon- 
deva che intollerabili ingiurie gli avea fatto il conte; non 
voler altro che poter combatterlo; se si fosse avuta in 
lui fiducia, egli avrebbe fatto cose utilissime a Montante 
ed a Siena. Il castellano lo trasse a sé a parlare fra soli, 
ne udì una lunga storia, che tenne per vera, e finì col 
farsi in guisa persuadere, che pose il traditore a guardia 
delle mura, dove la difesa, doveva essere più vigile e forte. 
Lo stratagemma era riuscito: ad un segnale convenuto le 
genti del conte, nella notte, si appressarono ad una porta; 
il finto disertore l'aprì; quelle si rovesciarono nell'interno; 
il castellano, messo in catene, fu mandato a Pitigliano, 
nella prigione che dicevasi il pozzo; e Montante, ritolto a 
Siena^ tornò ad essere del suo antico signore (*)• 

I senesi muovono pronti a punire il ribelle. Ma la guerra 
ingrossa, e va a lungo. Al conte Aldobrandino non veniva 
meno 1' aiuto del re di Napoli ; i Di Vico, gli Anguillara, i 
fuorusciti di Siena gli si univano; ed anche la fortuna così 



(') Fr. Cont areni, De rebus in Hetruria a Senensibtis gestis etc. 
Lugduni, 1662, Ub. II. p. 32. 



MONTAUTO DI MAREMMA 189 

Io secondava, ch'egli potè vincere una battaglia in campo 
aperto su Antonio Petrucci, commissario della Repubbli- 
ca. Questi però non era senza sospetto, perchè da tutti si 
sapeva che egli aspirava a farsi signore della patria ('). 
Tuttavia, per allora, non essendosi egli chiaramente sco- 
perto, la Signoria, per non crescer pericoli, dissimulò; e 
quando, nel dì 30 luglio 1455, essa nominò commissario 
del campo contro Montauto Giacomo di Giovanni Minocci, 
dandogli incarico di assoldar gente e fra gli altri il ca- 
pitano Leonetto, aggiunse che il Petrucci, se avesse vo- 
luto, potesse avervi anch* egli V ufficio di commissario, a 
patto di non ricevere stipendio dal comune (*). Ma non il 
Petrucci soltanto affidava poco il governo di Siena. Le 
genti stipendiate erano tutte propense al tradimento, per- 
chè, vivendo della guerra, avevano interesse che questa 
non cessasse. Di guisa che, quantunque Siena avesse, a 
quel che si legge, raccolto in maremma fino a 12000 sol- 
dati con numerose artiglierie, il risultato in sostanza non 
era che d* impoverire 1* erario e tribolare le popolazioni. 
S* incominciò quindi a dare ascolto alle parole di pace, 
che da più parti venivano, ma specialmente dal papa, che 
non avrebbe voluto guerra tra i cristiani, per portarla ai 
turchi, impadronitisi allora di Costantinopoli. Però il papa, 
che era allora Nicolò V, propendeva, per riguardo degli 
Orsini, a favore del conte Aldobrandino, tanto che fra le 
condizioni della pace neppur quella propose che ai senesi 
maggiormente importava, cioè che il conte dovesse re- 
stituir loro Montauto, preso per tradimento ('). Andarono 
perciò in lungo i trattati, fino a che succedette mutamento 
nella sede pontificia. Il nuovo papa, Callisto III, insistè più 



(*) Mala VOLTI, cit, III, 56. 

(•) Docum,, II. 

(•) CoNTARiNiy cit., III. 74 : nam de restituenda Maniis Acuti arce, 
quam quiàem iam a belli principio per dolum Ildobrandimis occupa- 
rerai, quae una cura maxime Senefises angebat, nihil in coìiditiotiibus 
agebatur. 



190 e. CALISSE 

eiiergicainente perchè fluisse la guerra; anche T amba- 
sciatore di Venezia, Francesco ContaHni, raccomandava 
la pace; ed a questa finalmente si venne, stipolandosene 
ai 9 maggio del 1455 i capitoli, fra cui fu posto che Mon- 
tauto ritornasse nel possesso di Siena (*). 

Ma, secondo il solito, non era sincero nelle sue pro- 
messe il conte, né il re di Napoli aveva deposto V animo- 
sità contro Siena, né volevano pace i condottieri, che senza 
guerra non avevano di che vivere. Tutti sentivano che 
si sarebbero presto riprese le armi. Ed ecco, infatti, scen- 
dere verso la maremma senese Giacomo Piccinino, che la 
pace fra Venezia e Milano aveva posto a riposo* Il papa, 
che non voleva che si riaprisse la guerra, tentò di arre- 
starlo colle sue milizie, e presso il lago di Bolsena lo 
sconfisse neir ottobre del 1455. Ma egli aveva tanti se- 
greti aiuti, i fuorusciti di Siena, il re Alfonso, il conte 
Aldobrandino, che potè facilmente riprendere forze, e paté, 
penetrato in maremma, togliere parecchi luoghi a senesi, 
e fra gli altri il castello di Montauto, di cui subito fece 
cessione al conte suo amico. Non si poteva prevedere quale 
estensione, fra tanto intreccio di diversi interessi, avrebbe 
preso la guerra: i senesi non la desideravano, e non la 
voleva assolutamente il papa. Per la insistenza di questo 
il re di Napoli dovette rassegnarsi a cessare dagli intri- 
ghi, e allora fu facile venire ad un accordo, i cui punti 
principali furono dal papa stesso stabiliti. 

A dì 4 giugno del 1456 fu notificata la pace nel con- 
siglio di Siena. Punto importante, sul quale i senesi non 
volevano transigere, né la parte contraria intendeva di- 
chiararsi vinta, era quello della restituzione di Montauto. 
Perciò fu stabilito, dopo lunghi trattati, così: il conte Al- 
dobrandino avrebbe ceduto il castello ad Alfonso, re di Na- 
poli, dandogli facoltà di farne ciò che gli sarebbe piaciuto; 
il re avrebbe accettato la cessione, ma con promessa che 



(*) Ivi, p. 89: Arrem Moììtis Acuti SeiìPiisibua lUlohrandìmis re- 
stituito. 



MONTAUTO DI MAREMMA 191 

nel disporne avrebbe fatto la volontà del pontefice ('). E 
cosi fu. Aldobrandino consegnò Montauto al regio com- 
missario Piero Grazia; questi lo dette al catalano Galge- 
rando Ribes, commissario del papa; e Galgerando, dopo 
averlo tenuto 8 mesi e 10 giorni, lo restituì ai senesi, che 
mandarono a riceverlo Francesco de Cianis, e pagarono 
368 ducati di camera, in compenso della custodia e delle 
spese che si erano fatte per utili riparazioni al castello. 
Tale somma non fu riscossa da Galgerando, perchè in 
quel tempo egli morì, mentre aveva T ufficio di senatore 
di Roma: ma la riscosse suo figlio Giovanni, a nome anche 
degli altri eredi, facendone quietanza a Leonardo de' Ben- 
volenti, che gliela pagò per il comune di Siena, con istro- 
mento rogato in Roma dal notaio Pietro De Bucine, in 
casa del Ribes stesso, prossima al Campidoglio ('). 

Con questa pace il dominio di Montauto passò defini- 
tivamente a Siena. Ma contrasti non mancarono ancora. 
Acquietati i conti, vennero innanzi i monaci, quelli delle 
Tre Fontane, dicendo esser loro devoluto il possesso dei 
feudi, fra cui era Montauto, che in loro nome avevano 
prima posseduto i conti di Soana. Ma i senesi replicavano 
di essere legittimamente succeduti nei diritti di questi, 
sia che volesse guardarsi il fatto della conquista, sia 
che meglio volessero tenersi in conto i successivi tratta- 
ti, ai quali il papa stesso aveva aderito. Non si dettero 
gli altri per vinti, e fra il comune e V abate si fece lite, 
che fu però composta, nel 1459, per intercessione di Pio II, 
convenendosi che Siena avrebbe preso in affitto perpetuo 
dall' abadia que' feudi, e ne avrebbe pagato censo C). Poco 



(•) Malavolti, cit., III. 54. 

(') Dorum.y III. 

(*) « Questo casteUo (Montauto), insieme con altri luoghi vicini 
al mare, fu concesso in enfiteusi perpetuo alla Repubblica di Siena 
da D. Angiolo abate di S. Anastasio ad Afjuas Salvì'a/i, con alcuni 
patti e convenzioni, quali poi furono confermati et approvati da papa 
Pio II sotto il di 20 Aprile 1459, con la sua bolla spedita in Siena, 
quale si legge registrata a f.** 120 del CalefFo, ove anco si leggono i 



192 e. CALISSE 

tempo passò, e si fa di nuovo nella lite, mossa nel 1466 
dair abate commendatario, il cardinale Berardo di S. Sa- 
bina: ma, interpostosi anche questa volta il pontefice, che 
era Paolo II, la questione si sciolse definitivamente, au- 
mentatosi alquanto il censo, da pagarsi da Siena (*)« che 
né per Montante, né per altro suo possesso in maremma 
ebbe da allora a soffrire più molestia né pericolo. 

Potè, perciò, la Città rivolgere finalmente le sue cure 
a migliorare quella desolata regione, e per Montante in 
particolare entrò lieta a trattare di un disegno, che, qua- 
lora si fosse potuto eseguire, avrebbe certamente prodotto 
utilissime conseguenze. 

I greci fuggiti da Costantinopoli, quando la città fu 
presa dai Turchi, è noto che vennero numerosi in Italia, 
e in Roma principalmente e in Toscana, dove ebbero lieta 
accoglienza. Fra essi era la vedova stessa dell* ultimo im- 
peratore, Anna Paleologa, figlia del principe Luca, che 
volendo, per quanto era possibile, essere anche in Italia 
attorniata da suoi sudditi e vivere secondo gli usi della 
patria perduta, si rivolse al comune di Siena, chiedendo 
che le cedesse il castello e il territorio di Montante, per- 
ché potesse ella fondarvi una colonia di greci. 

Le condizioni che la imperatrice proponeva per rego- 



detti patti, quali ad ireè'bum si sono riportati al quinterno tto di An- 
sedonia, e a quelli si abbia relazione ». — Xotizie delle terre e castelli 
dello Stato Sene^'te i^crolte daWab, Galgano dei Conti Bichi. 

0) « In questo anno 1466 (14 fìiglio) iu iermato nuovo accordo 
tra il comune di Siena e il cardinale Berardo, commendatore del Mo- 
nastoro di S. Anastasio atì Agaas Salrias^ doppo aver mossa lite al 
detto comune in Roma per cagione di questo castello di Monte Acuto 
e degli altri luoglii che il Comune predetto aveva ricevuto in enfi- 
teusi (ìorpt^tuo neiranno 1452 da D. Angiolo abbate in quel tempo 
del dotto Monastero, Kt i capìtoli che furono termati in detto ac- 
cordo, si )HV)sono vedere nel Quin terne tto di Ansidonia dove si sono 
descritti ad irW*Miw, ai quali si rimette il lettore. Et appariscono re- 
gistrati a tv* «M8 del OaletVetto neir Archivio delle Riformagioni » . — 
yotkét i\ A\ manate daW ab. (tti/i/iriio dei Conti Bichi» 



montauto di maremma 193 

lare le sue relazioni con Siena, quando la sua domanda, 
fosse stata bene accolla, erano le seguenti: 

1) Per sé e per i suoi eredi ella chiedeva in perpetuo 
il castello diroccato di Montauto, quello de*suoi stessi eredi 
escludendone, che avesse potuto, per qualunque ragione, 
aver signoria in altra parte d'Italia; 

2) Subito, ed a tutte sue spese, la imperatrice mede- 
sima doveva por mano a costruire abitazioni, per 100 fa- 
miglie almeno, da terminarsi in cinque anni e potersi chiu- 
dere con cinta fortificata; 

3) Tra questa però e la rocca prossima, nella quale 
sarebbe restato il castellano di Siena, doveva mantenersi 
comunicazione, mediante una porta, che ordinariamente 
sarebbe stata chiusa, e due ali di muraglia cbe, congiun- 
gendo questa porta stessa della nuova cinta colla rocca, 
avrebbero fatto, dall'una all'altra, sempre libero e sicuro 
il passaggio; 

4) La imperatrice riconosceva la sovranità di Siena, e 
prometteva giurarle amicizia e fedeltà contro ogni nemico, 
oflFrirle un cero di 5 libbre, in duomo, per la festa del 
mezzo agosto, e pagarle in riconoscimento del dominio 5 
lire all'anno: dopo 10 anni avrebbe pagato soltanto 4 
ducati, con obbligo però di aumentare questo canone in 
proporzione dell'aumento che avrebbe potuto avere la 
popolazione, di 100 in 100 famiglie; 

5) Agli abitanti di Montauto si faceva obbligo di com- 
prare il sale dal Comune di Siena in Orbetello, a IO soldi lo 
staio,, senza poterlo però rivendere sul territorio senese ; 

6) Il Comune doveva cedere anche due bandite, una 
per piantarvi viti ed alberi da frutto, onde essa avrebbe 
preso il nome di € Confini delle Vigno »; l'altra per man- 
darvi, senza obbligo di alcun pagamento, a pascolo il be- 
stiame. Quivi non si sarebbe permesso di pascolare a fo- 
restieri, ma sì nel resto del territorio, purché senza danno 
delle coltivazioni. Se que* di Montauto avessero poi voluto 
mandare al pascolo le loro greggi per la contea senese, 
avrebbero potuto farlo senza alcuna gabella: ma per ri- 

BuUett. Senese di Si, Patria ~ U'i89G 14 



194 e. CALISSE 

menarle sul proprio territorio avrebbero dovuto ottenerne 
licenza, per poter dimostrare di farlo per proprio uso, e 
non per altro scopo in frode della legge comune; 

7) Eguale franchigia si prometteva agli abitanti di 
Montauto per le semente del grano, per altri lavori e rac- 
colte, pel diritto di far legna, sempre però colla condi- 
zione che tutto ciò servisse ai loro personali interessi, e che 
in Montauto si avesse regolarmente il domicilio. Altre fran- 
chigie si promettevano, colle stesse condizioni, in quanto 
alle introduzioni ed esportazioni di merci, per mare e per 
terra: se si volesse far commercio di panni di lana, do- 
vrebbero comprarsi in Siena; 

8) Si pattuiva l'uso esclusivo delle misure, dei pesi e 
delle monete senesi; 

9) Anna riserva a sé ed ai suoi eredi la facoltà di eleg* 
gere un ufficiale greco, perchè abbia giurisdizione nel ci- 
vile e nel penale, applicando il diritto di Giustiniano, le 
leggi degli altri imperatori bizantini e le disposizioni che 
si riconoscerà utile di fare per Montauto, purché non ven- 
ga danno pel comune e pei cittadini di Siena. Che se al 
detto ufficio si voglia eleggere chi non sia greco, non possa 
in tal caso nominarvisi che un senese; 

10) Dopo 80 anni la detta facoltà cessa. Ed allora si 
conviene che sarebbero eletti tre senesi, de' quali, 1' uno 
dopo l'altro, di 6 in 6 mesi, avrebbe ricevuto dal co- 
mune la giurisdizione su Montauto, applicando il diritto 
de' greci, a meno che non si trattasse di delitti punibili 
di morte secondo le leggi di Siena, o di delitti commessi 
dagli uomini di Montauto fuori del loro territorio, o di 
quelli a cui avessero partecipato forestieri, perchè, in 
tutti questi casi, avevan competenza soltanto i magistrati 
senesi ; 

11) I debitori dei senesi non dovevano trovar franch ir- 
già in Montauto, potendosi quivi procedere contro di loro 
colla giurisdizione ordinaria, come in qualunque altro 
luogo. Però, quando fossero debitori gli uomini stessi di 
Montauto, non possono esser tratti a giudizio altrove, se 



MONTAUTO DI MAREMMA 105 

non in Montauto stesso^ o in Siena, o nel luogo dove il 
debito fa contratto; 

12) Se, dopo 50 anni, si vorrà per giusto motivo da 
Anna o dai suoi successori abbandonare il castello, il 
patto è che, di comune accordo stimate tutte le spese 
utilmente fatte, il Comune di Siena debba pagarne due 
terzi. La popolazione però deve rimanere, senza diritto a 
compensi, e con quei patti che al Consiglio del popolo 
senese piacerà di stabilire; 

13) Ad Anna, ai suoi eredi e ad alcuni de* suoi com- 
pagni si promette la cittadinanza senese, e si conclude 
che tutti questi patti devono intendersi fatti in perpetuo 
e con piena buona fede, a condizione però che dentro il 
tempo di 5 anni Montauto sia costruito in modo, che pos- 
sano stabilmente domiciliarvisi almeno 100 famiglie 0). 

I suddetti capitoli furono esaminati dalla Signoria di 
Siena ai 14 di luglio del 1472, e fu stabilito che essi ve- 
nissero presentati al Consiglio del popolo. Prima però, ai 
20 dello stesso mese, la Signoria stessa col capitano del 
popolo pensò, d* introdurvi una modificazione, la quale fu 
che i greci, invece di avere la facoltà di eleggersi libe- 
ramente il magistrato, dovessero presentare tre degli abi- 
tanti di Montauto ài comune, il quale ne avrebbe nominato 
uno, investendolo dell' uflBcio, che di 6 in 6 mesi, colle 
stesse regole, si sarebbe poi sempre rinnovato (*). 

II Consiglio del popolo fu solennemente convocato quel 
medesimo dì 20 luglio 1472. Furono letti i capitoli, si di- 
scusse, e in ultimo, a forma degli statuti, si venne alla 
votazione. I voti bianchi furono 136, 56 i neri: e così vinse 
il partito che i detti capitoli s' intendessero approvati dal 
j>opolo, e che ai magistrati, cioè al capitano, ai vessilli- 
feri e ad altri cittadini a ciò eletti, fosse data potestà 
piena di trattare con Anna Paleologa e con i suoi greci, 
e di concluder presto e in ogni più sicuro modo questo 



(«) Docum^ IV. 
(«) Docow., V. 



196 e. CALISSE 

negozio, che si riteneva dovesse riuscire (ti comune van- 
taggio ('). 

Ma nulla si concluse. Circa due anni dopo, addi 21 
aprile 1475, convocato nuovamente il Consiglio del popolo, 
tornò a deliberarsi che non si ponesse indugio a dare 
esecuzione alle cose già approvate, e che si scrìvesse ad 
Anna ed ai suoi greci, affinchè venisse taluno dì loro in 
Siena., per stipolare de^nitivamente il trattato (*). Il ma- 
gistrato non mancò di rinnovare premure, e pochi giorni 
dopo, ai 19 di giugno, gli fu consegnata la risposta della 
Paleoioga, la quale diceva che già, con altre lettere pre- 
cedenti, aveva annunziato che sarebbe venuto in Siena il 
suo familiare Frangulio Servopulo; ma poiché questi non 
era tornato ancora da Loreto, ella mandava Giovanni 
Plusiadiuo, sacerdote e protopapa, con pieno mandato di 
trattare e compiere quanto era necessario per dare ese- 
cuzione alle proposte di colonizzare Montauto (*). 

Che cosa seguisse non si sa. Il certo è che non si uscì 
mai dal campo delle proposte e dei trattati per venire a 
quello dei fatti, e che Montauto, già per tante guerre in 
piena ruina, continuò in quello stato che lo ha condotto al 
successivo abbandono. 

Tuttavia, prima di nascondere i suoi ultimi ruderi tra 
il Atto de' boschi, i! vecchio castello ebbe ancora una volta 
intorno a sé romori di guerra, e diede occfisione al ride- 
starsi di ambizioni che parevano estinte. 

Era il t^mpo che tutto il Mediterraneo veniva corso 
da pirati, cui dava stimolo e difesa il predominio che i 
turchi vi avevano acquistato. Ma non erano soltanto turchi 
coloro che si davano al tristo mestiere, esercitandolo an- 
che cristiani, che dal generale disordine speravano impu- 
nità. Ai pirati giovava aver qua e là, vicino alle spiaggie 
che frequentavano, qualche sito forte e sicuro, per riporvi 



, VI. 



MONTAUTO DI MAREMMA 197 

le prede, rifugiarvìsi, mantenere intelligenza coi complici. 
Montauto parve, per questi scopi, adatto a un gruppo di 
pirati córsi, i quali perciò audacemente vi andarono, e 
chiesero al castellano che li volesse, come amici, intro- 
durre. credesse quegli alle loro parole, o volesse con- 
tentarli per sfuggire peggior male, si persuase, e li ac- 
colse: i ribaldi lo uccisero subito, e s'impadronirono di 
MontautOf castello e rocca ('). Ciò avvenne nel 1487. Mon- 
tauto allora non si trovava nell* immediato possesso del 
comune di Siena, perchè, dopo averne ben determinati i 
confini ('), la signoria lo aveva ceduto, per titolo di pub- 
blica benemerenza, a Pandolfo Petrucci, la cui parte allora 
prevaleva in città, ed a Guido Bollanti, i quali poi lo 
avevano affittato a Francie di Giorgio Tolomei e al conte 
Guicciardo Forteguerri ('). Tuttavia non poteva il Comune 
lasciare che Montauto divenisse un covo di ladroni, tanto 
più che s'intendeva che in tutto 1* avvenuto non doveva 
essere restato estraneo il conte di Pitigliano, Nicola, che • 
doveva sempre con desiderio guardare a que* luoghi, che ! 
per tanto tempo la sua famiglia aveva posseduto e difeso. 
Da Siena, dunque, si mandarono subito sufficienti forze, 
per snidare da Montauto i pirati. Capitano della spedizione 
fu il commissario Bertoldo Foscherani, il quale doveva 
sopratutto impedire che il castello non si rifornisse di 
viveri e di munizioni, onde averlo prontamente a resa. E 
infatti, dopo poco, gli assediati gli fecero dire che, non 
valendo a più sostenersi, se ne sarebbero volentieri an- 
dati: lasciasse loro libero il passo sino al mare, allonta- 
nando alquanto le sue genti, e la guerra cosi sarebbe d*un 
tratto finita. Il commissario, lieto di tanto facile vittoria, 
slargò l'assedio, attendendo 1* uscita de* córsi; ma, sotto 
quasi gli occhi suoi stessi, avvenne allora invece 1* en- 
trata di cibi e di armi, che ai suoi alleati mandava il conte 



(') Mala VOLTI, cit., III. 95. 
(*) Rbpetti, cit. Motìtauto. 
(*) Malavolti, cit., Ili, *J5. 



198 e. CALISSE 

Nicola ('). Ciò saputosi a Siena, si comprese che fra i mer- 
cenari correva, secondo il solito, il tradimento, e che il 
conte di Pitigliano non avrebbe osato, colle sue umili 
forze, provocare la repubblica, se d'altra parte non gli 
si fosse dato eccitamento con promessa di aiuto. Perciò 
si volle subito rinforzare V esercito, ed ai 18 di gennaio 
del 1489, essendo priore Bartolomeo de' Sansedoni, la Balia 
aprì, sulla pubblica cassa, in favore di Francesco Severi- 
no, per ragione della spedizione decretata contro Mon- 
tante, un credito di 400 ducati di oro ('), a cui più tardi 
ne furono aggiunti ancora altri cento ('). Ma, pur così non 
trascurando i provvedimenti militari, si pensava a com- 
porre la questione, che per le suddette ragioni era piena 
di pericoli, per via di trattato, e si mandarono a tal uopo 
ambasciatori al papa, al re di Napoli e a Firenze. I fioren- 
tini specialmente avevano interesse che da piccola causa 
non dovesse propagarsi in Toscana nuova guerra, e perciò 
mandarono un loro commissario, Pierfilippo Pandolfini, a 
cui si aggiunsero i due commissari del papa e del re, e 
tutti insieme, persuaso alla calma il conte di Pitigliano e 
fatti partire i córsi, restituirono Montante al comune di 
Siena. Qui, ai 31 gennaio del 1489, si erano dalla Balìa 
nominati due commissari, il cavaliere Antonio Saracini e 
Tommaso Vannini, perchè ricevessero dai fiorentini il ca- 
stello, compensando loro ogni spesa (*). La consegna ne 
fu poi realmente fatta a dì 8 del seguente aprile, ma in 
mani di un nuovo commissario senese, che si legge essere 
stato Massaino di Gero Massaìni ('). 

Terminata così la questione, si venne a regolarne le 
conseguenze, a riguardo specialmente di ciò che si doveva 
fare di Montante, tornato nel pieno possesso del Comune. 



(*) Mala VOLTI, cit., Ili, 05. 

(*) Docum^ IX. 

C) Docunu, XIII. 

(*) Doriim., X. 

(^) Malavolti, cit., Ili, 95, face, 2. 



MONTAUTO DI MAREMMA 199 

A di 4 maggio dello stesso anno 1489 fu convocata 
la Balìa, essendo priore Leonardo Bollanti, padre di quel 
Guido, cui, insieme al Petrucci, sì era prima fatta la ces- 
sione di Montauto. E si stabili che Giacomo Petrucci e 
Nastogio Saracini andassero al castello, per rifornirlo di 
artiglierie e metterlo in stato di difesa contro altre sor- 
prese. E poiché, durante la spedizione contro i córsi, i se- 
nesi avevano avuto soccorso di artiglierie e di viveri dagli 
abitanti di Manciano, la Balia stabili ancora che queste 
artiglierie dovessero restituirsi, e che, fatte le stime, si 
pagassero a Manciano tutte le spese, che a favore di 
Siena aveva sostenuto ('). Si nominò anche il castellano, 
il quale si vede che fur ser Pietro di Antonio di Casolis, 
perchè a favore di questo, e per ragione appunto della 
castellania di Montauto, si rilascia, con deliberazione dei 
4 di giugno, un ordine di pagamento di dieci ducati di 
oro (*). E finalmente, poiché era fallita la speranza avuta 
di bonificare e popolare Montauto per mezzo dei greci, si 
pensò di poterlo fare con coloni lombardi, e perciò, ai 20 
di aprile del 1489. la Balia adunatasi diede incarico a 
Pellegrino Onesti e a Pietro di Giovanni da S. Prugnano 
di andare in Lombardia, per ricercarvi contadini, che vo- 
lessero scendere nella maremma di Montauto: ai due com- 
missari furono, per le spese occorrenti, assegnati quattro 
ducati di oro ('), ma quale poi fosse il risultato della loro 
missione non si sa. 

Sì può bene però pensare che anche questa volta non 
si andasse al di là dei semplici progetti, specialmente 
osservando che Montauto poco rimase nel possesso del 
Comune, perchè lo riebbe il Petrucci, che tutto allora in 
Siena poteva. Si era avuta la prova di questa sua potenza 
fin da quando i pirati ebbero preso Montauto: Francio To- 
lomei e Guicciardo Forteguerri, che ne tenevano V aflatto, 



(») Docunu, XII. 
(-) Docum., XIII. 
(') Docum,, XI. 



200 e. CALISSE 

furono, per colpa di negligenza, condannati a pagare la 
mulla di 400 fiorini per ciascuno; ina il Petrucci e il 
Bellanti, che l' affitto avean dato, e che n* eran garanti 
dinanzi al Comune, restarono del tutto impuniti ('). E poi* 
che gli accennati avvenimenti avean ripristinato nel di- 
retto possesso di Montante il comune di Siena, la Balìa, 
con deliberazione del 17 giugno 1489, tornò a farne loro 
cessione, cogli stessi patti, co' quali si. era accompagnata 
la prima ('). Nella qual cosa tanto più si vide manife- 
sta la parzialità O, in quanto che, pochi giorni dopo, il 
Petrucci stesso e il suo compagno Bellanti fecero rinunzia 
di Montante al Comune, che in compenso die loro la tratta 
per 300 moggia di grano, sostituita, se per qualsiasi ra- 
gione venisse a mancare, da 300 fiorini per anno. Così 
deliberò la Balìa il giorno 8 di luglio 1489 (*). 

Dopo alcuni anni il Petrucci dovette abbandonar Siena, 
perchè osteggiato da Cesare Borgia, che minacciava la 
città. Egli si accostò allora a Luigi XII, e ne ottenne, 
promettendoglisi fedele, che persuadesse, coirautorità sua, 
la Balìa a richiamarlo, come infatti avvenne ai 29 marzo 
del 1503. In pari tempo si volle Pandolfo acquistare il 
favore di Massimiliano imperatore, promettendogli 14000 
ducati. E siccome di 20000 il Comune era già debitore a 
Luigi XII, che insisteva pel pagamento, il Petrucci si offrì 
a sborsare egli i 34000 ducati, che dovevano servire per 
assicurare a Siena, in mezzo a gravi pericoli, l'amicizia 
dei due potenti sovrani, e li sborsò di fatto nel 1507, ma 
facendosi dal Comune stesso, e col consenso dell'abate delle 
Tre Fontane, che ne era alto signore, cedere l' utile domi- 
nio di Montauto, castello, rocca, territorio, giurisdizione, 
insieme a quello di altri luoghi vicini (*). 



(*) Mala VOLTI, ivL 

(*) Docum., XIV. 

(*) Malavolti, cit, ivi. 

(*) DocuiìUy XV. 

(*) Malavolti, cìt., III. 114. 



ki 



MONTAUTO DI MAREMMA 201 

La fortuna a cui il Petrucci aveva sollevato la sua 
casa, cadde dopo la morte di lui. Nel 1515 si coufìscauo 
i beni ai suoi figli, ed in quel tempo, al più tardi, è a ri- 
tenersi che Mon tanto sia stato ricuperato dal Comune se- 
nese, del quale segui le sortii per ì pochi anni che ne durò 
ancora la indipendenza. Lo stato di Siena era campo di 
guerra fra potenti ambizioni, e la maremma in special 
modo era esposta alle ingiurie perfino dei turchi, che dalle 
altrui rivalità traevan modo di crescer sé stessi. Francesi, 
tedeschi, spagnoli qui d*ogni lato s'incrociavano e com- 
battevano; guardava cupido a Siena Cosimo de* Medici, e 
più audace stava già per mettervi le mani Paolo III, de- 
sideroso d'ingrandirne il nepote Ottavio, fatto duca di 
Castro. Confinando questo ducato col territorio di Mon- 
tauto, parve facile il poterlo qui estendere, e infatti il 
papa, per mezzo del cardinal Farnese, abate per commenda 
delle Tre Fontane, provò a togliere a Siena i feudi antichi, 
che da questa badia la città aveva ricevuto, in succes- 
sione degli Àldobrandeschi, e fra i quali pur Montauto si 
trovava. Però non riusci il papa nel suo disegno, perchè 
s* interpose V imperatore Carlo V, aspirante anch' egli alla 
eredità di Siena, e fece, nel 1543, troncare la lite, che se 
ne era già accesa (')• Ne approfittò la Repubblica per pre- 
pararsi a quegli avvenimenti, che si prevedevano oramai 
inevitabili, e che, nonostante V eroismo della difesa, do- 
vevano riescirle fatali. Il pericolo, che da ogni lato la 
circondava, non era minore dalla parte del mare, dove 
gli spagnuoli tenevano armata, ed avevano occupato ìsole 
e porti, minacciando tutti i possessi de' senesi in marem- 
ma. Anche in questa perciò si provvide a rinforzare pre- 
sidìi ed accrescere difese; e siccome la rocca di Montauto 
era ridotta a misera condizione, si volle che pur essa 
fosse riparata e munita, secondo il bisogno. Cosi deliberò 
il Concistoro nel 1549, e il carico del difendere e rias- 
settare quella rocca diede ai compratori della Marsilia- 

0) Ivi, lU. 141. 143. 



202 C CAUSSE 

na {'), colla quale, dunque, si vede che il territorio di 
Monlauto era stato fin d'allora incorporato. E così rimase 
per lungo tempo. Infatti, quando, caduta Siena, e fattisi 
gli spagnuoli padroni della sua eredità, Filippo II, nel 
1557, fece cessione dello Stato senese a Cosimo de' Medici, 
gli donò in proprietà la Marsiliana, e con questa passò 
alla casa granducale anche il territorio e il castello di 
Montauto, il quale però, a riguardo della giurisdizione, 
rimase sottomesso al dominio spagnuolo, conservato nelle 
maremme coi reali Presidii di Orbetello, Portercole ed 
altri luoghi vicini. 

Fino al 17G1 non si ha più notizia dì Montauto, fatto 
oramai una delle vaste fattorie, di cui ò ricca la maremma. 
Nell'anno suddetto l'amministrazione del granduca cedette, 
con istromonto dei 17 di Inglio, le due tenute, sempre 
unite, di Montauto e Marsiliana in enfiteusi al duca Fi- 
lippo Corsini, pattuendone la durata (ino alla terza gene- 
razione. Un secolo dopo, nel 1862, ne era, per questo patto, 
prossima la risoluzione, quando se ne prese a trattare col 
demanio l'affrancazione, la quale però, dovendosi le regole 
antiche, con cui era stata costituita, ridursi a quelle delle 
leggi vigenti, richiese una lunga preparazione, di modo 
che si potò soltanto effettuare nel 1889 ('). La nobile fa- 
miglia, che ne divenne così proprietaria, volle allora divi- 
dere i due possedimenti, conservando la Marsiliana e tra- 
afitromìn ngr Vendita, Montauto nella Casa dei marchesi 

iì Civitavecchia. 

to modo, alle lunghe gare di conquistatori, ai 



lo iiitero Consistono fu iluliberato che i compratori 
jia guardnssero la rocca di Montauto e la ri e liticassero 
ro >. Debbo alla cortesia dui Cav. Lisiiii anche questa 
i dal K. Archivio dì Stato in Siena, Couci.itoro, Libri dì 
L. 344. 

mpiuta l' nlTrancazione dai n. u. il Sig. Priuci|>e Tom- 
che ha avuto la cortoisin di darmi (juestu notizie, e clic 
mte ({ul ringrazio. 



MONTA UTO DI MAREMMA 203 

coDtioui romori di guerra, al comparir frequente di gente 
straniera ban fatto da gran tempo e continuano oggi a 
far seguito sulla contrada di Montauto la cura de' cam- 
pestri lavori, il canto de* boscaiuoli, la caccia allietata da 
munifica ospitalità: ma sopratutto, non più turbata, vi ri- 
posa, con calma solenne, il suo sguardo natura, e dal 
seno profumato de* boschi vi parla il linguaggio, che non 
può trovar mai chiusa la via del cuore dell* uomo. 



Pùsa, 



e. Calissb 



204 e. CALISSE 



DOCUMENTI 

I (1328 - 5 llann) 

n (1435 • 3* LasM 

m. (1457 - C OCtobrr) 

IV (1478 - U Lnctw) 

V (14?; - ai Lasdìo) 

VI ( « « « ) 

Vn (1474 - 24 Aprili^) 

Vili. ( « - 19 Gin^nw) 

IX. (14«9 - 18 G«flmio) 

X ( « - 31 * ) 

XL ( . - ai Aprik-) 

XII ( « - 4 Um^cv^ì 

XIII ( « - 4 Gi8j:»o| 

XIV I • - 17 i«iasw>) 

XV ( * - 8 Lvslioi 



L 
Ldxiocico ùnpaxìtorr concrdir Jdontiwto fti nitri ìuotjhi in fntdo 

ad Ugoiinnccio deBaschL 

Likìovìcos Dei gratia Rcauanaram impera tor sempsr Aa^;:astas. 
Nolnlibus virìs U^^iìnnocio Certalino et Bukìoccìo fratrìbos, nafcis 
quondam Neri, et Nerìo Cello et Bind^ fratribos« élìis qac«dam 
Cechi de Baarlii:». suLs et imperii £delib'JS dUecds gratiam soam 
et ecuiie Kxuam. Imperiaìem decet ^^ertiam suMiios snos precipue 
b^jìemerìtcks multi|>Iioatis grariU et benetìoìLs honorarec ex inde &ùm 
ìp».ìnim tielium aiun^tur devorix et alii ai diel;tat«ii haiasBiodi 
taoilìos proTwamtur. Uuvìe no»*, intuìtu pf^smisi^ram et ob vestre 
merita prv*H:atis» :il>i Ugolinuvviv^ et hewdlbas uiis castnim Man- 
ciani et casmim lloiiti;s Acuti c;^treiLsis d\^xe:5Ìs et castellale Sa- 
turni Sciane d\-vjcet!Ì2s cum domìbas* cajsaùliii* 'is et tortili tiis ipscmm 
et oiiiu.sIì>?t eonuzk cum uuìversis b.'^ciiiii' as baVì:;witiVas et habi- 
tAiuHs ia ca^^ris prtóotis *u quolilvt predica?rcia, cec non cum 
cuHLsv terri:criÌ5. pasciiìi;» sÌAÌ:ìk cul:ìs et invuliìs ac etiasi pedagiis 
et tlieclcc-e-s ip^oram castzvruia et crù^^Ii'.vt eoroaa. sea ad ipsa 
castra vel alrer^xm ìi^tìcruui s;>ec:aii:idk et generili ter com omnibas 
ì^irìros et riri^ :ì.:ìì -/s tiim rev\I: si:? ^*.2ar:i jvr^^cAlibas ad ik« 
et r*:rrA:i:izì i:::i^rì'JL::i |>?rti:ieiitiVu^ ^ujili^erctisi*;^:», in nobile 



k 



MONTAUTO DI MARRMMA 205 

feodom, oonoessam per nos tibi dom fangebamur regia dignitate, 
proat de concessione predicta per nosfcras patentes litteras appa- 
rerò dignoscitnr, manifeste de imperiali clementia ex certa acientia 
coafinnamos, ac etiam de novo conoedimos, ipsamqne nostram con- 
oessionem, proat in ea continetor per ordinem, ratificamas, et etiam 
approbamas tibi ultra concessionem predictam de novo de spetiali 
gratia concedentes nt castra predicta cum omnibus iuribua supra- 
scrìptis possis et valeas dividere inter te et Nerium Cellum et 
Bindum natis quondam Cechi et Oerfalinum et Binduccium fratres 
tuos et filios quondam Neri predicti, ipsisque et cuilibet ipsorum 
de dictis castris et quolibet eorum et omnibus eorum iuribus supe- 
riusexpressis portionem adsignare prout de tua processerit voluntate. 
Batificantes et approbantes omnem divisionem per te faciendam de 
castris predictis inter pre&tos superius nominatos. Non obstante 
quod tibi sulummodo et heredibus tuis concesserimus dieta castra, 
ad hec quoque volentes voe uberioris gratie dono prosequi castrum 
Abbatie ad pontem tibi Ugolinuccio et heredibus tuis prò tertia 
parte et vobis Nerio, Cello et Binduccio et heredibus vestris prò 
alia tertia parte et vobis Cerfallino et Binduccio prò reliqua tertia 
parte et heredibus vestris, cum omnibus iuribus, hominibus^ forte- 
litiìs et aliis iuribus quibuscumque pertinentibus ad castrum pre- 
dictum, vobis predictis portionibus in nobile feudum concessum prò 
nostram regiam maiestatem usque ad nostrum et sacri romani 
Imperìi beneplacitum,etCastrum Mentis Maranii, castrum franchum, 
secnndum divisionem per vos factam sicut iuste tenebatis et pos- 
sidebatis vobis confirmatam per nos dum eramus in regia dignitate, 
imperiali auctoritate ex certa nostra scientia confirmamus, ac etiam 
de novo concedimus, ipsamque concessionem, prout in ea per ordi- 
nem continetar, imperiali auctoritate ratificamus ac etiam approba- 
mus. Nulli ergo omnino hominum liceat hanc nostram concessionem 
coafirmationem et approbationem infringere, vel ei ausu temerario 
ccmtraire, si nostre maiestatis indignationem et penam mille mar- 
camm auri, prò dimidia nostre fiscali camere applicando et alia di- 
midia parti lese, voluerit evitare: in cuius rei testimonio presentes 
conscribi iussimus, et nostre maiestatis sigillo munimine roborari. 
Data Rome anno Domini Millesimo cccxxviii. Die vicesimo 
quinto Martii, Regni nostri anno xiiij Imperii vero primo. 

Ego Antonius filius olim Ser Ioannis Massi de Senis, publicus 
apostolica et imperiali auctoritate notarius iudexque ordinarius, 



200 e. CALISSE 

omne id totttin et quldquid supra scriptum, sumptum et exempla- 
tum est manu mei Antonii notarti prefati vidi, legi et inveni in 
quibusdam litteris seu privilegio serenissimi imperatoris romano- 
rum Ludovici, eius vera et consueta bulla rotunda albe cere bul- 
latis seu buUato: pendenti in filis siricis crocei et viridis coloris, 
in qua quidem bulla ex parte una erat sculpta imperialis maie- 
stas in trono sedens: in manu destra sceptrum habens, in sinistra 
vero pallam, et subpedibus quedam animalia, et circum circa erant 
quedam littore, que ob tactum manuum legi non poterant: ex alia 
vero parte diete bulle erat sculpta aquila cum alis patulis et cir- 
cum circa erant scripte littore huiusmodi tenoris, videlicet: f luste 
indicate filii hominum. Quod quidem scriptum et exemplum cum 
originali scriptura predicta diligenter et cum doctissimis viris Ser 
Galgano Petrocci, Ser Burghesio lohannis de Borghesi! s, Ser Conte 
lacobi Cionis de Marsilii, Ser lacobo Leonardi de Bertinis notariis 
et civibus Senarum infrascripti in presentia Mag.<^* et generosi equi- 
tis domini Baptiste de Bendediis de Ferraria, dignissimi potestatis 
Givitatis Senarum, prò tribunali sedentis ad eius solitùm iuris ))an- 
chum ad ius reddendum more solito, qui, predictas licteras seu 
privilegium videns et respiciens et eas inveniens integras et inle- 
sas et dictum sumptum et exemplum cum dieta originali scriptura 
bene concordare inveniens suprascripto sumpto et exemplo et om- 
nibus et singulis suprascriptis, suam et Magnifici Gomunis Senai'um 
auctoritatem interposuit et decretum auscultavi. 

Et quia bene prefatum sumptum et exemplum cum dieta ori- 
ginali scriptura concordare inveni, nil addito vel diminuito quod 
secundum mei notarii conscentiam sensum mutet vel variet in tei- 
lectura, ideo hic me pubblico subscripsi signum, nomenque meum 
apposui consuetum in fidem, robur et testimonium omnium premis- 
sorum, vel annis Domini nostri lesu Ghristi ab ipsius salutifera 
incarnatione Millesimo quadringentesimo septuagesimo quinto, indi- 
ctione nona, insta stilum et computum notariorum Givitatis Sena- 
rum ; Die vero decima nona mensis Decemlms. Tempore pontifì- 
catus Santissimi in Ghristo patris et Domini Domini nostri Pape 
divina providentia Sixi (sic) quarti: regnante serenissimo principe 
et Domino Domino Federigo ter t io Dei gratia Bomanorum impe- 
ratore semper Augusto. Goram et partibus spectabiliìius viris Do- 
mino Bartholomeo Simonis Peccio causarum procuratori, Ser Ghri- 
stoforo Francisci Turelli de Gavorrano et Ser Angelo lacobi de 
Sartheano notariis et civibus Senarum, testibus ad predicta adlii- 
bitis, vocatis et roga ti s. 



MONTAUTO DI MAREMMA 207 

Conte di lacomo Marsilì, Borghese di Giovanni Borghesi, la- 
como del fu Leonardo Berlini e Galgano del fri Petrocio di Paolo 
del G rissa giudici e no tari autenticarono la copia delPatto colla 
loro sottoscrizione. Tra le pergamene della collezione diplomatica 
esiste il privilegio originale. 

{Archivio di Stato in Sieìia - Caleffetto N. 5 a e. 302^). 

IL 

Provvedimenti per V esercito spedito contro Montauto, 
che il conte Aldobì'undino aveva tolto ai Senesi. 

30 luglio 1455. 

Die Mercurii xxx lulii Magistro Bartalo Priori. 

Excelsi et potentes Domini Civitatis Senarum convocati et 
congregati in eorum consueta residentia et servatis inter eos op- 
portunis solennitatibus decreverunt etc. 

Ac etiam decreverunt quod lacobus lohannis ser Minocci sit 
commissarius in campo centra Montem Acutum in quo vadat Leo- 
nettas cum peditibus suis et alii comnestabiles ordinati. Et sì do- 
rninus Antonius Petruccius vult ad illas partes ire, possi t prò libitu 
Ano voluntatis, sine aliquo salario recipiendo dictus Dominus An- 
tonius a Comuni nostro prò dieta commissione, prout alias decre- 
tnm fuit, et quod dictus lacobus scribat Leonettura in castris pre- 
fatìs cum eius comducta et refera t. 

{Archivio di Staio in Siena - Deliberazioni di Balìa voi. I. 
r. 20t). 

HI. 

Quietanza fatta al Coìnune di Siena da Galgerando Ribes, 

commissario del papa, della soìnma di fior, 368 

pagatigli per la custodia del castello di Montauto, 

6 ottobre 14r>7 

In nomine Domini ammen. Anno nativitatis eiusdem Millesimo 
quarlrìngentesimo quinquagesimo septimo, indictione sexta, die lovis 
Hexta Octobris. Pontificatus Sanctissimi in Xristo patris et domini 
domini Calisti divina providentia pape tertii anno tertio. Pateat 
omnibus ovidenter, presens publicum instrumentum insi^ecturis, 
quofl cum, ut asserucrunt partes infrascripte, castrum sive arcx 
Montis Acutoli in patrimonio dictionis Magniiice Civitatis Senarum 
ablatum fuerit Senensibus a Comi te lacobo Piccinino, et de inde 



208 C. CALISSE 

ab eodem Comlte lacobo traditum Gomiti Ildibrandino de Ursinis 
Corniti Pitìglìani, et per arbitralem sententìam quondam Illustris- 
simi Principis Alfonsi Serenissimi Regis Aragonum, in confetione 
pacis traditam, dictum castrum seu arcx adiudicatum fuerit resti- 
tuendum Senensibus hoc modo, videlicet : quod idem Ildibrandinus 
ipsum castrum traderet in manibus ipsìus Regis seu eius conmis- 
sarii, et Rex ipsum traderet in manibus Pape seu eius conmis- 
' sarii, et Papa suo nuto ac placito restitueret illud Senensibus a 
qui bus a))latum fuerat. Et secutum fuerit quod ipse Comes Ildi- 
brandinus assignaverit arcem ipsam cum suo tenimento Nobili viro 
Piero Gratia commissario prelibati Serenissimi Regis, et idem re- 
gius commissarius assignavit magnifico militi Domino Galgerando 
Ribes de Catelonia conmissario prelibati Sanctissimi Domini nostri 
Pape Calisti, et ipse Dominus Galgerandus Ribes custodierit seu 
custodiri fecerit dictam arcem prò tempore octo mensium et dierum 
decem, et illam arcem de mandato Pape demum restituerit in ma- 
nibus Comunis Senarum seu Prancisci de Cianis eiusdem Magni- 
fici Comunis Senarum commissarii, et prò custodia et mercede pre- 
fate arcis et impensis in ea factis recipere debuisset ducatos tre- 
centos sezaginta octo de camera, computatis in dieta summa aliquibus 
impensis ab eodem domino Galgerando prò utilitate arcis prefate 
factis ; et de dictis pecuniis, tam prò custodia quam aliis impensis, 
integre fuerit idem Dominus Galgerandus Ribes solutus et satis- 
factus a prefata Magnifica Civitate Senarum, et prò dieta Comu- 
nitate a Leonardo de Benvolentibus Comunitatis eiusdem, ad sum* 
mum Pontificem Magnifico Oratore, per bancum de Miraballis et 
Ambrosii de Spannocchis in Romana Curia mercatorum. Compu- 
tatis in hac summa ducatis undecim et tribus quintis de camera, 
qui prò dicto Domino Galgerando Ribes fuerunt soluti Senis spe- 
ctabili viro lacobo Guidini lanifìci de Senis eiusdem domini Gal- 
gerandi asserto creditori. 

Hinc est quod venerabilis vir Dominus lohannes Ril>es, Cle- 
ricus Barchinonae, Pape cubicularius, ac filius maior olim et 
nunc heres prò parte prelibati Domini Galgerandi Ribes, suo 
nomine et prò se ipso ac vice et nomine fratum suorum et 
coheredum die ti domini Galgerandi Ribes eonim olim patrìs, nu- 
per in magnifico magistratu senatoris alme urbis Rome defun- 
cti, prò qnibus de rato et rati halntione promisit asserens se 
dicto nomine bene contentum solutum et satisfactura de dieta quan- 
titate pecuniarum trecentorum sexaginta octo aureorum de camera 



i 



MONTAUTO DI MAREMMA 209 

a prefata Magnifica Clvitate Senarum ipsam comunitatem cvtque 
Leonardam oratorem prefatum illius nomine ac me notarium infra- 
scriptum tanqaam publicam et anctenticam personam vice et nomine 
diete comanitatis recipientem stipulantem et acceptantem liberavit, 
quieta vit et absolvit, et prò quietata, liberata et absoluta esse voluit 
ab eadem quantitate et ab omni et toto eo quod aliqualiter prefatus 
Dominus Galgerandus eorum pater quoquo modo aliquando recipere 
tenebatur a dieta Magnifica Comunitate Senarum occasione castri 
arcis seu tenì menti Mentis Acutoli antodio ti, hac tamen condi tiene 
et poeto expresse declarato quod si unquam et aliquo tempore ap- 
pareret prefatum lacobum Guidini non fuisse creditorem dicti Do- 
mini Galgerandi Kibes in prefatis undecim ducatis et '/^ neque 
eos recipere del^ere, quod tunc et eo casu Comunitaa prefata Sena- 
rum solvat et solvere teneatur illos eidem Domino Ihoanni Eibes 
et fratribns suis, reservato regressu eidem comunitati centra laco- 
Ijum prelibatum eadem prò quantitate videlicet ducatorum undecim 
et trìnm quintorum de camera, et pactum fecit idem Dominus 
Ihoanes Ribes nomine quo supra de ulterius non potendo dictas 
pecuniarum summas a prefata Magnifica Comunitate Senarum vel 
alteri cuicumque persone. Promictens insuper idem Dominus Ihoan- 
nes, nonùne quo supra, Leonardo oratori prefato ac mihi notario 
pu))lico infrascripto, ibidem presenti et ut supra stipulanti et re- 
cipienti, sapradicta omnia firma, rata et grata habere et observare 
tenere, firmi torque et in violabili ter adimplere et centra non facere vel 
venire de iure vel de facto ; et quod ius suum prefati Domini Ihoan- 
nis diete nomine de predictis pecuniis in tx>tum vel in partem 
nulli alteri esse datum, cessum, mandatum vel quovis modo alie- 
natum seu remissum. Et si centra factum fuerit, prefatam Magni- 
fìcam Comunità tem Senarum et cuiusque eorum successorem* et 
})ona indempnes et indennia conservare sub pena et ad penam 
dupli diete quantitatis, quam penam nomine quo supra diete specta- 
l)ili oratori et mihi notario presenti et ut supra stipulanti et re- 
cipienti dare et solvere promisi t, si et quotiens conmissa fuerit prò 
singnlis capitulis aupradictis, et pena conmissa soluta vel non, pre- 
dieta firma esse cum integra refectione dannorum interesse et exjien- 
sarum litis et extra. Pro quibus omni])U8 et singulis observandis 
firmi sque tenendis et adimplendis dictus Dominus Ihoannes nomine 
quo supra oì)ligavit se et dictos eius fratres et eorum heredes et 
Iwna omnia presentia et futura iure pignoris et ypotece prefato 
oratori et mihi notario pul>lico infrascripto presenti ut supra sti- 

BulUtt. Senese di St. Patria — 11-1 89G 15 



àio e. CALISSB 

pillanti et recipienti. Benuutians in predictis exceptioni non habi- 
t«ram non roceptorum dictorum denariorum et non numerate pe- 
cunie, rei diete modo non geste vel aliter geste, conditioni siue 
causn, in factum action!, fori privilegio, aliter dictiun quam scri- 
ptum, et e convengo doli mali in metu ac fraude et omni alii iuris 
et legum ausilio, l^encficio et favon et sìhi dicto nomine competenti 
et competituro, et Hponte iuravit ad sancta Dei evangelia, nomine 
quo Bupra, corporaliter manutacti;) acri[iturìs, predicta omnia singola 
vera esse, et ea firma et rata et grata haljere, perpetuo tenere et 
observare, et non contrafacere aut venire de iure vel de fact« aliqua 
ratione iure vel causa in iudicio sive extra. Cui Domino Ihoamii, 
nomine quo supra, presenti, volenti et predicta omnia sponte confiten- 
ti, ego notarius et index ordinarius in frase ri i> tu a nomine iuramenti et 
guarentire mandavi quod supradicta omnia nomine quo aupi-a adim- 
pleat et observet ut superius jiromisit et scriptum est. De quibus 
omnibus et singulis supradictus orator nomine qno aupra sibì unum 
vel plnra pablicum vel public» fieri ac contici petiit instrumenta. 

Que omnia et singula acta et facta est Rome in domo habi- 
tationis prefati Domini Ihoaonis Ribes prope Capitolium, presen- 
tìbuscoram Antonio Cole Maglonis cive romano et de regione Pince 
et Nello Parentis de Urbe de regione Transtiberina, testibua ad 
hec vocatis presentibus babitis et rogatis. 

Ego DominicuK Fetri de Bucine Aretine dyocesì.-i, publicus im- 
periali auctoritate curieqne causarum camere aposlolice notarius et 
scriiia quia premìssis omnibus et singuli» dum sic ut premittitur 
agerentur et facient una cum prenominatis testibus preseus fui, 
eaque omnia et singula sic fieri vidi et andivi: idcirco hoc pre- 
sens publicum instrumentum, per aliiim me aliLs occupato nego- 
tiis fideliter scriptum, es ìude confeci, subscripsì, pnblicavi et in 
liane publicam formam redegi, segnoque ac nomine meis solitis et 
consuetis segnavi, rogatus et retjuisitus in lidem et te^ìtìmonium 
omnium et singulorum premissorum. 

(Arvhìcio di Stalo in Siena - Diplomatico «<( (ittiiHfn Rifor- 
magioni Leone N. I7'^*). 

IV. 
firt il Comune ili Sinm ed Anna Pateo/in/it 
me e il yocenin tti aita colonia tti G'-evi iii ^folllau^o. 

ta erìt [lotitio titctn pr<> p:irle Tlliistris diamine Anno 



moktauto di maremma 211 

Palegine Costantinopolitane olim sponse Imperatoris Romeorum et 
Costantinopolis et iilie quondam Illastris principis domini Luce ma- 
<;ni ducia Romeorum, et super eius petitione tractatus habiti cum 
Civihus per Magnificos dominos Senenses ad hanc praticam electos, 
que petitio et conventiones sive tractatus sunt infrascripti, vide- 
licet : 

1 ) In primis petit ipsa domina Anna prò se et successorihus suis 
heredihus universalibus in perpetuum Castrum dirutum Montis 
Acuti cum eius curia ad usum eorum cum pactis, conventionibus 
et modiiìcationibus infrascriptis, et cum hoc quod talis successor 
non sit persona suspecta Comuni s Senarum, et non sit aliquis do- 
min US in Italia nec filius domini in Italia. 

2) Quod ipsi domine Anne et suis liceat ac debeant edificare, 
murari et murari facere unum castrum ad eonim libitum prope 
arcem dicti castri, eius magnitudinis et capaci tatis quam volet ipsa 
domina Anna et sui ac posteri, bene fortem et munitum, habitabile 
et hahitatum prò centum famib'is adminus, construendum infra quin- 
que annos proxime secuturos et incohandos in ex tate proxime futura 
anni Mcccclxxiij, et omnia facere suis sumptibus propriis et suorum. 
Et ipsnm Castrum deV)eant custodire et tenere semper ad honorem 
et statum Magniiìci Comunis Senarum, sine aliqua impensa ipsius 
Comunis Senarum. Qui locus castrum Curia et homines sint et 
esse intelligantur sub comi tatù et de comi tatù semper ipsius Comu- 
nis Senarum cum mero et mixto imperio et dominio Cj^munis Se- 
narum cum modiiìcationibus infrascriptis. 

3) Item quod arcs ipsius Castri sit et remaneat semper in ma- 
ni bus Magnifici Comunis Senarum, et ab ipso custodia tur et del^eat 
adherere muris ipsius Castri nui)er construendi prò vigintiquinque 
lirachia more Senensi vel circa. In quo muro castri sit una porta 
in conspectu arcis, per quam tempore necessario possi t esse gressus 
ab arce ad castrum, que porta tamen semper stet clava et de illa 
teneat claves castellanus, et aperiatur tantum tempore necessario. Et 
due parve ale trahantur a muris castri ad arcem, et in ilio medio sit 
|>orta, ita quod lil^ere possi t castellanus ire ad ipsam portam sine 
impedimento, cum fuerit necessarium et ad mandata Magnificorum 
dominorum Senensinm. 

4) Item quod ipsa illustris domina Anna, prò se et successo- 
ribus suis et suis hominibus et liabitatoriì)us dicti Castri, iurabit 
in manibus Magnificorum dominorum Senensium seu commissario- 
rum suorum fidelitatem et ol)edientiam, observandas insfrascriptas 



212 e. CALISSE 

fT gnpraacriptas convenctiones et pacta perpetuo, et tenebant amicos 
Comanis Senarum prò amicìs et inimicos prò inimici s, et facient 
exercìtiiin hostem et cavalcatam prò facultate ipsius castri ad man- 
data Kagniiicorara dominorum Seneusiam, quibus ant suis commis- 
flarìui dox militis ipsoram et homines dicti castri obedire debent 
pn> honore et stata reipnblice Senensis. 

5) Item qaod ipsa domina Anna et homines ipsius castri Ec- 
clesìe Cathedrali Senarum quolibet anno in festo asumptionis Vir- 
j^nis Marie teneantur offerre unum cerum de libris quinque cere, et 
Comuni Senarum prò recognitione libras quinque denariorum Senen- 
flinm et Camerario bicheme prò ipso Comuni recipienti, et hoc fiat per 
decennium proximum, et post decem annos offerant bravium fìen- 
dum expensis opere ipsius ecclesie prò quo solvant ducatos duos 
Comunis Senarum, et si notabili ter crescerit numerus hominum 
ibidem habitantium discrete augumententur dicti census propor- 
tionabiliter a centum familiis ad centum familias prò illis et prò 
ilio numero hominum qui ibidem reperietur ad habitandum singu- 
lis annifl in dicto festo. 

G) Item teneantur ipsa domina Anna et ipsi homines emere 
et levare sai prò eorum usu a Magnifico Comuni Senarum in Or- 
lietello prò solidis decem quolibet starlo, et aliunde non possi nt 
nec debeant habere, nec de ilio alieni vendere seu dare in territorio 
Senarum. 

7) Item assignentur eidem domine Anne prò se et hominibus 
dicti Castri per Comune Senarum due bandite, quarum una sit prò 
vineiM et arboribus domesticis in loco convention prope castrum 
et vocetur e « confini dele vigne.» Altera bandita sit prò eorum l3e- 
Htiis domatis ad arandum et bestiis domesticis quibus possint uti 
ad eorum unum, et sit ad sufficiQntiam centum parìum bovum, et 
liceat eisdem domine Anne et predictis hominibus tenere et pascere 
et teneri fiicere et custodire in dieta curia Mentis Acuti omnes ha- 
bitantium l>estias proprias cuiuscusque generis sint, siue aliqua so- 
lutione facienda Comuni Senarum. De aliis autem bestiis quas 
tenerent in soccltam vel per alium modum ab aliis solvant tantum 
prò medie tate. 

8) Item quod dogana bestiarum Comunis Senarum et quecumque 
boHtie ab ipso Comunis Senarum fidate possint in dieta curia Men- 
tis Acuti pascere exceptis in dicti s bandi tis, et eorum pasturis uti 
])OHHÌnt Illa curia cum eorum commoditatibus et alia exercere in ea 
et facere prout hacteuus fecerunt et consuetum est, dum modo non 



MONTAUTO DI MAREMMA 213 

dannificent loca exculta et fata habitantium dictorum Monti» Acuti. 
£t 8Ì alìqais de fidatis dannificaret teneatur solum ad emendatio- 
nem et non ad aliqaam penain. 

9) Item possint dieta domina Anna habitatores dicti Mentis 
Acati et eis liceat laborare et cultivare et laborari et cultivari facere 
in dieta caria Mentis Acuti ad eorum beneplacitum granum, bladum 
et alia semina, serere arbores et vinca plantare et recolligere, sine 
aliqoa solutione facienda Comuni Senarum prò terratìco eorundem 
laborerìorum seu alia gravedine, ac ligna incidere prò eorum usu et 
necessitate tantum: et hec liceat sulommodo iUis qui familiari ter 
habitabunt in dicto castro Montis Acuti, laborando et cultivando 
prò ipsis propri is et non prò aliis. 

lOj Item liceat diete domine Anne et eius successoribus per 
tempora super venientibus et eiusdem hominibus habere et depu- 
tare officialem et officiales quos voluerint grecum, qui in civilibus 
et criminali bus et custodia castri gubemet, et ministret iustitiam 
cuiconque lustinianas leges et secundnm eorum mores et consuetu- 
dines ac reformationes per grecorum impera tores editas seu per hoc 
dominos seu per dictos habitatores edendas, dummodo non sint centra 
Magnificum Comune Senarum nec centra eius cives seu alios subdi- 
tos suos. Et si alium unquam o£B.cialem eligere veUent quam Grecum 
ipsnm, eligant Civem Senensem et de rigimine Civita tis et non 
aliunde. Et immediate post triginta annos a die celebrationis et ac- 
ceptationis capitulorum, ipsi teneantur eligere tres cives Senenses de 
regimine, videlicet unum prò monte, de quibus unus confìrmetur in 
eorum officialem per Magnificos dominos et Capitaneum populi Se- 
narum prò sex mensibus, et sic servetur in perpetuum de sex mensi- 
bus in sex menses, et salarium dictis officialibus ordinandum solva- 
tar per eos, et omnis condennatio per dictos officiales facta appli- 
cetur fisco eius castri. Et quandocumque acciderit malefìtium aliquid 
per aliquem ex dictis habitatoribus conmicti, quod secundum leges 
et statata Senarum mereretur penam morti s, de ilio cognoscant 
tantum officiales Civitatis Senarum Senis. Reliqua vero delieta 
sint ad inditi um consti tntum illius castri, que punienda sint se- 
cundum leges et mores Grecorum. Cum hac declara tiene quod de 
delictis commictendis per ipsos habitatores Montis Acuti observe- 
tur quod, si delictum fuori t commissum per ipsos vel aliquem ipso- 
rum extra curiam Montis Acuti, cognoscatur per officiales Comunis 
Senarum, per statuta ipsius Comunis Senarum, Senis tantimi et 
non in comitatu. Si vero commissum fuerit malefìtium si ve delictum 



214 e. CALISSE 

per ipsos vel aliquein ipsorum iu castro et curia Montis Acuti inter 
ipsos, cognoacatur per officialein die ti loci. Si vero inter ipsos et 
alios sive cives siye coinitatinos sive forenses, non possit cognosci 
per officialem die ti castri, sed cognoscatur per officiales Civitatis 
Senarum. Si vero commissum fuerit in dieta curia sive castro per 
aliquem hominem non habitatorem Mentis Acuti nec centra ali- 
quem habitatorem Montis Acuti, simili ter cognoscatur per ofiicialem 
Comunis Senarum, et ipsi officiales Montis Acuti et homines dicti 
loci teneantur prestare officialibus Senensibus.auxilium et favorem, 
quando esset delictum puniendum extra dictum castrum ut supra, 
que delieta punienda extra dictum castrum denuntiari debeant per 
officialem seu sindicum suum Comuni Senarum seu suis offitialibus 
infra unum mensem a die commissi delieti, sub penis iu statutis 
contentis. Et similiter iudicetur, videlicet si alii de comitatu et 
districtu Senarum sive etiam cives leserint habitatoris Montis Acuti 
extra dictum castrum et curiam Montis Acuti vel ubicumque, pu- 
niantur ab officialibus Comunis Senarum. 

11) Item quod dicti homines Montis Acuti teneant et servient 
pondera, mensuras et mouetas et servent secundum mores, stìlum 
et consuetudinem Civitatis Senarum. 

12) Item quod debitores Civium et subditorum Senarum non ha- 
l)eant in Monte Acuto et curia eius franchisiam prò debitis civi- 
libus vel criminalibus seu quomodocumque condennati essent, sed 
centra eos possit cognosci et procedi sicut in aliis locis comitatus 
Senarum, et centra ipsos homines de Monte Acuto prò debitis civi- 
libus possit cognosci ibi ac in Civitate Senarum et in ilio loco ubi 
debitum fuerit contractum, et non alibi in comitatu et territorio 
Senarum, et hoc tantum prò illis qui familiariter habitabunt in 
ipso Monte Acuto. 

13) Itera liceat predictis hominibus Montis Acuti suas bestia» 
et ammalia quecumque ducere et duci facere quo vulunt de dieta 
curia ipsius Montis Acuti sine solutione alieni us cabelle, dummodo 
non transeant per alias partes comitatus et territorii Senarum : 
possint tamen mietere in comitatu Senarum ibidem remanendo qua- 
scunque bestias sine solutione pedagii vel cabelle: et si vellent 
extrahere bestias de comitatu Senarum et eas ducere ad eam cu- 
riam et castrum Montis Acuti, non possit hoc facere sine licentia 
consilii populi Comunis Senarum, quod debeat cognoscere utrum ad 
eorum usum necessarium duxerint an ad extrahendum extra comi- 
tatum, et tunc fiat secundum iuditium dicti consilii populi. Si vel- 



MONTAUTO DI MAREMMA 215 

lent extraere extra comi tatuili et curiain Mentis Acuti solvant; ai 
vero prò usu eoruin cognitum fuerit per dictum consilium dictas 
J)e8tias ad dictum Montem Acutum et eius curiam duci oportere, 
tunc nichil solvant. 

14) Item Hceat dictis horainibus Montis Acuti eorum proprium 
^ranum et bladum in dieta curia recolectum extrahere undecumque 
de Gomitata Senarum, sive per mare sive per terram, aine aliqua 
iiolutione. Et ai vellent illud granum extrahere de Comitatu Sena- 
rum vel de Curia Montis Acuti recoUectum, per alios quam per 
ipsos homines ])ortare non possint, et nec hoc facere sine licentìa 
dicti consilii populì, quod debeat cognoscere utrum ad usum eorum 
necessarium vellent portare et indici in Monte Acuto, an ad extra- 
hendam extra comitatum, et tunc fiat secundum indici um dicti con- 
silii. Si vero prò usu eorum cognitum fuerit per dictum consilium, 
tunc nichil solvant ; et hec facultas extrahendi granum de curia 
Montis Acuti extra comitatum Senarum sive per terram sive per 
[)elagus sine ca1)ella duret per tempus xx annorum, et ab inde in 
aiitea solvant tantum soldos decem prò medio Comuni Senarum. 

15) Item dicti homines de Monte Acuto possint emere quas- 
r.Minque res et mercantias prò eorum usu uìncunque volueriut et 
illas portare ad Montem Acutum sine solutione cabelle vel pedagii, 
excepto si illas emerent Senis vel transitum facerent per Civita- 
tem seu»comitatum Senarum, et tunc solvant cabellam sicut alii 
cives solvunt. Sed si vellent habere pannos de lana prò mercantiis 
et aliis vendere, illos emant de panni s Senensibus et non aliunde. 
Xec possint alias mercantias mietere in Ci vitate vel comitatu Se- 
narum nisi solvant ciibellam. Sed si vellent mietere in Montem 
Acutum et eius curiain prò usu eoruin tantum per mare nichil 
solvant. 

16) Item quod ipsa domina Anna et eius successores qui tem- 
j)ora enint quandocunque necessitate compulsi, maxime prò mari- 
tando aliqua ex eorum puellis et post annos quinquaginta et per 
masculam posteritatem non haberent, volueriut relinquere et se alie- 
nare a dicto castro; tunc attenta et considerata melioratione ipsius 
ca.stri, videlicet impensa facta in edifitiis murorum dicti castri et 
domorum propriarum dictorum dominorum et successorum suorum 
et propriarum possesaionum suarum quas dimittere volent, Magni- 
ticum Comune Senarum debeat compensare et satisfacere illis prò 
duobus tertiis dictarum impensarum huiusraodi i>er eos factarum, 
arbitrandarum et extimandarum per bonos viros ab utraque parte 



216 e. CALJSSE 

elìgendos, remanenti bus tamen incolis et habitatoribus dicti castri. 
Ita quod per dictornin dominornm absentiam dlcti hoinines de ca- 
stro non recedant, sed remaneant in doinibas suis. Quibas homini- 
bus sic remanentibus serventur ille conditiones et illa capitula de 
quibus visum et determinatum fuerit Consilio populi ipsìus Civita- 
tis Senarum, et de domibus per eos constructis, possessionibus suis, 
vineis et laboreriis et aliis edifitiis per eos factis nulla fiat com- 
pensa tio, sed remaneant dictis hominibus cuius sunt et erunt: muri 
vero, domus et possessiones ut supra a Comuni Senarum compen- 
sata remaneant libere ipsi Comuni Senarum. 

17) Item quod prefata lUustris domina Anna per se et suc- 
cessoribus suis et Illustris germanu suus dominus lacobus ac 
etiam Magnificus vìr dominus Franculius Servopulus uobilis Con- 
stantinopolitanus et eorum successores et posteri sint Cives Sena- 
rum et privilegio Civitatis Senarum utantur et gaudeant in per- 
petuum cum omnibus privilegìis et indultis quibus gaudent origi- 
nales Cives Civitates Senarum. 

18) Item quod supra dieta pacta et conventiones serventur 
perpetuo in ter Comune Senarum et dictos contrahentes et succes- 
sores suos qui per tempora erunt et locum ipsum possidebunt sin- 
gula singulis referendo salvis semper predictis. 

19) Item quod dieta capitula intelligantur ad bonam fidem et sa- 
num intellectum in omnibus et per omnia in eis contenta, et si qua 
in eis aliquando dubietas oriretur declaretur per consilium populi 
Civitatis Senarum. 

20) Item quod ista concessio et predi età omnia et singula locum 
habeant et effectum si et in quantum in dicto loco Mentis Acuti 
infra quinque annos castrum construatur, et a centum familiis ha- 
bi tabi li tur familiari ter incoliandos in estate futura. 

In fine dictorum capitulorum erant deliberationes infrascripte, 
videlicet : 

Anno Domini Mcccolxxij Indictione v.^*, die» vero xiiij lulii. 

Lecta et approbata fuerunt supra scripta capitula inter Ma- 
gnificos dominos et Capitaneum populi et per eos delibera tum quod 
ponatur ad consilium populi prout stat. 

V. 
Modificazione j^oriata ai capitoli sivddetU, 

20 liij?lio 1472. 

Anno Domini Mcccclxxij Indictione v.^^, die vero xx. lulii. Lecta 



MONTAUTO DI MAREMMA 217 

et appro)>ata fuerunt suprascripta capì tuia in ter Magnificos dominos 
et Capitaneum populi et per eos delibera tum poni ad consilium 
ix)puli prout stat cum hac limitatione et declaratione, videlicet 
<Iuod, ubi dicet de ofiìciali Greco per trigìnta annos, quod dicti 
Greci eligant tres Grecos de dieta terra Montis Acuti, et unus de 
eis confirmetur per Mag. dominos et Capitaneum populi, qui prò 
tempore fuerint. Et sic observetur de sex mensibus in sex menses. 

VI. 
Approvazione dei suddetti capitoli nel Consiglio del Popolo 

20 luglio 1472. 

Anno Domini, Indictione et die predictis. 

In Consilio ])opuli et popularium Magnifice Civitatis Sen. 
solempniter et in sufficienti numero convocato et congregato, ser- 
vati servandis secundum formam statutorum Senensium, et lectis 
dictLs capitulis, et super eis facta proposita et datis consiliis et 
misso facto partito ad lupinos albos et nigros, fuit vi e tum et obteu- 
tum et solempniter delibera tum quod sit et esse intelligatur remis- 
Bum et commissum in Magnificos dominos Capitaneum populi Ve- 
xilliferos magistros et alios cives electos ad examinandum dieta 
C4ìpitula et concludendum cum dieta domina Anna vel eius legiptimo 
mandatario dieta capitula cum eorum limitationibus, et fieri facien* 
dum de . predictis capitulis et eorum continentia instrumentum 
unum vel plura, ita quod de iure valeant ; et in predictis habeant 
talem et tantam auctoritatem qualem et quantam hal^et Comune 
Senarum. Quod fuit victum per cxxxvj lupinos alljos del sic, Ivj 
uigns in contrarium non obs tanti bus. 

Andreas Francii Notarius Consistorii subscripsit. 

{li. Archivio di Staio in Siena - Deliberazioni del Consiglio 
generale della Campana. Voi. 234 a e. 170). 

VII. 
Nuova approvazione dei capitoli per la colonia greca in Montauto, 

21 aprilo 1474. 

Anno Domini Mcccclxxiiij, Inditione vij, die xxj Aprilis. 
Consilio populi et popularium Magnifice Ci vi tati Sen. solenni- 
ter congregato servatis servandis facta proposita super capitidis 



218 e. CAUSSE 

aliÌB deliberati s facendis cum IllJ"^ domina Domina Anna et aliis 
Grecis volenti bus venire ad habitandum castrum Montis Acuti, et 
ipsis capitulis lectis et delibera tiene alias super eis facta et Ijene 
discussis omnibus redditis pi uri bus consili ì, fuit obtentum quod 
concludantur et concedantur capitula ipsis domine Anne et Grecis 
vel eorum mandatario prò ut alias obtentum fuit in consili is op- 
portunis, et scribatur ad illos principales quod veniant et mittant 
cito sufficens mandatum ad ratificandum et confìrmandum; 

{Ibidem voi. 235 a e. 103) 

Vili. 

Anna Paleoioga manda in Siena un suo procuratore 
per trattare della cessione e colonia di Montanto. 

19 (f iiij;no 1474 

Illustrissimum et excellentissimum Domiiiium Seiiarum ete. 
Salutatioue premissa cum sincere dilectionis devotione atque affectu. 

Quamquam aliis nostris litteris scri})iraus ad Claritudinem ve- 
stram significantes nobilem militem Dominum Frangulium Servo- 
pulum familiarem nostrum post redditura suum a sancta Maria de 
Loreto venturum Senas, tamen propter brevitatom temporis placuit 
venerabilem sacerdotem et protopapaiii Ser lohannem Plusiadino, 
qui cum piena commissione ad vestram Claritudinem accedi t trac- 
taturus et periecturus omnia cum eadem vestra Glaritudine, placca t 
itaque fidem plenariam buie hadibere in omnibus. Valeat Claritudo 
vestra 1474 a di 19 lunij. 

Anna Paleologina filia quondam 
magni ducis e te. 

(A t(Tgo) Clarissimum . . . 

Illustrissimum D[ominiuin] 
B;[eipublice] etc. 
Senis detur. 



IX. 
Provvedimenti militari per ricuj>ei'are Montauto 

IH (K'iinHÌo 14H». 

Die xviij lanuarii, Priore Domino Bartolomeo Sansedoiiio. 
Magnifici Domini officiales Balie Civitatis Senarum convocati 



MONTAUTO DI MAREMMA 219 

e te. — Francisco Severino dictus idem dejx)sitai*ius (prestarum) 
prestet ducato» quadringentos auri largos, quo» ipse FraucÌBCUs 
recipiat prò expedi tione expugnationis Monti» Acuti, iaciendo ipsum 
del)itorem in dieta quantitate de quibus tenetur reddere computura. 

{Arch. detto - Balla, Deliberazioni V. 34 e. 86). 

X. 

Provvedimenti per ricevere la consegna di Montauio 

31 (ìciiuaio 1480. 

Magnifici Domini officiale» Balie Civitatis Senarum convocati 
eU'.. decreverunt quod infrascripti duo ci ve» si ve conmissarii va- 
daut cum commissario Fiorentino ad recij) iene Inni refutationem 
Monti» Acuti et quod faciant expensas commÌ8»ariis Florentiniis, 
quorum nomina sunt i»ta. 

Domiuus lohanne» Antonius Saracinus eque» ) ... 

m XT • rru ir • • commissarii 

Thomas Nanni» Thome V'^annini ) 

{Ivi e. 80). 

XL 
Ricerca di coloni lombardi per Montauio 

20 Aprile 1489. 

1480, die XX. mensi» Aprilis, priore domino lacoìx) Germonia. 

Magnifici domini offitiales balie civitatis Senarum etc. 

Decreverunt etc. 

Depositarius prestarium solvat Pellegrino Horesti et Pietro 
lohanni» de Sancto Prugnano ducato» quatuor auri, quo» eisdem 
dantur prò eundo Lombardiam ad inveniendum familias prò ha- 
l>itando castrum Montis Acuti et prò dictis familiis conducendis, 
et quod sic det et solvat etc. 
(Jw, e. 124). 

XII. 
Provvedimenti per la difesa di Montauio 

i Maggio 1489. 

Die iiij menai» Maii, Priore Leonardo Bellanto. 
Magnifici domini officiale» Balie convocati etc. 



230 e. CALISSE 

Iiifrttscripti duo de Collegio habeant aactarìtatem muniendi et 
jirovidendi caijtro Montis Acuti do artigliariia et rebus bIììh oe- 
cessariis ad defeneionem. 

Giacoppus Petruccius 
Nastoccius SeracintiH. 

Et andìtis oratoribus comunis ManciaDi prò solutione vi'ctua- 
rtarum datarum prò expeditione Montis Acuti et certis artìgliarìis 
datis et mìusis in dieta arce, decreverunt quod, facta prò parte 
dicti comnnis fide ydonea de victuariìs dati», dieta victuarie aol- 
vantur dicto comuni in pecunia numerata per depositarium pre- 
starum iusta fidem comuiissarìorum. Nec non facta tido sìmiliter 
de artigliariis datis et uiissis ìn dieta arce, decreveruut quod fiat 
decretuin operarlo camere quod restituat dicto comuni tot artiglia- 
rias quot dedoruiit, non obstantibus quibuscumque. 

{Ibùiem). 



XIII. 
Nomina del Castellano ed altri provvedimenti per Montatilo 



Die iiij lunit. Qitinque do collegio Balie convocati etc. decre- 
verunt quod etc, 

Dominua Antoniutì Bicua et socii emptores chaMlarum et prò 
eia camerarius sHlmarum aolvant Ser Pietro Antonii de Caaotis ca- 
stellano Arcis M on ti » Acuti ducato» decem auri largbos, ìn qtùbus 
accendat ipHum debitorem, scomputandos in tempore servitti in 
dieta Arce ari custodìam ipsius cum novem jiro vision atis, et quod 
sic det et solvat sine suo preiuditio aut dampno. 

(Ibidem e. 137). 

Nee non etiam dictus depoaitariua pouat ad eius esitum du- 

catos quadringentoa Francisco Severino, de quibus non halmit apotis- 

sam tempore expugnationis Monti» Acuti, quoH ducatos centum 

sine suo preiudicio ponat et acrilat ad exitum sui computi stolutos 

to Francisco, faciendo tameii ipsum Franciscum debitorem in 

tis ducatis centum auri de quibus teneatur reddere computum 

nuui Sen. 

{Ibidem e. 138). 



MONTA OTO or MAREMMA 221 

XIV. 
Conferma dei castellani in Mantauto 

17 Giugno 1804. 

1489, Die xvij mensis lunii. 

Magnifici Domini Officiales Balie civitatis Senarum convocati 
etc. audito Cristoforo de Griffolìs castellano arcis etc. 

Castellani Mentis Acuti videlicet Pandolfus Petruocius et 
Guido Bellantus sint refirmi castellani in dieta Arce, et eorum gra- 
tia et concessio diete Arcis intelligatur confirmata in omnibus et 
per omnia prout et sicut in eorum concessione continetur non ob- 
stantibus ocbupatione diete Arcis et aliis quibuscumque non obstan- 
ti bus. 

{Ibidem e. 142). 

XV. 
Affrancazione della rocca di Montatilo 

8 Luglio 1489 

Magnifici domini Ofiìciales Balie convocati etc. deliberaverunt 
quod Pandolfus Petruccius et Qhuido de Bellantibus, castellani 
Arcis Monti» Acuti, relaxent et dimictant dictam arcem Comuni 
Senarum, et loco diete Arcis, prò tote residuo temporis quo eis fuit 
concessa custodia diete Arcis et quo eamdem arcem tenere debe- 
^lant, habeant et habere debant quolibet anno tractam modiorum 
trecentorum grani a flumine ultra, et quod tracta prò dieta quan- 
titate non posait eis vetari nec deneghari, et casu quo fuit eis 
modo aliquo prohibita et particulariter deneghata, habeant et ba- 
viere deljeant a Comuni Sen. fior, tercentos videlicet 300 de lib. 4 prò 
tioreno, dummodo quolibet anno debeant levare licteras ab ofi[itio 
quatuor Magistrorum prò dieta tracta et in dictis licteris teneatur 
computum de diete grano extraendo per ofEciales locorum, unde 
extraetur granum, non obstantibus quibuscunque. 

(Ibidem e. 153). 



VARIETÀ 



LETTERE POLITICHE DEL SECOLO XIII 

SULLA GUERRA DEL 1260 FRA SIENA E FIRENZE 



La biblioteca della città di Bresiau possiede una rac- 
colta di lettere politiche del sec. XIII di molto interesse 
per la storia della Toscana, ove questa raccolta dovette 
in parte essere composta da qualche maestro dettatore, 
o notaio comunale contemporaneo, per esercizio scolastico 
o cancelleresco. È un l>el codice membranaceo in picc. fy 
segnato 342 al catalogo della biblioteca, di carte 6S, scrit- 
to in carattere sottile ed accurato della fine, come sem- 
bra, del sec. XIII; non ha indice, né rubriche, né lettere 
iniziali che dovevano essere miniate negli spazi bianchi 
lasciativi appositamente. Questo manoscritto fece già parte 
della pregevole libreria del dr. Tommaso Rehdiger di Bre- 
siau, vissuto nel secolo XVI, il quale raccolse molti codici 
in Germania, in Francia e in Italia. Le lettere, numerate 
per errore 85, sono eifettivamente SO, alcuno degl'impe- 
ratori re di Germania Ottone IV, Federigo II, Corrado IV 
e Riccardo di Cornovaglia; altre dei papi Innocenzo IV, 
Gn;gorio IX, Alessandro IV, Urbano IV e Clemente IV ; 
altre della città di Firenze, di Pavia, e di Siena; altre in 
fine di i)ersone particolari. (•) Di questa raccolta episto- 
lare, di cui ebbi notizia parecchi anni sono dal compianto 
prof. Te<x]oro Wiistenfeld di Gottingen, si valse largamente 
• G. C. Gebauer in una sua storia sul periodo dell' interre- 
gno in Germania, la quale ha per titillo Lcben ttnd Tlia- 



\}) C^>uesta descrizione del ccmI. mi fu favorita dalla cortesia dei 
sij^. dr. Marko^at! Mhlioteoario della città di Bresiau, il <iuale si prese 
anche la cura di rincontrare sul co^l. alcuno di questi documenti; di che 
gli rendo anche pubhlicaniento le più \'ive grazie. 



LETTERE POLITICHE DEL 1260 223 

ten Kaiser RichardSj stampata in Leipzig nel 1744. Essa 
raccolta peraltro interessa, più della storia germanica, 
quella d'Italia e in specie della Toscana, poiché, oltre ai 
documenti relativi all'imperatore Federigo II, ed ai re 
Corrado, Manfredi e Corradino, altri ne contiene riguar- 
danti i moti dei Guelfi e dei Ghibellini toscani durante 
r interregno, e particolarmente la guerra combattutasi 
nel 1260 fra Siena e Firenze. 

Un codice che ha molta rassomiglianza con quello di 
Breslau è il vaticano 4957. Questo cod., proveniente dalla 
libreria del card. Sirleto, è membran. in picc. f.o di carte 
nura. 101, e due non nura. contenenti V indice, di scrittura 
accurata del sec. XIV, con i titoli in rosso e le iniziali 
miniate con semplicità: le lettere che racchiude sono 75 (*). 
L'analogia dei due codici fu già avvertita dall' Huillard- 
BréhoUes, il quale dette dell' uno e dell' altro una breve 
descrizione nella sua opera: Vie et co7^^espondance de Pier- 
re de la Vigne (p. 278. 286), e riconobbe le lettere in essi 
contenute essere in generale quasi tutte interessanti: egli 
giudicò altresì il manoscritto vaticano meno corretto del 
rhedigeriano, come, dai riscontri fatt*, è resultato anche 
a me; pure talvolta il primo è più corretto del secondo e 
riesce di utile riscontro (*). 

I documenti che ora mi sono risoluto di pubblicare, 
estratti da questi due codici, videro già la luce nella cita- 
ta opera del Gebauer; ma essendo questa poco conosciuta 
in Italia, possono considerarsi per noi come inediti, men- 
tre per l' importanza degli avvenimenti cui si riferiscono, 
e per il loro contenuto, destano curiosità ed interesse da 
meritare d' esser fatti conoscere. 

II primo è una lettera di Bonaccorso Latini al figliuolo 
suo ser Brunetto, mentre si trovava ambasciatore per la 
Repubblica fiorentina al re Alfonso X di Castiglia eletto re 
di Germania: con questa lettera che, sebbene senza data, 
figurasi scritta nel settembre 1260, pochi giorni dopo la 



(*) Debbo alla cortese amicizia del prof. E. Piccolomini molte eru- 
dite informazioni su questo codice, non che il riscontro sul medesimo 
d^ alcuni dei documenti che ora vedono la luce. 

'*) L' Huillard-Bréholles dice che il cod. vaticano 4957 è del sec. 
XV e contiene 83 documenti; ma veramente soltanto l'indice è scritto 
nel sec. XV, mentre l* intero cod. è del sec. XIV e contiene 75 do- 
cumenti, come appare dall'indice: questo cod. è dunque alquanto meno 
completo del rehdigeriano. ^ 



224 P. DONATI 

battaglia di Montaperti, il misero padre annunzia con la- 
grimevoli parole la disfatta dei Guelfi e il loro esilio da 
Firenze. Il secondo ed il terzo sono due lettere dello stesso 
anno 1260 del papa Alessandro IV al Comune di Siena, 
colle quali il fiero pontefice minaccia prima, e fulmina poi 
la scomunica contro i senesi riluttanti al suo invito di 
rompere V amicizia col re Manfredi e di ritornare all' ub- 
bidienza della Chiesa. Il quarto è una lunga lettera del 
Comune di Siena, scritta nel maggio 1261, a Riccardo di 
Cornovaglia eletto re di Germania: contiene questa lettera 
un' acre invettiva contro i Guelfi di Firenze, dei quali si 
narrano coi più foschi colori, e con evidente passione, le 
molte offese recate, non solo alla città di Siena, « dignum 
et speciale membrum imperii », ma alla stessa maestà 
dell'Impero e della Chiesa, e quindi l'esortazione al re di 
non dare ascolto alle false accuse che da essi Guelfi si 
andavano propalando contro i senesi per metterli in di- 
sgrazia presso di lui. Questa lettera, che è il più inte- 
ressante dei quattro documenti, ci dà inoltre una breve 
notizia della battaglia di Montaperti e delle perdite guelfe. 
D* un quinto documento, che contiene una sentenza di sco- 
munica contro i senesi, pronunziata in Viterbo nel maggio 
1268 dal papa Clemente IV, darò soltanto un breve sunto, 
invece di pubblicarlo per intiero, essendo soverchiamente 
lungo. Il primo di questi documenti si trova soltanto nel 
codice di Breslau; gli altri sono comuni ai due codici. 

La guerra del 1260 tra Siena e Firenze, la quale si 
compendia principalmente in un celebre fatto, cioè la scon- 
fitta dei fiorentini a Montaperti, fu argomento d'una bella' 
e dotta memoria del prof. Cesare Paoli (*) il quale, con 
critica sana e colla scorta di documenti, narrò la storia di 
quell'avvenimento sceverandola dalle esagerazioni intessu- 
tevi dalla fantasia popolare e dallo spirito partigiano degli 
scrittori, che forniarono di quel fatto una leggenda millan- 
tatrice. A questa memoria il Paoli fece seguire, parecchi 
anni dopo, la pubblicazione del « Libro di Montaperti » (*) 
documento importantissimo per la storia, specialmente mi- 



0) La battaglia di Montaperti^ memoria storica di Cbsarb Paoli 
(nel BuUettino delUi Società senese di Storia patria ìnunicipale, voi. II. 
Siena tip. deìVAìicora 1870). 

(*) In « Documenti di Storia Ituliana pub, dalia Deputaz. di star, 
patr. della Toscana » voi. IX. 



i 



LETTERE POLITICHE DEL 1260 225 

litare, della Toscana nel secolo XIII. Le lettere che ora 
si pubblicano non dirò che aggiungano molto ai partico- 
lari già noti; tuttavia, essendo scritte, com' è da credersi, 
da persone che furono testimoni, se non forse partecipi, 
alla grande lotta tra Siena o Firenze, ritraggono nel mo- 
do più naturale e plastico io passioni allora dominanti e 
ci offrono una pittura vivace di quei tempi. Accresce loro 
importanza la scarsità di documenti sincroni su quel ce- 
lebre avvenimento, poiché, com*ebbe a lamentare anche 
il Paoli, mancano in Siena tutti gli atti pubblici del se- 
condo semestre 1260 e le deliberazioni del Consiglio della 
Campana de! 1261 ; onde queste lettere vengono, almeno 
in parte, a riempire una lacuna, mentre pur ci rivelano 
alcune circostanze fin qui poco note 

Le raccolte epistolari, come queste dei due codici di 
Rresiau e della Vaticana, composte dai maestri dettatori 
(magistri dictaminis) o dai notai e cancellieri dei Medio 
Evo, costituiscono una parte rilevantissima della lette- 
ratura storica di quell'età. Le scuole di rettorica e di 
grammatica, la cui origine vuoisi riferire fino al tempo di 
Cario Magno, e nelle quali si formavano queste raccolte 
epistolari, e si preparavano i futuri notai, causidici e can- 
cellieri, andarono svolgendosi in Italia nel secolo X, quando, 
per le mutate condizioni sociali, più non bastando le rac- 
colte epistolari dell'antichità, che da lungo tempo servi- 
vano come modelli nella compilazione degli atti pubblici 
e privati, fu necessario formare nuove formule per i nuovi 
bisogni, non solo delle curie ma di tutto il consorzio civile. 
Un grande impulso alla loro diffusione ebbero queste scuole 
dalia lotta per le investiture ai tempo di Gregorio VII, la 
quale dando materia ed occasione a un gran numero di 
controversie fra i partigiani dei papa e quelli dell'impera- 
tore, dovette di necessità promuovere in modo particolare 
lo studio della retorica e della dialettica. Ma un impulso 
assai maggiore fu dato certamente ad esse, come alle scuole 
di diritto, dai Comuni via via che andavasi perfezionando 
la loro interna costituzione, per i nuovi e molteplici rap- 
porti che vennero a stabilirsi nella vita pubblica e privata, 
accresciute dai bisogni del commercio attivissimo. Si ag- 
giunga che queste relazioni, facendosi sempre maggiori, 
quanto più cresceva l'importanza dei singoli Municipi, do- 
vevano infondere nel cittadino più vivo il sentimento della 
propria dignità, e fargli sentire il bisogno d'accrescere le 
sue cognizioni e la sua capacità per sostenersi nella lotta 

BM€U, Senese di Si. Patria — ll-ISOG 16 



226 F. DONATI 

della vita, intimamente allora congiunta con quella del 
proprio Comune, di dirozzarsi e progredire nella via dell'in- 
civilimento (*). Di queste scuole ebbe speciale rinomanza 
tra il XII e il XIII secolo quella di Bologna dove andò pro- 
gredendo parallela air altra più famosa di diritto, e pro- 
dusse una schiera illustre di maestri dettatori ('). Ma nel se- 
colo XIII una scuola di rettorica e diplomatica doveva 
fiorire certamente anche in Siena dove una notarile già 
esisteva fin dal secolo X, ed era ormai giunto a vita ri- 
gogliosa il pubblico Studio, (') ed è supponibile che quivi 
insegnasse V arte dictandi Guido Fava uno dei dettatori 
allora dei più famosi della scuola di Bologna, sapendosi 
che egli dimorò in Siena tra il 1242 e il 1243 0). Ora l'in- 
segnamento della diplomatica, nei maggiori Comuni, cad- 
de certamente nelle mani dei notai di Riformagioni , ai 
quali appunto era affidato l'ufficio di comporre, dictare, le 
lettere da spedirsi ai re, ai papi, agli altri Comuni ; onde 
questi notai comunali furono chiamati dettatori, diclatores, 
come appare da uno statuto di Brescia del 1222, pubblicato 
dall'Odorici (*). Nelle lettere da loro scritte molto guarda- 
vasi alla floridezza e all' ornamento dello stile, poiché per 
un notaio comunale era una grande raccomandazione il 
sapere scrivere lettere ornate e belle. Abbiamo di ciò una 
testimonianza curiosa nello statuto di Viterbo pubblicato 
da Sebastiano Ciampi n(cap. 36): < Cum comuni utilitati 

< liceat omnibus expedire ut magister Fratellus, civis no- 
« ster, dictet missivas et remissivas litteras prò Comuni, 

< statuimus quod potestas et camerarius, et unusquisque 
4c eorum in solidum, teneatur dare et facere dari, infra pri- 
« mos tres menses sui regiminis et officii, vi modiales grani 
« et totidem salmas puri vini prò mercede laboris sui; ita 

< tamen ut in eius ponatur voluntate au velit granum, 



Q) Sulle scuole di diplomatica e sulla epistolografia del Medio Evo 
è da vedersi, oltre alla nota opera del Rockinger, un dotto articolo 
del Wattenbach pubblicato nel 1855 in Archiv filr Kunde osterreichi- 
scher GeachicliUi-QueUeii. XIV. 27. 

Q) Vedasi in proposito: A. Gaudenzi. Sulla cronologia delh o]}ere 
dei dettaton bolognesi - in Istituto storico italiano n. XIV. 

(") Zdbkauer. Sulle origini dello Studio di Siena. Siena Nava 1S9S. 

(*) A. Gaudenzi. 1. e. pi. 148. 

(^) Storie bresciane. VII. 137. 

(^) Documenti di storia italiana jndA). a cura della li. Deputaz. di 
st, }}at. della Toscana ecc. V. 50(j. 



LETTERE POLITICHE DEL 1260 227 

« viniun aut pccuniam, prout valebunt prò tempore, reci- 
€ pere a Comuni. Et ipse magìster litteras sibi ad dictan- 

< dum commissas prò ipso Comuni a potestate vel judice, 
K scribat quam utilius et pulcrius extimabit, ut scripta 
€ Coraunis nostri, que se diflFuderint et publicent circum- 

< quaque, sint ad decus civitatis nostre et nótarii ho- 
€ norem » 

Da questi notai appunto si formavano le raccolte di 
lettere da servire ai futuri notai e cancellieri, come mo- 
delli da imitare in casi analoghi nell'esercizio del loro 
ufficio. Perciò si procurava che in queste raccolte fossero 
trattate tutte le possibili relazioni della vita pubblica ed 
anche della privata: si cominciava naturalmente dal papa 
e dall'imperatore, non solo per formare i futuri cancellieri 
di questi, ma anche per le relazioni frequentissime ed im- 
mediate che, in quel tempo, ciascuna comunità ecclesia- 
stica o secolare aveva o poteva avere coi due sommi capi 
della Cristianità ; poi venivano i prelati, i principi, i Co- 
muni, ed in fine le relazioni della vita famigliare: esistono 
però anche raccolte fatte esclusivamente per la cancel- 
leria pontificia, altre per l'imperiale, come ad esempio 
quella che va sotto il nome di Pier delle Vigne. Queste 
raccolte di cui si fece una grande produzione, specialmente 
nel secolo XIII, si formavano sovente col trascrivere do- 
cumenti veri e propri, ridotti a modello per gli scrittori 
futuri : i maestri potevano facilmente procurarsi tali do- 
cumenti dagli archivi dei Vescovadi o dei Comuni, dove 
essi erano impiegati, e scambiarseli reciprocamente. Ma 
queste scritture originali non sempre potevano essere nella 
forma vagheggiata dai singoli raccoglitori, perciò venivano 
da questi amplificate ed abbellite con frasi ampollose e con 
tutti i fiori deireloquenza, secondo il gusto prevalente nella 
epistolografia del tempo. Non potendosi poi trovare per 
tutte le possibili contingenze documenti originali da ridursi 
a modello, cosi si facevano spesso lettere finte, cioè si 
componevano, per esercizio retorico e diplomatico, dai det- 
tatori, o si davano da essi a comporre ai loro scolari, let- 
tere a tema stabilito. Ora queste raccolte, composte per lo 
più con molta diligenza da uomini dotti, che per la na- 
tura dei loro uffici, erano addentro nei più difficili negozi 
e nelle quistioni del giorno, ci offrono una fedele imma- 
gine delle condizioni sociali e politiche in mezzo alle quali 
essi vivevano ed operavano. Anche le lettere finte hanno 
quindi valore di documenti storici, perchè i fatti da esse 



228 F. DONATI 

narrati non possono essere un'invenzione capricciosa dello 
scrittore, ma quali furono veramente, o furono general- 
mente creduti, e quali per conseguenza avrebbero potuto 
essere scritti in lettere vere. Lo scrittore sarà torso stato 
condotto dallo spirito di parte ad esagerare certe cose, ad 
attenuarne certe altre, alla stessa guisa del cronista il quale 
non può rimanersi del tutto freddo e indifferente nel rac- 
contare i fatti a lui contemporanei. 

La raccolta epistolare offertaci dai due codici di Bre- 
slau e della Vaticana si compone di lettere di vario con- 
tenuto, che perij riguardano generalmente gli eventi 
politici del tempo che corre da Ottone IV all'elezione di 
Rodolfo d' Absburgo al trono di Germania, cioè un pe- 
riodo d'oltre settanfanni. Sebbene uno solo possa esserne 
stato il raccoglitore, queste lettere sono peraltro di varia 
provenienza, e l\irono Koritte in tempi e da persone di- 
verse. Molte provengono certamente dalla cancelleria im- 
periale, e quelle dell' imperatore Federigo II appartengono 
alla nota raccolta del suo famoso cancelliere Pier delle 
Vigne, e sono forse opera di questo; altre provengono 
dalla cancelleria pontificia: alla cancelleria senese appar- 
tengono probabilmente quelle che ora vedono la luce- Che 
tutte queste lettere siano vere, comunque più o meno 
raffazzonate, non si può affermare; ma, vere o fìnte clie 
siano, esse contengono dati e notizie storiche molto esatte 
che suppongono negli autori una conoscenza intima degli 
avvenimenti e del loro andamento, la quale non poteva 
esser posseduta se non da chi visse in mezzo ai medesimi. 

Delle lettere che ora si pubblicano sulla guerra del 
1260 fra Siena e l-'irenze io non potrei veramente garan- 
tire la genuità: la loro forma molto artificiosa e prolissa 
rivela lo scopo puramente letterario a scolastico di chi le 
compose, mentre l'uniformità dello stile fa credere che 
siano tutte compo-ste da un solo epistolografo. La loro 
origine è evidentemente ghibellina e forse senese; non è 
improbabile che siano state composte da qualche antico 
discepolo di Guido Fava, già maestro di rettorica in Siena, 
maniera di scrivere si trova qualche riscontro 
s lettere. Io le pubblico seguendo il testo del Ge- 
na la prima è stata riscontrata col codice di 
che solo la contiene, le altre con quello della 

inciando dalla lettera di Bonaccorso a ser llru- 
itini, dirò che tìguraudosi scritta nel 1260, poco 



LETTERE POLITICHE *DEL 1260 229 

dopo la battaglia di Montaperti, la prova della sua falsità 
sarebbe evidente, se vero fosse che Honaccorso era già 
morto nel 1254, come affermano i biografi di ser Brunetto (*), 
sulla fede d*un documento di queir anno pubblicato da 
Idelfonso di s. Luigi nelle < Delizie degli eruditi tosca- 
ni » ('), nel quale si trova sottoscritto fra i testimoni 
Bumectits noL fiL quond. Bonaccorsi Latini. Ma questa 
sottoscrizione è sbagliata, perchè l'originale dice vera- 
mente, Biimecto notario filio Bonaccorsi Latini {^)\ né da 
due altre sottoscrizioni di Brunetto, come notaio, in due 
atti dell' 1 1 Aprile e del 25 Agosto dello stesso anno (*), 
né da una terza, come testimone in un atto del 6 maggio 
1255, (*) appare che il padre suo fosse morto; dunque, se 
viveva allora, può essere che vivesse anche cinque anni 
dopo. Tuttavia non dubito di ritenere questo documento 
una finzione, non solo per le ragioni stilistiche sopra ac- 
cennate, ma anche perché appare strano che questa let- 
tera del tutto privata potesse capitare nelle mani del 
maestro o notaio da cui fu formata la nostra raccolta. 
Sembra più ragionevole il credere che egli, volendo, per 
maggior lustro della sua raccolta, far figurare, accanto 
al re di Cornovaglia, il suo competitore alla dignità im- 
periale Alfonso X di Gastiglia, abbia immaginata questa 
lettera la quale del resto, nelle circostanze cui si riferi- 
sce, poteva benissimo essere stata realmente scritta. In- 
fatti l'ambasciata di Brunetto Latini ad Alfonso di Ga- 
stiglia, eletto re di Germania, è storicamente certa, ed 
egli stesso nel suo Tesoretto (versi 31-50) ci fa sapere 
che, nel ritorno da quell'ambasciata, giunto nella pia- 
nura di Roncisvalle s' incontrò in uno scolaro che ve- 
niva da Bologna, dal quale ebbe la notizia dell'uscita 
dei Guelfi da Firenze. Ma quest'incontro dello scolare è 



(*) Vedi: Zannoni nella pre&zione al Tesoretto p. IX. e Sundby 
Vita di Brunetto Latini p. 1. 

(*) Voi. VIIL p. 13a 

(') Archivio di Stato in Firenze Capitoli tomo XXIX a e. 168. 
Fece per me questo riscontro il prof. Cesare Paoli. 

(*) Il primo di questi documenti, il cxii originale, certamente au- 
tografo di Ser Brunetto, si conserva tra le carte del nostro Archivio 
di Stato, fu edito integralmente, e V altro citato dal prof. I. del Lungo, 
in Sundby Vita di Brunetto Latini^ Appendice I. p. 204, 205. 

(*) Pubb. in Delizie degli eruditi tose. VUI. p. 142. 



230 F. DONATI 

da reputarsi come un' invenzione poetica, (') e sembra più 
verosimile che la notizia gii giungesse per lettere d' amici 
o di parenti. Del resto il contenuto di questa lettera è 
conforme all' ordine dei fatti quali ci risultano dalle me- 
morie del tempo, ed è interessante per alcune curiose 
particolarità, non che per il sentimento di dolore vivo e 
profondo che vi traspare ad ogni passo. Essa corregge 
la cronica del Villani e la Malispiniana nell* indicare il 
giorno in cui avvenne la battaglia della quale ci dà inol- 
tre un breve ragguaglio, accennando al tradimento che 
cagionò la fuga e la disfatta dei Guelfi, ed alla gravità 
delle loro perdite, senza però cadere nelle esagerazioni 
che in seguito trasformarono questo fatto quasi in una 
leggenda presso gli scrittori specialmente senesi. 
Ecco senz'altro il documento: 



(Biblioteca civica di Drealau. Cod. 342 docum. w. 73). 

« Bonaccuraius latinus de florencia dilecto filio Bornecto no- 
« tarlo, ad excellentissimum dominum Alfonsum romanorum et hi- 
« spanorum regem iamdudum prò comuni florentie destinato, salu- 
« tem et paterne dilectionia affectum. Mestam flebilis epistole 
« paginam, quam forte videbis lituris multipliciter maculatam, 
« defluens ab intri[n]secus diluvium lacrimarum quas nec debebam 
« nec poteram conti nere, scribentis faciem, pectus et cartulam pro- 
« luebat. Pridem nam innumeri fiorentini et lucani exercitus ad 
« muniendum castrnm mentis Alcini, cuius incole, oh victualium (») 
« penuriam, iam moi'i miserabili ter cogebantur, }X)tenter et ma- 
« gnifice per terram sen. gradientes, quodam sabbato (*), quarto 
« septembris, multimodas (^) senensium et gibellinorum acies et theo- 
€ tonicorum et aliorum quamplurium militum, quas ille rex Sicilie 
« in eorum auxilium transmiserat, invenerunt; ubi utraque pars, 
« utpote que, ex quodam antiquo odii supercilio, ad effusionem (<*) 
« sanguinis aspirabant, ad bella campestria prorumpentes, in qui- 
« bus nostri iam aliqualiter prevalebant, contingit sinister eventus 
« subitus et deplorandi casus acerbitas: videlicet, quod fiorentini 



(^) Cosi ritiene anche il Sundby 1. e. p. 9. 

('-) Il ViUani, il Malespini e Marchionne Stefani dicono erronea- 
mente che il 4 settembre cadde in Martedì: concordano col nostro 
documento le cronache senesi di Andrea Dei. 



LETTERE POLITICHE DEL 1260 231 

amici partis adverse, qui nobis aderant in conflictu, conceptum 
prodi tionis in partum nefandissimum producendo, in fugam versi, 
nostros omnes, prò dolor! in bello cedere compullerunt, in quo 
florentinorum et lucanorum, relictis et amissis (^) amesiis i^) et 
hostilibus apparati» universi s, milia militum non minus captura 
quam gladio perierunt. Et quamquam illustris comes guido guer- 
ra {'), Tuscie palatinus, et ceteri nostri a tante stragis excidio 
per fuge remedium liberati, (*) florentiam rediissent, hostium 



(*) Il conte Guido Guerra, che ebbe tanta parte nella fazione dei 
Guelfi in Toscana, era stato per l' avanti ghibellino e confidente del- 
r imperatore Federigo II, come rilevasi da una lettera di questo 
'senza data) alla madre di lui contessa Beatrice. L* imperatore deplo- 
ra la leggerezza ed infedeltà del conte Guido Guerra e qui a gratia 
nostra se reddidit alienum t, ed invita la contessa a mandare alla 
corte imperiale il suo figlio minore Ruggero che esso imperatore 
promette d* allevare presso di se e di procurargli onorevole maritag- 
gio. (Huilìard'BréhoUeHy Hintona diplomatica Frìderici II, - VI. 137l. 
A questa lettera di Federico II fa riscontro una bolla d'Innocenzo IV 
del 28 ottobre 1213, colla quale il papa « recepit sub speciali pro- 
« teotione Ecclesiae cum omnibus terris, possessionibus, castris ec. » 
il conte Guido Guerra che aveva seguito le parti della Chiesa e etiam 
« cum magno dispendio rerum suarum » e revoca « omnia per ipsum 
« iàcta, promissa et iurata Friderico Romanorum imperatori » . {Huil- 
ianhBrèhoUes 1. e. 136). Per questa sua conversione a parte guelfa, 
il conte Guido Guerra si ebbe, per protezione dei pontefici, cariche 
insigni politiche e militari, fra le quali quella di capitano della ca- 
valleria fiorentina. Una lettera di Clemente IV dell' 8 maggio 1260 
al Comune di Lucca esorta quei cittadini a preporlo al governo della 
loro città, dovendosi mettere a capo della cosa pubblica quelli « quo- 
« rum fides est cognita, quorum industria comprobata ». Lo stesso 
|)a])a, con altra lettera a Carlo d'Angiò del 22 settembre 1268, gli 
raccomanda questo personaggio perchè « tibi tam fideliter quam uti- 
« liter multo servivit tempore », e lo esorta a metterlo a capo del 
governo di Firenze, perchè e si forsitan in Florentia rectorem itali- 
« cum, prout a te cito putetur, insti tuere proposueris, credunt multi 
« quod eo non posses ponere meliorem : quin etiam, si maiorem locum 
< in Tuscia sibi comnutteres, creditur quod in ilio melius se haberet » . 
r Martene et Durand, Thes, Anecdotor, II, 618, 629). 

<') Clie il conte Guido Guerra si trovasse presente alla battaglia 
non è detto dai cronisti dei quali nissuno fa menzione di lui in que- 
sto punto, ma ciò non impedisce che debbasi prestar tede al nostro 
documento ; perchè, sebbene il conte Guido Guerra fosse stato di 
quei pochi fiorentini, i quali si opposero alla proposta di muovere 
guerra ai senesi, è naturale il credere che, questa dichiarata, egli, 
come capo della cavalleria, non avrebbe potuto né voluto astenersi 
dall'andare in campo. Ma questo passo del nostro documento c'in- 
durrebbe a supporre che anche la poderosa cavalleria fiorentina soffri 
una gran i)erdita, sebl>ene il Villani ci dica che di essa, perchè la prima 
s'avvide ciel tradimento, soli trentasei uomini rimasero tra morti e 
presi. 



232 F. DONATI 

tandem caieaoente TÌrlnte et sasci piente abilibet et nbìqae po- 
tentie incrementnnLf oomes idem et guelfi et ìlli et popalaies, 
qui quìa civitatem et populom felici ter gnbemabant, ibidem re- 
morarì nolentes nlterìus nee Talentes, die io vis (*) nono die ti 
mensis, dìmissìs omnino propriis, ad cÌTitatem lacanam ìnsìmiil 
confogenmt. Ubi sacrosante matrìs ecclesie, qne ipsos et locanos 
TÌncolo ìnrate socie tatis nnitos sub apostolice sedis protectione ^^ 
sa.scipiens iam incepit potenter hostibus adversarì, patrociniam 
prestolantnr ^^: gibelUnì vero cnm thrìonphoram trìpadiis re- 
snressi Florentiam. ci vi tati et ci vi bus dominantnr. te et alìos 
scaclfos et popalares bannis perpetiiis snpponentes. Qae omnia 
tiliacioni tne, non sine cordis amaritudine, significare cara vi, ot 
ex eorom sciencia valeas prudenter et provide tuis processihos 
precavere ». 

(contitìtia^ 

temeiottr (s) portola mtmr. 



(') Anche sul i^omo che i Guelfi uscirono da Firenze il nostro 
documento corregge il Villani, il Mali>piui e Marchionne Stefi&nì: con- 
cordano con es*^ Simone della Tosa e Paolino di Piero. (V.» in //«^ 
rum itaiic. tJC fior, bibiìoih^ coti, IL 20 . 



La tresua tra Loeea e Siena deir anno 1316 



Uihi tregua, che preannuncio la pace generale, conclusa 
nn anno dopo tra le città guell'e e ghibelline della To- 
scana, tu quella concordata tra Lucca e Siena nelTanno 
1310. 

Lucca e Siena veramente non avevano avute cagioni 
profonde di rivalità e di discordia; ma erano state travolte 
alla guerra tra loro dalle inimicizie con due altre vicine 
ritta: T una con Pisa e T altra con Firenze. E quando tra 
due di queste si veniva alle armi, erano trascinate a pren- 
der parte alla lotta anche le altre. 

>'el 1230, a quanto narra il Sercambi ('). i Fiorentini 
si spinsero fino allo porte di Siena « et dist'enno li astra- 
chi e intronno dentro alla terra, e tràssenne fuori di Siena 
donne ». Eran con loro i Lucchesi, mentre a dar aiuto ai 
Senesi trovavansi i Pisani. 

L'anno 1232 i Pisani, collegati con i Senesi, dettero 
una grande sconfìtta ai Lucchesi a Montopoli (*). E nella 
pace, conclusa due anni dopo tra Firenze e Siena, que- 
sl' ultima si obbligava a restituire tutti i prigionieri fio- 
rentini e lucchesi (^): il che prova chiaramente l'alleanza 
di Lucca con Firenze, guelfissima T una, e l'altra capo 
dei Guelfi della Toscana^^ mentre Pisa e Siena tenevan 
Sole vivo il nome della parte ghibellina. 

Le speranze dei Ghibellini, scemate dalla morte di Fe- 
derico II, risorsero con il crescere della fortuna di re Man- 
fredi Perciò i Guelfi vollero dare agli avversari un colpo 
mortale. Unitisi i Fiorentini, i Lucchesi ed altri Guelfi della 
Toscana e dell'Umbria, tentarono d'impadronirsi di Siena, 



(/) Z.6 Croniche dì Giovarsi Sercambi lurrhe.se, pfihbìirate sul ma- 
uoficritti oriyinali a cura dì S. Bon(H, Lucca 1892, I, 30. 

^^ì Historia dì Orlando Malavolti, da' fatti, e f/uerre de' Saue.sì, 
f:osì esterne^ come rjvìlij Venezia 1599, p. I, e. G4 t. 

{^i Malavolti, op. cit. e. 65 t. 

ÙulUU. Senese di SL Patria ~ 11-18^ 17 



234 a. PARDI 

ma soffrirono una tremenda sconfitta a Montaperti dai Se- 
nesi ed altri Ghibellini, rafforzati da 800 cavalli tedeschi di 
re Manfredi (1260). In questa battaglia un valoroso cava- 
liere tedesco, di nome Gualtieri, domandò di essere il primo 
a ferire e, spronato il cavallo, trapassò con la lancia un 
soldato in cui s'abbattè. < A questo spettacolo commosso 
Niccolò Garzoni Capitano dei Lucchesi, si fece incontro a 
Gualtieri, e mentre s' ingegnia combattendo d' ucciderlo, 
egli ferito vi resta morto > (*). E non restò morto egli solo, 
ma perirono molti de' suoi, come ci fa sapere il Sercam- 
bi (*): « E in ella sconfitta che ebbe Firenza a Monteaperto 
vi morìono Lucchesi, che erano iti in servigio di Firenza, 
.V.™ homini » ('). 

Dopo la sconfitta di Montaperti non rimase altra città 
che Lucca fedele al partito guelfo in Toscana. Per questo 
i Ghibellini di Firenze, Siena, Pisa ecc. fecero oste sopra 
Lucca e le tolsero molte castella (1261) (*). 

Pertanto i Lucchesi, vedendo il grande danno cagio- 
nato loro dall' essersi ostinati contro Toscana tutta, e de- 
siderando riavere i prigionieri numerosi ritenuti in Siena, 
fecero pace con questa città, obbligandosi a scacciare i 
Guelfi e ad unirsi con le altre città sotto la protezione 
di Manfredi (1265). 

Dopo questa pace vediamo spesse volte i Lucchesi al- 
leati con i Senesi, ad es. nel 1289 contro gli Aretini e 
nel 1304 quando fecero oste in Valdarno e nel 1307 di 



(') ToMMASi, DelV Ilistorie di Siena^ Venezia 1G25, p. I., p. 326. 

(*) Sercambi, op. cit. I, 86. 

(^) Nel Libro di Montaperti, pubblicato per cura di Cesake Paoli 
(Firenze 1889, voi. IX dei Documenti di Storia italiana) è nominato 
il podestà lucchese del 1260, e Guido de Corigia » (p. 94), ossìa Guido 
da Correggio da Parma (Vedi S. Bongi, Inventario del R, Archivio di 
Stato in Lucca, Lucca 1872-88, voi. II, p. 309). I rapporti tra Lucca 
e Firenze in quegli anni erano già stati determinati con esattezza 
perfetta da Cesare Paoli nel suo studio intitolato La battaglia di 
Montaperti (Siena 1869), a pag. 65, 71 e successive. 

(*) Cosi narra il Serc:amui, op. cit. I, 36-7: < L'anno d. .MCCLXI. , 
essendo diacciati li guelfi di Firenza, ric-overònno a Luccha. Allora 
Fiorenza, Siena, Arezzo, Volterra, Pisa, Pistoia, Perugia, Sanminiato, 
Colle, Sangimignano, Prato fenno compagnia e hoste sopra a Luccha, 
avendo co' loro la masnada tedescha. Allora i dicti preseno Sancta Ma- 
ria a Monte, Montecalvoli, Santa Crocie, Castelfranco, Posso e altre 
terre di quelle di Lucca ». 



TREGUA TRA LUCCA E SIENA NELL'aNNO 1316 235 

nuovo contro gli Aretini (*). Nel 1313 poi i Lucchesi man- 
darono dugento cavalli in soccorso de' Guelfi di Siena e 
poco dopo i Senesi correvano a difendere Lucca contro 
Uguccione della Fagiuola signore di Pisa ('). Ma essendo 
caduta la città in potere di lui, Lucca dovette neces- 
sariamente passare alia parte ghibellina e combattere, 
assieme a Pisa, contro Firenze e Siena. Cacciato poi Uguc- 
cione, si concludeva una tregua tra Lucca e Siena T 1 1 
settembre del 1316. 

Si doveva venire ad una pace generale tra Pisa e 
Lucca da un lato e, dall'altro, Firenze, Siena, Je altre città 
guelfe di Toscana ed il re Roberto di Napoli, capo dei 
Guelfi d'Italia ed alleato di queste ultime. Ma vedendo 
i Senesi che le cose andavano troppo in lungo, trattarono 
intanto una tregua con Lucca, la quale venne conclusa a 
Volterra nella chiesa di santa Maria maggiore ('). Era sin- 
daco e procuratore del Comune di Siena Memmo di Viva, 
e di quello di Lucca Vanne da Moriano. Erano presenti 
alla stipulazione dell'atto due cavalieri, uno dei quali Ot- 
taviano dei Belforti, che nel 1340 si rese signore di Vol- 
terra (*); tre giudici, due frati dell'ordine di sant'Ago- 
stino ed altre persone. Rogò quest' atto Manno « quondam 
Benzi > senese, notaro e giudice ordinario, e vi appose il 
segno ed il nome suo Pietro « de Gallo > di Lucca, notaro. 
La tregua doveva durare fino a quando il re Roberto 
od il Comune di Firenze avesse fatta la pace con i Luc- 
chesi e constava dei seguenti capitoli: 

1) Le due parti, durante la tregua, si tratteranno ami- 
chevolmente. 

2) Tutti i bandi e le condanne, fatti nel tempo della 
guerra dal Comune di Lucca contro singole persone della 



(>) Ivi, 1,46; I, 52;I, 64. 

(-) Mala VOLTI, op. cit. e. 71 r, e 72 r. 

(•) Malavolti, op. cit. p. II, e. 78 r. « Vedendo ultimamente i 
Sanesi che la conclusione della pace andava in lungo, e che da 
ogni banda nascevano a ogn'hora nuovi impedimenti da trattenerla, 
e da accrescer le difficultà, convenner co' Lucchesi di far tregua fra 
loro, da durare finché il Re Ruberto, o' Fiorentini facesser la pace 
co' Lucchesi, et allora la tregua si convertisse in pace, et amicitia 
perpetua ». Il Tommasi ed il Sercambi non ricordano questa tregua. 

(*) Gio. Villani, Cronica, XI, 116 (t. XIII, p. 246 dell' ed. di Fi- 
renze 1830); Cecina, Kotizie ùtorìche della città di Volterra, Pisa 1758, 
p. 122-8. 



236 G. PARDI 

città e distretto senese o contro il Comune medesimo di 
Siena, e viceversa, dovranno essere revocati e cassati fia 
dal momento della conclusione della tregua. 

3) I prigionieri ritenuti dall' una e dall' altra parte sa- 
ranno restituiti alla primitiva libertà entro il termine di 
quindici giorni. 

4) Le rappresaglie concesse dai due Comuni e dai 
loro ufficiali, o dall'imperatore Enrico (morto tre anni in- 
nanzi nelle vicinanze di Siena) e dagli ufficiali di lui, con- 
tro r uno r altro Comune e contro singole persone di 
questo di quello, s'intendano sospese per dieci anni. 

5) Nessuno dei due Comuni possa, durante la tregua, 
usare contro V altro dei privilegi concessigli dal morto 
imperatore Enrico VII. 

6) Le promesse, obbligazioni o sottomissioni di terre» 
castella e giurisdizioni, che per avventura qualche barone, 
comunità o possessore di terreni dell'un Comune avesse 
fatte all' altro, a partire da sette anni innanzi, sieno in- 
frante, cassate e dichiarate di nessun valore. 

7) Chiunque per l'avvenire offenda un cittadino o di- 
strettuale senese nella città e nel contado di Lucca, sia 
punito come e da chi sarebbe punito se avesse offeso un 
Lucchese. Così, se un Lucchese venga offeso nella città o 
contado di Siena, l'offensore di lui venga punito come se 
avesse oltraggiato un Senese. 

8) Ai Lucchesi, che abbiano qualche lite o causa nel 
distretto di Siena, si concedano gli stessi diritti dei cit- 
tadini senesi, e viceversa. 

9) I Senesi possano liberamente condurre le proprie 
mercanzie e cose sul territorio del Comune di Lucca ed 
ivi tenerle, venderle e pei'mutarle pagando le stesse ga- 
belle e gli stessi pedaggi dei cittadini lucchesi. Il mede- 
simo possano fare i Lucchesi sul territorio senese. Inoltre 
tanto gli uni che gli altri possano liberamente estrarre 
dal distretto di questo o di quel Comune le proprie mer- 
canzie e cose, pagando soltanto ciò che pagano gli abitanti 
di esso Comune, ben inteso tuttavia che non sia lecito lora 
di estrarre vettovaglie. 

10) Qualora uno dei due Comuni concedesse una ga- 
bella un pedaggio minore al Comune di Firenze, possa 
anche l'altro usufruire di questo vantaggio. 

11) Dalla conclusione della tregua in poi debbano i 
due Comuni non ricettare, nella città e nel contado loro» 
i soci, i fattori ed i commessi di qualche mercante senese 



TREGUA TRA LUCCA E SIENA NELL'aNNO KU6 237 

o lucchese, i quali fossero fuggiti con mercanzie o denari 
di questi, od avessero cessato di render conto del loro 
operato. 

12) I due Comuni non possano dare aiuto ad un ne- 
mico deir altro. 

13) Tostochè sia stata fatta la pace tra il Re Roberto 
<3d i Fiorentini da un lato, ed il Comune di Lucca dal- 
l'altro, la tregua si cambi immediatamente in vera e per- 
fetta pace. 

14) Quale dei due Comuni trasgredisca qualsiasi arti- 
colo della tregua, paghi 10,000 marche di buono e puro 
argen to. 

Alcune considerazioni scaturiscono naturalmente da 
questi capitoli della tregua. 

L' articolo n. 1 non è che una formula generale. Il n. 2 
riguarda materia giudiziaria: i bandi emanati e le con- 
danne fatte dal podestà e dalla curia dell* un Comune 
contro abitanti dell' altro. 

Questi bandi e queste ccndanne, frequentissimi in tempo 
di guerra, è ben giusto fossero revocati dopo la conclu- 
sione della tregua, essendo la più parte stati cagionati 
dalle condizioni stesse della guerra più che da vero sen- 
timento di giustizia. Infatti qualsiasi persona appartenènte 
ad uno dei due Comuni, se cadeva nelle mani del podestà 
o della curia dell'altro, veniva sottoposto ad una pena o 
multa per il solo fatto di appartenere al Comune ostile. 

Doveva essere ben misera in quel tempo la condizione 
dei prigionieri di guerra, molti dei quali perdevano la 
vita in orride prigioni. Perciò neir articolo 3 è esposta 
la convenzione della liberazione dei prigionieri di ambe 
le parti. Non sarebbe forse esagerazione l' affermare, che 
più d' una pace e d' una tregua è stata conclusa per ot- 
tenere la libertà dei prigionieri di guerra. 

L' articolo 4 riguarda le rappresaglie concesse dal- 
l' un Comune contro comunità o persone dell' altro. Alcune 
di queste rappresaglie erano state accordate dall'impera- 
tore Enrico VII alle comunità ed ai baroni ghibellini 
contro le comunità ed i baroni guelfi, sopratutto ai ba- 
roni ghibellini fuorusciti di Firenze, Siena e Lucca Queste 
rappresaglie dovevano ormai, conclusa la tregua, venir 
sospese per dieci anni, a quel modo che erano sospesi ^ 
cassati i privilegi concessi dall'imperatore Enrico a qual- 
che comunità o barone, per trarli alla sua parte. 



238 G. PARDI 

Così se qualche comunità o barone avesse, per paura, 
defezionato dall' un Comune e fatta all'altro promessa, 
obbligazione o sottomissione di terre o castella, tali pro- 
messe ed obblighi erano dichiarati di nessun valore. 

Gli articoli 7 ed 8 riguardano materia giudiciaria co- 
stringendo ambedue i Comuni a far punire chi offendesse, 
sul loro territorio, una persona dell'altro Comune ed a 
farla punire nello stesso modo, che lo sarebbe se avesse 
oltraggiato un concittadino o distrettuale loro; ed accor- 
dando agli abitanti di Siena e di Lucca di poter far cause 
o liti neir altro Comune con gli stessi diritti dei cittadini 
e distrettuali del medesimo: saggia convenzione, che to- 
glieva via l'ineguaglianza, con la quale giudicavansi dalla 
curia di un Comune gli abitanti in questo e gli abitanti 
in altro Comune, specialmente se nemico. 

Importanti sono gli articoli 9 e 10, che regolano le 
gabelle ed i pedaggi. La guerra nuoceva grandemente al 
commercio, sia perchè lo impedisse assolutamente tra un 
Comune e l'altro, sia perchè lo ostacolasse con dazi for- 
tissimi imposti sulle merci provenienti da un Comune ostile. 
Pertanto i Lucchesi ed i Senesi, concludendo la tregua, 
vollero provvedere non solo al ristabilimento degli scambi 
commerciali tra Lucca e Siena, ma anche alla prosperità 
di questi, convenendo che i mercanti dell' una e dell' altra 
città non fossero sottoposti, sul territorio dell'altro Co- 
mune, a gabelle e pedaggi differenti da quelli pagati dagli 
abitanti di questo. Soltanto era proibito ai mercanti mede- 
simi di estrarre vettovaglie da tale territorio; e ciò per 
evitare le carestie frequentissime in quel tempo, per ov- 
viare alle quali i reggitori dei Comuni colpivano di fortis- 
simi dazi, o vietavano addirittura, sotto minaccia di gravi 
pene, 1' estrazione dei commestibili. 

Infine, per agevolare maggiormente il commercio tra 
Lucca e Siena, fu convenuto che, qualora una di queste 
concedesse di pagare gabelle più tenui delle ordinarie 
ai mercanti fiorentini, l'altra città potesse usufruir an- 
ch' essa di questo vantaggio. 

L'articolo 11 fa conoscere come, in tempo di guerra, 
molti soci, fattori e commessi di mercanti fuggivano sul 
territorio del Comune ostile, portando seco denari o cose 
dei mercanti medesimi. 

Dall'articolo 12 è vietato ad ambedue i Comuni di dar 
soccorso a città ostile all' uno od all' altro. In caso adun- 
que di guerra di uno di essi, l'altro doveva, se non aiutare 
il Comune amico, mantenersi almeno neutrale. 



TREGUA TRA LUCCA E SIENA NELL'aNNO 1316 239 

Questa tregua non era stata conclusa se non per age- 
volare la pace generale delle città guelfe di Toscana e di 
re Roberto con le città ghibelline della medesima regione. 
La qual pace fu realmente conclusa Tanno appresso, dando 
agio a Siena di aumentare il proprio territorio con l'acqui- 
sto di terre e castella {*), ed a Lucca di prepararsi, sotto il 
governo di Castruccio Castracani, a raggiungere il sommo 
grado della sua grandezza e potenza con T ampliamento 
del proprio dominio e con la vittoria riportata sui Fioren- 
tini ad Àltopascio. 

Lucca, ottóbre 1895. 

G. Pardi. 



DOCTJMKNTO 



(Arch. di Stato in Lucca, Tarpea, arni, 11, n. 1) 



1316 fietU>mbre 11. 

In Christi nomine, amen. Anno nativi tatis domini millesimo. 
cccxvi. indictione quintadecima, die undecime septembris secun- 
dum cursum civitatls Senarum et civitatis lucane. Cum instigatu 
auctori;) maloram omnium fuerint seminata zinzania et exorta di- 
scordia et subsecuta guerrarum discrimina intef Comunia Senarum, 
et Luce et homines eorundem; et gratia illius, qui dat omnibus af- 
fi uentiam et non improperat, sit de dictis guerrarum discriminibus 
deventum ad trenguam duraturam, donec transitum faciat, propi- 
ziante domino nostro leshu Christo, in veram pacem, ut infra de- 
scribetur: 

Ideo prudens et discretus vir Memmus, quondam Vive, civis 
senensis, sindicus et procurator legittimus Comunis et hominum 
ci\'itatÌ3 Senarum ad infrascripta omnia legittime et solempniter 
constitutus, ut de ipso sindicatu et procuratione constat pubbli- 
co instromento manu Manni, quondam Benzi, civis senensis, no- 
tarli et tunc scribe et offitialis dominorum novem Gubernatorum 
et Defensonim Comunis et populi Senarum, sollempniter publicato 
sub anno domini millesimo trecentesimo sexto decimo, indictione 



(*) Malavolti, op. cit. e. 78 t. 



240 O. PARDI 

quartadecima, die tricesiino mensis augusti secundum cursum civi- 
tafcis Senarum, et a nobis infrascriptis notariis viso et lecto, sin- 
dicatorio et procuratorio nomine prò ipso Comuni Senarum, ex parte 
una; Et pruiens et discretus vir ser Vannes, dictus de Moriano, 
sindicus et procurator Comunis et hominum civitatis lucane ad 
infrascripta omnia legittime et soUemniter constitutus, ut de ipso 
sindicatu et procuratione constat publico instromento manu ser 
Ghirarducii Lanfredi de Luca, notarii et lucani Comunis cancellarii, 
sollempniter publicato sub anno nàtivitatis domini millesimo tre- 
centesimo sexto decimo, indictione quartadecima, tertio kalendas 
septembris secundum cursum et modum civitatis lucane, et a nobis 
infrascriptis notariis viso et lecto, sindicatorio et procuratorio no- 
mine prò ipso Comuni lucano ex altera parte. Fecerunt, compo- 
suerunt et firmaverunt inter se ad invicem, prò dictis Comunibus 
et vice et nomine ipsorum Comunium, unanimiter et concorditer, 
veram, puram, rectam, legalem trenguam de omnibus et sìngulis 
iniuriis, offensionibus, dampnis, vasti s, incendiis, robariis, guerris, 
discordiis, penis et obligationibus quibuscunque hactenus habitis, 
illatis et factis bine inde inter dieta Comunia, homines, et perso- 
nas eorundem. Ita tamen quod in hac tregua non veniant uec ìn- 
telligantur obligationes, vel iura singularium personarum, facte ex 
contractibus et quasi privatis, vel alia quacunque occasione com- 
petentia; duraturam usque quo illuétris dominus rex Robertus vel 
Comune Florentie pacem fecerit cum dicto lucano Comuni et ultra, 
ut infra continetur. Et ad robur et firmitatem diete trengue inter 
Comunia suprascripta, prefati sindici, nomine et vice dictorum Co- 
munium et prò dictis Comunibus invicem inter se, antedictis nomi- 
nibus agentes et stipulantes, concordes et unanimes composuerunt 
et statuerunt, decreverunt et firmaverunt infrascripta capitula, 
articulos, conventiones et pacta, et ipsam trenguam cum ipsis in- 
frascriptis capitulis, articulis, conventionibus et pactis sollempniter 
celebraverunt et valla verunt. Quorum quidem capitulorum, articu- 
lorum, conventionum et pactorum tenor talis est, videlicet : 

[I.] In primis quod diete partes tam in universo quam in singu- 
lari, durante dieta trengua, debeant se habere, tenere et tractare 
prò amicis in bona et perfecta trengua. 

[II.] Item quod omnia et singula banna et condempnationes, 
data et facte quacunque occasione guerre vel malefitii seu quasi, in 
civitate lucana vel eius distrietu centra dictum Comune Senarum 
vel eius districtum aut singulares personas civitatis et districtus 



TREGUA TRA LUCCA E SIENA NELL'aNNO 1316 241 

senensts, et e converso omnia et singula banna et condempnationes, 
data et facte quacunque occasione guerre vel nialefitii seu quasi, 
in Civita te senensi vel eius districtu contra dictum Comune luca- 
ntim vel eius districtum aut contra singulares personas civitatis et 
districtas lucani, cassentur et irritentur in totum, et ex nunc cassa 
et irrita sint et esse intelligantur benefitio presentis trengue ; hoc 
salvo et intellecto expresse in predictis: quod nullum dictorum 
Comunium teneatur rebannire vel de bannis et condempnationibus 
liberare aliquem suura exbannitum vel condempnatum prò rebel- 
iione, qui 8Ìt origine sua vel paterna de ipso Comuni, ci vitate, 
terra, loco, districtu vel fortia, unde rebanniri vel liberar! pete- 
retur; nec aliquem suum civem vel districtualem, qui non sit ad 
mandata sui Comunis, civitatis, terre, loci, districtus vel fortie 
eorumdem, unde oriundus fuerit. 

[III.] Item quod carcerati, capti vel detempti per Comunia pre- 
dieta vel alterutrum ipsorum vel aliquam spetialem personam dicto- 
rum Comunium vel cuiuscunque ipsorum vel dìstrlctualium ipsorum 
vel alicuius eorum, libere absque nullo gravamine, infra quindecim 
dies postquam dieta trengua facta fuerit, relaxentur et restituan- 
tur pristine libertati. 

[IV.] Item quod omnes et singule reprehensalie et reprensalia- 
rum licentie et concessiones, bine inde concesse i)er dieta Comunia 
aut per aliquas personas ipsorum Comunium vel officiales eorumdem 
ai ve per impera torem Henricum proxime preteritum vel eius offi- 
ciales vel aliam quamcunque personam quomodocunque, usque ad 
diem presentis trengue firmate suspendantur et suspense esse in- 
telligantur et sint usque ad decem annos proxime venturos et per 
ipsum tempus. Ita quod nulla executio possit inde fieri infra dictum 
tempus, fiat tamen nichilominus inde ius conquerentibus ut possit 
liti quilibet iure suo, quod habebat ante concessionem reprensa- 
liarum, salvo quod, sique de predictis reprensaliis fuerint concesse 
a dictis Comunibus Senarum et Luce et a quolibet vel aliquo eo- 
rum occasione guerre, tollantur in totum et sublate ipso facto esse 
intellìgantnr. 

[V.] Item quod neutrum ipsorum Comunium Senarum et Luce 
sea singulares persone eorumdem possint uti, dieta trengua durante, 
aliquo privilegio, indulto vel gratia, concesso vel concessa eisdem 
vel aHcui eorum per imperatorem Henricum proxime preteritum 
vel officialem aliquem ipsius, contra alterutrum ipsorum Comunium 
Ben contra aliquam terram, comunitatem, locum vel uni versi tatem, 



242 G. PARDI 

baronem, censaalem vel aliquas spetiales personas alterutrius di- 
ctorum Comunìum seu comitatus et iurisdictionis eorumndem. 

[VI.] Item quod, si aliqui districtuales, coinunitAS, terra vel ba- 
ro alterius dictorum Comunium vel censuales vel alter eorum fecis- 
sent aliquam promissionem, submissionem vel obligationem alicuius 
terre, castri vel iurisdictionis, a septem annis ci tra, alterutri ipso- 
rum Comunium vel alicui civi vel districtuali ipsorum, talis pro- 
mi ssio, submissio vel obligatio sit nuUius valoris, efficacie vel mo- 
menti, et ea tolli, rumpi et cassari facere et tollero, rumpere et 
cassare teneantur ipsa Comunia sino aliqua solutione pecunie ; nec 
inde vel ex eis intelligatur vel sit ipsis Comunibus vel singula- 
ribus personis ipsorum Comunium ius aliquod acquisitum. 

[VII.] Item quod quicunque offenderet in ci vitate lucana eiusque 
comitatu et districtu aliquem de dieta civitate Senarum eiusque co- 
mi tatù et districtu puniatur sic et per quos punire tur si offendisset 
Lucanum, et e converso quicunque offenderet in civitate Senarum 
eiusque comitatu vel districtu aliquem de dieta civitate lucana 
eiusque comitatu et districtu puniatur sic et per quos puniretur si 
oflfendisset Senensem; et quod Senensibus in civilibus questionibus 
idem ius servetur in civitate lucana eiusque districtu, quod serva- 
retur seu servari deberet ipsis civibus lucanis, et e converso lu- 
canis civibus Utigantibus in civitate Senarum eiusque districtu 
idem servetur ius, quod servaretur seu servari deberet ipsis civi- 
bus Senarum, salvo quod Lucani non possint detineri facere ali- 
quem personaliter in civitate et districtu senensi, et e converso 
Senenses non possint aliquem detineri facere personaliter in civi- 
tate vel districtu lucano, non tamen derogando ex hoc infrascripto 
capitulo quod loquitur de sotiis, institoribus, discipulis et factori- 
bus fugientibus, hinc inde capiendis. 

[Vili.] Item quod omnes et singuli Senenses et districtuales 
eorum et de terris subiectis Comuni Senarum possint et eis liceat 
libere deferre et conducere et deferri et conduci facere undecunque 
sua mercimonia, mercantias et res et bona ac pecunias in civitatem 
lucanam et in comitatum, districtum et fortiam Lucanorum, tam 
per terram quam per mare et alias aquas, et in ipsa civitate, fortia 
vel districtu lucano et terris lucano Comuni subiectis libere et 
secure commorari et mercimonia et mercantias exercere, habere, 
tenere et vendere, emere, permutare et extrahere et de ipsa civi- 
tate, fortia vel districtu lucano et comitatu, tam per terram quam 
})er mare et alias aquas, libere exthrahere et extrahi facere omnia et 



TREGUA TRA LUCCA E SIENA NELL'aNNO 1316 243 

singula mercimonia, mercantias, res, pecunias et bona, salvo qiiod 
victualia commestibilia non possint extrahere potestate presentis 
capitali de civitate lucana vel eius districtu, et quod prò predictis 
Tel aliquo predictorum aut eorum occasione nulla vi ab eis exigatar 
prò Comuni lucano vel eius auctoritate pedagium vel kabell^ ni- 
chilque directe vel per oblicum, nomine alicuius kabelle vel diric- 
ture, cuiratarie, ripe vel modi vel nomine seu sub colore cuiu- 
scunque alterine exactionis vel retentionis prò personis, mercanti is, 
)>estiis aut rebus aliis quibuscunque exinde exigatur nisi sicut 
exigitur a civibus lucanis prò suis et de suis mercimoniis et mer- 
cantiis. Nichilominus addito quod, si per Comune lucanum conce- 
deretnr Comuni Florentie minorem vel leniorem kabellam solvere 
prò predictis aut ipsam kabellam totaliter toUere vel annullare, 
possint dicti mercatores senenses et eius districtuales dieta conces- 
sione uti in kabellis predictis solvendìs, et nichil fiat vel ordinetur 
vel fieri aut ordinari permittatur per Comune lucanum in frau- 
dem predictomm ; et e converso omnes et singuli de civitate lucana 
et districtuales eorum et 4© terris subiectis lucano Comuni possint 
et eis liceat libere et deferre et con ducere et deferri et conduci 
facere undecunque sua mercimonia, mercantias, pecunias, res et 
lx>na ad civitatem Senarum, tam per terram quam per mare et 
alias aquas, et in ipsa civitate, fortia et districtu Senarum et in 
terris subiectis Comuni Senarum libere et secure commorari et mer- 
cimonia et mercantias exercere, habere, tenere, vendere, emere et 
permutare et distrahere et de ipsa civitate, fortia et districtu et 
Comuni Senarum, tam per terras quam per mare et alias aquas, 
libere extrahere et extrahi facere omnia et singula mercimonia, 
mercantias, pecunias, res et bona, salvo quod victualia comestibilia 
non possint extrahere potestate presentis capituli de civitate Se- 
narum vel eius districtu, et quod prò predictis vel predictorum 
aliquo aut eorum occasione nuUum ab eis exigatur prò Comuni 
Senarum vel eius auctoritate pedagium vel kabella nichilque di- 
recte vel per oblicum, nomine alicuius kabelle, diricture, curratarie, 
ripe, modi vel nomine seu sub colore cuiuscunque alterius exactio- 
nis vel retentionis prò personis, mercantiis et bestiis aut rebus 
aliis quibuscunque exinde exigatur nisi sicut exigitur a Senensibus 
civibus de suis et prò suis mercimoniis et mercantiis, nichilomi- 
nus addito quod, si per Comune Senarum concedere tur Comuni 
Florentie minorem vel leniorem kabellam prò predictis solvere aut 
ipsam kaì^llam totaliter tollero vel annullare, possint dicti mer- 



244 G. PARDI 

catores iDcani et eins districtuales ea concessioiie nti in kaW.li? 
predictis solvendis, et nichil fiat rei ordinetur a ut fieri rei orii- 
nari j»eniiìctatur j:»er ComTine Senarmn in firaudem ]»red5ctonin^ 
hoc etiam adito in predictìs, quol in supra9crij»To casoL quo j»er 
Comtine Incanum concedere tur dicto Comuni Florentie minaren* rei 
leniorem kal»ellam solvere a ut eam totali ter tx-'Uere ve] ann Pillare, 
ut supra dictum est, et li.-eret Senensi^-us ea conce3SÌ'»nc- uti >*- 
inilis concessa versa vice intelliiTiitur et sit ex nunc facta jer Ci- 
mane Sonamm Luc<inij5 in kal»e]lis et dirictì^'us sc»lvendis, 

[IX.] Item 4UlhÌ a tem]»ore diete gueire in antea n-'n recej'tcn- 
tur in ci vii a te vel C'.»niitatu, distric-ta vel ll-rtia lucana a":, ni **:♦:".:. 
instito^e^^, discij»uìi vel factore> ali^ucTum niercaT:»rnm >rijen>::iii.. 
t]ui aufu^erent cum rt-^'us ve] j«ecama alic-uius civ:> vel distri ir- '.- 
lis genensis aut cessarent eis de ^esris rei5t-re ratÌMiriL- Et *•: 
re}»erirentnr ilùdem, caj»ìanTur in ]«ersjnis et re^a> ]»er lAec:':«PrT> 
Ij.'ì uìù invt-niremuT et dentur et conce 5an tur Cr-niTini Sri.ar:i:^ 
ad re.]uisit*ontm iJl^ia^ Comunis Srnarum. Et e cnver?»'. n"'- re- 
cfjitt'ntur in dieta cìvitiiTe Senamni vr! eìus cLLitcrcL 3"-»rtia vr. 
di>Trictu ali|ui sotìL ìi:>TÌt ."'res. tliscipiili vel liv'^'^re? ali ^m::^ 
nitTCAtorum lurf-nsìum, l "i a:i::izerei:t cum re' as vel T»e:-'::iia al:- 
cuius ci vis Vt'l dl5irictT:it':s lucani aut cessarent ei> de irestis rei- 
deri» raiionem, Et^ si re-iierirenfur, i'-iiriL r^^ ■ì..z.zilt in T»^r<:ii> €•: 
ri^ìnis pt^r Ee.'t:«res l:»ri r/'à ìnvci/lreiitTir et drr.T:ir et conche ^i-i"r 
ijisi Otaiìuni lav."*An^ ai pr::TÌ'i.ri:2 et re^iil^ìtl-nerL ìtsì-- Iz^axì C- 
nniiùsu Et luv lucani L:/*»rt&nt n:»:: .*>>T:\r.te f:-::irLs:ri} '. cr^irx" 
hnlut'nTe de i:ii>e Srrv:.:.i- lli-r inie ì:l civile* -hs et de T»rr5i'n:s 
j»crsi'naìit<T L.n ca] ieniis. 

[X,'] liein .^Tìxi C.-m-nr li::-jii.u:-- tfiieftiiT et £r"'»rit r.;-z :ir>r 
vel plV^:A^e a':>.;:>ì a.v!ut:ri.:::: ali.:i: ii-::_:::^ vrl :i: iri:-::-> 
prò it'r».ToT>e Ìùxta vel h .'•»rrr:z.r ire- iiS.i^:*: C:'z:.^.s Senir'i- 

Nr, prfStHtre a': v..ò il..:::c:.:r- a'I.h: i:i:--_:?%. vel v.:il irj^:!^::^'^ 

1 /.sV >e* vv\ .:lTt\ vW,:rA ::«>r-ri C'r.-.:i.r Tri c:.i^.tìi:t.ii. .-.iiiun, 
^;iAt^ v-.ivvi ^iTtt^er.s trfr^^ et >i:r>. ìS.tìi :•:_;_."* n»i: ejr:'r::rf-ii-:':ir 

»^.,i jì.»iì esjst-v.t or.^.v.? ir v'.'":%\rf v-! :• c^-.TAt:: lz--i.--'-v Et * cn- 
\trs.> r,.ai f\T«r.i:".v.:.;r f.i ^ ^:is:::r..ir ir.. :-.:.•:»> vr-. tr: inizi:: s 
1 1 ' > T ti i'^ 1^* ■^■» «..^ " » '.r -~s . .-." ^. --. -<^>«- -^ • 'i-^ ~ " f ~* *'T~''jL~é' ve* ^r— 



TREGUA TRA LUCCA E SIENA NELL'aNNO 1316 245 

niitatu Senarum. Facìscentes ac convenientes sollempniter dicti 
aindicì dictis nominibus et prò dictis Comunibus et vice et nomine 
dictorom Comunium quod, facta pace Inter predictum illustrem 
dominum regem Bobertam ex parte ura et ipsum Comune lucanum 
ex parte alia, vel Comune Florentìe ex parte una et Comune lu- 
canum ex parte alia, quod presens treugua ipso facto convertatur 
et conversa sit et esse intelligatur ex nunc in veram pacem con- 
tinuo duraturam. Et ex nunc, in quolibet predictorum casuum et 
eventuum diete pacis fiende inter dictum regem Robertum vel Co- 
mune FJorentie et dictum Comune lucanum, intelligatur et sit vera 
et perpetua pax, remissio, finis et concordia generalis de omnibus 
et singulis suprassriptis iniuriis, offensionibus, dampnis, vastis, 
incendiis, robariis, guerris et discordiis, penis et obligationibus 
quibuscunque, eo modo quo supra dici tur, facta sollempniter inter 
dieta Comunia Senarum et Luce. Et ex nunc dicti sindici, dictis 
nominibus, in quolibet dictorum casuum et eventuum, sicut supra 
dici tur, dictam pacem bine inde inter dieta Comunia Senarum et 
Luce factam esse et prò facta haberi et teneri sollempniter volue- 
runt, composuerunt et pacti fuerunt cum suprascriptis et sub su- 
prascriptis capitulis, articulis, conventionibus, pactis et reserva- 
tionibus, que et prout suprascripta sunt. Ed ad maiorem firmitatem 
et declarationem firmi tatis pacis in dicto casu intellecte et facte, 
voluerunt et pacti fuerunt dicti sindici sollemniter, quod, quando- 
cunque con t ingerì t pacem fieri vel factam esse inter dictum domi- 
num regem Robertum et Comune Florentie vel alterum eorum ex 
jjarte una et Comune lucanum ex parte altera, ut supra dicitur, 
dictum Comune Senarum teneatur et debeat, ad requisitionem dicti 
lucani Comunis vel eius sindici, infra quindecim dies postquam 
inde fuerit requisitum per licteras vel ambaxiatores dicti lucani 
Comunis vel alio legittimo modo, dictam pacem, remissionem et 
concordiam supra inter dictos sindicos, dictis nominibus, in quolibet 
dictorum casuum et eventuum, prò facta, intellectam perpetuo du- 
raturam, ratificare, approbare et confìrmare sollempniter et cum 
efFectu et cum suprascriptis articulis, capitulis, conventionibus et 
pactis et remissionibus, promissionibus, obligationibus, renuntia- 
tionibus et aliis opportunis. Et simili ter lucanum Comune tenea- 
tur et debeat facere in omnibus et omnia ad requisitionem dicti 
Comunis Senarum, ut supra dictum est de Comuni Senarum, et 
eo modo et tempore. 

[XL] Acto etiam ex pacto quod, donec dieta pax approbata et 



246 G. PARDI 

confìrmata fuerit, ut supra dictum est, non derogando ipsi paci facte 
et intellecte, suprascripta trengua in suo robore et firmitate per- 
duret. Quam quidem trenguam cum suprascriptis capitulis, arti- 
culis, conventionibus et pactis et ipsa capitala, articuli, conven- 
tiones et pacta et omnia et singula suprascripta et in presenti 
instromento comprehensa predicti sindici, sindicatorio nomine prò 
Comunibus antedictis inter se ad invicem, nominibus quibus supra, 
Bollempni stipulatione interposi ta, promiserunt et convenerunt. Et 
ad sancta dei evangelia iuraverunt in animabùs hominum et |)er- 
sonarum Comunium predictorum ac suis, eorum iuramento ab eis 
inde corporaliter prestito, firma et rata habere et tenere et facere 
ac tendere et inviolabiliter observare et in nullo aliquo modo, iure 
vel ingenio aut aliqua ratione vel causa centra facere vel venire. Ad 
penam et sub pena marcarum decem millium boni et puri argenti 
inter se ad invicem, nominibus quibus supra, sollempniter promissam, 
prò quolibet predictorum capitulo non servato, dandam et solvendam 
Comuni et parti fidem et predicta servanti, a parte sive Comuni, 
que sive quod in fide non steterit et predicta non servaverit. Que 
quidem pena ex pacto hinc inde habito totiens committatur et exigi 
possit cum effectu quotiens centra factum vel ventum fuerit in ali- 
quo de predictis. Et quia pena commissa vel non, et exacta vel 
non exacta, semel et pluries, nicchilominus liic contractus per omnia 
permaneat in sui roboris firmitate. Pro quibus omnibus sic facien- 
dis et firmiter observandis, predicti sindici sindicatus nomine prò 
omnibus suprascriptis, inter se ad invicem, eo modo ut dictum est, 
videlicet unus alteri ed alter alteri ut dictum est, obligaverunt 
sollempniter predicta Comunia et bona eorundem Comunium pi- 
gnora ad invicem et ipsorum successorum. Quorum bonorum liceat 
cuilibet dictorum Comunium possessionem et tenutam adprehendere 
sua auctoritate, absque alicuius Curie vel iudicis requisitione , et 
ipsa bona tenere, vendere et alienare prò sue voluntatis arbitrio, 
si predicta non fuerint per omnia observata. Renuntiantes excep- 
tionem non facte et non composite trengue et non facte confes- 
sionis et obligationis doli et metus et rei per omnia sic non geste 
et omnibus iuribus, legibus, auxiliis, exceptionibus eis dictis no- 
minibus vel ipsis Comunibus aut alteri eorum centra predicta vel 
aliquod predictorum competenti bus et competi turis. Et rogaverunt 
me Mannum Benzi de Senis et ser Petrum de Gallo de Luca no- 
tarios ut de predictis faceremus publicum instrumentum. Preterea 
notarii suprascripti, nomine guarantisie et iuramenti secundum 



TREGUA TRA LUCCA E SIENA NELL'aNNO 1316 247 

formam statatornm et ordinnm cuìnscunque ipsornm Comunium, 
preceperunt predictis sindicis ipsorum Comunium presentibus et 
predicta nominibos antedictìs volentibus et confitentibus, qiiod 
invicem inter se prò dictis Comunibus et ipsa eadem Gomunia obser- 
vent predicta omnia et singula, ut supra conti netur. 

Acta fueruut predicta omnia in ecclesia sancte Marie maioris 
ecclesie vnlterranensis, presentibus nobilibus et prudentibus viris 
domino Albizo de Staderis de Pisis et domino Octaviano domini 
Belfortis de Vulterris, militibus, et domino lohanne Benigni de Pisis 
et domino Bette domini Leonardi de Senis, et domino Baccio quon- 
dam domini Bernardini de Vulterris, iudicibus, Pannocchino Pizii 
Tulterrani et fratre lacobo de Plumbino et fratre Bartalo de Ca- 
stello, ordinis sancii Augustinl, et aliis pluribus testibus adbibitis, 
presentibus et rogatis Vulterris. 

(S. N.) Ego Mannus, quondam Benzi, ci vis senensis, imperiali 
auctoritate notarius et index ordinarius, predictis omnibus interfui 
et ea scripsi et pubblicavi rogatus. 

(S. N.) Ego Petrus de Gallo, de Luca, imperiali auctoritate 
notarius, predictis omnibus interfui et rogatus inde facere publicum 
instromentum, ad maiorem fìdem buie scripto manu dicti Manni 
iiotarii adhibendam, publice me supscrisi meumque signum et no- 
men apposui. 






L'ENTRATA DI CARLO Vili. RE DI FRANCIA, IN SIENA 

(i494, 2 Dicembre) 



Gli storici senesi, e specialmente il Malavolti, nel 
riferire i particolari dell' entrata di Re Carlo di Francia 
in Siena, narrano un episodio, il quale, per quanto non 
possa dirsi unico nel suo genere, pure è abbastanza sin- 
ffolare, per sembrare, così, come appare nel loro racconto, 
assai inverosimile. — Arrivato a porta Camollia - così dico 
il Malavolti - (III. 99) - il Re « haveva sentito da un 
fanciulleito, che era in habito che rappresentava la Ver- 
gine Maria, dire alcuni versi latini che son questi che 
seguono : 

< Inclyte Francorum Rex invictissime regum, 

< Unica Christicolae spes, et fiducia gentis 

« Ingredere, et Felix subeas mea Moenia, sacris 
^ Auspiciis nam te ipsa libens, vultuque sereno 
« Urbe mea accipio, felicibus annuo coeptis. 

< Commictoque tibi Sennonum de nomine Senas ». 

A quale allocuzione della Vergine Maria il Re rispose, 
alludendo specialmente all'ultimo verso: « che, essendo 
la città di Siena della Vergine Maria, non voleva con 
domandargli denari 7iè altro, darle travaglio; perchè io 
so (disse egli) che voi siete buoni Franzesi et io son 
buon Sanese. » 

Non saprei dire dove il Malavolti abbia preso questa 
risposta; gli altri storici senesi, Giugurta Tommasi (*), che 
forse per questo periodo storico era meglio informato di 



(') Ne cito « Seconda deca, seconda parte », che si conserva in 
copia manoscritta al R. Archivio di Stato in Siena (Biblioteca N, 30) 
a e. 350. 



l'entrata di CARLO Vili IN SIENA 249 

lui, ed il Tizio, che è testimone oculare, vorrebbero, che 
il Re r avesse data non a porta Camollia, ma solo il 
giorno dopo, in Palazzo, quando la Signoria andò a vi- 
sitarlo, supplicandolo di non domandare dalla città troppi 
danari: il che, per se stesso, e come ancora meglio ve- 
dremo, è la versione più probabile. 

Rimane l'episodio alla porta e T allocuzione, intorno 
alla quale anche il Tommasi si trattiene, aggiungendovi 
i seguenti particolari: < Era alla porta di Camollia, fuore 
dell' antiporto^ in onore del Re, fabbricato un grand' arco 
trionfale, nel quale erano due statue, una dedicata a 
Carlo Magno, V altra a questo Carlo Ottavo^ con alcuni 
versi latini, li quali, da me ricercati, non ho potuto 
ritrovare; e Tomme Nofri, - dalli scritti del quale, no-- 
tati da lai, mentre visse, giorno per giorno, hd havute 
queste memorie, - li cita, ma non li scrive. Dentro al- 
l' antiporto sedeva la signoria con tutti i maestrali, es- 
sendo tutto l'antiporto riccamente apparato. Ma a capo 
la Porta^ die mette nella città, era un fanciulletto, in 
abito rappresentante la madre di Dio, padrona della 
città: il quale in mezzo a molti musici strumenti cantò 
dolcemente questi versi: - e qui riporta i sei esametri la- 
tini, che conosciamo già dal Malavolti. 

Io ho un forte dubbio, che il Tommasi abbia preso 
questa sua descrizione, tanto particolareggiata e precisa, 
di sana pianta da Sigismondo Tizio, o per lo meno che 
tutti due abbiano attinto alla medesima fonte, sia questo 
il buon Tomme Nofri, o un altro dei soliti nostri Cronisti 
del Quattrocento. Certo si è che il Tizio ('), testimone 
contemporaneo, racconta il fatto press' a poco negli stessi 
termini. Egli aggiunge solo, che sulla porta esterna era 
scritto in lettere grandi, quasi come un commento alla 
scena, che doveva seguire: Sena Vetus Civitas Virginis; 
e che in segno di dedizione completa giacevano a terra 
i battenti della porta. Anch' egli ripete, che nell' interno 
dell* arco che portava sulla facciata le statue dei due 
Carli, sopra sedili di marmo, coperti di tappeti, stavano 
i magistrati. « In porte autem fastigio puerulus muliebri 
et ornata indutus veste Mariam Virginem gloriosam 
agens seu urbis dominam, locatus fuerat, qui Carlo in- 



(*) Historiarum Senensium tom. VI. Mscr. d. Bibl. comunale di 
Siena, a e. 337. L'Alexìiietti di tutta la nostra scena non dice sillaba. 

BtUUU. Sétuu di St. Patria . ÌU189G. 18 






250 L. ZDEKAUER 

gredienti hos versus canendo dulciter expressit Inclite 
Francorum Rex. . . et cet. Abbiamo già detto che egli 
pure riporta ragionevolmente la risposta del Re al giorno 
seguente < Rex paucis respondens Senam Marie Virgi- 
nis urbem esse et ita illam intactam dimitterej pecunia- 
sque senensium neque portus se cupere, nec velie, quo- 
niam non ignorabat Senenses bonos francos, seque bonum 
Senensem esse, paratum se prò illis semper obtulit. 

La testimonianza conforme degli storici basterebbe di 
per se stessa, per rendere certa in tutti i particolari e 
non solo nel suo insieme la scenetta a porta Camollia. 
Ma per darle proprio il suggello dell'autenticità, si ag- 
giunge ora la Nota d' un contemporaneo, che non s' im- 
maginava di certo, essere citato un giorno come testimone 
oculare dell'entrata di Re Carlo. Egli, semplice notare 
della curia del Placito, (*), che aveva avuto vacanze per 
deliberazione della Balìa, insieme con gli altri uffizi del 
Comune, in onore delT arrivo di Re Carlo ('), aggiunse, 
solo per riempire la lacuna che rimaneva negli Atti ci- 
vili tra il sei di Novembre ed il nove di Dicembre - (che 
solo allora il Magistrato de' Pupilli riprese le sue adu- 
nanze) - una breve Nota e diede sfogo alla gioia, causa- 
tagli dalle vacanze e dalla conseguente sospensione dei 
lavori. Questa Nota completa il racconto dei due sto- 
rici suoi compaesani più model'ni. Coir aiuto suo si cor- 
regge anzitutto in qualche punto il testo della allocuzione 
latina ; e non solo si conferma il fatto raccontato da co- 
storo, ma si vede in più, che il fanciullo, che rappresen- 
tava la Vergine Maria, stava non in terra, ma sull'arco 
della Porta, circondato da angeli e dai santi avvocati 
della città a guisa di quadro vivente. Si conferma infine, 
che i versi latini furono recitati con accompagnamento di 
musica (canendo;. Perciò abbiamo creduto bene di ag- 
giungere al racconto dei due storici quello del notare 
della Curia del Placito, testimone, dirò cosi, involontario, 
e per il quale l'entrata di Re Carlo non significava altro 
che un mese di vacanze. 

Chi fosse r autore dei versi latini, assai mediocri, che, 
specialmente per V ultimo, risentono non so se delle fa- 
vole medievali sulle origini di Siena o delle ricostruzioni 

(*) Si chiamava Priamo del fu Ambrogio di Ser Pietro de' Cecchini. 
(*) Caso frequente. Cosi la Balìa aveva data vacanza dal 21 al 2B 
Agosto 1457 € propter rreationem Pii IL, novi pontificin » . 



L*ENTRATA DI CARLO Vili IN SIENA 251 

• 

dei Patrizi, non merita la pena di ricercare. Probabilmente 
appartengono a uno dei discendenti di queir eccellente 
uomo di Agostino Dati, per es. a Niccolò, che diede la 
istruzione in versi per V ufficio di cancelliere a suo nipote 
Girolamo che abbiamo a stampa. Certo era un gramma- 
tico che lavorava sulla falsariga datagli dal Comune, 
ad un tanto per verso. — Più importante sarebbe di sapere 
chi fosse rinventore di quel quadro vivente, neirarco della 
porta, in cui la Madonna, alzatasi dal trono, inchinava il cri- 
stianissimo re e ospite, per stornarlo delicatamente dal- 
r idea di chiedere a Siena i tremila fiorini, dei quali egli 
aveva bisogno. Senza alcun dubbio era un'artista: uno di 
quei pittori di Madonne, che oggi ammiriamo come la 
quintessenza del sentimento religioso più squisito e di 
ingenua e invidiabile fede. La teatralità della scena non 
deve meravigliarci troppo: si conoscono molti esempi di si- 
mili rappresentazioni nei Quattrocento, ed il Burchkhardt 
nella sua Civiltà del Rinascimento ne ha tratto argomento 
per lumeggiare V indole di tutto il secolo Ad ogni modo 
risulta, dal confronto delle tre relazioni, un quadro netto 
e compiuto della scena, che ha lasciata una profonda im- 
pressione neir animo dei Senesi. 

Kè bisogna credere che queste e .simili rappresenta- 
zioni fossero cosa creata dal Quattrocento: esso ebbe solo 
la colpa d* averle fatte servire a scopi puramente mondani. 

Un apprezzamento, dirò cosi, morale, intorno a quella 
nostra, non è del tutto facile. A prima vista, certo, sembra 
€ una parodia poco seria e meno decorosa » come la giudicò 
un insigne nostro storico, pure notando la strana contrad- 
dizione che sta nel fatto « che i Senesi, con pochi e cattivi 
versi improntati da smaccata adulazione, ottennero di 
sgravarsi dalla taglia di trenta mila fiorini » ('). Ma forse 
degnandoli di una maggiore indulgenza giudicheremo meno 
severamente quei tempi e le loro stranezze. Ad ogni modo 
bisogna distinguere la parte che nellsi parodia spetta agli 
attori, da quella che spetta al reale e cristianissimo spet- 
tatore. È un fatto che certe correnti potentissime di ci- 
viltà passano sul popolo, senza lasciarvi altro che una 
debolissima traccia: e così deve essere stato di tutta la 
raffinatezza morale ed intellettuale dell' Umanesimo. Può 
essere dunque, che il popolo senese fosse abbastanza inge- 



(M Xaiu'i.so Mbxcozzi - Kofe sfonrhc. (Siena, 18til) I. 231. 



252 L. ZDEKAUKR 

nuo e credente (a modo suo), per non trovare nulla di sa- 
crilego e di inverecondo in un simile spettacolo; ma diffi- 
cile mi sembra di crederlo della signoria. Certo non fu 
questo il caso del Re cristianissimo. Pare che costui fosse 
predestinato e avesse una particolare predilezione per que- 
ste pantomime semireligiose, colle quali fu ricevuto in 
Italia, appena varcata la frontiera (*). Nella sua risposta: 
€ che Siena era città della Vergine e qitiìidiegli inten- 
deva lasciarla intatta j e se i Senesi si professavano buoni 
Sennoni, egli per parte sua si professava buon Senese »> 
vi è una trasparente allusione alla scena dell* antiporto, 
che può sembrare spiritosa, ma che in fondo è abbastanza 
cinica e canzonatoria. Pure la scena aveva ottenuto il suo 
scopo; Sua Maestà si parti lasciando quasi intatta la ca- 
mera del Comune; e quest' era quello che premeva ai 
Senesi. — Per giustificare vieppiù quel quadro - perchè 
cosi possiamo chiamarlo - si deve anche ricordare, che i 
misteri del medio evo avevano abituate le popolazioni dei 
nostri Comuni a simili spettacoli, abituandole cosi a consi- 
derare gli avvenimenti della storia sacra, ed un pò* anche 
quelli della storia romana, alla stessa stregua come se fos- 
sero successi al loro tempo ed in Piazza del Campo. Comin- 
ciarono a fraterniz2;^re con Annibale, Catilina e Cesare; 
e finirono a trattare a tu per tu anche Cristo e la Madon- 
na. Anzi, il pueruluSj abbastanza svelto per recitare in 
faccia alla Maestà reale i sei esametri sciancati a un tanto 
la canna, senza dubbio avrà se non ottenuto almeno chiesto 
al Consiglio della Campana un compenso in danaro per i 
buoni servigi prestati al Comune, e per rispetto della Ma- 
donna; simile in questo ad un suo predecessore del Du- 
gento per il quale, nell* adunanza del Consiglio della 
Campana dell* Aprile 1257, si chiedeva una piccola rimu- 
nerazione per avere rappresentato, il giovedì santo. Cristo 
in croce: e ciò non per compassione della sua povertà, ma 
€ ob reverentiam Ihesu Xristi » ('). 

Lodovico Zdkkauek 

(^^^i Cfr. il BuRCHKUARDT II. 191. 6 Seguenti del libro citato nella 
nota precedente. 

(*) CoNSiULi DELLA CAMPANA 1257 vol. VII. die 7. Aprilis. Item 
ai placet vobìs quoti oò revei^ntiam Ikesu xrisH dentur illi puero, qui 
f\tìt positits in cruce, loco dominij die Veneris Saucti. Il Consiglio 
per altro, avendo quel giorno cose molto più importanti a discu- 
tere, non si curò affatto della domanda del *puer >, e ci passò sopra. 



l'entrata di CARLO Vili IN SIENA 253 



Archivio di Stato Curia del Placito, Atti civili 

Siena. voi. 268 a e. 147 r. 

(1494. Nov.'Dec) 

r 

§. Nota quod a die vi,o mensis Novembris usque ad diem 
villi, mensis Decembris exclusive curia non sedit propter ferias 
repentinas per officinm Balie factas propter ndventum Caroli ot- 
tavi, Francorum regis christianissimi. Qui urbem Senam ìntravit 
die Martis ii.*^ mensis Decembris 1494, circa horam xxiii.*^ magno 
cum triumpho et cum maxima armornm copia, summa cum huma- 
ni tate et liberalità te. Quem in introita porte gabelle Camolie al- 
locata est Virgo gloriosa Maria, saprà arcum diete porte existens 
in trono, cam angelis et advocatis civitatis Senaram, latinis ver- 
sibas infrascriptis, canendo, videlicet: 

Inclyte Francorum Rex, invictissime regam 
Unica christicole spes et fiducia gentis! 
Ingredere, et felix subeas mea tecta secundis 
Auspiciis: nam te ipsa libens vultuque sereno 
Urbe mea accipio. Felicibus annuo ceptis, 
Committoqae tibi veteres mea menia Senas: 
Senas, Gallorum Sennonum ex nomine dictas. 

Hecesdit dictas cLristianissimus rex de civitate Senarum die 
Io vis, mi.* dicti mensis Decembris, hora circa xxi.™, et prosecutas 
est iter suam in expedictione centra regem neapolitanum. 



LETTERA DI MAESTRO BARTOLO DI TURA 

SUDDA PIBNA DEDIiA BAf(MA, A PBq:iI\IOIrO 

(1457 Settembre 23ì 



La lettera che pubblichiamo, e che proviene dal car- 
teggio della Balia, ci sembra di grande interesse, e ciò 
per varie ragioni, che esporremo in poche parole. 

Prima di tutto essa è un esempio di quello stile epi- 
stolare descrittivo, che raramente nei primi secoli della 
nostra letteratura s' incontra, e che rimane tutto da stu- 
diarsi. 

In questa lettera si ravvisa ancora taluna delle grandi 
qualità del così detto buon secolo della lingua. Il suo stile 
è conciso, sobrio, senza ricercatezza, ed appunto per questo 
della più grande efficacia. In fondo a tutto ìì sentimento 
che Tha dettata, si trova una rettitudine di criterio ed una 
bontà d*animo singolare, unite a quella modestia che è par- 
ticolare ai precursori. Anzi, se si dovesse fare un appunto 
al suo dire, sarebbe quello d'una sobrietà eccessiva, anche 
neir osservazione. Non vi è una parola superflua in tutta 
questa lettera ; chi la scrive va dritto senza ambagi al suo 
scopo, che vede chiaro innanzi a se. - Persino dei compli- 
menti convenzionali non vi si trova che 1* indispensabile. I 
latinismi sono, se non evitati, certo non ricercati; tranne il 
diluvio e r unde della prima frase, e il dare doctrina del- 
l'ultima, non ne trovo. Modi di dire e parole senesi ricorrono 
invece molli. Le forme essare, venardì, giudicharetCj an^ 
dàroj campàro (per andarono, camparono) sono comuni (*). 



(*) NuUa di straordinario ha la forma metia per metà; e ancora 
modernamente si usa pense per pinse e piova per pioggia. La elisione 
frequente dell'articolo, è comune a tutte le scritture simili del tempo. 
— La lettera è riprodotta, come è naturale, con fedeltà assoluta, ag- 
giungendovi solo la interpunzione e gli accenti. 



LETTERA DI MAESTRO BARTOLO DI TURA (1457) 255 

Parola prettamente senese è pure: mora, per pilastro, co- 
lonna quadrata, special mente da cancello, come affermano 
anche i commentatori al famoso passo del Purgatorio III. 
\Z9 (sotto la guardia della grave mora); parola che usano 
in questo senso ancor oggi i nostri contadini. — Del resto 
è una lettera pensata e limata; certo non buttata giù alla 
prima, ma ricopiata da un primo abbozzo. 

Questo per la forma. Maggiore ancora mi sembra 
r importanza della lettera per il suo contenuto. 

Essa dà notizia di un fatto interessante e reca un con- 
tributo utile alla storia dei Bagni di Petriolo, antichissimi 
e famosi, anzi diventati di moda nel Quattrocento, quando 
diedero ricetto a Enea Silvio, ai duchi d* Urbino ed a 
Poggio Bracciolini, che ne parla nelle sue Facezie. Essa 
ci fa conoscere meglio le disposizioni interne di questi 
Bagni ('). Sapevamo già che nei bagni uomini e donne 
erano divisi sino dal Dugento; ora vediamo che esistevano 
locali separati anche per i cavalieri e che due erano gli 
stabilimenti principali: Tuno presso il fiume, Y altro piti in 
alto e che aveva sorgenti di temperatura più elevata. 

Ma forse il principale merito di questa lettera consiste 
nel mostrarci un maestro dello Studio già ben conosciuto, 
maestro Bartolo di Tura ('), in nuova luce e che rende 
sempre più gradita la pacata e nobile figura di questo in- 
signe medico e naturalista. Egli, per fuggire ozio, come 
dice modestamente di sé stesso, studiava nel Settembre 
1457 le virtù salutari delle acque di Petriolo, quando venne 



(V> Di Petriolo ha trattato brevemente U Repetti in due luoghi 
del suo Dizionario: alla voce Bagni di Petriolo (voi. I 224) e Pettiolo 
i IV. 145). Ivi è citata una Deliberazione del 1248, che menziona di già 
il Bagno delle donne. Il Constituto senese del 12G2 contiene estesi 
onUnamenti su questi bagni (III. 263-278). Nel Trecento vi si teneva 
^iuocD pubblico; e deUa baratteria si conoscono persino i contratti d'ap- 
palto (Vedi il MIO Giuoco in Italia nei sec, XIII e IV, pag. 66), Con- 
fronta pure la novella 2." nella decima giornata del Decamerone. Dal 
Constituto del 1262 (III 268) si vede che uno dei bagni era proprio 
presso la Farma; 1' altro, più importante, perchè più caldo, era in un 
posto più alto {superine). Cfr. III 271 : balneum... de subtus iuxta Far- 
i7i/i//{... rresoatur», quantum balneum quod est super ipsum.,, 

«*) Vedi il 3Iio Studio di Siena nel Rinascimento pag. 115 e spesso. 
— Curzio Mazzi Lo Studio di un medico Senese del sec, JVTF (Firenze, 
1894); e questo stesso fascicolo, ove è pubblicato, per cura del Mazzi, 
r Inventario della casa di M. Bartolo. 



256 L. ZDEKAUER 

la piena della Farma ('). Probabilmente per incitamento e 
dietro preghiera di quei poveri terrazzani, dei quali de- 
scrive con semplicità commovente la sciagura, egli riferisco 
dell* accaduto alla Balìa e si rivolge a nome loro al Co- 
mune di Siena, invocando soccorso. Per rendere più efficace 
la preghiera, aveva pensato di ridurre in alcuni versetti le 
sue osservazioni sulle virtù di quelle acque e li aggiunse 
alla sua lettera. Il caso invidioso ha conservata quella, 
mentre sono andati perduti questi; ma noi crediamo che 
quel che ne rimane sia forse la parte più importante, certo 
la più bella e graziosa della relazione. Imperocché quei 
versetti poco ci avrebbero insegnato di nuovo: questa let- 
tera invece ci mostra un* anima squisitamente gentile, ed 
un dotto osservatore, che si adopera per lenire una grave 
sciagura, della quale per caso si trova spettatore. La vi- 
sita di Papa Pio ai Bagni di Petriolo, nell'estate 1460, 
tanto decantata dai Cronisti, prova, che la intercessione 
di Maestro Bartolo ebbe buon efletto; che i danni furono 
riparati e che il paese si riebbe presto dalla disgrazia, 
giacché potè degnamente e festosamente accogliere un 
pontefice, che certo non disdegnava i comodi della vita. 
La efficacia del volgare, semplice e dignitoso, che di- 
stingue questa lettera, prova allo stesso tempo che costoro 
sapessero fuggire benissimo la monotonia del latino con- 
venzionale, in cui sono scritte le epistole slombate degli 
umanisti contemporanei, e che apprezzassero nel suo giusto 
valore il volgare, che assai più di quello si presta al sen- 
timento alto e nobile ed allo stesso tempo concreto e 
pratico, che ha dettato questa lettera, la quale, a nostro 
parere, è fra le testimonianze più belle della civiltà senese 
del Quattrocento. 

Siena. Lodovico ZDEKArKR 



Archivio di Slato IjeUere alla Balìa L 

1457. 23 Sett. 

Magnifici domini o£Bitiales et patres prestantissimi. Post re- 
coramendationes et celerà. — Parmi essare mio debito, trovandomi 
qui, d'avisare le vostre Magnificentie del grande diluvio è stato 



(*) La Farma è un Torrente, che il Repetti nel suo Dizionario 
geografkostorico ha registrato solo in Apjyendice (voi. VI pag. 90); ed 
è un affluente della Merse, nella quale 5>i vuota appunto sotto Petriolo. 



I 



LETTERA DI MAESTRO BARTOLO DI TURA (1457) 257 

qna, dande non piccolo dampno risulta a la V. M. Comunità; et 
a qaello stimo giudicharete doversi provedere. Fu si gran piova 
giovedì nocte, seguendo il venardi, et si grande la piena de la 
Farma che V aqua entrò a le finestre del mulino, et bisognò che 
'i mugnaio cola sua famegliuola fngisse in sul tecto et con fadigha 
canpàro. Entrò l'aqua a la porta de la Farma, la quale levò via 
et allagò il piano degli aberghi tiene lo Scarsella, verso la Farma, 
nel quale al9Ò più d' uno braccio. Entrò a la porticciuola de' bagni 
et algosi sopra V aqua de' bagni sei braccia, si che le more de' docci 
andàro tutte sotto fino a' ferri (sic) catene d' esse more. Et ghonfiò 
tanto y aqua sopra ai bagni che pense il muro del Comuno, di 
nuovo merlato, et la metà gittò per terra fino a' fondamenti del 
fiume, donde la metta de le casetta di Giovanni di Guccio andò 
via nel fiume col tecto et fondamento. Il resto del muro castellano 
é fesso et conquassato , et il bagno de' cavalieri et l' altro a quello 
vicino, è scassato, né possano tenere aqua. La volta sopra il bagno 
del ferro è aperta; casse et massaritie che erano sopra a quella 
perdute et ite via. Il bagno de le donne allaghò et allevisi l'aqua 
due braccia, la quale venne per li condocti del bagno degli uomini, 
entrò per più finestre de le casette di Anbruogio Spanochi, et uno 
cavallo affoghò. Altro dampno a persone per dio gratia non fé, ma 
ben si crede che il ponte abbia ricevuto grande manchamento da 
fondamenti per anco non si può vedere. Bicordo adunque a le Vo- 
stre Magnificentie voliate operare che questi bagni si possine usare, 
atese le loro singulari virtù, le quali, per fugire otio, ò in questo 
luogho esaminate et notate in questi versetti per utile et honore 
de la città vostra et dare doctrina a chi non le sapesse. L' altissi- 
mo conservi et acresca le magnificentie vostre, a le quali ora et 
sempre mi raccomando. 

Datum ex Balneis Petrioli die XXIII Septembris 1457. 

Bartholus, artium 
et medicine doctor, et celerà 

A terj[0; 

Magn]ificis dominis ofiitialibus | [Ba]lie alme civitatis Se | 
[nalrum, patribus suis pre | [stanjtissimis. 



ARCfflVI 



SIENA - R. ARCHIVIO DI STATO 



DIPLOMATICO 



Tutti i documenti scritti da una sola faccia sopra pelli 
di animali, di maggiore o minore grandezza, specialmente 
su pelli d'agnello appositamente conciate ('), e che fino dai 
giorno in cui furono scritte si usò da noi di tenere separa- 
tamente arrotolate, costituiscono la collezione diplomatica. 

Queste membrane contengono anzitutto diplomi di im- 
peratori e di principi; bolle, brevi ed epistole di papi, di 
cardinali e di vescovi; leghe, concordati di prìncipi e re- 
pubbliche; atti di concessione e di sottomissione di città, 
terre e castelli; e nel maggior numero rogiti notarili per 
compre, vendite, imprestiti, quietanze, donazioni, legati e 
testamenti, di interesse pubblico o privato, e quindi resul- 
tano di grande importanza per la storia politica, religiosa 
e civile non solo di Siena ma d* Italia tutta. 

Dalla collezione sono esclusi tutti i documenti ancorché 
scritti su pergamena, quando essa è ripiegata a foglio, quasi 
a forma di codice. I libretti di questa natura, anche se pur 
composti di due carte soltanto (a quaderno), si trovano 
collocati a parte e formano un'appendice alla collezione 
medesima. E' fatta eccezione altresì per i documenti con 
sigillo aderente alla membrana, che a tenerli arrotolati 
verrebbero a soffrire danno. Questi documenti sono posti 
in apposito armario, completamente stesi. 

(^ì V arte di conciare le peUi per la scrittura era detta dei Pe- 
lacani e dei Cerbdattai o Pergamena^ xSeàx MisceUane* Storica Se- 
nese, Anno I p. 140. Anno IV p. 12l5). 



f 



ARCHIVIO DIPLOMATICO 259 

La collezione diplomatica senese oggi conia n."" 55314 
pergamene e conservasi nella prima sala dell'Archivio, 
dentro armari chiusi a sportello, in millequattrocento set- 
tanta caselle o scompartimenti, ed è materialmente di- 
sposta con rigoroso ordine cronologico. 

Ogni rotoletto, conforme l'ordinamento comune di quasi 
tutti gli Archivi toscani, porta sospeso un cartellino egual- 
mente membranaceo che contiene l'indicazione della pro- 
venienza e r anno il mese e il giorno, in cui fu scritta la 
pergamena. Le medesime indicazioni sono poi ripetute sul 
dorso della membrana, che in tutto corrispondono all'in- 
ventario a schede. La collezione è corredata di numerosi 
spogli regesti antichi e moderni, divisi per provenienze, 
che nel totale ascendono fino a oggi al numero di 84 
volumi. 

Prima di passare ad una sommaria descrizione delle 
provenienze, diamo il seguente prospetto che riassume il 
numero delle pergamene, repartite per secolo e per pro- 
venienza. Queste provenienze, come dimostra uno sguardo 
sulla tabella, sono in n.** di 04, e di indole svariatissima. 
Alcune di esse rappresentano veri /bwd«\, nel senso in cui 
questa parola è usata dalla scienza Diplomatica francese: 
cioè Archivi interi, di cui taluno d'importanza capitale. 
Altre invece consistono solo in poche carte, e si trovano 
qui più per un caso fortunato che per la necessità interna 
delle cose. Per cui si presenta la opportunità d' una il- 
lustrazione particolareggiata d'ognuna di queste prove- 
nienze, che faremo seguire alla tabella. 



260 



r^ROVBNIKNZE 



SECOI^ 
Vili 



SECOLO 
IX 



SECOLO 

X 



1 Riformagioni 

2 RiformagioDi • Balzana 

3 Biformagioni - S. Anastasio .... 

4 RiformagioDi - Leone 

5 Riformagioni - Lupa 

6 Riformagioni - Città di Massa. . . . 

7 Riformagioni - Monastero di S.» Petronilla 

8 Archìvio Generale 

9 R.* Prefettura 

10 R.» Università 

11 Biblioteca Pubblica di Siena . . . . 

12 Opera Metropolitana di Siena . . .* . 

13 Spedale di S.^ Maria della Scala in Siena 



14 Città di Massa . . . 

15 Comunità di Montieri . 

16 id. di Sarteano. 

17 id. di Sinai unga 



18 Abbadia di S. Eugenio presso Siena . 

19 Abbadia di S. Salvadore di Monte Amiata 

20 Archicenobio di Monte Olivete Maggiore 

21 S. Agostino di Siena 

22 S. Bernardino airOsservanza presso Siena 

23 Certosa di Santa Maria a Maggiano (Pa- 
trimonio dei Resti Ecclesiastici) . . . 

24 Certosa dei SS. Pietro e Paolo a Ponti- 
gnano (Patr. Eccl.) 

25 S. Clemente dei Servi in Siena . . . 
2G S. Domenico di Siena 

27 S. Francesco di Siena 

28 S. Girolamo di Campansi in Siena . . 

29 S.*^ Maria degli Angeli presso Siena . . 

30 S.A Maria Maddalena di Siena. . . . 

31 S a Marta di Siena 

32 S.*" Mustiola di Siena 

33 S. Paolo di Siena 

34 S.» Petronilla di Siena 

35 ^. Raimondo di Siena 

36 S. Salvadore di Leccete presso Siena . 

37 Santuccio di Siena 

38 S. Sebastiano di Siena 

39 S. Spirito di Siena 

40 Trafisse (Monastero delle) di Siena . . 

41 Vita Etema 

42 S. Agostino di Massa (Patr. Eccl.). . 

43 S. Agostino di Montepulciano (Patr. 
Eccl.) 

44 S. Michele di S. Fiora (Patr. Eccl.) . . 

45 Compagnie Laicali (Patr. Eccl.) . . . 

Somma da riportarsi N.^ 



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PROVENIBNZK 



Somma riporiaixi N.® 
DONI E DEGAO^I 

46 Bichi-Borghesi 

47 Giuliani 

48 Gori 

49 Lisini 

60 Mattii 1 

51 Ottieri Della Ciaia ■ 

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52 Doni vari I 

Banchi 

Band ini Piccolomini , 

Bernardi j 

Bertini-Cappelli 

Martelli 

Martinozzi 

Parronchi 

Pon'i I 

Puccionì ! 

Stromboli ' 

Zdekauer '. 

I\EGI ACQUIETI 

53 Alberti j 

54 Bandini Piccolomini 

55 Bartalini 

50 Bigazzi 

57 Cerretani l 

58 Corbini i 

59 Fondi ! 

60 Gavazzi 

61 Giustini 

62 Piccioli i; 

63 Piccioli (San Salvadore di Lecceto) . . ji 

64 Acquisti vari • . . . . 

Bartalini 

Belloni , 

Gennarelli 

Giugni 

Lazzoni 

Rossi 

Venturini ,1 



SECOLO 

Vili 

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SECOLO SECOLO SECOI^> 

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264 A. LISINI 

1. — Archivio delle Riformagioni m. Ma 

^?e in 

8i4 dicembre SO — 1790 ffennaio i6 X. ÒBIU. 

"^ pretkzi 

Fino dalla seconda metà del secolo xiii, i Governatori della Re- -. ^illxati 

pubblica di Siena per meglio conservare gli atti originali della loro '^^ jj,^, 

amministrazione, dopo aver fatto trarre, dei principali, copia au- ^asitttis 

tentica negli istrumentari o caleffl, li fecero riporre in cassoni che >_jr. s;^^^- 

tennero gelosamente custoditi, prima nella sagrestia dei frati pre- "^TEà^nii 

dicatori, poi in quella dei francescani e finalmente, nel secolo xv, ^ .^.n 

nella sala capitolare dello Spedale di S. Maria della Scala, dove -p^^ , 

rimasero fino agli ultimi anni del secolo passato. .iSert- 

Grandissimo dovette essere il numero dei documenti scritti su \^^ , 

membrana ivi raccolti, ma dai vecchi indici rimasti, non si può .^ r., . 
con esattezza desumerlo, perchè tutti i compilatori degli indici e 
degli spogli limitarono le loro ricerche a quelle sole scritture che 
più direttamente interessavano il Comune. 

Il sacerdote Cesare Scali, che per ultimo ebbe a porvi le mani 

quando intraprese quelP infelicissimo riordinamento degli Archivi . • / 

pubblici della Città, di cui abbiamo già dato cenno, cosi ne ha la- J '. 
sciato memoria al principio dello spoglio che compilò per 1' Archivio 
delle Riformagioni. Egli dopo aver raccontato della grande fatica 

durata per scegliere e per disporre con ordine cronologico gli atti . . *- 

destinati all'Archivio delle Riformagioni, soggiunge: « Nel nostro ^,. .^^ 

« Archivio delle Riformagioni v' erano presso a 2000 (pergamene). ^' '^^^ 

« In quello dello Spedale grande, intorno a 100,000. In quello della . ' ^f^^^^i 

« Sapienza 7000 e in quello del Convento di S. Domenico da 2000, . ^ ^^ 

* e ciascuno di questi spartimenti aveva il suo indice a parte. Bi- ^i 
« sognò dunque da questa massa scegliere quelle carte che spet- 9. 

« tavano ai Luoghi Pii e lasciarle nei respettivi loro Archivi. Dipoi 
« fare una separazione di quelle che appartenevano a interessi e 

* affari di famiglie private e passarle ali* Archivio Generale o sia ""^'^mei 
« Pubblico (*) e quelle finalmente che in qualche guisa risguarda- ^^'^ìi 
« vano oggetti pubblici, collocarle in questo delle Riformagioni, che --,..,^^ 
« sono le presenti » . Non conosciamo però quali e quante perga- iv 
mene furono tolte dal? Archivio dello Spedale per esser conservate ra;,,^^ ^ 



et 

'^ dia 

^^^ di 



(*) Intendasi, all' Archivio Notarile. ^' |k f„ 



•*iìo. 






ARCHIVIO DIPLOMATICO 265 

.Q quello delle Riformagioni. LMndice formato dallo Scali va dal- 
l' 814 al 1550 e compendia 2163 documenti, che forse riunì in tren- 
utre volumi. Ma i docamenti trasportati nel nuovo Archivio do- 
vettero essere in quantità maggiore, perchè lo Scali cosi chiude 
•laella sua prefazione. < Le cartapecore del Magistrato di Bicchema 
• si son collocate a fascetti in filze senza fame lo spoglio per es- 
" sere tutte inconcludenti >. 

Noi ammettiamo che il numero delle centomila pergamene, rac- 
(x»lte nello Spedale Grande, sia stato studiosamente esagerato dallo 
Scali per magnificare le sue fatiche; pure per altri riscontri si co- 
nosce che quella raccolta fu molto numerosa. Come poi sia andata 
in gran parte dispersa, non costerà fatica immaginarselo, quando 
si ponga mente che gli Archivisti di quel tempo consideravano in- 
concludenti le carte pubbliche anche se apparivano di rispettabile 
antichità. V è tuttora in Siena chi si ricorda di aver veduto ven- 
'hre molte pergamene antiche per formarne colla da falegnami! E 
fion è cosa difficile che molte ne andassero disperse durante il 
Governo Napoleonico quando in quarantasei grandi casse furono 
trasportate a Parigi (*). 

Oggi le carte membranacee raccolte sotto questo titolo ascendono 
li numero di 5972 e contengono diplomi imperiali, bolle e brevi 
[capali, leghe e capitolazioni con principati, repubbliche e comuni 
<r Italia, atti di franchigie e di sottomissioni dei paesi, terre e ca- 
dili e signorie del Contado. Questa raccolta dair Archivio delle 
Riformagioni, passata a questo di Stato fino dalla sua istituzione, 
ha vari spogli antichi, ed i migliori sono quelli compilati nei se- 
cali XVII e XVIII dal sac. Antonio Sestigiani e dal cav. Giovanni 
Antonio Pecci. 

2. — Archivio delle Eiformagioni — Balzana 

1089 mano — 1474 deeembre X. 128. 

I documenti che più di frequente occorreva di consultare nei 
negozi pubblici invece di conservarli nella sala capitolare dello 



(*) Queste casse ritornarono in Siena il 3 marzo 1816. Il loro 
peso raggiunse nel totale g 15.319. La spesa occorsa per farle ritor- 
nare di là ammontò a L. 1300. Con ragione si può dubitare che non 
tutte le casse spedite sieno ritornate in Siena, poiché un certo nu- 
mero di pergamene registrate nello spoglio dello Scali, oggi più non 
•51 trovano. 

BulUlt. Seneac di Si. Patria — ll^ISQC. 19 



266 A. LISINI 

Spedale di S. Maria della Scala, nel sec. xv, si fecero riporre in 
quattro cassoni nello stesso palazzo dei Governatori. Ciascuna di 
queste casse, prese il nome dalP insegna che vi fu fatta pitturare 
nella parte esteriore. Si chiamò Balzana, quella cassa dove era pit- 
turato lo stemma del Comune di Siena, che si rappresenta con uno 
scudo spaccato di bianco e di nero. Leone fu nominata l'altra cassa, 
con lo stemma del popolo, che porta in campo rosso un leone bianco 
con corona d' oro. La cassa con la Lupa lattante Romolo e Remo, 
egualmente impresa di Siena, fu detta Lupa: e finalmente quella 
che racchiudeva le scritture relative ai diritti acquisiti dai senesi 
sopra alcuni territori della maremma, già spettanti all' Abadia di 
S. Anastasio ad Aquas Salvias presso Roma, prese il nome di 
8, Anastasio per la testa del Santo ivi effigiata. 

Le scritture raccolte in quei cassoni ebbero un primo ordina- 
mento nel 1725. Esse consistevano in codici e volumi e in atti sciolti, 
scritti su pergamena e su carta. I documenti scritti su carta e i 
codici oggi non figurano nella raccolta diplomatica: essi trovansi riu- 
niti dentro a buste tra le carte spettanti al Concistoro o alla serie 
dei Capitoli. 

Tra le pergamene che vanno sotto questa denominazione si con- 
servano alcuni privilegi imperiali da Ottone IV (1209) a Carlo IV 
(1369), e Bolle papaU da Eugenio III (1153) a Eugenio IV (1432). 
Questa collezione ha uno spoglio fatto nel 1725. 

3. — Archivio delle Riformagioni — 8, Anastasio 

1286 ^narzo 11 — 1604 apHU 6 K. 64. 

Sotto questo titolo furono raccolte le scritture riguardanti Or- 
betello, Tricosto, Capalbio, Marsiliana, Scerpenna, Stacchilagi, Por- 
tercole, Portofenile, Gianutri ed altri paesi del contado Ildobrande- 
SCO venuto in potere ai senesi. I privilegi concessi da Lodovico il 
Bavaro e da Carlo IV ai Signori di Baschi ed altri istrumenti ri- 
guardanti la Badia di S. Anastasio ad Aquas Salvlas e personaggi 
della famiglia Ildobrandeschi. 

4. — Archivio delle Riformagioni — Leone 

1433 apHU 15 — 1471 febbraio 14 N. 115. 

La raccolta comprende diplomi dell'imperatore Sigismondo e del 
re Ladislao d* Ungheria, d* Alfonso re d' Aragona, IjoUe di papa 



ARCHIVIO DIPLOMATICO 267 

Eugenio IV, di Felice V, di Calisto III, di Pio II e di Paolo III, 
atti rigaardanti il Concilio di Basilea, la canonizzazione di S. Ber- 
nardino da Siena, la famiglia Orsini e i capitani lacomo Piccinino 
e Sigismondo Pandolfo Malatesta signore di Bimini. 

5. — Archivio delle Ripormagioni — Lupa 

1208 adotto 10 — 1738 iettembre 18 N. 100. 

In questa collezione trovansi bolle di papa Urbano VI, di Gio- 
vanni XXIII, di Sisto IV, di Clemente VII, di Paolo III, di Gre- 
gorio XIII e di altri papi iino a Clemente XII. Leghe e trattati 
conchinsi con i re di Napoli e con i duchi di Milano. 

6. — Archivio delle Riformagioni — Città di Massa 

754 luglio — 1681 deeembre 12 K. 806. 

Queste pergamene, oltre ad un migliaio interessanti la città e 
il territorio di Massa di Maremma, furono trasportate in Siena nel 
1564 per ordine del Governatore monsignor Agnolo Niccolini forse 
con la speranza di ritrovarvi qualche privilegio con bolla d' oro 
di cui pare facesse attiva ricerca. Nel 1780 il granduca Pietro Leo- 
poldo di Lorena ne fece fare V indice al sac. Pietro Paolo Pizzetti. 
Dopo questa epoca, senza che se ne conosca la ragione 254 perga- 
mene passarono nel diplomatico fiorentino, mentre l' altre rimasero 
in Siena. La collezione incomincia dalP anno 754, ma il documento 
rimasto in Siena, con questa provenienza, è in copia del sec. xii. 
Tra gli atti notevoli si possono ricordare il diploma dell' impe- 
ratore Arrigo VII, col quale accorda a Giovanni vescovo di Massa 
la giurisdizione su la Città predetta (1313 luglio 7), le copie dei 
diplomi concessi dall' imperatore Federigo I ai conti Alberti da 
Prato, le bolle di papa Gregorio IX alla Chiesa di Massa. Vi sono 
poi carte delle famiglie Pannocchieschi, dei Signori di Travale, dei 
Todini di Massa ecc. 

7. — Archivio delle Riformagioni — 8. Petronilla 

1210 luglio 29 — 1672 maggio 21 N. 111. 

H monastero di S. Maria su la strada Romea, fuori la porta 
Camollia volgarmente detto di S. Petronilla, fu fondato sul principio 
del secolo xiii da Vitale di Donicato, che vi dette stanza alle Suore 



268 A. LISINI 

di S. Damiano dell' ordine di S. Benedetto. Ugo e Rinaldo vescovi 
d' Ostia e di Velletri lo favorirono con molti privilegi e i papi Ono- 
rio III, Gregorio XIII, Innocenzo IV, Alessandro IV, Urbano IV 
e Innocenzo V lo presero sotto la loro protezione. Quasi tutte lo 
carte di questa raccolta riguardano il Monastero. Come le perga- 
mene della collezione precedente, undici spettanti a questo Mona- 
stero, sul principio di questo secolo, dall' Archivio delle Biformagioni 
passarono nel diplomatico fiorentino. 

8. — Archivio generale dei Contratti 

Sec. XI. — 1770 laaggio 12 J\'. 20403 

Neil' Archivio della Casa di Sapienza o dello Studio erano state 
raccolte, non sappiamo in quale anno né per quale causa, 6865 per- 
gamene riguardanti interessi di particolari famiglie quasi tutte se- 
nesi. L' Abate Galgano Bichi, grande ricercatore di cose storiche, 
ne fece fare a sue spese un indice dal sac. Antonio Sestigiani, il 
quale, per compilarlo, dovette impiegarvi non meno di cinque anni. 
Lo stesso Abate Bichi, trovò altre 1805 pergamene gettate alla 
rinfusa e senza ordine in un vuoto che rimaneva sotto ad una scala 
segreta del palazzo pubblico. Anche queste pergamene, che per la 
massima parte riguardavano famiglie senesi, chiesta licenza alla Balla 
si dette a riordinarle e le dispose in tanti mazzetti di 25 perga- 
mene per mazzetto e intanto ne fece eseguire il regesto al solito 
prete Sestigiani. Terminato l'ordinamento, questa volta ebbero più 
fortunata sede, perchè furono collocate sopra le scansie dei libri 
dell'Archivio delle Riformagioni. Sull'esempio del Bichi, pochi anni 
dopo un altro Abate, certo Lodovico Cinughi, potè col permesso 
del cav. Antonio Ugolini Billò rettore dello Spedale di S. Maria 
della Scala, ricercare tutti i contratti e memorie delle famiglie no- 
bili senesi che si conservavano tra le scritture pubbliche nei cin- 
que cassoni dello Spedale. Egli potè scegliere 783 pergamene che, 
riunite in 32 sacchette, poi corredò di uno spoglio dimostrante il loro 
contenuto. Nel 1775 tutti i fondi predetti vennero insieme con altre 
pergamene consegnate all'Archivio generale dei Contratti, cioè al- 
l'Archivio Notarile, il quale potè cosi formare questa cospicua rac- 
colta, che oggi vien distinta col nome di quell'Archivio. Pietro Paolo 
Pizzetti, per commissione del Governo, nel 1785 compilò gli indici 
in 12 grossi volumi in foglio. Posteriormente nel 1804 vi furono riu- 
nite altre 206 pergamene dimenticate nell' Archivio di Sapienza. 



ARCHIVIO DIPLOMATICO 269 

9. — R. Prefettura 

1233 luglio 3 — 1773 febbraio 1 X 407. 

Di queste pergamene, n.^ 167 appartennero all' Archivio dei 
Quattro Conservatori dello Stato e riguardano per la maggior parte 
i comuni di Monticiano, Monterotondo e Chiusdino, altre poi con- 
tengono immanità ed esenzioni concesse dalla Repubblica ai Comuni 
sottoposti. 

10. — R. Università degli Studi 

1244 gennaio 1 — 1705 novembre X. 1309. 

Per la massima parte queste pergamene riguardano l' antica 
Casa dei Poveri detta della Misericordia, fondata nel sec. xiii dal 
B. Andrea Gallerani e poi trasformata nel 1408 per le bolle di 
papa Gregorio XII, in Casa di Sapienza, onde ospitarvi gli studenti 
ibrestierì. 

Le antiche scritture dell' Archivio della Università, passarono 
in questo di Stato, per ordine del Governo, il 13 gennaio 1860. 
Li' Inventario di questo fondo sta pubblicandosi per le stampe. 

11. — BiBUOTECA Comunale 

1176 — 1756 giugno 5 N. 076 

Questa collezione, incominciata dall' Abate Giuseppe Ciaccheri 
fino dalla istituzione della Biblioteca Civica, venne accresciuta con 
pergamene ritrovate nella Casa di Sapienza dall' Abate Luigi De 
Angelis, succeduto al Ciaccheri nell' ufficio di Bibliotecario. I docu- 
menti riguardano quasi tutti famiglie, chiese e conventi della Città 
o dell' antico Stato dì Siena. Furono consegnati all' Archivio di 
Stato nel!' ottobre 1860. 

12. — Opeka Metropolitana 

1002 ottobre — 1680 agotto 10 N. 1588 

Le pergamene quasi tutte riguardano gli interessi e 1' ammini- 
strazione dell' Opera, i lavori della fabbrica del Duomo, le elezioni 
dei Rettori, i lasciti fatti all' Opera medesima. Passarono all' Ar- 
chivio di Stato nel settembre 1861 per deliberazione del Consiglio 
Comunale del BO agosto 1861. 

La collezione ha uno spoglio moderno. 



270 A. LISINI 

13. — Spedale di S. Maria della Sgala 

1090 marzo 21 — 1707 dieetnbre 9 X. 5592 

Questo celebratissimo Spedale fu erotto nel sec. xi dai Canonici 
della Chiesa Maggiore in prossimità della Chiesa stessa per ospi- 
tare poveri e pellegrini e per curare gli infermi. In breve per gli 
atti di carità che vi si esercitavano sali in tanta rinomanza, che 
molti spedali istituiti in altri luoghi della Toscana e delP Umbria, 
vennero sottoposti a questo di Siena. € Non è certamente iperbole 
- cosi scrisse Luciano Banchi , lo Storico che illustrò questo 
Spedale - V asserire che per più secoli le ricchezze si riversarono 
« da ogni parte come pioggia su questo Spedale; tanto che ne pro- 
« fìttarono non solo i poveri infermi e le creature abbandonate, ma 
« eziandio la universalità dei cittadini. Amcchito d' ogni sorta di 
< privilegi, alla piccola repubblica invidiato da imperatori ; levato a 
« cielo da santi e da pontefici, moderatore di quasi tutti li spedali 
« dì Toscana e di molti del contiguo stato della Chiesa, fu per 
« lungo volger di anni, secondo una locuzione di S. Bernardino da 
« Siena, uno degli 'occhi della Città ». 

Le molteplici pergamene di questa provenienza contengono prin- 
cipalmente atti di donazione e di vendite, affitti, fide di paschi, 
censi, testamenti. Bolle e Brevi pontifici, deliberazioni della Re- 
pubblica a favore dello Spedale. Vennero depositate all'Archivio il 
9 giugno 1870. 

14. — Città di Massa 

75i luglio — 1576 marzo 20 if. 254 

Come abbiamo accennato sotto il titolo Biformaqioni Massa, 
sul finire del secolo passato, una parte dei documenti di questa 
Città, conservati nell' Archivio delle Riformagioni di Siena, pas- 
sarono al Diplomatico fiorentino. Queste scritture che riguaixiano 
il Comune, la Città e le famiglie di Massa vennero restituite al- 
l' Archivio senese nel 1868. 

15. — Comunità di Montieri 

1237 ottobre 6 — 1578 deeemhrc 10 -V. 88 

La Comunità di Montieri, perchè meglio venissero conservate 
le sue antiche scritture, nel maggio 1889 le affidò in deposito al- 
l' Archivio di Stato. 



ARCHIVIO DIPLOMATICO 271 

I documenti di questa provenienza ricordano i Conti di Fro- 
aìni, il Castello di Miranduolo, il Comune di Montieri, le famiglie 
di quel paese e specialmente quella dei Cantoni. 

16. — Comunità di Sarteano 

1086 luglio — 1624 ottobre N. 91 

Per deliberazione consiliare de' 27 novembre 1867 le pergamene 
da quella Comunità furono messe in deposito nel? Archivio di 
Stato. 

Le pergamene, oltre alle memorie di quella grossa Terra della 
Provincia Senese, contengono notizie dei Conti Manenti che vi 
ebbero signoria, delle Abadie di S. Trinità de Spineta e di Colti- 
buono, del monastero dell' Ardenghesca, e delle famiglie Monaldo- 
8chi d'Orvieto e Salimbeni di Siena. Tra le pergamene notevoli 
vanno segnalate la copia del privilegio concesso il 8 gennaio 1178 
dall'Imperatore Federigo I ai Manenti e alcune bolle di papa 
Giovanni xxii all'Abadia di Spineta. 

17. — Comunità di Sin alunga 

1303 ottobre 23 — Secolo xvi N. 88 

I documenti hanno principio con l'atto de' 23 ottobre 1303 
col quale gli uomini di Sinalunga acquistano dai conti Caccia- 
conti (?) la libertà comunale. Seguono poi atti riguardanti il Co- 
mune, la costruzione del Cassero, i paesi limitrofi e varie famiglie 
di Sinalunga e di Siena. 

Le pergamene furono depositate nell'Archivio senese per deli- 
berazione di quel Comune de' 3 gennaio 1874. 

18. — Abadia di S. Eugenio presso Siena 

053 giugno 23 — 1682 marzo 18 N, 625 

Questa Abadia, fondata nel 730 dal castaido regio Wamefrido, 
è quindi una delle più antiche di Toscana. Ebbe privilegi sino 
dal X.O secolo. I benedettini a cui appartenne, la misero sotto la 
protezione di papa Oiovanni XX e dell'Imperatore Federigo I. Nel- 
V ottobre 1446 papa Eugenio IV vi riunì i monaci di S. Spirito 
di Siena e quelli della celebre Abadia di S. Salvadore all' Isola 
fondata nel 1000 dalla contessa Ava del fu conte Zonobi. 



272 A. LISINI 

I documenti di questa provenienza si riferiscono alle sopraci- 
tate Abadie, al Romitorio di S. Maria di Montemaggio, al Mona- 
stero di S. Maria Novella presso la porta CamoUia e a varie pievi 
e chiese delle valli di Rosia e di Orgia, e alla famiglia Tegliacci 
di Siena. 

Chiusa V Abadia nel secolo passato, le carte furono trasferite 
nel diplomatico fiorentino e da questo pervennero nel 1868 alF Ar- 
chivio di Stato in Siena. 

19. — Abazia di S. Salvadore del Montamiata 

730 ìnarzo — 1730 fnarzo 10 X. 2772 

Di grande interesse storico sono le pergamene già spettanti a 
questa celebre Abazia fondata nella prima metà del sec. viii. Molti 
sono i privilegi imperiali e le bolle papali, anche di tempi anti- 
chissimi, riguardanti il convento: il quale fu abitato dai Benedet- 
tini e per brevissimo tempo dai Camaldolensi. Ritornativi i Be- 
nedettini neri nel 1230, dovettero cedere per ordine di papa Gre- 
gorio II l'Abazia ai Certosini, che la ritennero fino all' anno 1782, 
in cui avvenne la soppressione del Monastero. I documenti passa- 
rono al diplomatico fiorentino e da quello nell'agosto 1869 furono 
consegnati all'Archivio senese. 

20. — Archioenobio di Monteoliveto Maggiore 

PRESSO ChIUSURRE 

1031 aprile 28 — 1700 luglio 20 N. 896 

I documenti pervenuti all' Archivio di Stato fiorentino, dove 
erano stati depositati nella prima soppressione napoleonica, riguar- 
dano la Badia di Rofeno e l' Archioenobio di Monte Olivete Mag- 
giore, i paesi a quello circonvicini e i conventi appartenenti al 
medesimo ordine olivetano non solo di Toscana, ma altresì dì Roma, 
Temi, Fabriano, Assisi, Gubbio, Orvieto e Bologna. 

21. — Convento di S. Agostino 

952 novembre — See. xviii y. 1913 

La Religione agostiniana da antico tempo aveva eretto un mo- 
nastero a Foltignano, luogo boscoso e appartato distante tre miglia 
da Siena. Nel 1201 i frati, per propria comodità, aprirono un ospizio 
nel borgo del Laterino, quasi alle mura della Città; e pochi anni 
dopo, avendo ottenuto dalla Repubblica un pezzo di terra nel poggio 
di S. Agata, vi costruirono il convento che ebbe principio nel 1258. 



ARCHIVIO DIPLOMATICO 273 

Le pergamene più antiche spettano al Monastero dì S. Bartolomeo 
a Sestinga presso il paese di Colonna in Maremma, le altre al- 
l' Eremo dì S. Antonio e di S. Lucia a Rosìa, agli Eremitani di 
S. Leonardo di Leccete e all'altro di S. Salvadore del medesimo 
luogo. Molte poi trattano degli interessi del convento senese e 
delle famiglie della Città. 

Questa collezione pervenne all' Archivio senese nel 1869 dal 
diplomatico fiorentino. 

22. — S. Bernardino dei Minori Osservanti 

PRESSO Siena 

14S0 inagfpo U — 1763 luglio 21 .V. 5. 

Le poche pergamene pervennero all'Archivio di Stato nel 1868, 
dopo la soppressione degli ordini monastici. Tra questi documenti 
conaervasi la bolla di canonizzazione di S. Bernardino promulgata 
da Papa Niccolò V il 14 maggio 1450. 

23. — Certosa di S. Maria Assunta in Maggiano 

1342 apnle 3 — 1732 maggio 11 X. 775. 

Il Cardinale Riccardo Petroni del Titolo di S. Eustachio, ca- 
marlingo della Camera Apostolica, pochi anni avanti alla morte 
avvenuta nel 1314, ordinò ai suoi esecutori testamentari di erigere 
alcuni monasteri e certose in Siena. Essi, per dare esecuzione al te- 
stamento del Cardinale, acquistarono un podere nella contrada di 
S. Niccolò a Maggiano, che nel 1318 consegnarono ai Certosini, 
dopo avervi fatto erigere un piccolo convento. Altro per il medesimo 
ordine ne voleva fondare nel 1363 Francesco di Niccoluccio Petroni 
della medesima &miglia, ma papa Urbano V ordinò che ciò non 
avvenisse e che i beni lasciati da esso Francesco passassero a questa 
Certosa. 

La Certosa di Maggiano rimase soppressa nelle riforme Leopol- 
dine e i beni furono venduti per creare il fondo alla istituzione del 
Patrimonio Ecclesiastico. 

Le pergamene riguardano V ordine de' certosini, il Convento e 
la famiglia Petroni. 

24. — Certosa dei SS. Pietro e Paolo 
E di S. Maria di Pontignano presso Siena 

1249 novembre 2 — 1600 giugtio 25 X. 443. 

Per ordine del Cardinale Riccardo Petroni camarlingo della 



274 A. LISINI 

Camera Apostolica venne fondata nel 1343 da Bindo di Bìndo di 
Falcone Petroni suo esecutore testamentario. 

A questa Certosa nel 1635 ne venne riunita un' altra eretta a 
Belriguardo nelle vicinanze di Siena, in esecuzione del testamento 
di Niccolò di Cine TJinughi fatto nel 1345. 

Le due certose vennero soppresse nella metà del secolo passato. 
I beni passarono all' Ordine dei Camaldolensi e le pergamene fu- 
rono raccolte nell'Archivio del Patrimonio dei Resti, dal quale, nel 
1868, furono cedute a questo Stato. I documenti riguardano l' or- 
dine, le certose e i luoghi e famiglie senesi. 

25. — Convento di S. Clemente dei PP. Serviti 

lill tetteìnbre 13 — 1466 ìnaggio 29 X. 3. 

Le poche pergamene (cento in tutte) che possedeva questo Con- 
vento, prima della soppressione del 1808 passarono per la massima 
parte nella Biblioteca Comunale senese ed oggi si ritrovano sotto 
quella denominazione. Altre tre pergamene furono portate in Fi- 
renze e di là nel 1868 restituironsi all'Archivio senese. 

26. — Convento di S. Domenico 

1081 tettembre — 1723 tnaggio 6 A^ 621. 

Frate Gregorio Lombardelli, nelle cronache del Convento, afferma 
che S. Domenico portatosi nel 1220 in Siena prese alloggio nel- 
l' Ospizio della Maddalena, e che messer Ranieri di Bustichino Pic- 
colomini gli donò quel sito onde vi fabbricasse un Convento. Ma 
il Lombardelli fu si poco coscenzioso scrittore, da non potersi 
accettare senza qualche cautela le notizie da lui riferite. Certo è 
che questo convento può ascriversi tra i più antichi che 1' Ordine 
Domenicano fece fondare in Toscana. Oià nel 1246 la fabbrica 
del convento e della chiesa era molto innanzi, come ne fanno 
fede due Bolle di papa Innocenzo IV spedite da Lione il 7 gen- 
naio e il 12 maggio dell'anno predetto a favore di coloro che aiu- 
tavano quella costruzione. 

Quasi duemiladuegento documenti membranacei possedeva il 
Convento alla metà del secolo passato, ma al riordinamento degli 
Archivi decretato dal Granduca Pietro Leopoldo, alcune pergamene 
passarono in altri Archivi, ed altre forse andarono disperse. Oggi 
se ne contano soltanto seicentoventuno che furono cedute all'Archivio 



ARCHIVIO DIPLOMATICO 275 

di Stato dal fondo del Patrimonio dei Eesti Ecclesiastici, con le 
altre carte del Convento. 



27. — - Convento di S. Francesco 

1210 febbraio 27 — 1606 gennaio 14 N. 607. 

All'epoca della soppressione degli ordini monastici, avvenuta 
nel 1808, le pergamene di questo convento passarono nel Diploma- 
tico fiorentino, ma in quel trasloco più di dnegento pergamene 
andarono perdute. Da Firenze tornarono poi a Siena nel 1868. 

Anche questi documenti non solo riguardano il convento e l'or* 
dine dei Minori, ma hanno altresì relazione con la Repubblica e 
con varie famiglie senesi. 

28. — Monastero di S. Girolamo di Campansi 

1327 maggio 15 — 1761 ìnaggio 11 X. (H). 

Per la bolla 26 novembre 1435, data in Firenze da papa Eu- 
genio IV, le Suore del Terzo Ordine di S. Francesco, dette della 
Penitenza, si ridussero ad abitare in comune in una casa presso 
la Porta di CamoUia, dove eressero un oratorio in onore di S. 
Girolamo. 

I più antichi documenti, che vanno sotto questa denominazione, 
non riguardano il Monastero, ma bensì famiglie senesi e ville e 
luoghi dei dintorni di Siena. Pervennero dall' Archivio fiorentino 
nel 1868. 

29. — Convento dei Canonici regolari 
di S. Maria degli Angeli presso Siena 

1108 marzo 28 — 1714 giugno 26 X. 320. 

II B. Stefano Agazzari, ed altri romiti di S. Salvadore della 
Selva al Lago, nel 1408 ottennero licenza da papa Gregorio XII 
di istituire un nuovo ordine di canonici regolari sotto la dipen- 
denza diretta della S. Sede. 

Nel 1439 questi canonici ebbero facoltà da papa Eugenio IV 
di erigere una chiesa e monastero nella casa di S. Maria degli 
Angeli, detto delle Picciolo; e V anno di poi lo stesso Papa vi riunì 
le rendite dell' antico e ricco monastero di S. Lorenzo a Civitella. 
Per questa riunione l'abate godette le prerogative di marchese 
deir Ardenghesca. 



276 A. LISINI 

Le più antiche carte di questo fondo, che passò all' Archivio 
senese nel 1868 dal Diplomatico fiorentino, spettano al monastero 
di S. Lorenzo di Ci vitella. Vi si noverano in buon numero bolle, 
brevi e lettere di papi e cardinali di qualche interesse per la storia 
dei due monasteri. 

30. — Conservatorio di S. Maria Maddalena 

1260 ottobre 5 — 1751 ìnagffio 10 A". 127. 

Donna Margherita del fu Sanese, il 2 aprile 1339, ottenne li- 
cenza da m. Donosdeo vescovo di Siena di erigere un monastero 
nel popolo di S. Agata fuori delle mura della Città, che dedicò a 
S. Maria Maddalena e lo sottopose alla regola di S. Agostino. A 
quel monastero ve ne furono riuniti altri; cioè, quello della SS. Tri- 
nità d' Alfìano, e nel 1507, di S. Umiliana e di S. Caterina Alessan- 
drina. Pandolfo Petrucci fatto abbattere l'antico convento, che per 
essere vicino alle mura della Città si rendeva pericoloso durante 
le invasioni nemiche, ne ricostruì altro dentro le mura. Pietix) Leo- 
lx)ldo I granduca di Toscana, allorquando riordinò i conventi senesi, 
lo ridusse in conservatorio. 

Le pergamene dal Conservatorio furono depositate all' Archivio 
di Stato nel 1865. 

31. — Monastero di S. Marta 

1302 agotto 21 — 1537 agosto 16. X. 77. 

Donosdeo Mala voi ti, vescovo di Siena, nel 1328 concesse a donna 
Milia dei Conti D' Elei, di erigere un ritiro per le vedove nel 
borgo nuovo di S. Marco sotto 1' osservanza della regola di S. Ago- 
stino. Cosi ebbe principio questo monastero nel quale poi furono 
accolte soltanto le figlie di Risieduti nel Concistoro ossia le nobili. 

I documenti nella soppressione napoleonica passarono al diplo- 
matico fiorentino e da questo furono restituiti in Siena nel 1868. 
Le carte riguardano quasi tutte il monastero. 

32. — Monastero di S. Mustiola 
detto di S. Maria della Rosa 

1000 maggio — 1622 settembre 13 X. 371. 

I monaci camaldolensi di S. Maria del Vivo nel Montamiata, 
agli 11 di gennaio 1181 ottennero licenza da Gunteramo vescovo di 



ARCHIVIO DIPLOMATICO 277 

Siena di edificare un monastero presso la chiesa di S. Cristina donata 
ai detti monaci da prete Gnalfredo, allora rettore della medesima. 
Cosi ebbe origine il monastero di S. Mustiola, detto poi della Rosa 
fuori la porta all' Arco. 

Le carte rigaardano il monastero di S. Maria presso il fiume 
Tooma, V Eremo del Vivo, il convento di S. Mamiliano presso 
Siena e paesi e famiglie del Montamiata e di Siena. 

Le pergamene furono cedute all'Archivio senese dal diplomatico 
fiorentino, nell'agosto 1869. 

33. — Monastero di S. Paolo 

1266 dUeinbre 0. — 1534 lìutrzo 31 A^. U2. 

Manente del fu Binde di Vincenti fece testamento il 18 luglio 
1348 e lasciò tutto il suo alla sorella Margherita con preghiera di 
erigere un monastero. Essa, dopo la morte del fratello, raccolse a 
vita comune alcune donne e le pose sotto l' invocazione di S. Paolo. 
Dieci anni dopo un certo Davino del fu Memmo di Viva lasciò 
esso pure alcuni beni a donna Miglia sua donna, per fondare un 
monastero. Sembra che donna Miglia assegnasse quei beni alle 
monache di S. Paolo, le quali cosi poterono acquistare dallo Spe- 
dale di S. Maria della Scala il Romitorio nella contrada delle Spe- 
randie nel popolo di S. Marco e in quel luogo, dal Vescovo, ebbero 
facoltà nel 1362 di mettersi sotto la Regola Agostiniana. 

Le pergamene dì questa provenienza contengono notizie della fa- 
miglia di Viva di Viviano di Guglielmo, delle ville di Stigliano e 
di Torri, del convento di S. Maria degli Angeli e di vane famiglie 
senesi. 

Anche questi documenti furono inviati da Firenze nel 18G9. 

34. — Monastero di S. Petronilla presso Siena 

1286 dicembre 13 — 1666 marzo 11 N. 11. 

Di questo fondo abbiamo già parlato sotto n.o 8. Le undici 
pergamene, conservate nel Diplomatico fiorentino, vennero spedite 
a Siena nel 1869. Quasi tutte riguardano il Monastero. Notevole 
è una lite (1298) tra le Monache di S. Petronilla e i Certosini di 
S. Giusto della diocesi d' Arezzo, che pretendevano di erigere un 
convento vicino alla Porta di Camollia, mentre le monache vi si 
opponevano vantando un privilegio apostolico, che proilnva di fab- 
bricare qualunque chiesa se non oltre la distanza di 140 canne dal 



278 A. LISINI 

loro monastero. Altre carte poi ricordano le famiglie senesi Cerchi 
e Toramiui. 



35. — Conservatorio di S. Raimondo detto il Refugio 

1200 dicembre 3 — 1718 luglio 4 N. 784 

Il Granduca Pietro Leopoldo I con motuproprio de* 16 novem- 
bre 1783 soppresse vari monasteri ed educandati della Città e ne 
riunì le carte al Conservatorio del Refugio. I nomi dei monasteri 
soppressi e dei conservatori sono i seguenti: 

SS. Gregorio e Niccolò in Sasso. Antico spedale fondato circa 
al 1250 da donna Agnese di Affrettato, nella via del Sasso presso 
la Chiesa Cattedrale, per le pellegrine e per le partorienti povere. 
Donna Landa moglie del celebre giureconsulto Bartolo da Perugia 
a questo spedale ne sottomise un altro da lei fondato allo stesso 
scopo in Roma nel Rione Bivio, in Via Lata. Ferdinando II di To- 
scana converti questo Spedale in conservatorio per fanciulle nobili. 
Le pergamene di questa provenienza riguardano interessi dello Spe- 
dale e delle famiglie Ugurgieri, Malavolti, Tolomei, Squarcialupi 
e Montanini. 

Monastero di S. Lorenzo. Questo monastero ebbe principio nel 
1257, quando le monache di S. Maria di Ravacciano ottennero la 
chiesa dell' antica cura di S. Lorenzo vicina alle mura della Città. 

Monastero di S. Caterina detto del Paradiso. Alcune Terziarie 
Mantellate dell'ordine di S.Domenico, che non facevano vita a 
comune, vollero ridursi in un palazzo sul Poggio Malavolti, lasciato 
alla loro compagnia, da una signora di quella famiglia. In questo 
convento si ritirarono molte fanciulle nobili, le quali accolsero al- 
cune loro parenti e lo trasformarono in educandato. 

Moìiastero della SS. Concezione. Nella guerra sostenuta dai se- 
nesi nel 1525, quando le milizie dei fiorentini e di papa Clemen- 
te VII eransi portate per sottomettere la Città, il monastero di 
S. Maria Maddalena fuori la porta di Camollia, altrimenti detto 
di S. Maria Novella, andò distrutto, ma due anni dopo alcune di 
quelle monache eressero un nuovo monastero dentro Siena, che poi 
ridussero a clausura nel 1612. 

Conservatorio delle Derelitte detto di S. Orsola. Il 14 settembre 
1554, durante il memorabile assedio di Siena, ì Governatori della 
Repubblica commisero a quattro gentiluomini di raccogliere dalle 
vie tutte quelle fanciulle povere rimaste senza genitori. Queste 



ARCHIVIO DIPLOMATICO 279 

ikncialle furono rifugiate nel palazzo dell* Abate di S. Galgano e 
per mantenerle, tre donne nobili si portarono ciascuna in un terzo 
della città a questuare. H 5 di maggio dell' anno dopo da quel pa- 
lazzo furono trasferite in uno spedale nel Pian dei Mantellini, detto 
del Crocifìsso, ceduto a questa nuova istituzione dalla Compagnia 
dei disciplinati sotto le volte dello Spedale di S. Maria della Scala. 
Conservatori déW Abbandonale e del Refugio, Domenico Bìllò, 
uomo di molta pietà, il 4 luglio 1586 dette ricetto ad alcune fan- 
ciulle orfane o abbandonate dai loro parenti, in una casa in Via di 
Fiera Vecchia che prese a pigione, ed ivi le mantenne con elemo- 
sine e con il retratto dei loro lavori. Morto il Billò nel 1593 suc- 
cedettero alla cura di queste fanciulle Aurelio Chigi e Girolamo 
Benvoglienti. Il Chigi volle accogliere in quelF istituto anche le 
fanciulle di civile condizione, specialmente quelle di famiglie nobili 
ridotte in povertà, ed a questo scopo comprò altre case ivi attigue. 
Ma le abbandonate nel 1671, essendo assai cresciute di numero, ven- 
nero titislocate nel Convento dei Padri Oesuati di S. Girolamo, 
mentre le fanciulle nobili, rimasero nell' antico stabile del Refugìo, 
posto sotto V invocazione di S. Raimondo. Quest' ultimo conserva- 
torio fu preso dai Granduchi di Toscana sotto la loro protezione. 

36. — Convento degli Eremitani di S. Salvadore 

DI Lecceto presso Siena 

U23 gennaio — 1600 maggio 27 N. 00. 

Celebre fu questo convento per la sua antichità e per la vita 
di penitenza che rigorosamente austera vi si conduceva. Vuole la 
tradizione che nel 388 S. Agostino, di passaggio per Siena, si con- 
ducesse a visitare questi Eremitani, attratto dalla fama della loro 
santità. £ certo poi che noverò un bel numero di beati. Il P. Lan- 
ducci, che celebrò i fasti di questa famiglia di Religiosi, li fa ascen- 
dere a non meno di trentadue. Sottoposti agli Eremitani di Lecceto 
vi furono altri undici conventi, cioè : S. Martino di Siena, S. Ste- 
fano di Firenze, S. Antonio del Bosco, la Madonna delle Grazie 
di Colle, l' Annunziata di S. Miniato, S. Agostino di S. Gemignano, 
S. Antonio di Val d'Aspra, S. Cecilia di Crevole, S. Anna di Prato, 
S. Lorenzo di Poggibonsi e S. Leonardo al Piano. 

Il convento fu chiuso nel 1808 durante la dominazione francese 
e le carte passarono al diplomatico fiorentino, dal quale poi iìirono 
cedute all' Archivio di Siena. 



280 A. LISINI 

37. — Monastero di S. Maria degli angeli 

DETTO DEL SaNTUCCIO 

1425 gennaio 2 — 1684 febbraio 25 N. 8. 

Alcune monache raccolte dal B. Stefano Agazzari nello Spe- 
dale di S. Niccolò pressa la Magione del Tempio nel 1408, dopo 
pochi anni, a tempo di papa Eugenio IV, si unirono con altre 
dell'ordine agostiniano ed insieme si portarono ad abitare vicino 
ad un antico oratorio o cappella dedicata a S. Agnese e a S. Ivone, 
di cui fino dal 1356 aveva il giuspatronato il celebre orafo Ugolino 
di Vieri. 

Le poche pergamene riguardano il monastero e affari di famiglie 
private, pervennero air Archivio dal Diplomatico fiorentino nel 18C8. 

38. — Monastero di S. Sebastiano 

1233 aprile 5 — 1706 maggio 2 K. 73 

Fu fondato in Valle Piatta da Suor Caterina di Tommaso Colom- 
bini cugina del B. Giovanni, e sottoposto alla stessa regola degli 
Ingesuati. Queste monache, anticamente dette le Povere di Gesù, si 
ridassero a perfetta clausura nel 1517. Dal Granduca Pietro Leo- 
poldo di Toscana furono riunite le rendite di questo Monastero al 
Conservatorio di S. Maria Maddalena, dove passarono anche le carte. 

Le pergamene pervennero alF Archivio di Stato con quelle del 
sopra ricordato Conservatorio. 

39. — Convento di S. Spirito 

1211 maggio 6 — 1726 luglio 3 N. 114 

Dicesi che in origine questo convento fosse un Priorato della 
celebre Abadia a Isola fondata dalla Contessa Ava. I frati di S. 
Spirito, detti Silvestrini, lo abitarono fino dal 1313. Dopo la fa- 
mosa pestilenza del 1348 si riunirono a questo convento i frati di 
S. Giov. Batta, di porta Follonica. Nel 1448 ad istanza dei Go- 
vernatori della Repubblica, papa Niccolò V lo concesse ai PP. 
Predicatori dell' Osservanza. 

I documenti membranacei di questa provenienza riguardano 
principalmente il convento di S. Spirito, il convento di S. Lorenzo 
deir Ardenghesca, le famiglie Saracini e Tolomei. Furono depositati 
air Archivio dal Patrimonio dei Resti Ecclesiastici con atto 29 
febbraio 18G8. 



ARCHIVIO DIPLOMATICO 281 

40. — - Monastero delle Trafisse 

1082 gennaio — 1542 noveìnbre 5 N. 444. 

Ignoto è V anno in cui fu fondato il monastero della SS. Tri- 
nità e di S. Ambrogio di Montecellesi su la via fiorentina a circa 
tre chilometri di distanza da Siena, presso Fontebecci. Le carte 
rimasteci attestano che queste monache cistercensi possedettero 
molti terreni e servi e che godettero la protezione non solo di papi 
ma l)en anche degli imperatori Federico I e Federico II. 

Queste monache nel 1093, per donazione di un Ranieri del fu 
Kanieri da Paterno e di donna Adalasia sua consorte, vantarono 
diritti sopra la chiesa di S. Prospero quasi su le mura della Città. 
Nel 1231 distrutta dai senesi questa chiesa; per tema che servisse 
di riparo ai nemici, fu riedificata pochi anni dopo a poca distanza 
dalla prima, ed allora le monache dovettero erigervi anche un mo- 
nastero nel quale si ridussero ad abitare prima del 1262. Due 
secoli dopo, nelFanno 1526, Peserei to di papa Clemente VII unito 
a quello dei fiorentini, portatosi alla espugnazione di Siena, distrus- 
se questo convento e le monache allora furono riunite ad altre 
dette di S. Agnese nel borgo di S. Marco; e nel 1534 il convento 
di S. Prospero fu venduto per sopperire alle spese occorrenti al- 
l'ampliamento del nuovo. Le monache presero la denominazione di 
Trafisse per voto fatto pubblicamente nel 1537. 

Interessanti sono le pergamene di questo fondo per la storia 
del monastero e delle famiglie della Città. Esse pervennero dal di- 
plomatico fiorentino nel 1869 essendo colà trasportate dopo la sop- 
pressione degli ordini monastici del 1808. 



41. — Monastero di S. Caterina di Vita Eterna 

1424 giugno — 1520 diennhre 3 A". 5. 

Dettero origine a questo monastero le suore man teliate di S. 
Spirito del Terzo Ordine di S. Domenico, nel 1494. Papa Alessan- 
dro VI limitò il numero di queste suore a trentotto, che si man- 
tenne inalterato fino alla soppressione del 1808. 

Le pergamene pervennero a Siena dal Diplomatico fiorentino 
nel 1869 e riguardano famiglie senesi e il monastero. 

BmUeU. Senete di St, Patria — 11-1896 20 



282 A. LISINI 

42. — Convento di S. Agostino di Massa Marittima 

1217 ottobre 18 — 1653 aprile 18 A^ 100. 

L' ordine eremitano di S. Agostino si stabili in Massa nel 1274 
quando ottenne dal Comune di Massa T antica cura di S. Pietro 
air Orto. Nel 1786 il convento fu chiuso ed i beni passarono in- 
sieme alle pergamene sotto V Amministrazione del Patrimonio dei 
Resti Ecclesiastici, dal quale poi furono cedute nel 18G8 al R. 
Archivio. 

Sono bolle dei papi Innocenzo IV, d* Alessandro IV, di Boni- 
facio Vili, Sisto IV, lasciti e donazioni alla cura e al convento. 

43. — Convento di S. Agostino in Montepulciano 

1297 ietteinbre 2 — 1682 ottobre 3 N. 12. 

H convento di questi agostiniani, già esistente nel secolo xiv, 
fu ricostruito quasi di pianta sul finire del secolo passato. Sop- 
presso nel 1809, alla ripristinazione degli ordini religiosi in To- 
scana (1814) venne assegnato ai Padri Serviti. 

Le pergamene, se si deve giudicare dal numero progressivo 
contrassegnato a tergo di ciascuna, dovettero ascendere ad un di- 
screto numero, poiché vi si conta fino al 162. Oggi però sono sol- 
tanto dodici, e passarono all' Archivio dalP Uffizio del Registro di 
Montepulciano nel 1871. 

44. — Convento di S. Michele Arcangelo in S. Fiora 

1251 agotto 2 — 1721 gennaio 25 K. 126. 

Eretto nel 1251 da frate Angelo da S. Fiora degli, eremitani 
di S. Agostino, in un luogo detto Bagnolo, fu poi favorito dalla po- 
tente famiglia dei Conti Aldobrandeschi. Venne soppresso nel 1786. 

I documenti per la massima parte si riferiscono al convento, 
agli Aldobrandeschi, ai Salimbeni e ad altre famiglie del Monta- 
miata; passarono all'Archivio di Stato nel 1868 depositativi dal 
Patrimonio dei Resti Ecclesiastici. 

45. — Archivio del Patrimonio dei Resti Ecclesiastici 

1U2 inaggio 25 — 1785 tettembre K. 030. 

Le pergamene per la maggior parte contengono atti di dona- 
zione, di vendita, recognizioni di debiti e quietanze delle seguenti 
compagnie : 



ARCHIVIO DIPLOMATICO 283 

Diocesi di Siena 

Compagnia di S. Ansano 

Congregazione di S. Antonio da Padova in S. Francesco 



Compagnia 


di S. Bernardino (Perg. Toloinei) 




di S, Caterina in Fontobranda 




di S. Croce 




di S. Domenico 




di S. Giov. Batta, in Pantaneto 




di S. Gherardo 




di S. Lucia 




di S. Maria in Fontegiusta 




di S. Michele Arcangelo 




di S. Onofrio 




della S. Trinità 



Diocesi di Montalcino 

Compagnia di S. Croce . 
» di S. Pietro 

Pervennero dal Patrimonio stesso, che le cedette air Archivio 
di Stato il 29 febbraio 1868. 

46. — Legato del conte Scipione Bichi Borghesi 

023 aprile — 1814 dicembre 1 N. 3404. 

Questo ragguardevole numero di documenti pervennero air Ar- 
chivio per testamento olografo de' 27 marzo 1876 del senatore Sci- 
pione Borghesi dei Conti Bichi e riguardano V Abadia di S. Antimo 
in Valle Starcia, il monastero di Montecellesi e 1' altro della SS. 
Trinità del Mon tamia ta, le famiglie Marescotti e Bichi e molto 
altre famiglie patrizie senesi. Fa parte di questa raccolta il testa- 
mento di messer Giovanni Boccaccio fatto in S. Reparata il 28 
agosto 1374. 

La raccolta fu formata nel secolo xvii dalF abate Galgano dei 
Conti Bichi e venne notevolmente accresciuta dal ì:>enemerito Te- 
Htiitore. 

47. — Dono Giuliani 

1614 gennaio 21 — 1779 maggio 4 i^T. 11. 

Gli atti relativamente moderni, riguardano quasi tutti questa 
famiglia di S. Cascian dei Bagni. 



284 A. LISINI 

48. — Dono Gori 

1266 ottobre 26 — 1806 tettembre 4 N. 123. 

I documenti furono donati all' Archivio dal senatore conte Au- 
gusto de' Gori Pannilini nel dicembre 1860. Sono relativi per la 
maggior parte alla famiglia Petroni, al paese di S. Giovan d'Asso, 
alla famiglia Bicbi e ad altre famiglie senesi. 

49. — Dono Lisini 

1325 maggio 31 — 1707 A'. 23. 

Le più antiche pergamene spettano a famiglie senesi, le più re- 
centi, scritte in ebraico e che sono in maggior numero, appartengono 
alla famiglia ìsdraelita Castelnuovo. 

50. — Dono Mattii 

1226 genìMio 15 — 1729 Iftglio 12 K. 15. 

II prof. Vincenzo Mattii nel 1869 fece dono all' Archivio di 
queste quindici pergamene che contengono notizie delle famiglie 
senesi Benaldini, Malavoltì, Ugurgieri e Orlandini e dei conventi 
di S. Agostino, di S. Clemente ai Servi e di S. Caterina presso 
porta Laterina. 

51. — Dono Ottieri della Ciaja. 

1635 ìnarzo 11 — 1701 luglio 30 N. 10. 

Furono donate dal nob. Francesco Ottieri della Ciaja nel luglio 
1896 e riguardano tutte individui di quella famiglia, segnatamente 
il Cav. Gerosolimitano conte Giovanni Battista della Ciaja, amico e 
consanguineo di Papa Alessandro VII, che concessegli con diversi 
suoi brevi numerose grazie e cospicui benefìzi. 

52. — Doni vari. 

1326 vmrzo 13 — 1838 giugno 15 A'. 20. 

Sotto questo titolo si comprendono alcune pergamene donate 
all'Archivio in epoche diverse dai Sigg. Banchi Luciano, Bandini 
Piccolomini Francesco, Bernardi, Bertini-Cappelli, Martelli, Mar- 
tinozzi Luigi, Parronchi, Porri Giuseppe, Puccioni, Stromboli, 
Zdekauer Lodovico. 



ARCHIVIO DIPLOMATICO 285 

53. — R. Acquisto Alberti. 

1181 febbraio — 1651 ago9to 21 S. 252. 

Li' acquisto fu fatto nel maggio 1885 dalla Sig. Teresa Alberti 
« in gran part« riguardano persone di Asciano, una famiglia Ban- 
dliii senese dimorante in Lucca e altre famiglie di Siena. 

54. — R. Acquisto Bandini Piccolomini. 

1184 apHU 1 — 1429 marzo 20 .Y. :A. 

Le {^ergamene furono acquistate dalla nob. Sig. Emilia Bandini 
Piccolomini nell' aprile del 1880. Contengono notizie di famiglio di 
Monta]cino, di Buoncon vento e di altri luoghi a questi vicini. 

55. — R. Acquisto Bartalini 

1278 ottobre 17 - 1767 marzo 24 X 12. 

I dodici documenti che costituiscono questa provenienza vennero 
iicquistati dal Signor Assunto Bartalini nel decembre 1889 e ri- 
f^uardano la maggior parte le famiglie Mala voi ti ed Amerighi. 

56. — R. Acquisto Bigazzi. 

1165 luglio 14 — 1777 febbraio 1 S. 320. 

Questi documenti, acquistati dal R. Governo nell' ottobre del 
1861) da Pietro Bigazzi di Firenze, per la massima parte siriferi- 
sscono alla famiglia Piccolomini, ed altri pochi al Comune di Iesi e 
alla famiglia Tolomei di Siena. N. 8 di queste pergamene pervennero 
dalla R. Soprintendenza degli Archivi Toscani nel maggio 1871. 

57. — R. Acquisto Cerretanl 

1138 aìirile 9 — 1803 gemiaio 12 y. m. 

Furono acquistate nel marzo 1882 dalla nobil famiglia Bandi- 
nelli-Cerretani Paparoni, e meno la prima, che è la bolla di papa 
Innocenzo LE, con la quale trasferi il vescovado da RoseUe a Gros- 
Heio, le altre pergamene riguardano la famiglia suddetta. 

58. — R. Acquisto Corbini 

1454 luglio 10 — 1796 aprile 25 .V. 53. 

Nel settembre 1884 furono acquistate cinquantntre pergamene 
dal sig* Raffaello Corbini, che già spettavano alle famiglie Sergardi 
e Borghesi. 



286 A. LISINI 

59. — R. Acquisto Fondi 

1343 Hoeetnbre 11 — 16C9 settembre lo X. é7. 

L'Archivio jwtè acquistare nel luglio 1875 dalle signore Metilina 
e Gri selide Fondi alcune pergamene (87 in tutte), che contengono 
notizie di famiglie senesi e forestiere. Di notevole non trovasi che 
una bolla di papa Leone X. 

60. — Acquisto Gavazzi 

1243 marzo 31 — 1670 apriU 4 X. 3Ò. 

Tjc j)ergamene passarono air Archivio i)er acquisto fattone dal 
sig. Filii)po Gavazzi di Firenze nelF aprile 1877. Esse si riferiscono 
alla terra di Gavorrano, a varie famiglie senesi e specialmente a 
quelle dei Malavolti e dei Salimbeni. 

6L — R. Acquisto Giustini 

1244 gentMio 15 — 1C04 dicembre 24 A'. 157. 

Queste pergamene già spettarono alle famiglie Malavolti e Pan- 
nocchieschi e ai nobili del Cotone signori di Ravi e di Lattaia, non 
che a persone e conventi di Montepulciano e di Siena. Vennero 
acc[uistate dal sig. Egisto Giustini di Firenze nel luglio 1887. 

62. — R. Acquisto Piccioli 

1167 gennaio 10 — VITO febbraio 11 X IKT». 

La R. Sopraintendenza degli Archivi Toscani nel 1875 ac(|uistò 
da Raimondo Piccioli n. 185 pergamene senesi che già spettarono 
alle famiglie Bandinelli, Salimbeni e Tolomei. 

63. — R. Acquisto Piccioli. S. Salvadore di Lecceto 

1119 luglio — nee. xvi prima metà X. 334. 

Furono acquistate dal R. Governo col concorso del comune di 
Siena néìV aprile del 1878, dal Sig. Raimondo Piccioli. I più an- 
tichi atti riguardano V eremo di S. Leonardo presso la Selva al 
Lago a Fol tignano, il convento di S. Maria di Montespecchio, e i 
più recenti gli eremiti di S. Salvadore di Lecceto, tutti del mede- 
simo ordine eremitano di S. Agostino. 



ARCHIVIO DIPLOMATICO 287 

64. — R. Acquisti vari 

1266 giuffiio 12 — 1803 novembre 10 N. 29. 

In questa provenienza sono compresi gli acquisti fatti per conto 
del R. Governo dai signori Bartalini, Belloni, Gennarelli, Giugni, 
Lazzoni, Rossi, Venturini ed hanno attinenza ad interessi privati. 



immU BIBLIOGRAFICA 



Un Prédiadeur populaiì'e daiis V Italie de la llenaissance, <S'.' 
Benmrdin de Sienne 1380-1444 par P. Thdreau-Dangin de TAc- 
cadémie fran^aise. (Pam, Plon. 1896) un voi. Lu-IG di pp. xv-328. 

Di ti. Beiiiardino da Siena abbiamo una vita scritta nello scorso 
secolo dal p. Amadio Maria Luzzi da Venezia, pubblicata la pri- 
ma volta in questa città presso il Poletti nell'anno 1744, e ristam- 
pata in Firenze, tipogr. del Vulcano, nel 1854; opera diligente 
ed erudita, ma composta più con intento religioso che letterario. 
Altre biografie, comparse posteriormente in Italia e fuori, sono più 
che altix) compendio di quella, rifacimenti }X)polari per renderla più 
accessibile alla lettura e all' intelligenza delle moltitudini. Ma i 
documenti del tempo che fino ad oggi videro la luce intorno al- 
l'Albizzeschi, ed in particolare le suo PredicJie volgari dette in 
Siena nel 1427, e pubblicate dal compianto nostro Luciano Ban- 
chi, costituiscono un materiale nuovo ed importantissimo per chi 
volesse accingersi a scrivere la storia di lui in relazione a quella 
dei suoi tempi, senza considerare quanto vi può essere ancora di 
inedito e che sarebbe da ricercarsi dal biografo coscenzioso ed eru- 
dito. L'Albizzeschi aspetta questo biografo, ed auguro che possa tro- 
varlo fra i suoi concittadini; ma intanto non è senza compiacenza per 
i cultori della nostra storia municipale il vedere come il famoso predi- 
catore senese sia oggetto di studio anche presso gli stranieri. Il sig. 
Thureau-Daxgin noto per le sue opere intorno alla storia con- 
temporanea della Francia, ha voluto lasciare per un momento que- 
sti suoi studi più severi, per rivolgere le sue cure amorevoli alla 
vita ed all'apostolato dell'Albizzeschi, col proposito lodevole di far 
conoscere col presente suo libro « une face mal cminue da Quat- 
trocento, qui méritait d'étre mise en lumière ». 

Egli dice modestamente che non ha avuto la pretensione d'ar- 
recare sulla vita del Santo senese « tout ce qu'un énidit et un 



RASSEGNA BIBLIOGRAFICA 289 

théoìogien auraient pu trouver à en dire > (e forse pensava, cosi 
dicendo, all'opera del Benrath suìV Occhino, che realmente sod- 
disfa a quasi tutte queste esigenze), ma volle tentare, risalendo 
alle fonti di cui potè disporre, « de retrouver la physionomie 
du personngey de la player dans san cadre, et siirtout de se ren- 
dre compie de ce qu'avait pu étre une predication qui produisait 
alors des effets si extraordinaires » (p. xi). L'A. non è andato in 
cerca, per lo svolgimento del suo soggetto, di fonti nuove; ma di 
quelle fin qui edite, nulla o quasi si può dire che gli sia sfuggito, 
nemmeno delle più minute curiosità che intorno a s. Bernardino 
furono pubblicate fino ad oggi. A questa diligenza coscenziosa nel 
raccogliere, come nelP ordinare i fatti corrisponde la forma facile 
ed animata dell'esposizione, che rende piacevole la lettura di que- 
sto libro, e da cui la figura del personaggio esce fuori abbastanza 
viva ed efficacemente ritratta. Diligente ed accurato è pure lo studio 
deJl'A. sulle opere dell'Albizzeschi, cioè sui sermoni latini e sulle 
Prediche volgari, I sermoni, scritti da s. Bernardino nel suo ritiro 
della Capriola, contengono tutta la dottrina teologica e morale da 
lui insegnata nelle sue prediche. Egli ebbe nel compilarli un dop- 
pio scopo : raccomandare alla scrittura le dottrine che andava in- 
neggiando coUa viva voce, affinchè non venissero travisate dai suoi 
malevoli ; preparare materiali bene ordinati per le sue prediche 
future, perchè nella sua vita errante e nel continuo suo apostolato, 
non avrebbe avuto il tempo di preparare giorno jier giorno i di- 
scorsi da iarsi in pubblico. L'A. ci dà un breve ed esatto raggua- 
glio di questi sermoni nei quali, come in quelli a noi pervenuti di 
altri predicatori del tempo, si trova sempre lo stesso apparato di 
divisioni e suddivisioni simmetriche e sottili, la stessa sovrabbon- 
danza di testi sacri, talora arbitrariamente alterati dal loro senso 
genuino: di rado ci è dato trovare, in mezzo a questo corredo di 
dialettica, alcuna traccia di quell'eloquenza popolare, cosi piena di 
movimento e di varietà, ora festevole ora patetica, di cui ci par- 
lano i contemporanei dell' Albizzeschi. Qui l'A. passa a discorrere 
delle Prediche volgari dette da s. Bernardino nella Piazza del 
Campo l'anno 1427, delle quali ci cifre un'analisi particolareggiata, 
e riferisce molti passi felicemente tradotti in francese, nei quali il 
testo originale se perde della sua freschezza nativa, molto tuttavia 
conserva della sua vivacità e del suo colorito. Con questa analisi 
mi sembra che siano messi in molta luce dall' A. i caratteri e i 
pregi dell' eloquenza dell' Albizzeschi, e dimostrato com' essa potè 



290 RASSEGNA BIBLIOGRAFICA 

ia quei tempi destare tanto entasiasmo e commuoyere cosi profon- 
damente città intiere. 

Meno felice parmi sia riuscito V A. nel descrìvere le relazioni 
dell'Albizzeschi col tempo sno. Dell' Italia nel Rinascimento ci dà 
un' idea molto fugace : piuttosto superficiale e non molto esatto è 
quello che dice di Siena nel medio evo. S' incontrano poi qua e la 
delle idee che ci sembrano, per lo meno, un po' arrischiate e delle 
quali non si potrebbe convenire. Cosi del Rinascimento, che egli 
ama di chiamare « dUettantisme lUtéraire et aHistique un peu 
pat/en >, mostra un concetto non giusto, reputando quel grande 
risveglio intellettuale quasi non ad altro intento che a fomentare 
V incredulità e V epicureismo ; che perciò in quella società italiana 
della prima metà del sec. xv altro non s*incontrì che *chercheurs 
de juisseticss rafflnées > ; che s. Bernardino e gli altrì suoi compa- 
gni di apostolato costituiscono come una reazione una « contre-cou- 
l'ani » contro T opera corruttrice delF umanismo, un « renouveau 
inaUendu d*ascetisìne et de sainteté ». Queste affermazioni dell' A., 
come altre sulla questione provocata da s. Bernardino a causa delle 
tabelle col nome di G^ù, sui rapporti fra gli Umanisti e i irati os- 
servanti, meriterebbero di essere un po' discusse, se ciò fosse con- 
sentito dai limiti di una breve rassegna. 

Non posso però lasciare un' osservazione, ed è questa, che s. 
Bernardino e i suoi compagni d' apostolato, quaU, per citare i più 
famosi, Alberto da Sarteano e Giovanni da Gapistrano, furono 
aenza dubbio santi uomini, non però asceti, né predicarono asceti- 
smo, ma vissero in mezzo al mondo, ebbero rapporti coi personaggi 
più potenti e preclari dell* età loro, e furono apostoli di virtù non 
meno religiose che civilL Accennerò in fine qualche errore o inesat- 
tezza che mi è avvenuto di notare nella lettura di questo libro : 
il rettore dello spedale di s. Maria della Scala, Giovanni Ghianda- 
roni,è chiamato «/p devae directenr de la Scala Jean Landaroni»; 
Sarteano, paese notissimo nel Sduese, è detto « Sarziano >, e la 
torre del Mangia diventa « della Mangia » . Questi esempi potreb- 
bero facilmente aumentarsi: cosi il Duoìno e il Palazzo pidjbìico 
sarebbero del sec. xiii, mentre in questo secolo ftirono appena comin- 
ciati, e lo Spedale « dediè a S. Maria de la Scala » rimonterebbe 
all' 832, il che è un' ipotesi ormai insostenibile e da tutti abban- 
donata. 

Sieìia F. Donati 



i 



RASSEGNA BIBLIOGRAFICA 291 

Alessandro Lisini. Papa Gregorio XII e i Senesi (Estr. dalla 
Rassegna nazionale, Firenze, 1896), pp. 64. 

II breve pontificato di Gregorio XII (1406-1409) per quanto, 
naturalmente, fosse studiato e conosciuto dagli storici della chiesa, 
pure non era stato mai adombrato bene in quei punti che si rife- 
riscono a Siena, e che sono molti e di un grande interesse. Quindi 
questo scritto, malgrado la sua apparenza modesta e la sua forma 
piana, è di una importanza considerevole per la storia senese. Esso 
riposa su solidissimo fondamento : ciò è per quel che riguarda gli 
avvenimenti di Roma, sulle relazioni di Francesco Casini, archiatro 
del Papa, al Concistoro di Siena, e per quel che si riferisce agli 
avvenimenti in città, su tutta la rinàanente ed immensa ricchezza 
di atti contemporanei che si conservano nell'Archivio di Stato. 

Incominciando dalla elezione, noi sentiamo i giudizi dei Senesi 
residenti a Roma intorno al nuovo Papa ; e le trattative intime 
che condussero all'elezione del Correr. A dire il vero la Repubblica 
non si S3omodò troppo per salutare il pontefice nuovo: ed in tutte 
le occorrenza che seguirono, si mostrò sempre un po' gretta, e quel 
che più importava, poco bene informata intorno agli avvenimenti 
che incalzavano : difetto questo, che fu, per tutto quel secolo, una 
delle principali cause d' inferiorità a petto ai Fiorentini, splendidi 
oltre modo ove conveniva esserlo e sempre benissimo informati. La 
riunione per togliere lo scisma fu stabilita a Siena, in base de' patti 
conclusi il 12 Maggio 1407, non senza che prima i Senesi avessero 
dovuto venire in soccorso delle esauste casse pontificali. Il Casini 
era entusiasta del Concilio generale in Siena. Assicurava che i car- 
dinali non sarebbero stati più di trentasette, né più di mille cavalli 
il loro seguito ; e che sarebbe insomma un avvenimento, come da 
cent'anni in qua non si era più visto in Siena. 

Il Papa — naturalmente la scelta era sua, e perciò tanti plausi 
dei cortigiani ! — approvò i capitoli concordati coi Senesi, conten- 
tandosi di 30 palazzi, gratuitamente concessi per se ed i suoi car- 
dinali, e rinunziando a ogni intromissione nelle cose temporali della 
Repubblica durante il suo soggiorno in Siena. 

I preparativi e 1' accoglienza che ebbe Gregorio a Siena, sono 
narrati dall' autore con abbondanza di particolari, nella maggior 
parte attinti al carteggio ricchissimo del Concistoro. Si vede che 
la signoria sin d' allora era doventata ignara dei costumi e della 



292 RASSEGNA BIBLIOGRAFICA 

etichetta delle corti: persistendo nel volere andare incontro al Papa 
a piedi e non a cavallo, malgrado le giuste osservazioni degli ora- 
tori senesi, che biasimavano quest' atto esagerato di servilismo e 
prevedevano già che, venendo a piedi, non sarebbe fatto luogo ad 
essi nel corteggio che circondava il Papa: anzi osservavano che sa- 
rebbe stato persino difficile, in mezzo alla folla stretta, di guardarsi 
dai calci dei cavalli. A nulla valsero, come spesso succede, le parole 
assennate degli oratori; e come Dio volle, il 4 di Settembre 1407 il 
Papa entrò a Siena. Il suo soggiorno, i tentativi di trame profitto, 
i privilegi dati allo Studio, le trattative per sciogliere lo scisma, sono 
esposte in modo conciso e colla sola scorta di documenti senesi, la- 
sciando da parto la letteratura, del resto molto importante, che su 
questi fatti è venuta formandosi negli ultimi anni, spec. in Germania. 
Appunto in ciò sta il valore e P indole particolare di questo lavoro: 
di essersi limitato alle fonti senesi, e di avere costruito dirò cosi 
un quadro a se, che è una miniatura, e che, per quanto destinata 
principalmente a servire la storia senese, pure contribuirà in vari 
punti anche alla storia generale del Pontificato di Gregorio. 

Né la ricerca del nostro si ferma al primo soggiorno del Papà 
in Siera. Il contrasto tra lui e i cardinali, le mene di Re Ladi- 
slao coir antipapa, la lega tra Siena e Firenze, il secondo suo sog- 
giorno in Siena — questa volta sembrò la venuta d' una turba di 
pellegrini senza casa nò tetto, anziché V ingresso d' una corte pa- 
pale — , e la partenza ancor più disastrosa, occupano il resto della 
memoria, della quale abbiamo dato un fugace riassunto più per 
invogliare a leggerla, che per esaurirne il contenuto. E una mono- 
grafìa preziosa, quale può essere scritta solo da chi per anni vive 
non solo materialmente ma col cuore e col pensiero in mezzo alle 
carte antiche, e vi attinge pieno pectore. Non é un' accozzaglia di 
notizie staccate, di quelle curiosità, delle quali si compiacciono i 
dilettanti, ma uno studio maturato e che perciò rimaiTà un vero 
e duraturo acquisto per gli studi di storia patria senese. 



Siena, 



Lodovico Zdekaueb 



RASSEGNA BIBLIOGRAFICA 293 

ScriUi di pubblica economia del Conte Vittorio Fossombroni 
con un discorso storico ed economico di Abele Morexa. 2 volumi. 
Arezzo, 1896. 

n valentÌBsimo professore Abele Morena, che da tanti anni e 
eoo ta^to successo raccoglie scritti e documenti di storia economica 
tosscana e li illustra con notizie utili e precise, con ra&onti sagaci, 
con osservazioni e discussioni assai pregevoli, ha accresciate le prò- 
I»rie benemerenze colla pubblicazione degli scritti del Fossombroni, 
i quali fa precedere da un arguto e dotto discorso, in cui la so< 
dezza del pensiero trova riscontro nella chiarezza e proprietà to- 
scana dello stile. Cotesta introduzione è un esame delF operosità 
s{)eciilativa e pratica del Fossombroni ; è una esposizione dei fini 
cui intese, della rigida dottrina, che professò riguardo alla po- 
litica economica, della condotta sua, modello di coerenza nella 
prospera e nell' avversa fortuna, delle influenze, che subì ed 
esercitò; e da essa appare in tutta la sua integrità lI valore del- 
l' uomo e deir economista. Del quale sin qui può dirsi che ninno 
conoscesse se non la lettera al Fabbroni sui vincoli commerciali. 
Ora le memorie ed anche i piccoli appunti d' ordine economico e 
jiolitico, che si raccolgono in questi volumi dal Morena, provano la 
cultura seria, V assennatezza spiccata di giudizio, la temperanza 
delle conclusioni, e gli assegnano fra gli economisti delP ultimo se- 
colo decimottavo e del primo quarto del presente, un posto distinto. 

Il Morena inizia la sua narrazione ricordando la politica com- 
merciale della repubblica fiorentina e del principato mediceo; accen- 
na alle riforme leopoldine, alla successiva reazione, alla ripresa della 
politica del libero scambio, durante gli ultimi anni di regno di 
Ferdinando III e durante il principato del secondo Leopoldo; indi, 
ritornando più ampiamente sui principali fatti nei quali ebbe parte il 
Fossombroni ne traccia V opera importante. E dice prima, delF uf- 
ficio da lui esercitato in Valdichiana, che gli porse occasione a scri- 
vere le belle € Memorie idraulico-storiche » ed a riflettere intorno 
alle attinenze fra i bonificamenti e la libertà frumentaria; degli stu- 
di compiuti, della consuetudine avuta con Leopoldo I, e di altre 
circostanze, che ne prepararono la efficacissima azione politica 
ed economica. Indi avverte, come salito Leopoldo all'Impero, il Man- 
fredini ed il Lampredi ponessero gli ingegni a vincere l'animo di 
Ferdinando III, per addurlo ad una politica restrittiva. Prendendo 



294 RASSEGNA BIBLIOGRAFICA 

partito dalla scarsa raccolta del 1791 e da quella che ancora più 
scarsa prevede vasi del 1792, imagi narono circostanze interne ed ester- 
ne consigliatrici della sospensione, o come volevasi, dell' abolizione 
della libertà frumentaria. Il Principe perplesso interrogò il Fossom- 
broni, il quale rispose che la questione del commercio frumentario 
non dovevasi trattare e risolvere con le ragioni di Pietro Leopoldo, 
che rimiselo in libertà, né cogli esempi delle altre nazioni che lo 
tengono in servitù; ma dopo venti anni di esperienza, essere que- 
stione di puro fatto e ridursi a sapere se la Toscana era doventata più 
povera o più ricca ; il che doversi chiarire col riscontro e col confix>nto 
dello stato delle anime, della cultura delle terre e della fabbrica- 
zione delle case, delle rendite, e delle gabelle di consumazione. Sul 
fondamento dei fatti, solo su quel fondamento, potersi fare un'ampia 
discussione. Il consiglio del Fossombroni fu pienamente accolto e 
cambiato il giorno stesso in ordine allo Schmid weiller, ministro delle 
Finanze. Dell'interessante polemica svoltasi intorno agli effetti della 
libertà frumentaria in Toscana, fra il Schmidweiller, ed il Lampredi, 
l' A. dà una breve, ma accurata relazione : poscia riferisce i pareri, 
che e verbalmente e per iscritto, dette anche su codesta questione 
il Fossombroni. I quali non impedirono che si emanassero leggi 
violatrici della libertà, di cui però ben presto si ravvisarono le tri- 
sti conseguenze, tanto che nell'editto del 17 agosto 1795, « il Prin- 
cipe confessò di avere riconosciuto per esperienza che i vincoli alla 
libera circolazione e contrattazione dei generi nell'interno del Gran- 
ducato altro effetto non avevano prodotto che di rendere meno for- 
niti i mercati di vettovaglie e più gravi i prezzi delle medesime. 
Dichiarò ristabilita la più estesa libertà di trasportare da un ter- 
ritorio all' altro e di vendere e comprare, tanto nei mercati che 
fuori di essi ogni sorta di grani, biade, legumi, castagne ecc. ecc. 
serbando però il divieto dell'estrazione, i forni normali per il pane 
venale e dando facoltà ai grascieri di fissarne il prezzo, omettendo 
per altro la vendita d'ogni altra specie al prezzo della concorrenza > . 
Proseguendo ad illustrare la storia civile ed economica toscana, il 
Morena si sofferma alla neutralità dichiarata rispetto aDa rivolu- 
zione francese, riassume la Protesta a Napoleone Bonaparte scritta 
dal Fossombroni a nome del Granduca, l'altra sua Ragione, oracìe 
sur la Toscane, tanto precise e fiere insieme, e narra come, quando 
per la Battaglia della Treblna, mutate le sorti, dopo cento giorni 
di occupazione i Francesi abbandonarono la Toscana, fosse solo il 
Fossombroni in mezzo al delirar delle parti a restituire il roggi- 



RASSEGNA BIBLIOGRAFICA 295 

txiento ci\nJe e la libertà economica. Segue l'azione sempre illimìi- 
Lata ed integra di lai dorante il Principato dei Bor1x)ni di Parma, 
e>i espone come fosse inviato a Milano a perorare presso il Bona- 
fiarte, quando questi veniva a cinger la corona d'Italia, e come si 
aloperasse a vantaggio del proprio paese, anche scrivendo note al 
Talleyrand, neUe quali rappresentava pure la condizione miseranda 
•ielle finanze toscane. E riferisce che dopo la restaurazione del 1815 
:*i deve al Fossombroni se la libertà economica non fu violata, 
ma anzi ampliata e se si provvide a quei lavori di pubblica uti- 
lità, i quali pur tanto contribuiscono alla occupazione profìcua dei 
lavoratori. Invero per eccitamento del Fossombroni Lioopoldo II. 
C'»mpi il risanamento della Yaldichiana, cominciò quello della Ma- 
remma, decretò l' allivellazione dei terreni risanati per moltipli- 
care a gran numero i piccoli proprie tarii, sciolse le servitù di pu- 
scrolo, legnatico, ecc. ecc. 

Le idee economiche del Fossombroni che si espongono nei peu- 
ideri e nei ricordi sparsi, nei motti, nelle sentenze e negli aneddoti 
mtdesìmi, avrebbero meglio dovuto manifestarsi nella loro coordi- 
nazione collo stesso pensiero politico dello scrittore nelU opera sua: 
' P^^retn dell' iiìcivilimento sociale, di cui rimangono soltanto il 
proemio e taluni capitoli, però sufficienti ad attestare il valore, 
«•he avrebbe avuto il libro. 

n Morena dopo avere analizzato altri lavori e chiarito altri 
fatti, dimostra le relazioni interessanti che la legislazione toscana 
ebbe sull' inglese. Il ministro Canning nel 1824 deli1)erò pure una 
vera inchiesta, mediante lord Burgliersch, intomo alla legislazione 
tjramentaria della Toscana e con dispaccio del 15 dicembre 182<),chìe- 
>6 addirittura al Fossombroni un rapporto, il quale è degno, afferma 
il Morena, di essere scritto tutto intero nella storia della nazione. 
« E quando nel 1886 il Parlamento inglese, riprendendo le discus- 
sioni sulle leggi restrittive concementi i cereali commise la compi- 
lazione d' un rapporto in tomo alle relazioni commerciali della To- 
scana e d' altri Stati d' Italia a Giovanni Bowring, questi lo scrisse 
sotto r ispirazione e la direzione del Fossombroni, che lo consigliò 
a non limitarsi a nudi ed aridi specchietti statistici sul com- 
mercio estemo e sulle tariffe toscane, ma allargando allo studio 
•i^-lla legislazione commerciale e delle condizioni economiche, ad 
indagare la potenza della legislazione sulle prosperità dei po- 
poli e vedere il frutto, che ricavereblxjro i due paesi, se V In- 
ghilterra accettasse per V appunto la legislazione commerciale della 



296 RASSEGNA BIBLIOGRAFICA 

Toscana. Il Fossombroni forni al Bowring anche tutti i documenti 
ufficiali e scrìsse parecchi capitoli, ammonendo con i^arole, poi plau- 
dite dalla Camera dei Comuni, che doveva cessare la guerra delle 
tariffe, come quella delle spade, che la Toscana sperava il maggior 
bene dalle liberali intenzioni del governo inglese, e che V Inghil< 
terra dovrebbe sopra tutte le altre nazioni e per maggior riguardo 
ai propri interessi, incoraggiare le importazioni, come il mezzo 
più sicuro di trovare smercio ai prodotti nazionali » . E quando egli 
ottantenne, privo omai d' influenza nel governo, temette che si po- 
tesse rinnovare il sistema protettivo in Toscana, dettò dal letto 
la Memoria per V abolizione delle dogane. Mori il 13 Aprile 184 4, 
ed il 16 Maggio 1846 nella Camera dei Comuni, il 22 Maggio dello 
stesso anno nella Camera dei Lordi la Le£;a della libertà economica 
vinceva V ultima guerra. 

Il Morena, compiuta cosi la narrazione ampia e precisa, che ab- 
biamo in più punti riferita colle sue stesse parole, aJBTerma che il 
Fossombroni, il quale ebbe piena ed incontrastata sin dagli anni 
suoi giovanili, fama di idraulico e di matematico tra i primi di 
Euroi>a, fu pure economista e statista egregio. 

« Come Panno 1792, scrive, propugnò la libertà assoluta del 
commercio dei cereali, cosi gli anni 17913-94, consultato sopra il 
rimetter vincoli air arte della seta , opinò invece aversi a to- 
gliere quelli restati nella riforma Leopoldina. Da quei primi atti 
sino all' ultimo, quando esortò impeli e Governi ad atterrare tutte 
lo dogane, egli non discordò mai da sé stesso; senza mai nenunen 
r ombra della perplessità, che negli estremi anni di regno, trava- 
gliarono r animo di Leopoldo ». Ricordate infine le sue alte bene- 
merenze politiche, ed il compianto, che la sua morte destò, cosi 
conclude: « Noi pigmei d'una scienza o di un'arte sola e spesso 
d'un frammento di scienza o d'arte, ammiriamo riverenti questi gi- 
ganti, nei quali pare che la natura si compiaccia di raccogliere e 
forse congegnare i disparati suoi doni. E pare (anche a più sul>li- 
mi altezze) si compiaccia, meglio che altrove, in Italia: Tommaso 
d'Aquino, Dante, Michelangelo, Leonardo da Vinci, Galileo. Ebbe 
il Fossombroni, a spese del pubblico, mausoleo in Santa Croce, vi- 
cino ai mausolei di Galileo, del Macchiavelli e del Michelangelo : 
ma, più del marmo o del bronzo perenne, intessono al gran Toscano 
degna corona gli scritti d' idraulica, di matematica e d' economia 
politica ; il risanamento della Valdichiana e delle Maremme tosca- 
ne ; i disegni per il bonificamento dell' agro romano e per la con- 



RASSEGNA BIBLIOGRAFICA 297 

dotta dei fiumi veneti; il governo savio e mite della Toscana, franco 
da tirannidi forestieri o paesane ; e infine, e certo sopratutto, i 
servigi inestimabili prestati nel proprio paese e nell'altrui alla dot- 
trina e alla pratica del lil)ero commercio, che è dire agli uffizi del- 
l' universale civiltà » . 

Le vedute d'insieme derivanti dalla poliformità dell'ingegno e 
dalla cultura del Fossombroni certo giovarono anche alle disquisi- 
zioni economiche, sebbene la molteplicità degli studi gli impedisse 
di scrìvere saggi esaurienti e di trattare in maniera anche più 
profonda questioni fondamentali teoretiche. Non gli mancò F atti- 
tudine alle investigazioni di pura dottrina, giacché taluni accenni, 
che si leggono in questi scritti, amorosamente adunati dal Morena, 
sono magistrali, ma gli mancarono le occasioni ed il tempo, che 
invece si offiìrono propizie alla dilucidazione di temi pratici e 
tecnici particolari. La monografia sull' ai*te della seta in Toscana, 
spicca per precisione di dati e per vigoria di ragionamenti, la rap- 
presentanza a Napoleone Bonaparte sulle finanze toscane, è modello 
di competenza e sincerìtà finanziaria, come i quadri dell'economia 
toscana manifestano una cognizione notevolissima dei fatti. E di 
questi era studiosissimo ; in un suo pensiero scrive : « Se il tempo, 
che si perde a sviluppare argomenti, s' impiegasse a verificare dei 
fatti, avremmo meno dispute e più verità >. Anzi è merito suo, 
come già fu rilevato, di analizzare i problemi in rapporto alle cir- 
costanze, alle condizioni, in cui sorgono, e di cercarne una propria 
risoluzione. Sul finire del secolo passato e al principio di questo 
non è gran vanto per uno scrittore avere sostenuti i principi della 
lil)ertà commerciale; già, a prescindere dal sommo Smith, tanti al- 
tri economisti, avevano precedentemente dimostrato la razionalità 
di essa, ed i vantaggi economici che da tale politica provengono. 
Ma a nostro avviso, è invece grande onore pel Fossombroni, l'avere 
provato che talune circostanze apparentemente contrastanti all'uti- 
lità del libero commercio, non debbono avere influenza, poiché in 
fiostanza non vi si collegano o sussisterebbero anche, ove si adot- 
taf^se una politica restrittiva, che 1' esperienza si chiariva favore- 
vole alla libertà, nonostante si verificassero rapporti, i quali 
apparivano ad essa contrari. L'avere insomma saputo sceverare 
condizioni da condizioni, discernere l' efficacia d' una causa nel 
complesso delle forze e degli effetti, che si associano e si intrec- 
ciano, costituisce una l)enemerenza scientifica pel Fossombroni. 
Il quale poi ha pur quella, anche maggioro, di avore applicato 



298 RASSEGNA BIBLIOGRAFICA 

cotesta polìtica liberale, in Toscana, governando per tanti anni o 
direttamente od indirettamente. E tale connubio di attitudini teo- 
riche e pratiche è tanto raro, che va segnalato. Certo non dire- 
mo, ritornando sopra un punto, già toccato, che l' Inghilterra 
abbia, per l' esempio Toscano, abolite le leggi frumentarie ; le 
condizioni economiche e la scienza nazionale avranno contribuito 
assai più, ma 1' esempio pratico toscano qualche peso indu)> 
blamente ebf^e. E pure in questi rapporti enunciati dal Parla- 
mento inglese si trova la correttezza di giudizio e la conoscenza 
precisa di fatto, per le quali emerge il Fossoml)roni. 

Perciò il servigio reso dal prof. Morena agli studiosi colla pul>- 
blicazione di questi scritti e con quella della l)el]a prefazione, che 
li illustra, è i*agguardevole e ci rallegriamo con lui di questa nuova 
prova insigne della sua attività scientifica. 

Siena Augusto Oraziani. 



Si«'iia Tip. e Lit. S«nìo-niiiti ili L. Ijnexeri 



R. ACCADKMIÀ DRI ROZZI 



BULLETTINO SENESE 



DI 



3TORIA PAXRIA 



ANNO 111. - FASCICOLO iV. 



SIENA 

TIP. K I.IT. SORDO-MUTI DI h. LAZZERI 

1897 



COMMISSIONE SENESE DI STORIA PATRIA 
Pietro Bossi, presid. - Giovanni Scotoni, yice-pread. - Narciso Mengozzi, legreUrio 
\ Alessandro Lisini - Lodovico Zdekauer, redattori 



CONSIGLICRt 



Calisse Carlo 
Donati Fortunato 
Falaschi Enrico 



Nardi-Dei Marcello 
Patetta Federigo 
Petrdoci Pandolfo 



Sanesi Giuseppe 



^ SOCI ONORARI ^ 



Carducci sen. comm. prof. Giosuè* Bologna — Cugnont comi», prof. 
Giuseppe, Roma, — D* Ancona comm. prof. Alessandro, Pisa — Del Lungo 
coiniii. prof. Isidoro, Firenze^- Gamùrrini comm. prof. Gian Francesco, 
Arezzo — Helbig comm. prof Volfanjfo, Roma — Paoli cav. prof. Cesare, 
i^irenr^ — Piccoi/>MiNi cav. prof. Enea Silvio, Roma '•^ Tabarrini sen. 
Marco, Roma » Tommasini comm. prof. Oreste, Roma — Villari sen. 
comm, prof. Pasquale, Firenze, 

— ^ SOCI FONDATORI «— 
Bacci prof. Orazio, Firenze, 

CORRISPONDENTI E COLLABORATORI 

Bakdi-Verdiani ArnaMo, S, Quirico d'Orda — Barduzzi cav. proL 
Domenico, Siena — Bassi Dott. Domenico. Milano — Betta zzi prof. Eurico, 
Torino — Brogi Riccardo, Siena — Brugi prof. cav. Biagio, Padova. 

Canestrelli Cav. ardi. Antonio, Fir^nae — Carocci cav. Guido, Fi^ 
retìze — Carnesecchi Carlo, Firenze — Casabianca prof. Antonio, 5i>- 
na — Chiappelli avv, cav. Luijfi, Pistoia — Cohba prof. dott. Emilio, Fi^ 
renze — Corazzisi avv. Giov. 0<lnardo, Firenze, 

Datidsohn dott. Roberto, Firenze — Dejob prof. Charles, Paripi — 
Del Vecchio cav. prof. Alberto, Firenze — Dr Nolhag prof, Pierre, 
Versailles, 

Elix>n Federigo, Berlino, 

Fàlletti cav. prof. Pio Carlo, Bologna — Fumi comm. Lui}<i, Ortie^ 
lo — Frey prof, dott Cari, Berlino — Falchi prof. cav. Isidoro, Pisa, 

Gherardi cav. Alessandio, Firenze — Grottanslli Db* Santi nob. 
Edoardo, Siena — Graziani prof. Augusto, Siena — Gialdini cav.ing. 
Livio. Siena — Grottanelli conte Lorenzo, Firenze, 

HartWiq prof. dott. Otto, Halle — Hartmann dott L. M., Vienna, 

LÀNCZY prof. Giulio, Budapest — Luschin von Ebengrbuth prof. 
Graz — LusiNl dott. Vittorio, Siena, 

Marchesini prof. Umberto, Firenze — Mazzi dott. Curzio, arrena* 

— MoNTicoLO cav. prof. Gio. Batta., Roma — Medin prof. Antonio, Pa- 
dova — MoRPUROO dott. Salomone, Firenze — Mazzoni prof. cav. Gui- 
do, Firenze — Motta Cav, Emilio, Milano, 

Nencini dott Terenzio, Siena — Notati prof. dott. Francesco, Mila'- 
no — Nomi- Venerosi- Pesciolini dott. prop. Ugo, 5. (Jimignano, 

Pardi prof Giovanni, Orvieto ^ Pélissier prof. Leon Baptiste, 
Montpellier — Peraté m. André, Versailles — Pratesi prof. Plinio, 
Alessandria — Professione prof. Alfonso, Sor ara — Papaleoni prof. 
Giuseppe, Napoli — Petrucci dott. Fabio, Siena. 

Rondoni prof. Giiiat'ppe, Firenze — Rossi dott. Agostino, Bologna — 
Rosi dott. Michele, Genova — Rcci avv. Arturo, Roma, 

Schupker comm. prof Francesco, Roma — Sforza car. Giovanni, 
Massa — Si monelli pn»f. dott. Vittorio, Bologna — Sola ini avv. Ezio, 
Volterra — Supino cav. Igino Benvenuto, Pisa — Simoneschi avv. Luigi, 
Pisa, 

ToTi mons. Alessandro, Colle Val d'Elsa, 

Vanni dott. Manfredo, Milano — Venturi cav, prof. Adolfo, Roma 

— Vigo cav. prof. Pietro, Livorno —- Vanni prof. Antonio, Urbino, 

Zanichelli cav. prof. Domenico, Siena — Zanelli dott. Agostino, 
Pistoia, 



V/.3 



\ 

I 



I SEPOLCRI DEfiLI SCOLARI TEDESCHI IN SIENA 

(r&ntinuazione, ved, fase, i.**, anno IH) 



1. Johann Friedrich von Lichtenau. — li suo sepolcro sem- 
plice si trova giusto sotto quello di Giovanni Staphjio, fra 
le due mensole d* appoggio. L* iscrizione è questa : 

NOBILITATE • ATQ DOCTRINA EXCELL • DN. 

lOES • PRIDERICVS • A • LIECHTENAVV • V • I • D • LONG * 

DIVTVRNOQ . MORBO • CONFECTVS TANDEM ìETATIS 

SV^ • ANNO . XXV • X . lANVARII ANNO CIOIQLXXXII • 

EX • HAO . VITA FOELICITER • MIGRA VIT • CVI 

PARENTES MOESTI HOC M • P • C • II • MAI • 

• ANN . M • D • LXXXIIII • 

La tavola di marmo posta al di sopra di queste, con- 
tiene le armi dei Lichtenau come sono rappresentate nel- 
Topera araldica del Siebmacher voi. IV, tavola 116. 

Giovanni Federico von Liechtenau aggiungendo al suo 
nome Augtistantis si qualiSca di firma nella matricola 
della Nazione germanica a Padova ai 10 di Dicembre 1581 
e così pure ai 10 di Ottobre 1582 a Siena. 

La data di morte è sbagliata probabilmente per colpa 
del tagliapietra che dovette per altro aggiungere il se- 
condo C omesso in confectus ed il T A in aetatis sopra la 
riga; altrimenti si dovrebbe credere che la data fosse fis- 
sata secondo stile fiorentino, cosa poco verosimile, trat- 
tandosi della pietra sepolcrale d' un tedesco in Siena. In 
tal caso essa corrisponderebbe ai 10 di Gennaio 1583 del- 
l' era volgare. 



300 A. LUSCHIN 

2. Conrad Rudt f 1591. — Tavola sepolcrale con orna- 
menti involti, che finiscono abbasso in un mascherone e 
che sono coperti da veli da lutto. 

DOM 

CONRADO RID GERMANO IVVENI 

NOBILI, PIETATE ERVDITIONE AC 

VARIARVM RERVM COGNITIONE 

NVLLI SECVNDO, HAEREDES 

MOESTISSIMI p.p. 

VIXIT ANNOS XXVIII MENS • I- 

DIES XXV OBHT HIC SENIS, 

NEAPOLI REDIENS, FERRI 

AC DYSENTERIA CORREPTVS, 

VH OCTOBRIS . ANNO . M . D • X • CI- 

Due rozzi sostegni alle due parti della tavola portano 
l'arme fra due pilastri e due cornici aggruppate. Il mo- 
numento termina in cima in una cornice con un teschio 
di morto sormontata dalla croce. Quest' opera veramente 
non è riescita molto bene. Le linee sobrie e modeste della 
parte di sopra fanno un brutto contrasto cogli ornamenti 
sovracarichi e barocchi della struttura di sotto. Troppo 
sovente si trova il fregio composto di veli pendenti. Oltre 
questo si deve osservare che il frontone è fatto in pro- 
porzioni troppo piccole. 

Molta lode merita invece V esecuzione dello scudo, 
specialmente la maniera di trattare ì fogliami. L*arme 
allude al' nome della famiglia mostrando in un campo 
sbieco a sinistra un gran cane da caccia (chiamato Rud^ 
nel tedesco) in atto di saltare e che tiene un osso nelle 
zampe. L'elmo aperto e coronato ripete l'animale, che 
sostiene lo scudo, sormontato dagli ornamenti dell'elmo. 

Poco si sa della famiglia, alla quale apparteneva questo 
giovane; la famiglia Rud, Rudt von Kollenberg si serviva 
dì un altro scudo come anche la famiglia Riet, sueva, 
(vedi Siebmacher, voi. I, tav. 124 e voi. IT, tav. 38). Egli 
stesso scrisse il suo nome ai 17 di Ottobre 1590 a Padova 
Conradus a Rudt. La mano di un amico aggiunse le pa- 



I SEPOLCRI DEGLI SCOLARI TEDESCHI IN SIENA 301 

role : Obiit Sienae. Egli apparisce ancora nella matricola 
di Siena ai 25 di Settembre 1591 coir aggiunta Borussus. 
Come Cristoforo Ulrico von Wurzburg anche il Rudt trovò 
la morte nel viaggio a Napoli. 

3. Giovanni Schott von Scbottenstein f 1610. — La tavola 
in memoria di lui ha un sostegno con teschio di morto ; 
e di sopra a questo una cornice di forte aggetto, colle 
armi (Siebmacher I, 102) fra due obelischi bassi. 

•DO • M- 

ET MEMORIiE, TAM PIETATE QVAM VIRTVTVM 

GENERE NOBILISS • IVVENIS, IOANNIS GVILIELMI 

SCHOTT IN FISBACH, &0. OB STVDIVM PERLV- 

STRANDI EXOTICAS NATIONES, CVM M : DVCIS 

HETRVRI^ COSMI • II • TRIREMIB • BARBARIÀ 

VERSVS NAVIGANDO, FORTE FORTVNA IN 

OPPVGNATIONE CASTELLI BESCHERI, XVII • AVG : 

A BARBARO TELO MISSILI VVLNERATI 

DIE XXVII AVG : POST, VITAM CVM MORTE 

COSVTXDO in DEO PLACIDE OBDORMIIT, OSSA 

VERO INSVLiE SARDINIiEPROPE SPECVLAM S: PETRI, 

RELIQVIT • evi FRATER MOESTISS : HOC AMORIS 

MONVMENTVM P • CVRAVIT, SENIS 

MENS : SEPT : A : M • DCX 

IOAN-THEODORICVS SCHOTT IN 

FISCHBACH, ETC : 

Il nome del defunto non si trova nelle matricole di 
Padova e di Siena, bensì però quello di suo fratello Gio- 
vanni Teodorico che iscrisse il suo nome a Siena nel 
Gennaio 1610. 

Avventure guerresche del genere di quella che ca- 
gionò la morte di Giovanni Guglielmo Schott, furono al- 
lora molto comuni nella vita degli studenti tedeschi. Mei- 
chiore Gail (N. 23) soccombette alle fatiche di un disastro- 
so viaggio di mare. — Un altro esempio ci dà il proto- 
collo della nazione tedesca ora conservato nella comunale 
(Cod. Mass. A XI N. 15) sul foglio 97 in una supplica degli 
studenti dei 15 di Giugno 1605 al Granduca a favore di 



302 A. LUSCIIIN 

uno studente di Graz, Giovanni Sigismondo Schòrckel, de- 
siderando costui di entrare nelle galere di Sua Altezza 
Serenìssima per ornamenti della sua gioventù. 

4. Leone Bart von Harmating f 1586, — Tavola quadrata 
d'iscrizione involuta di sopra e di sotto e rotolata in dentro. 

CLAVDITVR HOC SAXO SAXV QVE MORTE PEREMIT 

SAXVM CAVSA NECIS, FONS ET ORIGO POLI • 

BARTIVS ETRVSCIS CVI DIRE ILLVSIT IN ORIS 

FORTVNA . HIC LACHRYMAS TE RETINERE IVBET 

VIVIT ENIM VIVIT SVELIMI CLARVS OLYMPO 

TERRA TEGIT CORPVS SPIRITVS ASTRA TENET 

NOBILI • D • LEONI BARTH AB HARMATING 

MONACENSI BAVARO MìESTI PARENTES 
PIETATIS CA • POS • A • D • M • D • LXXXVI • 

La pietra dello scudo, col D. 0. M. sul fregio, è sor- 
montata d' un frontone a sbieco colla croce ritta in alto. 
Lo scudo quadripartito è sormontato da due elmi. 

Il primo ed il quarto campo corrispondono al disegno 
che riporta il Siebmacher II, 42 (nel nero una testa calva 
d' uomo con barba bianca) e sono le armi vecchie di questa 
famiglia. La figura Campo 2 e 3 e l'altro elmo: una 
testa d' uomo con barba e nastri volanti sopra il corpo di 
un leone, a destra, saranno stati aggiunti probabilmente in 
occasione del mutamento delle armi per l'intervento del- 
l'Imperatore Rodolfo IL sotto la data di 1585 (?) 17 di 
Settembre, Praga. 

Leone Bart venne a Siena alla fine d'Agosto 1584 (la 
sua iscrizione nella matricola è del 28 di Agosto colle 
parole aggiuntevi : mortuus est Senis) e coprì l' offlzio di 
Procuratore della Nazione tedesca dai 10 di Marzo sino 
ai 12 di Maggio 1585. L'anno seguente ai 8 di Aprile sì 
trovò implicato in una rissa con certi artigiani lombardi, 
passeggiando fra Porta Camollia e Porta Ovile e vi fu ferito 
a morte. La Nazione germanica fece ricercar subito del 
feritore, poi fece seppellire il morto e chiedendo al Gran- 
duca di essere severo nella punizione di colui, che aveva 
ucciso un' uomo come Bart « geyitillmomo Bavaro nobi- 



I SEPOLCRI DEGLI SCOLARI TEDESCHI IN SIENA 303 

liisiiùoed amatissimo come figlio del Duca di Baviera » ('). 
Qaìodi si fece la partecipazione ai parenti : raccontando 
Toccorso, enumerando il retaggio ed i debiti suoi (fra i 
quali treotasei corone per il funerale) e si pregava di pa- 
gare qaest' ultimo subito. Questo desiderio fu soddisfatto 
assai presto, e la Nazione poteva registrare già sotto la 
data dei 28 di Giugno del medesimo anno il pagatore di 
una cambiale di trecento corone inviatele, di tutti i de- 
biti in 212 corone, 16 carantani e 8 quattrini, compreso 
il cambio di circa il 16 •/©. Dopo aver pagato tutto, resta- 
rono alla Nazione presso a poco 30 corone, che essa desi- 
derava impiegare per an monumento di cui era accluso il 
disegno. 

Tre anni dopo, quest' episodio ebbe il suo epilogo. L'as- 
sassino, che non essendo stato scoperto, col tempo era riu- 
sciio di trovare dei potenti protettori che lo raccomanda- 
rono alla grazia del Granduca il quale in ultimo si rimise 
per la decisione di quest* affare nella buona volontà della 
Nazione. Naturalmente a questa non restò altro che di 
cedere, ciò che la nazione dichiarò in una lettera sotto la 
data del 21 febbraio 1589 mandata al Granduca. Aggiungo 
qni il brano principale di questa lettera: ... quello chi com- 
messe il uolontario homicidio già tre anni sono nella no- 
bìl memoria del Sig. Leone Bart Monacense domandando 
pace et consenso della nostra Nazione per esser rimesso j 
ha presentalo un rescritto da V. A. S. nel quale corte- 
sissima al Suo solito ne favorisce con lassar tal remis- 
sione in arbitrio nostro. Di tale favore con ogni debita 
reverenza ringraziandola^ se li presenta con questa il 

(*) [Questa e simili asserzioni non sono frasi rettoriche. Prova 
ne sia la lettera, diretta da Monaco, il primo di Gennaio 1575, dal 
Duca di Baviera, Alberto, alla &coltà teologica dell' Università se- 
nese, colla quale egli raccomandava caldamente un tale Jacóbos Ru- 
hm. canrianator atdicus theoìogu^ve, che intendeva addottorarsi appunto 
in Siena. La commendatizia e la risposta — £Bivorevole s' intende ! — 
•iella Facoltà al Duca sono riprodotte a pag. 55 delle Sanrtionea //- 
formatae universitatis (heoìogorum Senarum (Senis, Bonetti, 1651) ]. 



304 A. LUSCHIN 

consenso nostro con la pace de' parenti del Sig. ucciso... 
Et con questo facendoli reverenza et Le offriamo siccome 
Le siamo et sarà sempre in Germana fede obbligatisi- 
simi a servirla. Vedi il protocolio sopralodato a fol. 10, 
inoltre f. 21, 128, 131. 

5. Giovanni Andrea Gender f 1588. — L* iscrizione soste • 
nuta da una testa di angelo e da due piccole mensole sor- 
regge r insegna in forma di frontespizio con un ornamento 
ed una croce in cima. 

lOH ANDRENE ANT • F • SEB : N : NORIBERG^E 

EX NOBILI • ET • PATRITIA • FAMLIA • GEVDERO- 

RVM IN HEROLZBERG &C • ORTO, PERLVSTRA 

TIS GERMAN : GALL : ET BRITANN : REGIONIB : SENA» 

STVDIOR • GRATIA PROFECTO IBIDEMQ' PIE IN 

CHRISTO SED IMMATVRA MORTE • DEFVNT« 
PARENT ; MOESTISS : PERENN : MEMOR : ERGO 

PC. 

VIXIT ANNOS XXIII • MENS : III • DIES XXI • 

OBIIT AN : SAL : MDLXXXIIX • Vili GAL • OCT • 

Le armi dello scudo corrispondono col disegno del 
Siebmacher l, 205, solamente i fogliami non sono dentel- 
lati, ma fatti in forma di lambrécchini uniti. Nel fronte- 
spizio sopra le armi si trovano le lettere : D 0. M. 

Giovanni Andrea Gender, figlio del Septemvir Antonio 
Gender di Norimberga e nipote di Sebastiano, nacque ai 
3 di Maggio 1565 e discendeva dalla stirpe nota dei pa- 
trizi norimbergesi di questo nome. Simile al suo padre 
egli visitò durante il suo viaggio in Italia le città di Pa- 
dova e di Bologna; nel primo sito egli si iscrisse ai 24 
di Ottobre 1587, nel secondo ai 17 di Maggio 1588. Pochi 
giorni dopo (24 di Maggio) lo troviamo a Siena. Sembra 
che egli sia stato un giovanetto di rare doti intellettuali; 
nella matricola di Padova presso alla sua iscrizione mor- 
tuaria è notato : Obiit hic adultus optimus et nobilissimus 
in ipso cetatis flore magno suorum luctu. 

6. Giovanni Adamo von Muggenthal f 1585. — La parte di 
sotto del monumento coir iscrizione, corrisponde nel di- 



I SEPOLCRI DEGLI SCOLARI TEDESCHI IN SIENA 305 

segno a quello di Geuder che si trova accanto, solamente 
vi sono di più alla destra ed alla sinistra delle mensole 
che portano ciascuna un piccolo obelisco. 

La pietra sopra la iscrizione contiene, in una semplice 
cornice orlata a rilievo, Gesii sul Golgota ; Maria e Mad- 
dalena stanno in piedi sotto la croce. Sul dinnanzi sta 
inginocchiato il morto sopra un cuscino, le mani levate 
in alto, pregando, col rosario. Due busti femminili, che 
rappresentano la gioventù senza affanno e la vecchiaja 
addolorata, portando la cimase formata da due archi volti 
e dallo scudo gentilizio. Quest* ultimo contiene una mar- 
tora, che salta alla destra e corrisponde al disegno del 
Siebmacher (I, 81) tranne per positura rovescia. 
L' iscrizione incomincia cosi : 

DOM. 
sul fregio, e continua a basso 

GENERIS NOBILITATE, AC VIRTVTIBVS 

ORNATO IVVENI lO-O^I ADAMO A MVC- 

KENTHAL GRAVISSIMI VIRI lOÀNIS 

ADAMI ILLMi VTRIVSQ BAVARI^ DVCIS CO 

SiLRii . ET GVBE». TRHAIN EX EUFROSINA A 

STAIN • FILIO . QVI DV BIENIO HIC NAVARAT 

OPA LITERIS PESTIFERA FEBRI TFECTVS 

IMATVRE SVMO LVCTV SVORV PATRIìEQ 

rCOMODO Vn • CA • SEP • A° • MDLXXXV MORTO • EST • 

Giovanni Adamo v. Muggenthal aveva incominciato i 
suoi studi a Ingolstaldt fin dall' anno 1577, quindi nel- 
r anno 1583 venne a Siena e si inscrisse nella matricola 
della Nazione alemanna ai 4 di Giugno. Un verso ag- 
giunto di pugno d' un amico dà la seguente notizia: mor^ 
tuus Senis 14. AugusL S5. magno animi luctu omnium. 

V Epitaffio fU eretto a spese della famìglia e per cura 
della nazione, la quale il 22 di Settembre 1586 ricevette 
38 corone da Alessandro Bonini ed Ottavio Foretti per 
conto di una banca tedesca (Vedi il Protocollino IncL Nat. 
germanica^ Senis degentis nella Comunale a Cod, Mas. A. 
XI N. 15 a foglio 198). 



306 A. LUSCHIN 

7. Gabriel Muffel v. Eschenau 7 1582. — La tavola d'iscri- 
zione è portata da una testa d* angelo; la pietra dello 
stemma è sormontata da due monti con una croce. L* iscri- 
zione sul fregio incomincia cosi : 

DOM 
e continua di sotto 

NOBILITATE • ET • VIRTVTE • EXIMIA • IVVEXI 

GABRIELI MVFFELIO 

AB . ESCENNAVV • ET • ECKENHEIDT • NORICO • 

QUI • CUM • MAIORIS • INGENII • CVLTVS • CAPE 

SCENDI . ERGO • TRES • PLVS • MINVS • MENSES 

PATRIA . ABFVISSET • IN • COELESTEM • PATRI 

AM • VOCATVS . ARDENTI • FEBRI • ANNO ■ M • D • L 

XXXII ■ DIE . XXV • AVGVSTI • IN HAC VRBE • PIE • 

MORTVVS • IN • HAC • AEDE • RITE SEPVLTVS EST 

MOESTISS • MATER • FRATERQVE • VNICVS • ILLA 

FILIO • HIC • FRATRE • CARISS • VIDVI • 

• L • P • ANNO • M . LXXXIX • DIE • 

• Villi • MARTII • 

Lo stemma (Siebmacher I, 206) sembra che abbia 
otto campi, ma in verità ne ha solamente quattro. I 
campi 1 e 4 contengono lo stemma della famiglia Muffel 
von Ermreut, disegnato dal Siebmacher V, 88, cioè: spac- 
cato con un pesce bianco in campo rosso e leone nero co- 
ronato in oro. I campi 2 e 3 sono pure spaccati (bleu e 
nero) dimostrando in ogni metà un leone coronato d' oro 
a destra. Il primo elmo dimostra, come dal Siebmacher, 
un cane rampante, il secondo egualmente un leone alato: 
i cuori rossi sulle ali mancano. 

Gabriele Muffel, figliastro d'un tale Christoforo Kress 
che apparteneva al Senato del comune di Norimberga, 
fece la sua iscrizione nella matricola della Nazione ai 11 
di Giugno 1580, perciò le parole dell' epitaffio tres plus 
minus menses dovrebbero probabilmente dire tres plus 
minus annos. La Nazione avvertì il patrigno fino dal 2 
di Settembre 1582 che Muflfel erasi ammalato di febbre, 
sopraggiunse il vainolo e quel che allora chiamavano le 
petecchie ed egli moriva dopo mezzanotte ai 24 di agosto. 



I SEPOLCRI DEGLI SCOLARI TEDESCHI IN SIENA 307 

Riferivano come egli era stato seppellito il giorno dopo 
alle ore 22 nella tomba della Nazione a San Domenico. 
La famiglia non volle accettare il progetto della Nazione 
per un monumento, lasciando totalmente 1* esecuzione 
al fratello più giovane Giacomo che venne in Siena ai 24 
di Maggio 1588 (Vedi il Protocollo della Nazione sopra 
lodato a fol. 68 e 74). 

8. Werner Scbenk von Stauffenberg \ 1577. — Tavola 
quadrata d'iscrizione in una cornice ondulata diverse volte 

DOM 

D • WERNHERVS SCHENCK A STAVFENBERG • 

GERMANVS • SVEVVS : GRAVISSIMI VIRI- 

D . ALBERTI, CONSTANTIìE GUBERNATO- 

RIS . FILIVS, IVVENIS, TAM SANGVINE • QVA 

VIRT VTIBUS, ERVDITIONEQ • CLARISSIM\^ : 

DVM HAC SENARVM IN VRBE LITERARV 

STVDYS VACARET, ACVTA FEBRE CORREPT» 

CVM GRAVI ET SVORV ET TOTIVS : 

NATIONIS GERM<>-« HIC TVNC COMMORA 

TIS LVCTV MAGNOQ PATRIA INCOMMO- 

DO • FATO CESSIT : CVI CHRISTOPHORVS • ET 

SEBASTIANVS FRATRES PYSSIMI, QVI ET IR- 
SI VNA • SENIS . AGEBANT, FRATRI CHARISSI- 
MO ET OPTIME MERITO, PIETATIS OFFICIO PO 
SVERVNT HOC MONVMENTVM * 
DECESSIT ANNO XPl • M • D • LXXVII 
DIE XXI SEPT • ANO iETATIS SVìE Xg 

Lo stemma in cornice quadrata è basato sulla tavola 
d^iscrìzione e corrisponde col disegno di Siebmacher 1, 115, 
solamente i due leoni sono posti a destra. 

Guarnerio venne coi suoi fratelli sopra nominati a Sie- 
na ai 4 di Luglio 1577. Dopo la sua morte (la data si 
trova anche nella matricola d'iscrizione) i fratelli anda- 
rono a Padova, ove iscrissero i loro nomi nella Matri- 
cola della Nazione ai 25 Marzo ed ai 28 di Novembre 1578. 

9. Andrea Verbez f 1632. ~ La iscrizione è ovale con 
un orlo spaccato molte volte, sul quale giace lo stemma 



308 A. LUSCHIN 

fra due obelischi. Lo scudo è spaccato e mostra nel da- 
vanti un moro in piedi con uno specchio nella destra. La 
metà sinistra è divisa in due, e contiene al di sopra uà 
drago coronato, alla destra, nella metà inferiore, un trian- 
golo traforato con di sotto due fasce. 

Sull'elmo, aperto, si trova una corona gentilizia che 
finisce in cinque palle, e per giojello dello scudo il moro 
con uno specchio in mano fra due corna aperte, dalle 
quali sortono piume di pavone. 

I lambrecchini sono goffi. 

C VM NOBILISS : ET : CLARISS * DN : AN 

DREAS VERBECI9 I : V : LICEN : CARN : LAB : PRìECIPVIS 

ITAL : PARTIB9 LVSTRATIS TRIETJIOQ SENIS 

STVDIOKV CSA IMPESO LiET» PATRIA COGITARET, 

ACERBO CASV NOXIO FERRO L^SVS OCCVMBIT XXII 

IVNY, .ETATIS XXYLI KNO : CVI PIìE RECORDATI 

ONIS C"XA MOESTISSIMVS PATRVELIS BALTHASAR 

WIZ A GLEINIZ SVO SVORVMQ NOTE HOC POSVIT 

XXX SEPT : ANNO M : D : C : XXXII- 

Andrea Verbez scrìsse a Padova il suo nome nella ma- 
tricola ai 31 di Marzo 1629 così: /. V. Lubianus; Tiscrì- 
zione eguale a Siena fu datata 24 Novembre 1629. Qui 
egli restò, malgrado la peste che, vero angelo stermina- 
tore, distrusse in quel tempo mezza Italia e malgrado che 
tutti gli altri studenti tedeschi cercassero di andar via 
dal paese ammorbato. 

Egli ebbe perciò a Siena la carica di fiducia d*un Pro- 
curatore della nazione tedesca dai 26 di Maggio 1631 sino 
ai 12 di Aprile dell* anno seguente. 

Non si sa certo di quale sventura egli fosse la vittima, 
probabilmente sarà stata una delle tante risse, nelle quali 
si trovarono implicati spesso gli studenti tanto fra loro, 
come anche cogli abitanti del paese. Suo cugino, quel 
Balthasar Wiz, nominato anche dall* epitaffio, era giunto 
a Siena poche settimane prima (ai 3 di Giugno 1632) della 
sua morte. Andrea Verbez potrebbe essere stato il figlio del 
podestà di Lubiana Giovanni B.*^ Verbez che fu in queste 



I SEPOLCRI DEGLI SCOLARI TEDESCHI IN SIENA 309 

digoità negli anni 1623 e 1625-1628. Il Valvasor ci dà 
ragguagli sopra il suo stemma nel XI libro della sua 
Ehre des Herzogthum Krain pag. 700, per quanto non 
senza alcuni errori. 

Sembra che fosse parente con quel Georgitts Vei^hez 
CamiolanuSj che scrisse il suo nome ai 26 di Maggio 
nella matricola degli artisti tedeschi a Padova. 

Nel muro sulla parte dell* epistola troviamo i monu- 
menti della fila superiore : 

10. Carlo Barone von Breuner f 1577. 

D -OM S- 

ILLVSTRI ET GENEROSO ADOLES, 

CENTI CAROLO BREINERO BARONI 

IN STVBING FLEDNITZ ET RABENSTAI 

GERMANO, INGENII DOTIBVS AM 

PLISSIMIS ORNATO, SENIS HERTRV- 

RIJE, ACVTA FEBRE ANNO CSEl 

M • D • LXXVn • AETATIS XV • OCTOB : 

DIE Vni EXTINCTC PARENTES 

MOESTISSIMI HOC 

MFC 

La parte superiore del monumento contiene lo stemma 
(vedi Siebmacher I, 22) fra due pilastri jonici di marmo 
grigio con due capitelli bianchi posti sopra sostegni alti e di 
poco aggetto, ornati da un bassorilievo, attaccati ad ogni 
parte della tavola d'iscrizione. La cornice potente, coperta 
di due volute giacenti e di due obelischi, riceve una fine 
in forma di frontispizio per mezzo d*uno zoccolo alto or- 
nato pur esso di volute e sormontato dalla croce. 

Il defunto apparteneva alla linea stiriana della sua 
stirpe e sembra visitasse 1* Italia in compagnia del Conte 
di Montfort. L'iscrizione a Padova coir aggiunta fatta più 
tardi : < Gnadt dir Gott mein lìeber Her Breiner » è da- 
tata dal 4 di Aprile 1576, quella di Siena fu fatta al 24 
d' Aprile 1577. 

11. Andrea Imhof, f 1610. — La tavola d'iscrizione è 
sostenuta da una testa d' angelo ; sopra di questa è la 



310 A. LUSCHIN 

pietra delle armi fra due pilastri jonici coperti di scudi 
degli avi. Sulla cornice si trova uno scudo ornamentale 
con D- 0* M*, sopra di questo la testa di morto, alle parti, 
da destra e sinistra, un angelo e l'urna delle ceneri. L'iscri- 
zione è la seguente : 

D • • M • 

ANDREAS IN CVRIA, 

AL • IMHOF ANDRE-E • SENAT • NORIE • 

ET REGINAE E NOE • RHELINGERORVM 

À WINDACH FAM • OR • FIL • ANDRENE II • ET • I • 

EIVSD • REIP • II • VIRVM PRIMARIOR • N • ET PRON • 

QVVM VIRTVTIS ET LITERAR • STVDIO, 

ACAB • PATRIA, QVAE EST ALTORFI, RELICTA, 

ITALIAM ADIISET, PISISQ • AD XIIX MENSES 
S VESTITISSET , AC INDE SENAS CONCESSISSET ; 

ARDENTE FEERI OVM INFELICI DYSENTERIA 
CORREPTVS, IN VERA FIDE ET INVOCATIONE, 

CERTAQ • FVTVRiE • RESVRRECTIONIS SPE ■ 

HANC TERRESTREM CÒLESTI VITA PERMVTAVIT • 

NATVS • AVO • VIND • POSTR • EID • APRIL • AN • MDXC • 

DENATVS XIV • KLD • lIXER • AN • MDCX 

VIXIT AN • XX • M • V • D IV • 

evi PARENTES MOESTISS • H • M • NON • SINE LACRVMIS 

CONTRA VOTVM PIETATIS P • C • 

Lo scudo delle armi lavorato a bassorilievo col leone 
di mare degli Imhof voltato alla destra, viene coperto di 
un'elmo aperto, ma non coronato, sul qual si ripete il 
leone di mare in guisa di giojello. Un nastro di scrittura 
dimostra sopra i lambrecchini le parole 

REATI IN CHRISTO— PIE DEMORTVI 

Sui pilastri si vedono, posti due a due. i lineamenti di 
quaranta scudi d'armi, intagliati nella pietra della linea 
diretta paterna e materna di 10 generazioni indietro. 

Quando si fissa a loro i numeri 1 sino a 40 nella di- 
rezione dallo inbasso si ottiene uno sguardo sulla discen- 
denza del defunto : avoli paterni I riga = N. 1-10 Imhof 
(il leone di mare si trova qui voltato sempre, in riguardo 



I SEPOLCRI DEGLI SCOLARI TEDESCHI IN SIENA 311 

alla bellezza, alla sinistra; cioè voltato verso la figura di 
scudo dello stemma delle donne). 

N. 11-20 le loro Signore, cioè N. 11 in quattro campi: 
Rehlinger zu Windach (vedi il disegno presso Paul von 
Stetten, Geschichte der adeligen Geschlechter in Augsburg, 
Tav. IV, 15, E; Siebmacher I, 207, N. 11). 

12. Schmidmer. (Siebmacher I, 212, N. 1, ha posto le 
rose in modo rovescio, cioè verso al fianco sinistro). 

13. Reichel (Siebmacher li, 158, N. 10). 

14. Muflfel (Siebmacher V, 88, N. 2). 

15. Coeler (Siebmacher I, 212, N 3). 

16. Neudung (Siebmacher II, 162, N. 10). 

17. Lemblein (Siebmacher li, 158, N. 11, ma voltato 
r agnello alla destra). 

18. Gross (Siebmacher II, 157, N. 2) 

19. Gundelfinger (un* anello in un campo d*un solo 
colore, mentrechè lo stemma unito più tardi con quello 
di Imhof dimostra sulla tavola di Paul, v. Stetten, VII, 
N. 9, B uno scudo spaccato, con colori bianchi e rossi, 
su) quale giace 1* anello in colori cambiati) 

alla fine N. 20 spaccato a sbieco, in forma di un gra- 
dino a sinistra o Aurberg o Finsterlohe (Siebmacher I, 81 
o II, 75). 

Per dimostrare la genealogia si deve osservare che 
Giovanni Imhof, sposato con Anna Guudelflngerin, viveva 
(secondo la testimonianza di Paul von Stetten a pag. 173) 
neiranno 1292 a Lauingen. 

Bucellini (Germania stemmatographica II, L) lo crede 
morto neir anno 1341. Il suo figlio Giovanni viveva a No- 
rimberga (f 1389) e fu sposo di Lucia Gross. Le altre ri- 
cerche genealogiche del Bucellini vanno poco d'accordo 
colla fila dell'armi gentilizie sulla pietra sepolcrale, prima 
che si arrivi a quel Giovanni, che morì nel 1528 ed ebbe 
per moglie la Caterina Muffel. 

Secondo lo stesso Bucellini i tre Andrea Imhof furono 
sposati colla Maddalena Rehin, coir Ursula Schmidmayrin 
colla Regina Rehlingerin. Eccoci giunti ai genitori del 
defunto Imhof. 



312 A. LUSCHIN 

Gli avi materni sono dieci Rehlinger con quattro diverse 
figure di scudo. I più giovani sono due, coi Numeri 21 e 
22; sono quelli che posseggono lo stemma disegnato da 
Stetten, Tavola IV, 15, E, dopo la congiunzione di questo 
collo scudo di Misbeck nel 1503. 

I numeri 23-25 e 27-28 corrispondono alla forma di 
Stetten D che mise in uso, nel modo supposto, Ulrico 
Rehlinger nell'anno 1450. 

II numero 26 corrisponde alla figura dello stemma di 
Corrado (1335), ed i numeri 29, 30 corrispondono alla 
forma la più antica (Stetten 1. e. Stemma B ed A). 

L* investigazione di stemmi di donna fa più difficoltà. 

Lo scudo N. 31 spaccato in quattro campi : 1, 4 una 
freccia sbieca a destra accompagnata da due stelle; 2j 3 
la parte superiore di un uomo nudo con mani elevate ap- 
partiene, se noi vogliamo seguire le notizie genealogiche 
del Bucellini (1. e. fol. R), alla Catharina Soiterin, sposata 
1558 con Carlo Wilhelm Rehlinger. 

Lo scudo col numero 32 colla testa e col petto d' un 
leone sembra d* essere lo stesso come V insegna dei pa- 
trizi Grundherr di Norimberga (Siebmacher I, 205, N. 15), 
però si crede di doverlo attribuire alla moglie di Pandolfo 
Rehlinger, Anna Wielandin (1528). 

Numero 33 è senza dubbio lo scudo della Regina, o 
come indica il Paul von Stetten, Richardis Misbeck (1503). 

Numero 34 sembra che appartenga alla Maddalena Mil- 
lerin (1474); lo scudo contiene probabilmente la testa ed 
il petto d* un uomo voltato alla destra che sembra d* es- 
sere un cacciatore secondo i suoi vestiti, mentrechè la 
famiglia Miiller di Augsburg (Siebmacher III, 198) ebbe 
uno stemma parlante, cioè un mulinare. 

Numero 35 una foglia, Frinckingere e il numero 38 
che dimostra un' anello accompagnato da tre stelle, Pfister, 
(Siebmacher V, N. 10-12 e I, 208, N. 10) sono sicuri, sicché 
la Clara Frickinger e la Kunigunde Pfister appariscono 
nella fila degli avi in linea diretta dalla Regina Rehlinger. 

Il numero 36 colla coscia d'un animale si potrebbe 



I SEPOLCRI DEGLI SCOLARI TEDESCHI IN SIENA 313 

ascrivere agli Haman di Regensburg (Siebmacher V, 222 
N. 6), corrisponderebbe però anche con un'antica figura 
di scudo della famiglia Egen di Augsburgo (Paul v: Stetten 
Tav. II, 19, a). 

N. 37 con tre teste di leone alla destra sarà certa- 
Dfiente una donna nobile di Ulstadt. Ci rimangono ancora 
due scudi che sono i più antichi. 

N. 39 con un cane di caccia che salta alla destra bi- 
sogna attribuirlo alla moglie del Greinwald Rehlinger il 
quale fu nominato verso l'anno 1300 cittadino esterno della 
città di Augsburgo; il nome della stirpe di Windach ripor- 
tatoci dal Bucellini anderebbe benissimo d' accordo colla 
figura dello scudo. 

Alla fine si va indietro col numero 40 sino alla madre 
della famiglia Rehlinger: Anna; sul suo stemma si trova 
lo scudo spaccato in quattro csLmpi degli Pappenheim, ma- 
rescialli d'Impero. 

Le notizie biografiche sul defunto sono da rilevare in 
gran parte dall' iscrizione sepolcrale. Andrea Imhof nacque 
ai 14 di Aprile 1590 e frequentò come adolescente l' uni- 
versità di Altdorf eretta neir anno 1575. Troviamo poi nel 
novembre 1608 il giovane studente a Pisa, ove restò 18 
mesi prima di venire a Siena. La sua entrata nella Nazione 
tedesca in Siena fu fatta ai 21 Maggio 1610. La data della 
sua morte è pochi mesi più tardi,'cioè ai 18 Novembre 1610. 

12. Gioachino Clewein f 1629. — Due pilastri di marmo 
nero con intarsie bianche e con capitelli similmente bian- 
chi sostengono la pietra collo scudo di Clewein (Siebma- 
cher II 164, N. 10). Questa pietra, coronata da una croce, 
s'ìà sopra un frontespizio risaltante fortemente in fuori. 

Due console rovesciate, sulle quali trovansi da ogni 
parte un' urna delle ceneri ed un' alto obelisco, s' uniscono 
collo scudo e danno la forma d' un rettangolo alle linee 
dei contorni sulla parte superiore della struttura. Sopra 
una consola munita d' una testa di morto e' è la tavola 
d'iscrizione coi termini seguenti: 



314 A. LUSCHIN 

D • • M • 

NOBIL : VIRTVTE AC ERVDITIONE PRìE- 

STANTISS : IOACHIMO CLEWEIN NORIE- 

QVI POST MVLTIFARIAM SCIENTIAM 

IN GERM : GALL : ANGL : ET BELG : ACADE- 

MIIS ACQ VISITA M, REDITVM EX ITALIA 

IN PATRIAM PARANS, IN HAC VERBE FERRI 

OPPRESSVS DEIN ' APOPLEXIA CORREPTVS, 

PIE DE MORTE COGITANS, IN PRIMO _ 

ìETATIS: FLORE, LONGIORE DIGNVS VITA 

FATO CONCESSIT, RELICTVS IN GEMITV 

PATER HOC MONVMENVUM, PRO TABVLIS 

DOLORVM, FACIENDVM STATVIT- 

VIXIT ANNOS XXIII • MENS : V • DIES XVI- 

OBIIT ANO SAL : M- DC- XXIX- DIE XXII- OCTOB- 

Ioachino Clewein nato nell'anno 1606 secondo T epi- 
taffio, (mentrechè la notizia seguente lo fa più vecchio di 
due anni) ai 24 aprile 1624 fu immatricolato a Leyden 
come giurista e scrìsse il suo nome a Siena in compagnia 
di due compatrioti Gabriele, e Giovanni Giacomo Oelhafen 
ai 24 Maggio 1629. 

Nella fila inferiore. 

13. Guglielmo v. Bariand f 1597. — La tavola descrizione 
si trova sotto la pietra collo scudo fra due console forti 
di marmo bianco con intarsie nere. Lo scudo è discor- 
dante dal Siebmacher IV, 33, N. 4; ha tre zampe di 
Aquila, un' elmo aperto non coronato con lambrecchini 
dentellati ed invece d'un giojello una zampa d'Aquila 
tornata in alto colle unghie. 

La pietra è posta fra due pilastri jonici di marmo nero 
colla base bianca ed il capitello anche bianco. 

Sulla cornice c'è un frontespizio garbato con una croce, 
avanti del quale si trova un'angelo con frutti e fiori in 
mano. Alla parte inferiore abbiamo la testa d'angelo che 
forma il termine del monumento. 

Si potrebbe ascriverlo secondo il piano e l'esecuzione 



I SEPOLCRI DEGLI SCOLARI TEDESCHI IN SIENA 315 

al medesimo maestro muratore o architetto come i quattro 
segaenti monumenti. 

D • 0- M-S- 

MANIBVSQ • IVVENIS NOBILISS • 

GVILIELMI A BARLAND, ZEELANDI, 

QVI CVM IN ITALIAM VELVT AD 

MERCATVM STVDIOR • ET VIRTVTVM 

ESSET ABLEGATVS, EAMQ • RECTISS • 

INGENII ET DOCTRINiE lAM TV DARET 

SIGNIFICATIONEM, VT FACILE 

QVALIS OLIM FVTVRVS ESSET, 

AVGVRARENTVR OMNES : MORS INVIDA, 

FLOREM IN HERBA,.CVM SPE FRVCTVS 

OBTRVNCAT • MATER INFELIX, 

ET FRATER lACOBVS FILIO ET FRATRI 

CARISS • HOC DOL • MON • PP • VIXIT 

ANNOS MENSES DIES 

OBIIT SENIS, NEAPOLI REVERSVS, 

A • D • CIO • IO • XCVII • 

DIE IV • NOVEMBRIS • 

Guglielmo von Barland, figlio di Giovanni, nato a Goes 
nella provincia Zeeland, fu ammesso alla matricola del 
Rettore ai 19 Maggio 1597 a Padova ed il giorno dopo a 
quella Nazione tedesca. Egli continuò il viaggio verso il 
Sud d* Italia dopo corta fermata a Padova , poiché nel ri- 
torno da Napoli ai 6 Novembre 1597 lo troviamo grave- 
mente ammalato a Siena ove morì una settimana dopo. 

Il suo fratello Giacomo von Barland visitò Siena e la 
tomba del defunto, alcuni anni più tardi, egli fece la data 
1601, 27 Ottobre nella matricola e trovandovi nessun mo- 
numento per lui , combinò con uno scultore V erezione 
d*un epitaffio per il suo fratello al prezzo di 33 corone. 
Andando via Giacomo von Barland confidò alla Nazione 
di vegliare sull'esecuzione del monumento, come si vede 
chiaramente nel ProtocoUum Incl. Nat. Germ. a fol. 187 
nella Comunale. 

14. Cristoph Kress von Kressenstein f 1591. — Tavola 

BuUeU, Seneu di St, Patria — IV -1890 22 



316 A. LUSCHIN 

d'iscrizione quadrata, fra due console lavorate in modo 
squisito, coronata d' una cornice sulla quale V orlo della 
tavola si alza come uno scudo ornamentale, mentrechè 
un ornamento ricco di fiori finisce il monumento: 

CHRISTOPHORVS KRESS, A KRESSENSTEIN 

IOACHIMI FRIDERICI • F • CHRISTOPHORI • NEP • 

PATRICIVS NORIBERG • IVVENIS NOBILITATE 

GENERIS CLARVS OB SINGVLAREM PROBITA- 

TEM ATQ SINCERITATEM OTB, CARVS DVM 

VIRTVTIS, ATQ DOCTRIN^ STVDIO ITALIAM 

PERAGRAT, FERRI PESTILENTE CORREPTVS 

VTI PRiEMATVRE ITA PIE, E_X^ HAC IN COE- 

LESTEM VITAM EMIGRAT, SVMVM SVI DESI- 

DERIVM MATRI M^STISSATQ AMICIS POST 

SE RELINQVENS • II DIE AVGVST ANNO 
M • D • XCI VIXIT ANNOS XXI, MENSES • III 

DIES Vili 
TRIVMPHAT ^TERNVM- 

Il frontespizio massiccio portato da due pilastri jonicì 
ornamentati non apparisce più leggiero, né per mezzo 
dei due piccoli obelischi che vanno in alto da parte, né 
per mezzo delle rotolazioni nella metà della tavola. Il co- 
mignolo è coronato da una croce. Tutto lo spazio fra mezzo 
è occupato dallo scudo di Kress eseguito in modo molto 
delicato. (Siebmacher I 205, N. 14). Sui pilastri si trovano 
duo file di scudi dei progenitori cioè: 1. la spada della 
famiglia Kress, 2. Haller come Siebmacher 1, 205, N. 3, 
solamente la parte inferiore del campo primo e del campo 
secondo senza leone, ma fatto in lavoro damaschino; 3. 
un giglio, Welser (Siebmacher I, 207, N. 3), 4. tre gigli 
al triangolo Stromer (Siebmacher I 205, N. 14). 

Cristoforo Kress von Kressenstein, figlio del defunto 
Friedrich Ioachim Kress von Kressenstein di Letten, e della 
Maddalena Welserin, nacque nel 1570 e s' iscrisse nella 
matricola di Padova nell'ottobre 1589. Sembra ch'egli sia 
stato molto amato dai suoi colleghi, poiché si trova al 
suo nome un'aggiunta: < Viva, e chi vuol bene a lui ». 



I SEPOLCRI DEGLI SCOLARI TEDESCHI IN SIENA 317 

Da una seconda mano si trova però ancora un supple- 
mento: « obìit Sienae ». La sua iscrizione nella matricola 
di Siena ebbe luogo nel Maggio 1590. 

18. Georg Adam von Freiberg f 1592. Questo monumento 
è lavorato evidentemente dal medesimo maestro come 
quello del Kress al N. 17. 

Tutti quattro i monumenti dimostrano perciò più o 
meno una certa rassomiglianza fra loro tanto neirinsieme, 
come in particolare: per esempio nella forma della urna, 
nella mensola sulla quale giace la consola, nel rotolare 
in dentro dell* orlo superiore della tavola d'iscrizione e 
neir arabesco di sotto. Nel modo più semplice di tutti 
è fatto r epitaffio di Freiberg, coperto d'un frontespizio 
rotto, dalla metà del quale si alza la croce. Quest'epitaffio 
fa ricordare pure il monumento di Barland (N. 16) colla 
forma semplice delle console oscure e dei pilastri jonici 
con capitelli bianchi. 

Di pregio minore che nello scudo di Kress è l'esecu- 
zione dello scudo di Freiberg (Siebmacher I 112, N. 8) spe- 
cialmente in riguardo ai lambrecchini ; le tre palle nella 
metà inferiore dello scudo spaccato sono fatte a modo di 
intarsie di marmo giallo. 

SVEVIA ME GENVIT SEN^ RAPVERE, SED OSSA 

ET CINERES CLAVDVNT HAEC MONVMENTA MEOS 

SPIRITVS, AT SVPERAS HABITANS F(ELICIOR ARCES 

PERPRVITVR VVLTV, LAETVS, OVANSQVE DEI • 

GEORGIO ADAMO FREYBERGERO NAT.nis qerMi^ae 

CONSTO VT AVITO GENERIS SPLENDORE 

ITA DOCTRINJS ET VIRTVTVM ORNAMENTIS 

NOBILMO IN IPSO ^TATIS FLORE MORTVO, 

PARENTES M(ESTISMi PIETATIS ERGO P • F • 

OBIITV-CAL:OCTOB- 
ANNO CIO • lo • XCII- 

Il defunto, appartenente alla stirpe sueva dei Freiberg, 
fu figlio di un Giovanni Giorgio, e venne a Padova in com- 
pagnia del suo fratello Filippo Adamo (più anziano di lui) 
nell'anno 1590; l'iscrizione nella matricola fu fatta ai 
12 di Marzo dello stesso anno. I fratelli lasciarono Pa- 



318 A. LUSCHIN 

dova dopo pochi mesi per recarsi nell* Italia ceatrale. Li 
troviamo a Bologna ai 18 di Giugno 1590, e due mesi più 
tardi a Siena, dove fecero V inscrizione nella matricola coi 
titoli € Pbilippus et Georgius Adami a Freiberg in Àchstet 
et Pronnen fratres >. 

Nel Gennaio 1591 Geòrgie Adamo fu eletto Procuratore 
della Nazione tedesca ; nell* Agosto del seguente anno egli 
fu chiamato al posto di consigliere, nella quale posizione 
fu colpito da morte ai 27 settembre 1592. 

19. Sebastian Loffelholz von Kolberg, f 1590. Il monumento 
è una riproduzione fedele di quello del Kress avendo non 
solamente il blasone degli avoli sui pilastri compagno a 
quello, ma pure V ornamento identico sui sostegni. Man- 
cano però i sostegni al fianco, ed anche il frontespizio in 
cima del monumento e diflferente. Questo porta nella sua 
metà uno scudo ornamentale con D. O. M. posato sui viticci 
innestati di sotto. Sullo scudo in alto si vede un teschio di 
morto avanti d' un sarcofago soprastato d'un vaso di fiori. 

Alle due parti riposano due angeli colla torcia spenta 
voltati al di fuori. 

SEBASTIANVS, MATTHIìE ET F : ET NEP. NORIE : 

EX NOBILI ET PATRICIA PAM : LÓFPELHOLTZIOR 

A KOLBERG 0RT9 : IVVENIS 0IB9, AIMI, COR 

PORIS FORTVN^Q BONIS CVMVLATISS, 

DVM VIRTVTIS DOCTRINìEQ STVDIO ET 

IMITATIONE MAIOR FELICEM PERAGRAT 

ITALIAM, FEBRI ARDENTE CORREPTVS, 

IN_MEDIO LAVD7 CVRSV COELO REDDIDIT 

AIAM, HOSPITiE HVIC TERRìE DEDIT OSSA 

VIXIT ANN : XXIII • MENS : IV • VICIT ClDlQXC 

MENSE NOVEMBRI • 
TRIVMPHAT iETERNVM 

La pietra in mezzo mostra in quattro campi lo scudo 
gentilizio della famiglia; solamente la posizione dei campi 
e delle figure è opposta ai disegno di Siebmacher (1, 20(3, 
N. 4) e cioè al primo e quarto campo un agnello voltato 



I SEPOLCRI DEGLI SCOLARI TEDESCHI IN SIENA 319 

a destra, nel 2, 3 una trave in rettangolo coperta di tre 
cappelli. 

Gli scudi che si trovano sui pilastri sono i seguenti: 
l.L()ffelholz,2. Volckamer, (Siebniacher I, 205 N. 8), 3. un 
giglio (Welser?), 4. Stromer (Siebmacher I, 205, N. 13). 

Sebastiano Lòffelbolz von Kolberg, figlio d' un Mathias, 
nato ai 30 di Luglio 1567, e uomo di cui sappiamo che 
fosse grande di statura e di buona indole », studiava a 
Altdorf negli anni 1584-1586, visitava nell'anno 1587 le 
città di Jena e Lipsia, viveva poi a Rostock un anno, cioè 
nei 1588-89, e fu accettato a Bologna alla Nazione Tedesca 
ai 24 Maggio 1589 in compagnia al suo cugino Girolamo L 

In ricordo della loro fermata in questa città ambidue 
fecero dipingere le loro armi nel giardino della Na- 
zione tedesca fuori porta S. Mamolo. Continuarono proba- 
bilmente il viaggio da Bologna a Roma ove Sebastiano si 
trovò nell'anno 1590. Sebastiano venne poi a Siena ai 24 
aprile 1590 e vi fu colpito da morte ai 15 Novembre 1590. 

20. Giovanni Sebastiano Langenmantel von R., f 1596. — Il 
sao monumento non è altro che una riproduzione del so- 
pradetto. Questo si osserva facilmente facendo attenzione 
alla cima del frontespizio. I due angeli sono fatti rozza- 
mente e cambiano, colla loro posizione diversa dall' altra 
e coir aggiunto vaso con un solo manico, i contorni di 
frontespizio dell'originale in un rettangolo. 

Lo stesso si potrebbe dire dei sostegni laterali dei pi- 
lastri, cioè che non sono ben riesciti; anzi meno bene 
come quelli del monumento Kress. Lo scudo è conforme 
con Siebmacher I, 207 N. 2. 

Gli scudi degli avi sono, incominciando col pilastro a 
sinistra dell' osservatore: 1. un giglio (Welser. Siebmacher 
I, 207, N. 3), 2. cappello a punta ornato da tre penne, 
corrispondente al cimiero di Langenmantel, ma senza i due 
R opposti, 3. lo stemma di Langenmantel coi due R op- 
posti, 4. di nuovo un giglio. 



320 A. LUSCHIN 

D • • M • 

NOBILI VIRTVTE ET DOCTRINA 

PRiESTANTI IVVENI 

IOANNI SEBASTIANO LANGENMANTLL 

XXI OCTOB • A • M • D • XCVI EMATVRA MORTE 

SVBLATO FRATRI CHARISSIMO, HOC 

FRATERNI AMORIS MONVMENTVM 

POSVIT 

WOLFGANGVS HENRICVS LANGENMANTLL 

DIE XV • lAN • A • M • DXCVini 

Giovanni Sebastiano Langenmantel scrisse il suo nome 
nella matricola della Nazione ai 5 Maggio 1596. Alcune 
notizie riguardanti il suo retaggio, si trovano nel libro 
di conto della Nazione ora nella Biblioteca Comunale Cod. 
Ms. A. XI, 17 a fol. 4, 49, 48. 

La seguente pietra di sepoltura si trova nella cappella 
della S. Barbara, oltre questi monumenti fìssati nel muro, 
davanti il lastrone del sepolcro comune della Nazione: 

21. Franz Karl Graf Engel von und zu Wagrain f 1723. — 
Stemma della stirpe, sotto di questo: 

LVGE VIATOR 
VIATOREM ENIM EX EPHEBiEO C-ESAREO 
PEREGRINVM IN ITALIAM 
ILL* • ET EXCELLMI D • D • FRANCIS • GEORG Y SAC : C J3S : M A Y : 

INTIMI ACTVALIS CONSILIARII 

FILIVM 
ILLVSTRISSIMVM D • D • FRANO • CAROLVM COMITEM 

ENGL AB ET IN WAGRAIN 
EXERCITIORUM ET STVDIORVM 
PERITISSIMVM IN ANNO XXII 

ìEtatis svjs die 1. NOV- 

MDCCXXV- MORS PRiECEPS 
HIC TVMVLATVM REQVIESCERE VOLVIT • 

All'uscita dalla cappella si trovano al muro opposto 
alla navata trasversale ancora diversi monumenti attinenti 
alla Nazione; cioè, incominciando nel cantone alla si- 
nistra, quello di: 



I SEPOLCRI DEGLI SCOLARI TEDESCHI IN SIENA 321 

23. Adamo Ulrico Bohdaneczki, f 1617. — Sopra un sar- 
cofago di marmo giallo che sorte dal muro su due bianche 
zampe di leone, si trova il seguente stemma: campo diviso 
al di sopra rosso contenente un'argano d*oro, abbasso, 
in verde una spada rotta. L* argano apparisce come ci- 
miero deli* elmo fra due ale aperte. L' iscrizione è fatta 
in caratteri intarsiati nel bianco sulla tavola nera con 
un orlo. 

• D • • M • 

ADAM\' S VDALRICVS, BADANECZKI NOBILITATE GÈ 
NERIS ILLVSTRIS, VT HANC IPSAM NOBILITATE STVDIO- 
VIRTVTVM ET RERVM EXPERIENTI4 EXCOLERET VARI- 
AS REGIONES PERAGRAVIT AC TANDEM SENAS VENIT 
SED ACRI MORBO CONSVMPTVS, IN IPSO IVVENTVTIS 
DECVRSV EXPIRAVIT VI • ID • SEPT • AN • D • M • DCXVII 
MONIMENTVM HOC DEFVNTO FILIO MCESTI PARENTES 

EREXERVNT- 

Le notizie sulla famiglia del defunto, che fu boema, 
mi mancano totalmente. Egli scrisse a Padova nella ma- 
tricola ai li Maggio 1617 « Adamus Udalricus Bohdanetzky 
Dominus in Hodkowa, in Aderspach et MerckelsdorlOT, » e 
a Siena verso il 15 Agosto dello stesso anno: < Adam Ul- 
rìch Pedanedzky von Hodkova auf Adersbach ». 

Secondo Schimon (la Nobiltà di Boemia, Moravia e Si- 
lesia, S. 12) un Georgio Bohdaneczky fu nobilitato nel- 
r anno 1594. Ad Adamo Abramo Bohdaneczky, il quale fu 
probabilmente il padre dello studente, fu confiscata la 
quinta parte del dominio di Adersbach, poiché egli par- 
tecipava alla ribellione boemica. Questo monumento era 
ancora al tempo del Pecci circondato da pitture a fresco 
oggi sparite sotto la spietata mano dell* imbianchino. 

23. Melchiore Gali f 1625. — Un sarcofago di marmo 
giallo che spunta dal muro fra due piccoli obelischi. Sul 
sarcofago si vede una testa di morto sopra degli ossi in- 
crocicchiati Tuno neir altro e una croce inalzata; appresso 
nel muro sono gli stemmi dei genitori del defunto fra i 
quali quello del padre corrisponde al disegno di Siebma- 



322 A. LUSCHIN 

cher V, 147, N. 9, quella della madre contiene su un gra- 
ticcio un caprone crescente che si ripete come cimiero 
dell'elmo. 

D-OM 

NOBILITATE GENERIS ILLVSTRIS, VTIBg CLAR • 

MELCHIOR GAILL COLONI • AGRIPPIN • | VT EXPERI- 

ENTIA, ALIISQVE DOTIB9 NATIVA NO^LTATEM ADOR- 

NARET, C VM FRATRE | CARNA : EX PATRIA DIMISS : 

EXTERAS PROVINCIAS PERAGRARE : HINC POST 

BELGIA, I FRANCIA ITALIAM TERRA MARIQVE 

LVSTRATAM HIC MELITEM VIDERE COGITANS | 

COMMODITATE TRIREMI^ LIGORNEN • ROMA LI- 

GORN V VERSo NAVIGARE : A FRATRE | DISR- NCTo 

CONTENDIT, AST EHEV MEDIA VIA INFLVCTVANTIS 

MARIS RETAR- | DATVS, SENAS FRACTIS ADVENIT 

VIRIB9 VBI CRESCENTE MORBO FATO HEV | NIMIVM 

IMMATVRO, SPIRITVM PIE DEO REDDIDIT SU- 

MDCXXV MTA SViE | XXV ; C VI MOESTI PARENT • 

FREQVENTIORIB9 LECTORV PRECIB9 ILLVM RE 

COM I MENDANTES PER FRAT • SVVM CARN : GASPA- 

RVM ITINERV^SEMPER FIDELEM | COMITEM MONVM- 

HOC E-CA-D MDCXXVI MENSIS AVGVS • DIE XXXI 

OBIIT Vili NOVEMBR- 

L' ultima riga dimostra una scritta forse fatta più tardi; 
anche questo monumento fu circondato una volta di pit- 
ture. Pecci lo descrive a pagina 386 colle parole seguenti: 
€ Fra la porta di Sagrestia e quella per la quale si va 
in convento, detta la porta dello sdruciolo, vi è un altro 
monumento di marmi bianchi e gialli con morti, armi e 
morioni e croce pur di marmo. E padiglione dipinto pure 
a guazzo nel muro che fa cappa al detto monumento ». 

Il defunto potrebbe essere figlio di quel Melchiore Gaill, 
Ubius che studiava nelTanno 1589 a Padova; senza dubbio 
egli prese 1* origine di quella famiglia dal rinomato pro- 
fessore di diritto Andrea Gail. Pochi giorni avanti la sua 
morte V ammalato venne a Siena. La sua iscrizione nella 
Matricola porta la data 6 Novembre 1025. 

24. Barone Wolfgaiigo Giorgio Khevenhiiller, f 1610. — Una 



J 



I SEPOLCRI DEQM SCOLARI TEDESCHI IN SIENA 323 

tavola d'iscrizione in marmo nero su un sostegno forte 
circondata di una cornice volutata di marmo giallo dalla 
quale pendono in giù pezzi di panno. Sopra di ciò il busto 
del defunto, di marmo bianco, con un collare molto distante 
dal collo, alle due parti di questo un'angelo seduto con 
una tromba dorata nella destra mentrechè la sinistra ri- 
j[)osa sopra un cranio. Sopra la testa di Khevenhiiller 
portato da una testa d* angelo fatta in stuccatura, appa- 
risce lo stemma gentilizio in marmo bianco dipinto in 
modo conforme: 

WOLFGANGVS GEORGIVS CHEVENHVLLER AB 
AICHELBERG LBARO | IN LANDSCRON ET 
WERENBERG DN • IN HOHENOSTERWITZ ET 
CARLSPERG | ARCHIDVCATVS CARINTHIìE 
EQVITVM MAGISTER HEREDITARI9- QVINQVE | 
LINGVARVM PERITISS : ìETATE QVIDEM IVVENIS, 
MORVM A- INTEGRITATE | ET STVDIORVM MA- 
TVRITATE SENEX, 0IB9 GERMìE : GALLIAE ITA- 
LIA SICILIiEQVE I PROVINCIIS SVMMO STVDIO 
ET ALACRITATE PERLVSTRATIS EX MELITA | 
INSVLA POST MVLTOS TERRA MARIQVE EXHAV 
STOS LABORES DEO DVCE | HANC IN VRBEM 
CVM SVIS REDIENS IN ARDENTEM INCIPIT 
FEBREM, QVA IN DIES | CRESCENTE ET ACCE- 
DENTE INSVPER CATARRHO VEHEMENT : ET 
FERE SVFFOCATIVO | TANDEM XX- DIE OCTOB : 
POST HORAM XV EX HAC VITA IN COELESTEM 
ET iETERNAM PIE ET PLACIDE COMMIGRAVIT 
AD CHRISTI M • D • ex ^TATIS VERO | SVìG XIX 
NON INTEGRE COMPLETO • VT AVTEM DIVTVR- 
NIOR I IN TERRIS E IVS M EMORIA POSTERIS 
RELINQVERETER • | ILLMA • CNa • MATER ET 
FRATER GERM : DNS | BARTH0L0M^9, ITINERVM 
COMES FIDELISSj_FILIO | ET FRATRI DILECTISS : 
MOESTISS : EC- AO SALVTIS | MDC-XI | GRATA 

CVM DEO VIVENTI MORS- 

Nei tempi del Pecci pendevano sopra il monumento 
ancora la spada e gli sproni, come pure la bandiera a 

BuUett. Seneu di Si. Patria — IV'1896 23 






ci^^*j;>:.\. ^-> - s-:£ì:.iia iel derm::»; abbasso si poteva 






D - ■: -MS 

Tv d«i-^uJÌLlI' rat àa-rriintf aar^s «*:-»§ 

V:i-IA {^ Itali SkZ.I3L. -.nzATTa « AlC^"a51 TliJt 

XiJt :i.vv:»* ;t->£ t-^^-i^-ì. aicr» ':i'r«Lt^ wrìt. 



>j\\v ^ .A< A T'.-v :5e 2:«; 7 ;^ rJL^-nrarì? eie il Silesiano 
V< \ ^ i^. > ^'. i, >xr.a: .^^ / jlx::::^» i: ;t«:o epitaffio. Lo 
S, i ^ * ^^- ^•^ .*^5SC'.-v <^v:: ^5::* Tcw^;::re ed apparisce 
x^^vV >>^^ %r ti\^ .* o.v^ i-\ ,v Xji^:c»* a P&d:Taed aSìena 

V \vv. V Tjt v^'.r V .^''rc: -J^:: *tI ic^^I, era jin figlio 

tv< v^ V v^ / ^v* ^-vv- ,:t>s..' ;. it Xir,\z r:oi:::> dal sud- 
>V, ,^ V,c\ «^^ <,;'-.. iJt ;>.*■; ~:-x :?c.. & ree! a: 2S Luglio 

Vw^v^'^ ,\^.55ìvi../ A ,rA^:c^«t* .x Tj.x\*i.v rr.-^ircilee non 
^v \^^ v V^ ,' V -vr ;.N : ;x : ". X'Vì^55»-\ s^^ :r*:rano sullo 
>i .^<!5^^^^ ^^ » V / ^ T^.<> A ;^ •.-/s'i ^7^tV X v."* *:»- ;r^ Ts. >nnmenii 






I SEPOLCRI DEGLI SCOLARI TEDESCHI IN SIENA 325 

25. lohann Wolfgang von Schttnberg, f 1636, il quale è 
inarcato per mezzo di una pietra nera posta nel muro 
coir iscrizione 

SEPVLTVRA I IOANNIS WOLFGANGI | SCHONBERG 

e testa di morto, mentrechè il monumento di marmo bianco 
si trova nel cantone più a destra. Questo ci mostra lo 
stemma di leone (Siebmacher I, 152, N. 12) e di sotto : 

A • M • D • G • 
AVDI ADVENA, RES TVA AGITVR VT TV | MOR- 
TALIS HIC lACET IOANNES WOLFGANGVS A 
SCHÒNBERG IN PVLSNITZ EQVES LVSATVS | 
GENERIS NOBILITATE PIETATIS INTEGRìE ALI- 
ARVMQVE I VIRTVTVM SPLENDORE INSIGNIS | 
QVI GERMANIA, BELGIA, ANGLIA, MAIORI 
ITALIA I PARTE TERRA MARIQVE PERAGRATIS 
DVM NEAPOLI SENAS | REDIT PATRIAM OOGI- 
TANS FEBRI ACVTA CORREPTVS | IN CHRISTO 
SALVATORE SVO OBDORMVIT HI KAL • OCT • | 

aU ^tatis svìE xxn recvperat^ salvtis 

NOSTRALE I MDCXXXVI- | TV MORTALIS MORTEM 
PENSITA MORTVO IMMORTALEM | GLORIAM 
APPRECARE ET ABI | SVBSISTE ET ID E MORTALI 
ADDISCE I CVSTODI INOCENTIAM ET VIDE 
ìEQVITATEM I QVONIAM | SVNT RELIQVIìE 

HOMINIS PACIFICI- 

Giovanni Pandulfo fu figlio del Capitano generale della 
Lusazia superiore, Hans Wolf von Schònberg auf Pulsnitz, 
Klixstriippen ecc. o il suo nipotino, figliuolo del Caspar Ru- 
dolph auf Bretnich morto nel 1659. Egli venne a Siena in 
compagnia di Giovanni Giorgio von Schònberg nel Mag- 
gio 1638. Le sue iscrizioni nella matricola sono senza data, 
ma furono fatte probabilmente ai 17 o 18 Maggio 1636. 
26. Adolf WoK genannt Metternich, f 1641. — Il suo mo- 
numento di marmo bianco e giallo trovasi fra le pietre 
sopra dette del Giovanni Pandulfo von Schònberg. Il de- 
funto è inginocchiato in armatura cavalleresca senza cap- 



3:?6 A Lcscmx - i sepolcri degli scolari ecc. 



i 



pello AT^iDii la Croce dell'Ordine dì Malta, la qaale pende 
libera in aria sa im nastroL Ai suoi piedi si trova Keimo 
caTato dalla tesia. K souo si l^ge sa una tavola bianca 
con ima cornice di marmo giallo: 

AIK^LPHVS WOLFF DICITS METERNICH | IN 
ORAHT KT LAXGKXAW S - K • OIPERn LIBER 
BAR01XILL-^:SA«-I0AXXIS ; BAFfS HIERO- 
SOLYMITAXI EQVESTRIS MUJTLS ORDINEM 
lAM ; APMISSVS DVM MILITAM TEXDERET, HIC 
SAORÀMKXrrS OMXIBVS MYXrrVS PIE OBYT, 
HIO lAOKT. HlXe SVPEROS ADYT CELESTIS | 
A V l^K FACTVS EliVES SEPTOIO KAL: | OCTOBRIS 
A M ^ IX^XXXXI AXXC^ XATVS XXIH- | FILIO 
gVAM PILKOTV^ HOC KPITAFIVM MESTISSIVS 
VAKKXS. IOAXKS . ADOLPHVS WOLFP D • M • IN 
UAN\^KXA\V KT GRACHT. SR- IMPERT | LIBER 
lURO S- CBSAREJS : MAIESTATIS CONSILIARIYS, 
SKRKSISS^^- KI.KCTORIS t»LOX : AVL^ MARE 
Si^H ALIAS Kr A tVXSILYS STATVS. NEC NON 
IN . iVMlTYS ^ RATIS R^XKNSIB? LEGATTS PIERI 

CVRAVrr 



coHÌh9ya) 



LA CARTA LIBERTATIS E GLI STATUTI 

DKLI.A ROCCA DI TINTINNANO 

(1207-1297) 



Singolare più che interessante deve dirsi il frammento 
degli Statuti della Rocca di Tintinnano del 1297, pervenuto 
a noi e di cui intendo dare notizia. Esso oggi si conserva 
neirArchivio di Stato in Siena» ove è collocalo nella splen- 
dida serie degli Statuti dello Stato, al N. 110. Tale fram- 
mento consiste in 16 f. membr., di formato in folio, nume- 
rati anticamente da I a XVI, e legati modernamente. Sono 
scrìtti malamente ed in fretta, da una mano di notare 
della fine del secolo xiii. Come la scrittura, cosi anche la 
conservazione di questi fogli è pessima ; portano segni evi- 
denti di umidità, di fuoco e le traccio dei denti di alcuni 
dei nostri meglio nutriti rosicchianti Per cui la lettura e 
lo studio del testo riesce piuttosto difficile. Infine si vede, 
che sono stati molto tempo adoprati nelFuso quotidiano, 
e che hanno servito come fondamento per una nuova Ri- 
forma. Ciò risulta dalle parole: approbatum e cassum, 
aggiunte, a vicenda, in margine ai singoli Statuti, da una 
mano del secolo xrv incipiente. 



m 



Questo codicetto rappresenta un testo ufficiale ed au- 
tentico dello Statuto. Il quale era diviso in quattro Di- 
stincliones, come sono chiamati, a modello senese, i varf 
Libri 

La prima Distinctio contiene .L. Rubriche e tratta del- 
rnflScio dei Consoli, del Castellano e del Consiglio. Vi si 
scorgono traccio di varie redazioni, e si vede chiaramente 



328 L. ZDEKAUER 

ciò che era da prevedersi, vale a dire: che la Rocca già 
prima della vendita ai Salimbeni (1274), avesse Statuti 
suoi propri, che furono ritoccati opportunamente dopo 
il 1274. 

La seconda Distinctio, che sentitola De maleficiis vel 
qudsij conta essa pure non più di LV Rubriche. Pare che 
contenesse ab origine anche il titolo De viis et operibus 
fiendiSj che allaccia immediatamente a f. 13, ma nella no- 
stra redazione è già innalzato agli onori di un libro se- 
parato. Però queste varie revisioni sono tutte confuse, in- 
cominciando questo 3.^ libro colla Rubrica CV: numero 
che risulta semplicemente dalla somma dei primi due libri, 
nei quali pure sono contate separatamente le Rubriche, 
come si disse, contenendone il primo L., il secondo LV. 
Questa divisione sistematica in quattro Libri dev' essere 
dunque relativamente recente. 

Il libro 3.° ha sole IX Rubriche ed è intitolato, come 
dissi : De viis et operibus fiendis. 

Segue infine una Distinctio a parte, intitolata: De dan^ 
nis datis, di cui non abbiamo che XXXI Rubriche, ed an- 
che di queste Tultima è mutila, perchè troncata in mezzo 
alla prima sua frase, in fondo a f. XVr. 

Del resto si può parlare solo figuratamente di Rubri- 
che in questo Statuto, perchè i singoli capitoli non hanno 
Rubro titolo, ed anche la numerazione dev' essere ag- 
giunta in tempi più recenti. 

Intorno alla indole di questo frammento non può sor- 
gere dubbio alcuno, come prova la introduzione, che è la 
seguente : 

In nomine domìni amen. Hoc est Statutam Comunis Arcis de 
Tintinano, factum ad honorem et laudem et reverentiam domini 
nostri Ihesu Christi et beate virginis Marie, matris eius, et om- 
nium sanctorum dei; et ad honorem et bonum statum Nobilium 
virorum filiorum Salembene, dominorum diete Arcis, et ad honorem 
et bonum et pacificum statum Comunis Arcis predicte, et ad ho- 
norem et altitudinem {sic) partis guelfe, factum.... per.... constitu- 



DEGLI STATUTI DELLA ROCCA DI TINTINNANO 329 

tarìos.... Comunìs predicti, electos a Consilio dicti Comunis iii anno 
domini Millesimo cc<>LXXXXVii. indict x^. 



Infatti, il Ck)muae dì Siena, che solo nel 1250 era ve- 
nuto in possesso della Rocca di Tintinnano (*) aveva ven- 
duto questa, nel 1274, ai Salimbeni. Possediamo ancora gli 
atti relativi, ed il contratto, concluso tra il 17 ed il 22 
Gennaio di quell'anno, che si conserva all'Archivio di 
Stato, tra le Pergamene del Diplomatico, sotto la Prov. 
Riformagioni, 1274 17 Gennaio. La vendita era incondizio- 
nata, eccettuando solo il caso di rivendita ai nemici mani- 
festi del Comune, ivi singolarmente enumerati. 

Le disposizioni esplicite, dalle quali emerge più che il 
caratlere feudale di questo Statuto, il diritto di proprietà 
spettante ai Salimbeni, sono le seguenti: 

La prima distinzione esordisce testualmente cosi: 

Inprìmis statuimus et ordinamus quod Consules Arcis prediate 
in principio eorum officii quilibet eorum iurare teneatur servare 
omnia et singula iiira dictorum dominorum fìliorum Salenbene ; et 
observare omnia et singula capitala, que in Carta libertatis conti- 
nentur; salvis preceptis dictorum dominorum. 

La Carta liberlatiSj alla quale questo Statuto allude, 
formerà argomento d' una speciale ricerca, che faremo se- 
guire all'analisi del testo dello Statuto stesso. 

La Rubr. XIX della prima Distinzione dispone: 

Item statuimus et ordinamus quod hoc Statutum mictatur co- 
ram Nobilibus virìs filiis Salenbenis, de Senis, dominis diete arcis, 
et corrigatur ad mandatum eorum. 

Questa Rubrica, in tal luogo, mi fa supporre di per 
sé che il nostro Statuto deve avere subito varie reda- 
zioni, perchè essa in questo luogo nulla ha che fare, men- 



(*) Bepetti Dizionario geografico storico delia Toscana voi. 4 (Fir. 
1841) a pag. 787. 



330 L. ZDEKAUER 

tre acquista senso solo in fondo e come ultimo degli Sta- 
tuti, per meglio dire di hoc stalutum. 

La Distinctio de maleficiis incomincia così: 

In primis statuimus et ordinamus quod si quis castellanus sive 
habitator Rocche Tintinani commiseri t aliquod maleficiam in dieta 
Arce vel eius districta, de quo non fuerit pena specificata in hoc 
Statato, debeat puniri et condennari secundum iura ad volont&tem 
dominoram Salenbenorum. 

La giurisdizione criminale, concessa ai Salimbeni ipso 
iure colla vendita della Rocca, ò qui determinata in modo 
speciale, perchè è detto secondo quale diritto debbano 
giudicare e giudicheranno questi Signori: e sono i iura^ 
che non possono essere altro che il diritto comune. 

Queste sono le disposizioni principali, che alludono al 
dominio ed ai diritti sovrani dei Salimbeni, e che perciò 
devono essere stati introdotti nel nostro testo dopo il 1274. 

Ma è più che verosimile, probabile, che la Rocca, nei 
venticinque anni che passò sotto il governo del Comune 
(1250-1274), abbia goduto di quella autonomia, che veniva 
concessa in quel tempo a tutti i piccoli Comuni del con- 
tado. Il Constituto Senese del 1262 parla ripetutamente 
della Rocca e del Comune dì Tintinnano. Esso, è vero, 
menziona soltanto il castellano, e non parla di Consoli; ma 
questo è, più che altro, un caso; e la importanza strate- 
gica del luogo, la vicinanza dei Bagni di Yignone, e le 
molte entrate che ricavava Siena da quel paese, rendono 
certo il fatto, comprovato dai frammenti nostri; cioè, che 
Tintinnano, anche prima di diventare senese, e quando 
era in mano di signori feudali - non sappiamo quali - 
avesse ottenuto da costoro franchigie e privilegi speciali, 
confermati e senza dubbio ampliati dal Comune di Siena, 
quando incorporò la Rocca nello Stato. Nel breve periodo 
dal 1250-1274 questo antico Breve poteva facilmente as- 
sumere il carattere di un vero e proprio Statuto comu- 
nale; il quale, a sua volta, dovette piegarsi alle mutate 



DEGLI STATUTI DELLA ROCCA DI TINTINNANO 331 

condizioni, create colla vendita del 1274, assumendo cosi 
di bel nuovo, benché solo in parte, forma e carattere 
d^uno statuto feudale, come abbiamo accennato. 






Esaminandone ora più particolarmente il contenuto, di- 
remo anzi tutto che esso risente in qualche parte lo svi- 
luppo avanzato del diritto e della costituzione senese, quale 
si presenta appunto sugli ultimi del xiii.^ secolo. 

Rileverò fra le istituzioni, di data, dirò così, recente, 
quella (III. 1) che stabilisce la durata degli uffici e dei 
Consigli in soli sei mesi, mentre prima erano tutti annuali. 
Aggiungerò a questa, come istituzione prettamente senese, 
la Lira; e con ciò credo aver enumerato gli elementi più 
importanti che caratterizzano i nuovi tempi del regime 
popolare, per quanto il nostro Consti tuto di questo non 
dica sillaba: fatto abbastanza strano, quando si pensa che, 
uella vicina San Quirico, il Popolo sino dal 1257 si era 
costituito nelle forme più solenni, e per iniziativa del Po* 
polo senese, come prova il luramentum seguimenti di 
quell'anno, che è pervenuto a noi (*). 

Secondo gli Statuti della Rocca il Castellano è consi- 
derato uguale al Console, e giura, come questo, il Consoc- 
ialo, a beneplacito dei Salimbeni (I. 4). Assieme col Console 
e notare, che ha un posto importante nel reggimento del 
Comune, egli esercita anzitutto la bassa giurisdizione cri- 
minale; e siede perciò una volta ogni due mesi in tribu- 
nale (I. 8). Castellano e Console (se ne parla sempre in 
singolare) hanno un Consiglio (I. 13), formato a modello 
senese, giacché la Rocca stessa è divisa, come Siena, in 
Terzi (I. 13) Però si vedono solo poche tracce dei partiti 
cittadini: cioè di militi e popolani, guelfi e ghibellini, 
moderati e noveschi. Il Castellano ed il Console sono 
aiutati nel disbrigo degli affari, oltre che da tre bali* 



(*) Vedi r Appendice IV alla DÌ8sei*tazione che precede la mia edi- 
zione del Constituto del Comune di Siena del 1262 (pag. CXIII). 



332 L. ZDBKAUER 

tori, da un camarlingo e da varie piccole balìe o collegi, 
formate tutte da tre uomini: si chiamino Campari, o 
Vicari, Massari, a seconda degli affari che a loro sono 
affidati. I Massari sono una specie di arbitri o giudici di 
pace; ed i Vicari hanno la cura stradale in città, cornei 
Campari ne hanno la sorveglianza in campagna. Il cen- 
simento, a uso senese, è affidato ad allibratori speciali. 
Abbiamo inoltre un preco ed un nuntius, vale a dire un 
banditore ed un messo, nominati direttamente e sotto la 
sua responsabilità, dal notare (I. 26 j; mentre il nolaro 
stesso, come di ragione, va eletto in Consiglio. Sono fis- 
sati scrupolosamente gli stipendi del castellano, del con* 
sole (I. 2), degli ambasciatori, allibratori, e via dicendo. 
L* ufficio del Sindacato è ordinato in modo abbastanza 
strano, perchè è affidato esso pure a tre uomini, eletti per 
Terzo, e quindi del paese (I. 38). 

La elezione degli ufficiali è regolata dalla Rubr. I. 43, 
che merita d'essere riportata integralmente: 

Item statuimus et ordinamus qnod consul et consilium .xv. die- 
bus ante exitum eorum ofiìcii teneantur eligere xxx. homines, si- 
licet X. prò quolibet terzerie, et facere trìginta brevia, inter quo 
tria sint piena, silicei scripta ; et illi ad quorum manus pervenennt 
brevia scripta, iurare teneantur eligere et vocare consulem, carne- 
rarìum, consilium et balitores tres et nuntium, meliores et utiliores 
quos cognoverint prò Comuni ; salvo quod electores non elìgant 
eorum patres, fìlios aut fratres carnales ; et si eligerentur, non va- 
leat, nec teneat. 

È questo il solito sistema d* elezione a schede, che si 
può chiamare di secondo grado, e di cui si trova il mo- 
dello nel Consti tute senese del 1262, Distinctio I. Rubr. 508 
seguenti. 

Una disposizione delle più liberali è quella che concede 
a tutti di prendere liberamente visione dello Statuto e di 
averne copia (I. 28). Così pure una legge speciale rende 
libero il movimento nelle pubbliche strade, accordando ciò 
come un privilegio speciale e senza ammettere una vera 
proprietà comunale (IL 47), colle parole seguenti: 



DEGLI STATUTI DELLA ROCCA DI TINTINNANO 333 

Nemini possit proiberi transitua vie et curie (V), ostiuiu alicuius 
transeundo, ad penam xx sol. den. Et licitum sit cuilibet se re- 
ducere ad pnteam magnum et plateam generalem Comunis vulga- 
riter intelligendo a [hojstiis foras. 

Cosi pure è resa libera la vendila del vino a minuto (I. 
31).— È proibito prò bono pacis di fare divieto di grano 
agli uomini di Castiglione di Val d* Orcia (I. 3); ed una 
speciale protezione è accordata all'ospedale, fondato da 
Uuonflgliuolo e da Donna Flora, che lasciarono a tale sco- 
po una loro casa, e che è mantenuto dal Comune (I 36). 
Merita infine essere ricordata in questo primo Libro 
la particolare cura dedicata al vicino Bagno di Vignone, 
che pare facesse parte integrante e come un' appendice 
della Rocca stessa. 

Il secondo Libro, de Maleficiis, naturalmente non ha 
per base il divieto assoluto delle armi; cosa impossibile 
in un luogo fortificato come questo. Del resto il sistema 
penale è su per giù il senese. Neiroffesa si distingue bene 
la minaccia (mittere manum, extraere cuUellum et cetj 
AàìV admenare vero e proprio, e così pure le percosse 
dalle ferite; le ferite dal collo in su da quelle dal collo 
in giù; con e senza effusione di sangue. Tutto si lava 
con pene in danaro ; solo Y assassinio va punito nel 
capo (IL 3): distinguendo però la ferita e percossa se- 
guita da morte, e punita col taglio del capo, dall' ag- 
guato, punito colle forche (IL 4). Per le offese fatte nei 
Bagni di Vignone la pena raddoppia. Il che ricorda le 
disposizioni simili degli Statuti senesi a favore dei Bagni 
di Petriolo e Macereto, ove non si potevano esigere nem- 
meno i crediti contro i bagnanti. Ogni reato commesso 
entro i confini di quel che si può chiamare il centro della 
Rocca, è punito in VI. sol. più della pena comune (IL 4). 
E riconosciuto il moderamen inculpatae iutelae in modo 
esplicito e come massima generale : Quicumgue commit" 
teret aliquod maleficium vel excessum contra aliquam 



334 L. ZDERAUER 

personam ijvo se defendendOj sii impunis de dicto male- 
ficio vel excessu. 

Un crimen speciale, e non molto grave, è rassallo, sia 
con arme o senz'armi, che è punito in C, e rispettivamente 
in L. sol. (II. 6); e che va accuratamente distinto dalla 
rubberia in pubblica strada, alla quale si minacciano anzi 
tutto C lire di pena, e chi tra XV giorni dalla scadenza 
non paga, suspendatur per gulam ita quod moriatur vel 
eruentur eidem oculi ambo capitis et mendet damnum ; 
disposizione di ferocia barbarica, ma che purtroppo non 
possiamo attribuire al periodo feudale, trovandosene trac- 
cia nel pieno fiorire del Ctomune (II. 7). Così pure al falso 
testimone, che non può pagare la pena di XXV lire, va 
tagliata la lingua nella strozza (II. 53) (*). 

Idea poco favorevole del senso morale e della finezza 
del sentire ci dà inoltre la disposizione che punisce lo stu- 
pro (avtillerium per vini) prò qualibel vice in XXV lire 
di giorno, ed in L. di notte, trattandosi di alie muliei^es 
nella metà (II. 10) ('). — É cosa comune di offendersi per 
istrada, di prendersi per i capelli (II. 8), di entrare violen- 
temente in casa altrui (IL 9). Tra le bestemmie si ritrova 
anche quella dantesca (Inf. 25, 2) di squadrare le fiche al 
cielo (IL 46). Il furto è punito non tanto a seconda del va- 
lore, quanto dell* indole della cosa furata. Si specificano 
anzi tutto panni lini e lani, masserizie ed armi, e va sta- 
bilita la pena per queste cose in X lire, e nel duplum 
della cosa furata (IL 12) Vengono poi: il cavallo, bove e 
vacca, asino e asina, capro, porco e troia, oche e polli, et 



(') Lo statuto di Montagutolo (1280-1297) ed. PoLmoRi (Bologna, 
RomagnoU 1863), che meglio di ogni altro si presta per il confronto 
col nostro, perchè d' orìgine feudale esso pure e quasi contemporaneo, 
non conosce la pena di morte, ed è in complesso inspirato a concetti 
più miti del nostro; ma temo che il volgarizzamento che ne è perve- 
nuto a noi, sia alquanto più recente di quel che farebbero supporre 
gli anni, aggiunti al titolo, dall* editore. 

(*) Cfr. lo Statuto di Moìitagutolo, ora citato, alle Rubriche 19 
28 e 160; in questo punto conforme al nostro. 



DEGLI STATUTI DELLA ROCCA DI TINTINNANO 335 

hiis similia, con scala discendente, mantenendo sempre la 
massima generale, che la pena raddoppia di notte (IL 12). 
Furto commesso da donna è punito con una semplice e 
spicciativa scopatura, prettamente germanica: ed è detto 
che le donne vanno frustate a porta Petronis usque ad 
Porlam de Senis (IL 31). 

D'interesse generale sono le disposizioni a riguardo 
della Pace. Essa si fa o per publicum instrumentum o 
inanzi a dtu) boni homines et legales. Ogni pena va ipso 
iure dimezzata, se entro sei giorni dopo il reato soprav- 
viene la Pace (IL 45). Ma in altro luogo è detto, che la 
rottura di pace, fatta innanzi al prete e rettore della chiesa 
di S. Simeone, è punita in modo particolare (IL 24); per cui 
vediamo, che conservava in buona parte il carattere sacrale, 
che ab origine deve avere avuto nella mente germanica. 

Il minore d* età (minor XII annis) è esente da tutte 
queste leggi, e va punito ad arbitrio, cioè: ad volunta- 
lem castellani et notarli cum consule et camerario et 
Consilio vel malore parte eorum (IL 20). 

I Bagnesi (cioè quei del Bagno di Vignano) devono 
fare buona guardia della loro terra e, vedendo commet- 
tere qualche reato entro un perimetro di 6 braccia al 
bagno, devono correre dietro al malfattore ed arrestarlo 
(IL 26), giacché hanno giurato di seguire i mandata del 
castellano e del Console della Rocca (IL 36). 

II riposo festivo, benché limitato ai soli giorni di do- 
menica, di S. Simeone, S. Pietro, S. Giovanni di Giugno e 
tutte le feste della Madonna e di S. Angelo di Settembre, 
pure è severamente imposto. È quindi inibito ogni lavoro 
in quei giorni, ed è permesso soltanto di portare strame 
ed erbe alle bestie, e di fare i lavori opportuni per la ven- 
demmia (prò adequando vinacciam et portare mustum 
pei* terram de una domo ad aliam), concedendo però 
licenze speciali alle vedove, agli orfani ed ai chierici 
(H. 30) (•). 



(') Cfr. lo Statuto di Montagutolo già citato, a Hubr. 38, colla 
sua a^iunta. 



336 L. ZDERAUER 

Di carattere feudale mi sembra V obbligo generale di 
fare operam ComuniSj imposto sotto pena di XII den. et 
nichilominus faciat operam (IL 28). Questa disposizione 
ha qualche analogia con quella del Comune di Siena, 
ove tutti erano obbligati di prestar servigi e opera, spe- 
cialmente di trasporto di marmi, a favore del Duomo; 
obbligo che, a mio credere, risale al periodo della domi- 
nazione vescovile, ed anzi, è la traccia più palese che ne 
rimanga nella legislazione del Comune autonomo. 

La sorveglianza delle varie Arti, specialmente di quella 
dei calzolai, dei venditori di pane e di vino, è regolata 
in modo particolare, riscontrandosi mese per mese la loro 
gestione (IL 25); segno anche questo di tempi piuttosto 
avanzati. 

Le restrizioni imposte alla proprietà privata sono le 
solite. 

Tutti gli uomini di Tintinnano devono mandare il loro 
grano per la macinatura ai mulini del Comune (IL 50), 
ed il Castellano, il Console ed il Consiglio fisseranno di co- 
mune accordo, la matura e la molenda (IL 27). È ripe- 
tuto con insistenza T invito di curare questi mulini del 
Comune e di terminarli, prescrivendo che sì compia for- 
mam et goram et stecchatas integras et perfectas et pec-- 
tarale et fiutum et fundamentum (IL 51). 

È ripetuto varie volte il divieto di vendere, donare o 
alienare terreni, altro che agli stessi Tintinnanesi (IL 37 
e 40); e significativa addirittura direi la proibizione che 
vieta agli ambasciatori, che vanno a Siena, di ricevere 
alcun mutuo, prima del loro ritorno (I. 45): evidentemente 
allo scopo di impedire la corruzione. 

La vendemmia va bandita dalla curia; tutti devono 
aspettare il bando, per vendemmiare, e chi la fa prima, è 
punito in V sol. (IL 34). 

La Rubrica IL 32 contiene estese proibizioni di caccia 
alla lepre, al fagiano, alla starna e alla quaglia, nisi cum 
canibusj evidentemente per proteggere il selvaggiume 
contro le insidie dei cacciatori di contrabbando; permet- 



DEGLI STATUTI DELLA ROCCA DI TINTINNANO 337 

teudo solo, di ammazzare i detti volatili col bastone o 
di prenderli colla mano. Altrove poi {De dannis dalis, IV. 
8) si autorizza il castellano ed il console a dare licenze di 
caccia dal tempo della vendemmia fino ai primi d'Aprile, 
dietro richiesta esplicita, s' intende, dei venatores. 

È pure vietato di portare le uova fuori paese e di 
venderle (IL 33), il che prova, che a Tintinnano i polli 
fossero più rari delle lepri e delle quaglie. 

Dal generale divieto del giuoco a zara si eccettuano il 
giuoco delle tavole et dieta badalasio et tavolella (II. 35) ('). 

In modo particolare è punito il rinfacciare (invuUare) 
calunniosamente ad uno un omicidio, e con pene minori il 
tacciarlo di altri reati (II. 52). 

Il diritto criminale dunque rappresenta in complesso 
un periodo abbastanza arretrato dello sviluppo, il che sor- ' 
prende di fronte alle disposizioni che tendono a sempli- 
ficare e a facilitare la procedura; si tratti della prova 
personale in genere (II. 54), del danno dato in ispecie (II. 
44) o dei termini criminali, per i quali è ammesso il ri- 
corso al castellano (II. 55). 

Il terzo libro, De viis et operibus faciendiSj offre un 
interesse generale per le disposizioni relative alle servitù 
leggali e convenzionali. 

Noteremo anzitutto il divieto di mutare i corsi d'acqua 
dal solito loro letto ita quod damnum alieni inferat (IL 
1 15). Chiunque possiede nel suo campo aquam vel fontem 
vivam non può proibire ad alcuno d' attingervi, eccettuato 



0) Il giuoco del haddUtsito ricorre nello Statuto di Caprese del 

1386 (Archivio di Stato, Firenze, Statuti ci. XII N. 47). Libro II. 

Rub. 26; e cosi pure in quello di Massa del 1419 (Archivio di Stato, 

Siena, N. 63). Lib. HI. Rub. 95, ove è proibito di giuocare « ad 

« aliquem ludum zardi vel ad hadaìassum vel lungìiettum vel tabu- 

« lelam^ vel alio modo, ubi pecunia vinceretur aut perderetur > 

Evidentemente è uno dei giuochi a zara, in cui 1* asso solo conta per 
zero. Vedi il mio gitioco in Italia nei sec. XI II e XIV (n. Archivio 
storico italiano 1895) ove è spiegata la funzione dei numeri più alti 
e più bassi nel giuoco della zara. 



338 L. ZDBKAUER 

ove si tratta di fonti situate nelle vigne e negli orti (II. 
116), né può impedire ad alcuno agresus vél regresus. 

Chiunque possiede vigna o orto, che non abbia accesso 
dalla pubblica strada (per viam Comunis vel vicinaierti 
aut plateam vel alium anditumjj può chiedere ai Viari di 
trovargli un anditiÀS, del quale fissano i prezzi essi stessi 
altri duo prò eis: ed a tale prezzo il chiedente lo deve 
comprare, causa vel lege aliqua non obstante. Così pure 
i Viari sono T autorità competente per protestare contro 
l'ingombro del terreno proprio per parte d' un terzo (III. 
122). À queste massime certo non fu facile arrivare. La 
regola sopracitata, che rende libero il movimento in pub- 
blica piazza ed in istrada, trova come un corollario in 
quest'altra, che riguarda piiì strettamente le servitii, e 
che dice testualmente (III. 118): 

Quecumque persona possit ire et redire ad possessionem et rem 
saam per viam Comunis vel vicinalem vel per rem saam, [sed] non 
debeat ire nec redire per possessionem alterius; et si quis centra 
faceret, solvat prò qualibet vice xii den., et emendet dannum. 

disposizione, che fu approvata dai reformatori del Trecento, 
che la trovarono per altro oscura e quindi aggiunsero: 
Approdata, et declaretur et fiat pulcrius latinum, ita quod 
non vadant per rem alterius sine licefitia domini teiere. 
Questo terzo libro contiene inoltre buone indicazioni 
topograflche d'interesse locale e qualcheduna delle solite 
ammonizioni vane di pulizia stradale (III. 110). 

Il quarto ed ultimo libro, de dannìs datis, completa 
la legislazione sulle servitii e sulla proprietà in genere. 
Qui si ritrovano la legge senese sugli alberi fruttiferi (IV. 
Il), e le disposizioni tendenti a proteggere tanto la pro- 
prietà comunale, che consiste in selve e boschi, quanto 
quella privata, specialmente durante la vendemmia. Me- 
rita essere menzionata in questo libro la Rubrica relativa 
ai rami sovrapendenli (IV. 25), ove è accordata una fun- 
zione interessante ai convicini: 



DEGLI STATUTI DELLA ROCCA DI TINTINNANO 339 

Qaicnmque saperapendiderit cum sepibus suis aut arboribus 
viam aliquam aut supersteterìt alicui, teneatur ìpsam sepem et 
arborem incidere et tondire, ita quod non det dannum alicui suo 
con vicino, ad requisicionem convicin[or]um, infra tres dies, de qua 
reqoisitione constet [convicinis?]. Et si predicta non fecerit, liceat 
convicino postea incidere et tondire competenti modo in tantum 
quantum dieta sepes sibi convicino superstiterit et vie Comunis. Et 
sepes, que essent super viis Comunis, eleventur, ad dictum duorum 
viarìorum, per possessores eorum sepium : et qui eas non elevaret, 
{^olvat prò qnalibet vice v. sol. den. senensium. 

Il Libro de dannis datis finisce, come si disse, in mezzo 
alla Rubr. XXXI, che trattava delle accuse o denunzie 
false. É poco probabile che seguisse ancora molta cosa, 
ed il libro de dannis datis era certo V ultimo dello Sta- 
tuto. Per cui possiamo arrischiare un giudizio sulfinsieme 
delle sue disposizioni, delle quali conosciamo di certo la 
massima parte e la più importante. 

Prima però conviene esaminare il giudizio che su 
questa redazione han dato i revisori del Trecento. 

Ad una delle aggiunte (III. 118) dei Riformatori, fatta 
nei primi del Trecento, abbiamo di già accennato, ed 
abbiamo visto che essa non è una delle solite aggiunte 
legislative, ma piuttosto una nota critica ed un apprez- 
zamento di forma e di merito della Rubrica stessa nel- 
r antica sua redazione, avviamento per un testo nuovo. 

Un* attento esame delle varie note marginali del nostro 
codice conferma Y osservazione ora fatta. Esse sono in 
sostanza tutte brevi appunti, dei quali alcuni conten- 
gono una semplice conferma {approdata, o simile); altri 
un'annullamento {cassum o simile); altri una modifica- 
zione più o meno profonda, intenta a provvedere ad un 
cambiamento qualsiasi di collocazione, di forma o di con- 
tenuto della Rubrica. — Così, alla Rubr. XVI del 1.** 
libro è premessa la intestazione: Quod Custodes balnei 
prò armis habeant quartam partem banni; ed in mar- 

BmìUU. Seneu di St, Patria — / V-189G 24 



340 L. zdekàuer 

gine: Factum in Libro maleficiorum. Il che dimostra, 
che nella nuova redazione, a noi perduta, questa Rubrica 
era stata tolta dalla Distinzione prima ed era stata invece 
inserita nel libro dei malefici, ove aveva ricevuto Y ultima 
sua veste. — Interessante per la formazione materiale 
del testo è pure il caso della Rubr. XXV, che conteneva, 
nel suo contesto, la data del 1298, ind. XI, secundum 
cursum Rocche, e che va approvata nel suo complesso, 
ordinando soltanto che si cassi questa data fcassentur 
anni rfomtn tj. - Alla Rubr. XXXVI, che parla dell'Ospe- 
dale, approvata essa pure nel suo insieme, è fatta la se- 
guente aggiunta: Addatur: quod eligatur unus spedale- 
rius prò sex mensibus in sex mensibus, [qui] teneatur 
facei^e inventarium de omnibus, redendo rationem Sindicis 
Comunis. Prima era scritto, che costui dovesse rendere 
conto al castellano, al console ed al consiglio; ma fu- 
rono cancellate tali parole, sostituendole con quelle rela- 
tive ai sindici. - Molto caratteristica è la Riforma della 
Rubr. XLIII, relativa alla elezione del Consiglio e che ab- 
biamo riportata integralmente. Anch* essa è approvata, 
notando solo : Adatur: ubi dicit Consul, dicat ibi Castel-- 
lanus; et ubi dicit utiliores prò Comuni, dicat: utiliores 
pro'^dominis et Comuni. 

Questi esempi basteranno per dare un' idea del lavoro 
che fu fatto su questo nostro testo dai revisori del Tre- 
cento. La massima parte ne fu approvata; solo alcune po- 
che Rubriche sono cassate, come quella sul dazio (I. 40), e 
sulla libertà della vendita di vino ad minutum (I. 31): il 
che dimostra che i signori Salimbeni sapevano sfruttare 
egregiamente il paese, e che a buona ragione portavano 
il loro nome, per avere esercitato Tufflcio di salaiuoli da 
vari secoli. 

Ho osservato infine che a volte la definitiva reda- 
zione del nuovo testo è lasciata in sospeso: il che è ac- 
cennalo colla parola < Pendei », notata in margine. È 
questo il caso della Rubr. IL 9, relativa alla violazione 
di domicilio. Le modificazioni di minor conto sono diverse. 



DEGLI STATUTI DELLA ROCCA DI TINTINNANO 341 

Così per es. è aumentato il numero dei giorni festivi, e 
quindi l'obbligo del riposo forzato, aggiungendo alle fe- 
ste sopra indicate quelle dei XII Apostoli, le quattro fe- 
ste della Madonna, quelle degli Evangelisti, tutti i giorni 
pascali ed il Venerdì santo (IL 30, in margine). - Il di- 
vieto di caccia è modilflicato permettendo non solo quella 
con cani, ma anche venando et aucellando cum sparverio, 
falcone et astore (IL 32). - Da un'aggiunta alla Rubr. 
IL 51 impariamo che la nuova Redazione conteneva an- 
che una Distinctio Civiliunij ove questa stessa Rubrica IL 
51 aveva ricevuto la seguente intestazione: De molendino 
fiendo in Urcia. Anche la Rubrica CVIIII non pareva 
dettata bene ai Riformatori, che vi annotarono con laco- 
nismo ingenuo quanto sgrammaticato: ApprobatUj et fiat 
pukrius latinum. 

* 

In complesso dunque possiamo dire che le Riforme, o 
note critiche, aggiunte in margine al nostro testo da una 
mano non molto posteriore a quella che scrisse il codice 
stesso, tendono in complesso ad una nuova Redazione, per 
noi perduta, che si vede inspirata dal pensiero di restrin- 
gere le antiche franchigie e libertà del Comune, e di ren- 
dere questo tributario piii che soggetto ai Salimbeni. Ve- 
diamo che si ritoccò la forma dello Statuto, distribuendone 
meglio le disposizioni: di due distinzioni conosciamo i ti- 
toli CivUiunij cioè, e Maleficiorum; e così pure impariamo 
che i singoli capitoli furono muniti, ora soltanto, di Rubri 
intestazioni. Ma quelle leggi appunto, che piii sono bar- 
bare in questo Statuto, non si toccarono; anzi pare che 
fossero proprio quelle che andassero a genio agli antichi 
ed ingegnosi salaiuoli, ai quali si perdonerà solo in parte 
la loro crudeltà ed ingordigia per l'atto generoso col 
quale fornirono nel 1260 al Consiglio della Campana i mezzi 
per pagare le truppe tedesche, che dovettero combattere 
e vincere nella battaglia di Montaperti. 

Del resto le libertà conquistate dai Rocchigiani non 



342 L. ZDERAUER 

erano state molto grandi, ed il bisogno di fare Statuti estest 
e completi pare non fosse profondamente sentito da loro : 
per quanto a loro scusa si possa dire, che furono venduti 
da quegli stessi Senesi, che nel 1250, comprandoli, avevano 
fatto gustare loro per la prima volta interamente il sa- 
pore della dolce e santa libertà. - E qui ci troviamo ri- 
condotti alla questione, che in tutte le ricerche di questo 
genere s* impone, e che realmente ne forma la parte più 
interessante; vale a dire quali siano le disposizioni più 
antiche, quale il nocciolo ed il punto di partenza di que- 
sto Statuto. 

Anticipando il risultato di questa ricerca accennammo 
già da principio, che qui non si tratta di uno Statuto svi- 
luppatosi in base ad un Breve o giuramento di antichi Con- 
soli e accresciuto poi dalle deliberazioni dei Consigli, ma 
di un tenue fondo di concessioni, ottenute dagli abitanti 
di questa Rocca, per favore dei loro padroni, prima del 
1250: vale a dire prima che essa passasse in mano dei 
Senesi. 

Il guaio si è che non sappiamo esattamente quali fos- 
sero questi padroni. Certo nel x. secolo, e nella prima 
parte del xi., la Rocca apparteneva alla Badia di San Sai- 
vadore del Monte Amiata, come insegna il diploma del 8 
Dicembre 915, che oggi si conserva nell'Archivio di Stato 
Senese, e che fu confermato, come rilevò di già il Repetti 
(IV. 786), da Corrado IL nel 1026, e meglio nel 1036. — 
Una carta amiatina del Luglio 991, - per quanto io veda, 
inedita, - riferisce un placito, tenuto nel contado di So- 
vana, ove l'abbate di S. Salvadore protestava contro la 
invasione delle terre di Tintinnano, per parte d'un tale 
Albizzo, il quale si lasciò condannare in contumacia, sic- 
ché il conte ed i giudici investirono l'abbate per fusiera 
dei sopradetti beni. 

Invece le carte amiatine degli ultimi del xi. e del xir. 
secolo tacciono a riguardo di Tintinnano. Sappiamo per altro 



DEGLI STATUTI DELLA ROCCA DI TINTINNANO 343 

cherimpero affacciasse diritti particolari su queste terre; e 
siccome troviamo, nel Cento (*) ed ai primissimi del Du- 
g^ento, dei Conti insediati nella Rocca, che da semplici uf- 
ficiali della corona ne sono diventati quasi interamente 
padroni; e siccome infine questi stessi Conti stipulano sotto 
pena da pagarsi alla camera imperiale, cosi dobbiamo sup- 
porre, che appunto tale fosse l'andamento delle cose; cioè, 
che r Impero, come più tardi il Castellano a S. Quirico ('), 
cosi già prima nella Rocca mettesse un Conte, che scelse 
nella famiglia de* Tignosi, i quali troviamo sulla fine del 
Millecento come padroni della Rocca, sotto il nome di 
Conti di Tintinnano. 

È appunto un atto collettivo della consorteria dei Ti- 
gnosi di Tintinnano, del 1207, che chiarisce in qualche 
modo le origini dello Statuto della Rocca. Con quest'atto 



(*) L' imperatore Federigo sino dal 1170 confermava il cardinale 
Umfredo ed i suoi tre fratelli Uguccionb, Pepo e Rolando nel feudo 
della Rocca, compresovi il distinctus ed i Bagni di Vignone. {Caleffo del- 
r Assunta a e. 114. Copia del 1255j. — Per questo diploma vedi Stumpf, 
Beichskaììzler n. 4107 ed Acta imperii n. 151. — Umfridus è il Maufroi 
giennois, diacre-carditial du titre de Saint George in Velabro, puis 
prétre du titre de Saint-Cécile, evéque de Palestrine, et Ugat en SicHe, 
mori en 1177, creato da Alessandro III nel 1165, presso Migke, En- 
cyclapedie ffteologiqtie, voi. 31. Des cardinaux, (Paris 1857) a pag. 1710. 
UcsucciOHE invece è il padre di GiriDO Medico, come insegna il no- 
stro documento del 1207; e tutti probabilmente sono Ardingheschi. 

(') Intorno al Castellano di S. Quirico cfir. in generale Fickeu, 
Forschungeìij in vari luoghi. Costui però non riusci mai di essere 
riconosciuto interamente; e non fìirono i Senesi soltanto che lo ve- 
devano di mal' occhio. Nel Novembre 1229 Gregorio IX ammoni tutti 
gli uonoLini soggetti al Monastero di S. Salvadore di prestare giura- 
mento dì fedeltà ai monaci cistercensi, entrati sino dal Febbraio 
nella Badia, di dove erano stati cacciati i Benedettini; giuramento, 
che costoro avevano ricusato di fare, per essere stato proibito a loro 
dal Castellano di S. Quirico a nome dell'Imperatore, e sotto minaccia 
di bando (prohibitionem quondam per CasteUanum Sancii Quinci sub 
imperiali nomine vobis factam in excusationem frivolam pretendendo, 
quasi velitis potius tirampnice potestati quam paterne benignitati sur 
besse). Cosi V originale di questa bolla, (sconosciuta al Potthast), del 
23 Novembre 1229, che è fra le carte Andatine all' A. S. Siena. 



344 L. ZDEKAUER 

costoro regolarono i loro rapporti colla popolazione della 
Terra, fino allora ad essi soggetta per diritto di proprietà. 
- Ma se lo Statuto, già descritto, può chiamarsi un docu- 
mento singolare, singolarissima direi questa concessione 
di franchigie, nella quale credo di ravvisare la Carta li- 
bertatiSj ricordata dallo Statuto in una delle sue prime 
Rubriche, che riportammo testualmente in principio di 
questo nostro lavoro. 

Ho detto singolarissima questa carta (*), e mi sembra 
tale, sia per la forma e sia per il contenuto. È vero 
che simili concessioni, anche più antiche, non sono rare; 
e lo ScHUPFER, in un capitolo fondamentale e veramente 
magistrale, sugli Statuti rurali 0, ha riunito quanto fi- 
nora sappiamo di questi germi d'una legislazione impor- 
tantissima, avviando allo stesso tempo la ricerca avvenire, 
e che si impone, perchè relativa a quella classe che forma 
come la spina dorsale della società, e che pure acquistò 
ultima la libertà civile; intendo dire: al contadino. Mala 
maggior parte di queste concessioni, almeno delle più an- 
tiche, sono strappate quasi a viva forza ai Signori, e si 
limitano ad un minimum; mentre il documento nostro, 
almeno in apparenza, s'ispira a considerazioni ben diverse. 

Esso incomincia con una introduzione che potrebbe 
dirsi magniloquente, se si trattasse del Rinascimento; ma 
che ai primi del Dugento, malgrado i suoi malintesi, as- 
sume il carattere di originalità vera e di grandezza tanto 



(^) É una pergamena di dimensioni grandi assai, probabilmente 
tagliata da qualche caleffo, nella quale però non si ravvisano gli ele- 
menti d' un originale, ma quelli d' una copia, non autenticata, della, 
metà del secolo. Il notaro che rogò 1' originale, fo un tale Sizio, di 
cui abbiamo altri atti originali degli anni 1215 e seg., rogati in San 
Quirico; la mano di questi mi sembra differente da quella che scrisse 
il documento nostro; il quale probabilmente fu copiato appunto nel 
1250, quando il Comune di Siena comprò la Bocca. Perciò la carta si 
trova, tra i titoli di proprietà, consegnati assieme coUa Bocca, nel- 
l'Archivio delle Biformagioni (1207 Aprile 29). 

O Storia del diritto italiano, 2.* ed. 1895, cap. V. § 4 e cap. IV. § 2. 



DEGLI STATUTI DELLA ROCCA DI TINTINNANO 345 

più imponente, quanto qui si tratta di piccoli e ignoti si- 
gnori del contado. 

Esordisce dunque col ricordo di Roma, che sopratutto 
a tre virtù deve la sua grandezza ed il dominio del mondo: 
equità, giustizia e libertà ('). - Chi ci parla in questo modo 
è il Rector della consorteria. Guido Medico, figlio d*un 
Uguccione, che ebbe per padre Tignoso da Tintinnano; egli 
parla a nome dei fratelli e nipoti, che sono in tutto otto 
capì di famiglia* Egli confessa che la Rocca è condotta 
in pessimo stato e spopolata; benché, se avesse uomini, 
fra le Rocche d' Italia sarebbe una delle prime (qtJLej si 
plebis copiam haberet, inter cetei^as Ytalie arces per più-- 
rimum polleret). La ragione di questa decadenza egli la 
trova nella mancanza di quelle tre virtù romane : propter 
inequitatem, iniustitiam et servitutem. Dopo aver medi- 
tato lungo tempo sui rimedt da applicarsi, si persuase che 
solo nella modificazione dei servitia e nella riduzione alla 
forma d' affitto poteva trovarsene uno efficace; limitando 
cioè il diritto dei Signori di esigere oltre a quello che nei 
patti d' affitto fosse stabilito. Provocò quindi un accordo 
tra i Signori da un lato, ed il popolo dair altro, giurando 
tutti due questi ordinamenti; egli per il primo, con i suoi 
consorti, poi gli uomini della Rocca, in numero di 150 e 
più, rappresentati non dal Console, ma da un sindaco spe- 
ciale (od hoc) che fu Bovacciano da Vergelle, in Val d'Asso. 






Esposto cosi i motivi e lo scopo del patto, il conte 
Guido Medico divide il suo argomento in due grandi parti. 



(') Mi è mancato il tempo per fare una ricerca approfondita su 
questa formola d*introduzione. Essa deriva senza dubbio da un passo 
di Livio o di SaUustio, forse per il tramite di qualche padre della 
chiesa; Sant'Agostino nella Civitas Dei ba delle frasi che si avvici- 
nano molto a questa. Non credo che sia una formola presa in pre- 
stito da qualche Arte Notarile, Alberico Cassinense, Boncompagno e 
Guido Faba, gli unici da prendersi in considerazione, non hanno nuUa 
di simile, almeno nelle opere che abbiamo a stampa. 



346 L. ZDEKAUER 

e dichiara voler trattare (disceptabo) prima delle terre 
fuori le mura della Rocca, poi delle cose infra muros; 
esordio, che dà a questo patto un non so che di sistema- 
tico e quasi direi di dottrinario, che aumenta la impres- 
sione come di cosa pensata, e quasi direi teorica. 

Prima però di esporre ciò che si contiene nei singula 
capitula di questi ordinamenta, è d*uopo dire che la mag- 
gior concessione che essi fanno agli abitanti della Rocca 
non vi si trova esplicitamente rilevata; ed è quella di reg- 
gersi a forma di Comune. Dalle particolari disposizioni di 
questo patto si deduce che la Rocca già da tempo viveva 
sotto Consoli, che sono implicitamente riconosciuti nella 
loro carica, determinando anzi meglio i loro diritti. Im- 
perocché lo strano nella costituzione della Rocca consiste 
in questo : che dei Consoli che la reggono, parte è eletta 
per il Comune e dal Comune; parte invece per i Signori. 
I nostri patti stabiliscono quel che in determinati casi (te- 
soro, caccia etc.) spetta ai Consoli prò dominiSj e quel 
che spetta al Consul prò Comuni ; e malgrado la invoca- 
zione solenne della romana libertà, la maggior parte del- 
l' entrata va sempre assegnata ai Consoli prò dominiSj la 
minor parte ai Consoli prò Comuni: vale a dire alle casse 
pubbliche. I Consules prò dominis occupano, come si vede, 
il posto che più tardi nella costituzione statutaria del 1207 
occupa il castellano; il quale pare fosse fatto, dirò così, 
a modello del Castellano di San Quirico, di cui sappiamo 
che intorno al 1226 esercitava la giurisdizione volontaria 
a San Quirico, e ne possediamo ancora qualche rogito, di 
mano dello stesso notare Sizio, che aveva rogata la Carta 
libertatis nel 1207 (*). 



(*) Diplomatico^ Archivio generale, 1226, 9 Marzo : Pietro, curatore 
di due femmine, vende « prò eo quod ipse gravissimo tenentur debito, 
nec in earum bonis invenitur unde soluti© fieri possit, nisi rerum et 
bonorum ipsorum distractio fiat, et quia teneor iuramento, que eis 
credo utilia fore admìttere, et inutilia pretermittere, et magis credo 
eis esse utile earum bona vendere quam retinere, decreto domini Leo- 



DEGLI STATUTI DELLA ROCCA DI TINTINNANO 347 

Vediamo ora quel che i nostri ordinamenti dispongono 
delle cose fuori le mura. 

Essi distinguono le terre poste tra V Onsola ed il Rigo, 
da quelle poste tra Y Onsola e l' Orcia (*). Di queste 
ultime gli uomini di Tintinnano ne tengono talune per 
scripturam; ed il canone tra le due specie sta in propor- 
zione di 1:2. Giacché le prime danno uno staio (mezzo 
grano, mezzo ordeum) di ogni due staia di terra semi- 
nativa; mentre quelle della seconda specie non lo danno 
che di ogni quattro staia di terra seminativa. - La Terra 
non aveva ancora misure sue proprie; per cui è evi- 
dente che la sua libertà fosse di data recente; si adotta 
in quest* occasione come staio modello quello del Sindico, 
Bovacciano, prescrivendo che d* ora in poi tale misura 
debba considerarsi legale. - Le terre non seminative dal 
Rigo in là sono rese libere, sì per la legna, come per 
le acque e l'erbe, e tanto ad usura ìioniinum quanto 
bestiarum. 

Abbastanza liberali mi sembrano pure le disposizioni 
a riguardo dei mulini nell'Orcia. Questi, per 5 giorni, po- 
tranno lavorare a profitto di coloro qui habent ea; ogni 
6.® giorno invece devono essere messi a disposizione dei 
Signori - ben guerniti, s' intende, e pronti a macinare. 
In questo 6.° giorno i Signori li faranno andare a loro pia- 
cere, ma anche a proprie spese. Vi è fatta eccezione però 
a favore dei mulini che hanno il cavallo, e di quei che sono 
tenuti a mezzadria, i quali non pagano alcuna imposta, né 
rendono servigio, evidentemente perché il cavallo, in caso 
di guerra, va prestato da se ai signori, i quali anche si 



nardi, CasteUani Sancti Quirici et domini Benaldi, ducis Spoleti et 
Tnscie legati in senensi et clusino comitatibus, vicarii, in hac vendic- 
tionis et tradictionis instrumento.... vendo et trado.... » et cet. 

(') K Onsola è un affluente di sinistra deU' Orcia; nasce daUa Ma- 
donna delle Quercie verso Campiglia d' Orcia, passa presso Castiglion 
d' Orcia e si getta in questo fiume di faccia allo sbocco deU'affluente 
Rigo. — Ne trattò il Rbpbtti in vari luoghi .spec. IV. 765 e III 682 
(a voce Orcia e Rigoì. 



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ÌLiereaEaiìi. s^»' it disposiziani Tiru^ric^ aiia cac- 
ciL . cii* t"'.»vaiif rsconrrc ie ilit. Sfarci isi piccoli 
■J.-ii.iaL àtx Z'uiffaii'.. inieciii^meLif- si^S Aj^nnaim/x ove si 
erhii* 1 iTiiiuar '^tìrt > «cieiL d£i;i& f^*^*- rjie ««tereb- 
ie.r c;i;:».u:itt si*eru£uf nrerct '^ . ^juesit Sc»nM*ii aUvaccia- 
^ :aj Tiiu.. ri iininm. jiìiu;» a^-lOi h^rrs-^i. : :"^.2ii, in un 
Lli i*ai.:-. f sj»er.;i-.iitsDis: n'^*r»iii£- 1 iLT-ernZi. dietro av- 
'•:si x::., au. sir-n ir jf-uàaiH.. s. rmn-vaii:.. i:c"i-ù di tulio 

Urtili. i-C . ir- siLm si:.":il::'':*ii«" iHtjf d. 



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r;ir.\ii. ìii .:l . ui^it il stC'**:.* .. liti'. «?r u. xrr, s ir^rano 






DEGLI STATUTI DELLA ROCCA DI TINTINNANO 349 

mente gli uccelli, essendo la caccia diventata un passa- 
tempo più che altro delle nobiltà. Infatti esse riguardano 
più che altro la caccia collo sparviero e col falco, essendo 
evidentemente, col diboscamento e colla coltivazione più 
intensa delle campagne, sparita la cacciagione grossa, - 
grave preoccupazione e forse lieto passatempo durante la 
stagione invernale per la popolazione intera nel secolo xiii. 
Questa prima parte della Disceptatio termina con una 
disposizione, che si riferisce tanto alle terre infra quanto 
a quelle extt^a Tintinanum e tratta della scoperta di qual- 
che tesoro (pecunia) sotterra, che si suppone generalmente 
debba trovarsi nelle tombe. Se il felice scopritore manifesta 
subito la cosa trovata, gliene spetta di diritto un quarto; 
il resto va diviso tra i Consoli nel modo accennato ; cioè 
due terzi al Console j^ro dominis; l'ultimo terzo al Con- 
sole prò Comuni: e in questa proporzione se la dividono 
tutta, ove il trovatore dissimuli la scoperta. 

Mentre le disposizioni, dirò così, su la campagna, sono 
poche, limitandosi agli affitti, ai mulini, alla caccia ed al 
tesoro; quelle sulle res infra muros arcis sono più nu- 
merose. Esse però rappresentano solo una riforma par- 
ziale, anzi parzialissima, delle antiche leggi, sottintenden- 
dosi validi tutti gli altri diritti dei Signori e tutte le 
rimanenti consuetudini dei loro homines et fideles di Tin- 
tinnano. Per cui riesce alquanto più difficile V interpreta- 
zione di questa seconda parte dell* ordinamento, ideato da 
Guido Medico, e nella quale si dovrebbe trovare anche 
più appariscente T addentellato cogli Statuti del 1297. 

Infatti, il primo capitolo, relativo alle piazze ed agli 
orti, benché non arrivi ancora alla larghezza della Ru- 
brica sopracitata dello Statuto del 1297, che rende inte- 
ramente libero il movimento sulle strade e piazze, pure 
avvia le cose in questo senso, costituendo per le piazze e 
gli orti un vero condominio dei Signori e degli uomini 
della Rocca, metà di quelli e metà di questi. 



350 L. ZDEKAUER 

Il secondo capitolo (vi) applica le disposizioni sul fuoca- 
tico, - giacche così possiamo chiamare il sistema dell'impo- 
sta a massaritiaj ben conosciuto fin dai primi del secolo, 
e specialmente dal Constituto senese del 1262 -anche alle 
abitazioni intramurane, ed impone per ogni massaritia una 
imposta (pensio) di dodici denari, che appare assai mite, 
quando si pensa che nel contado senese, intorno al 1200, 
la massarizia pagava di già 26 denari ('). Si definisce poi 
il concetto della masserizia, che realmente si è modificato,* 
e non va inteso come un solo focolare, ma come una casa 
intera (domus). 

Il terzo capitolo (vii), pur riconoscendo una specie di di- 
ritto di proprietà, riserba il diritto di compra delle case o 
piazze al Signore, ad un prezzo minore di XII den. per lira, 
d'ogni altra offerta. In caso di rifiuto da parte del Si- 
gnore, il terzo compratore ha obbligo di pagargli un'annua 
pensione di XII den. Il che sembra voglia dire, che i ser- 
vigi personali, dovuti fino allora dagli abitatori delle case 
di Tintinnano ai Conti, loro padroni, siano resi riducibili 
in danaro; sicché, come la libertà del contadino è avviata 
col sistema dell' aflatto, così quella del proprietario ìntra- 
murano col sistema del canone annuo. 

Una riserva puramente favorevole ai Signori è quella 
del capitolo viir, che impone ai Consoli del Comune di pro- 
curare le stalle, i letti ed i foraggi a tutti gli amici dei 
Signori che venissero a visitarli in occasioni speciali, cioè 
quando si vestissero a cavalieri ('), e quando dessero ma- 
rito a figlie sorelle. Il capitolo ix. poi estende questa 
riserva a tutte le altre occasioni, in cui affluissero gli amici 
in tal copia al palazzo dei Signori, da non poter dare loro 
conveniente ricetto. 



(*) Banchi Memoriale delle offese pag. 23. 

(') Ut dicam „ corredari " — parola volgare, che ricorre negli 
Statuii antichissimi di Pistoia^ ed. Bbrlàn (Bologna, 1882). Rubr. IL 
€ Maiores Pistorii consules non portent corredum de collo vel de 
« dosso de Comuni » — ; Bubrica che è rimasta nella Bevisione più 
recente di questi Statuti (ibid. a pag. 16). 



DEGÙ STATUTI DELLA ROCCA DI TINTINNANO 351 

Non troppo facile è la interpretazione del capitolo X, 
relativo alla guerra. Anzi tutto vi è fatto uso della pa- 
rola Comunitas in doppio senso; parlandosi d'una comu- 
nitas dominorurrty opponendo questa alla comunitas ho-- 
minum de Titinano, che ricorre varie volte; di modo che 
acquistiamo un quadro di due potenze, che trattano quasi 
da sovrani; da un lato la consorteria dei Conti, dair altro 
il Comune e gli uomini della Rocca, i quali pure, più volte, 
sono chiamati semplicemente homines e fideles di quegli 
stessi Signori, che ora scendono con essi a patti cosi umani. 
La guerra dunque è considerata come cosa che riguarda 
la consorteria intera, non è cosa personale. Quando i 
signori raccoglieranno tutto T occorrente per la guerra 
(sL... guamimentum collegerint), questo sarà repartito con 
equa misura; la metà cioè sarà assegnata al Console del 
Comune, mentre questo rimane obbligato di fornire il vitto 
ai militi ed ai pediti, in Tintinnano. Che cosa voglia dire 
raggiunta: et aliis omnibus stallas et lectosj non saprei 
dire; probabilmente si riferisce agli stessi Signori ed al 
loro seguito personale. — Invece il Comune (e. XI e XII) 
non è obbligato di risarcire ai Signori il danno patito in 
guerra per la perdita d' un cavallo ; e chiunque tiene ca- 
vallo (equum defendibilem) in tempo di guerra, è libero 
d* ogni altra imposta, e non deve prestare altro servigio 
che quello della milizia. 

Sono prese speciali disposizioni per il caso che i Signori 
debbano andare, per ordine del re o imperatore, in Àpulia 
Lombardia; dovendo il Comune (Comunitas Titinani) 
concorrere, una volta all'anno, a tale espedizione, nella 
somma di 40 lire; e se si trattasse solo della Tuscia, in 
20 lire. Quando la consorteria facesse guerra comune (in 
eorum comuni guerra), gli uomini di Tintinnano terranno 
la Terra per i Signori, ed il Console del Comune prov- 
vedrà che siano fornite 60 some di legna per i custodi 
della torre, dalla festa di S. Michele fino a Natale. Questa 
disposizione, che è difficile rendere esattamente nella sua 
elasticità, è assai importante; perchè, col determinare una 



352 L. ZDEKAUER 

cosa che pare dovesse andare da se, i Signori riconoscono 
implicitamente una specie di autonomia e di indipendenza 
del Comune. Il quale deve non solo fare eocercitum et ca- 
valcatanij guerram et pacetn per i Signori, ma anche par- 
lamento, giurisdizione volontaria e contenziosa (placita et 
hanna), ed in somma comunantiam terre, come se i pa- 
droni non fossero assenti. Io temo che questa considera- 
zione, il timore della defezione e le pretese, ripetutamente 
affacciate, di una costituzione autonoma, devono avere con- 
tribuito molto a persuadere Messer Guido Medico, di con- 
cedere la Carta libertatis ai suoi fedeli Tintinnanesi, o per 
lo meno devono nella sua mente avere dato maggior peso 
alle considerazioni letterarie sulle grandi virtù di Roma 
pagana. 

Seguono alcune disposizioni sulla successione eredi- 
taria. È cosa degna di nota che quasi tutti gli Statuti 
rurali degli ultimi del Cento e dei primi del DugenCo 
contengono concessioni parziali riguardo al diritto di suc- 
cessione. Tale diritto, limitatissimo anche tra le popola- 
zioni intramurane, ove la dipendenza dal signore si ac- 
centuava maggiormente; fu quello che sopra ogni altro 
aspiravano, perchè il trapasso dei beni, tanto difficile 
inter vivos, fosse assicurato almeno morlis causa. Un 
esempio istruttivo, perchè referentesi ad un Comune se- 
nese vicino al nostro, è quello del Castel della Badia 
sul Monte Amiata, che ebbe nel 1212 dair Abbate parti- 
colari franchigie, tra le quali la seguente: Item concedi-- 
rmis: quod pater filio et e converso, patruus vel avuncu-^ 
lus suis nepotibus masculis sive feminis et e converso, 
sua bona omnia relinquat (*). Messe a confronto con questa 



(') Archivio di Stato , Siena, Diplomatico Prov. S. Salvadore di M. 
Amiata, 1212, 14 Luglio (Originale). Pubblico per intero, in Appendice, 
questa carta, per molti riguardi interessantissima, ma che mi sembra, 
più che senese, orvietana, essendo stesa in presenza dei Consoli d'Or- 
vieto. — Noterò qui, di sfuggita, che il Fumi, nella Raccolta di Do- 
cumenti e spogli, che gli piacque intitolare Codice diplomatico d*Or- 



DEGLI STATUTI DELLA ROCCA DI TINTINNANO 353 

ed altre simili concessioni, quelle della carta nostra acqui- 
stano un interesse speciale, per la loro larghezza. Im- 
perocché ben cinque anni prima che l'Abbate del Monte 
Amiata concedesse ai suoi castellani i diritti accennati 
nella frase ora riportata, i Conti di Tintinnano stabilivano 
un diritto di successione ab intestato, fino al terzo grado, 
sia di mobili come di immobili e senza distinzione di sesso; 
facendo poi particolari concessioni riguardo ai parenti più 
lontani, per i quali si distingue solo tra mobili ed immobili, 
e per gli ultimi tra quelli posti entro e fuori le mura, 
riserbando i mobili ai Consoli, e stabilendo la massima 
che le piazze, le case e gli orti non possano essere la- 
sciati, altro che ai parenti, e non mai ad un forestiero, 
propriamente detto. 

Importante è T influenza che su questo diritto di te- 
stare prese la Chiesa. La persona estranea, morta impe- 
nitente e senza erede, è trattata alla stessa stregua dei 
banditi, falsari e ladri, ed i suoi beni mobili sono dichia- 
rati caduchi. Invece, ove si pentisse in fin di vita, abbia 
non abbia parenti, acquista ipso iure il diritto di te- 
stare. Si osservi inoltre, che, mentre i Signori di Tintin- 
nano concedono le maggiori agevolezze a questo riguardo 
e senza restrizione; 1* Abbate di S. Salvatore, nella fran- 
chigia del 1212, alle concessioni, ora riportate, aggiunge 
le parole : et àbinde in antea sii ad beneplacitum domini 
Abbaiis, prò tempore existentis (*). 

Il che - è gìuocoforza di dirlo - non sembra una prova 
di grande disinteresse degli ecclesiastici, i quali, più duri in 



vitto (Firenze 1885), chiama il nostro paese Titignano^ mentre questo 
è un villaggio nel Val d' Arno pisano, che non ha nulla da fare con 
Tintinnano di Val d'Orcia. 

(') Con£ a riguardo di queste restrizioni i molti esempi portati 
dallo ScHUPFBR nel capitolo, già citato, sugli Statuti rurali della sua 
Storia del diritto italiano (2.* ed. 1896). — Le parole abinde in antea 
sì riferiscono alla parentela più lontana; ma ad ogni modo è una re- 
strizione, che nella Carta libertatis di Tintinnano ha forma molto 
più mite. 



354 L. ZDEKAUER 

questo degli stessi feudatari, della facoltà di testare con- 
cessa al pentito facevano tesoro, come provano nel più 
largo e manifesto modo gli atti di ultima volontà, perve- 
nuti a noi. 

Quanto poi ai beni caduchi va nuovamente distinto tra 
ì beni mobili e gli immobili; disponendo riguardo ai mo- 
bili, come sopra si dispose riguardo al tesoro; cioè as- 
segnandoli, a terzi, ai Consoli. Imperocché allo stesso 
modo si procedeva con tutte le altre entrate, per es. colle 
cose lasciate da fuggitivi, omicidi o ladri, o da persone 
estranee, morte impenitenti e senza erede, e così pure 
colle entrate ricavate de placitis, bannis et folliis. Im- 
pariamo in questa occasione ciò che era da supporsi; vale 
a dire, che i Consoli prò dominis esercitavano giurisdi- 
zione a parte dei Consoli del Comune, e che le entrate 
di tutti due gli uffici andavano divise ugualmente a terzi; 
cioè due terzi al Console prò dominiSj un terzo al Con- 
sole del Comune. 

Alcuni brevi capitoli, ispirati a concetti d* origine e 
indole prettamente senese, regolano lo scomputo degli af- 
fìtti e servigi tra padrone e affittuario; e stabiliscono che 
gli affitti e le pensioni si paghino alla festa della Madonna 
d'Agosto; con particolari agevolezze in caso di guerra o 
di grandine, e per il trasporto delle derrate alla casa dei 
padroni. 

La disposizione meno umana mi sembra quella (xvii.) 
riguardo agli orfani, le vedove, gli impotenti al lavoro ed 
i poveri. I loro beni passano al parente più vicino, capace 
volonteroso di prestare in loro vece i servigi che in- 
combono ad essi; e ciò Ano a tanto che siano in grado 
di prestarli in persona. Nemmeno una parola in questa 
legge sente di pietà; essa mira al solo scopo dell'utilità 
del padrone, al quale vuole assicurati ad ogni costo i ser- 
vigi a lui dovuti ; nuir altro. - Considerato questo stato 
di cose , acquista anche maggior significato quel vasto 
sistema di leggi che il Comune autonomo sviluppò sino 
dalle sue origini in fatto di tutela, inspirandosi ai sensi 



BEGLI STATUTI DELLA ROCCA DI TINTINNANO 355 

della più sublime pietà e facendo sua la causa di tutti i 
deboli. 

Seguono in fine due disposizioni, che nel loro laconi- 
smo sembrano volere dire molte cose. La prima (è la xiv) 
vuole che si serbi inalterato tutto ciò che è fissato in 
iscritto e giurato (scriptum suis sacramentis) , e che i /?- 
deles perciò continuino a dare ciò che fino allora porta- 
vano e rendevano ai signori (tulerunt ad siws dominos) 
delle loro vigne, terre, selve, acque, case e piazze. A chia- 
rire questo passo serve la Rubr. I. dei nostri ordinamenti, 
che parla essa pure di terre, tenute dagli uomini di Tin- 
tinnano per scripturarn. Discutendo questo passo abbiamo 
rilevato che tali terre erano obbligate al padrone in una 
rendita minore delle altre: e la ragione ne deve essere 
non perchè fossero le peggiori, ma appunto perchè esi- 
stevano patti speciali tra il padrone ed i lavoratori di 
queste terre. Si fa dunque differenza tra la popolazione 
semplicemente soggetta per diritto di proprietà, e gli 
uomini venuti a patti speciali coi padroni, senza che 
si veda se si tratta di commenda, di concessione a li- 
vello simili. Se interpreto giustamente queste parole, 
esse contengono dunque una specie di restrizione mentale, 
lasciando in vigore oltre alle carte ed i giuramenti, anche 
le antiche consuetudini, contando sulla forza dell' abitu- 
dine, tanto potente nel contado, che solo a stento impara 
a servirsi della libertà civile. 

L'ultimo capitolo si riferisce agli accatarii. Il Consul 
prò dominis era incaricato di concedere terre a coloro 
che volessero rilevarle dai signori a titolo di accaptum (*); 
e va disposto: che metà delle rendite di quest' ufficio do- 
vesse spettare al Consul prò dominisj Y altra metà agli 
altri Signori. Da questa frase, che oppone il Consul pi^o 
dominis agli omnes ahi domini credo si possa dedurre, 



(') DucAN(»E s. V. Accaptare: capere ad accapUum, hoc est, capere , 
*'^i pwtìfidere fenda aut qtuievis alia bona sub accapitontm conditione 
ft onere. 

IhUUU, Sencic di Si. Patria — IV-1806 25 



356 L. ZDEKAUBR 

ciò che di per sé stesso è probabile, cioè che questo Con-- 
sul prò dominis fosse scelto tra gli stessi signori ; è il 
Rector et Cansul dell' Esordio, uno di loro, che a nome di 
tutti amministra, rappresentando la consorteria intera. 

I patti terminano coi soliti giuramenti, e colle firme 
dei Signori, a famiglie e capi. 

Della sorte dei Conti di Tintinnano nella prima metà 
del secolo siamo abbastanza bene informati {*). Dai do- 
cumenti, parte senesi, parte orvietani che li riguardano, 
impariamo che fossero una schiatta molto numerosa, e 
perciò, naturalmente, discorde; e che le otto parti, nelle 
quali si divideva la contea, passavano di frequente da un 
capo della consorteria all'altro. Che fossero d'animo splen- 
dido e guerresco lo prova, oltre al tenore dei nostri patti, 
la rinunzia fatta nel Luglio 1213 agli Orvietani (*). I ser- 
vigi che richiedeva da essi continuamente l'Impero, e che 
sono considerati come cosa ovvia e comune; la stessa loro 
discordia, come pure le guerricciuole coi baroni vicini e 
coi Comuni limitrofi che sorgevano minacciose, e piene 
d'uno spirito di libertà nuovo e purificatore, facevano sì che 
questi piccoli Conti, non privi di iniziativa e di larghezza 
di vedute, che avrebbero fatto di essi una ^uida preziosa 
nella prima fase della vita comunale, ne rimanessero in- 
vece alieni; e, forse contro la propria intenzione, ne di- 
ventarono e nemici e vittime. Bisogna concedere che le 



(') I Conti di Tintinnano erano imparentati coUe fivmiglie più 
cospicue di Siena. Armaleone sposò intomo al 1230 una figlia di 
Iacopo de Pon^i, e fu perciò richiamato aU* obbedienza del Ck>nstituto 
sulla dote cfr. la mia Dùfsertaziatie che precede il testo del Constihito 
del Comune di Siena § 42. Nota 1. Egli firmò ultimo i patti del 1207, 
ove ò chiamato figlio d* Ildibrando Gioldonb. — Frequente è la men- 
zione dei Conti di Tintinnano nelle Pergamene dello Spedale della 
Scala, al quale fecero molte donazioni tra gli anni 1233 e 1250. 

(•) Fumi Codice diplomatico Orvietano, N. XCIII pag. 66. Vedi per 
altro ciò che di quest^opera si è detto a pag. 352 nota 1. 



DEGLI STATUTI DELLA ROCCA DI TINTINNANO 357 

cose non andarono molto diversamente nei Comuni grandi. 
Certo i Soarzi, i Maizzi, i Guastelloni, gli Amieri ed altri, 
che troviamo tra i Consoli di Siena nel Millecento, erano 
Nobili, imbevuti delle stesse massime che guidavano sino 
dal 1207 il Rettore dei Conti di Tintinnano ; ed è innega- 
bile, che appunto da questa stessa Nobiltà è stato im- 
presso al Comune nella prima metà del secolo Tindirizzo 
di tutto il movimento politico interno. Anche qui si tro- 
vavano di fronte Consoli Signori e Consoli popolani ; e 
sebbene la fusione, da lungo tempo preparata, fosse qui 
assai più intensa e completa, pure sarebbe errore credere 
che la lotta tra i due elementi fosse poca cosa; anzi, si 
vede che questa Nobiltà comprendeva benissimo i suoi 
tempi, sentiva i pericoli che la minacciavano dairimpero, 
ormai fiaccato e privo di unità, e che avrebbe di buon grado 
presa Tiniziativa di quel che chiamerei volentieri un mo- 
vimento liberale, purché non ne fossero stati lesi troppo 
i suoi interessi. Io trovo molto più liberali questi Conti di 
Tintinnano ai primi del secolo di quel che non mi sem- 
brano esserlo alla sua fine i Salimbeni, mercanti arric- 
chiti nei traflSci, e cittadini d* una Repubblica, proprietari 
della Rocca, spietati e ingordi; vera gente nuovaj che aveva 
ereditati dalla signoria feudale i soli vizt, meritandosi gli 
strali infuocati della satira dantesca. 

Quando, nel 1250, il Comune di Siena comprò Tintin- 
nano, padroni della Rocca erano Spadacorta e Rinieri, 
tìgli di quel Guido Medico, che aveva concesse le fran- 
chigie nel 1207; e Tebaldo e Inghilberto, figli di Orlando 
di Tignoso, che le aveva firmate. Il 4 Luglio 1250 il po- 
jK)Io di Tintinnano giurò quindi fedeltà ai Senesi, nelle 
forme consuete, con questa aggiunta: et etiam iurave- 
runt alia omnia et singula^ que in iuramento fidelitatis 
veniunt, et quidquid iuraverunt et tenentur comitibtis 
predictis ex forma instrumenti facti manu Sizii notarii. 
È questo precisamente Tatto del 1207. Intervenne e giurò 
in quest'attg il Consid de TitinnanOj ed i sei Consiliarii 
Comunis de TitinanOj seguiti da circa 150 uomini, nu- 



358 h, ZDEKAUER 

mero quasi uguale a quello di coloro che firmarono i patti 
del 1207 C). 

Rimane a determinare un po' meglio il rapporto che 
esiste tra la Carta libertatis del 1207 e gli Statuti del 
1297. Nel giuramento del 1250 non si fa menzione alcuna 
dello Statuto della Rocca; ma ciò potrebbe essere un caso, 
né può fare prova in contrario della sua esistenza, per- 
chè tale giuramento si tiene nelle forme più rigide del- 
l' antico formulario longobardo. Invece il particolare del 
patto del 1207 consiste appunto in questo: che ivi incon- 
triamo di già le traccio del C!omune, con a capo un (Con- 
sole, riconosciuto dagli stessi Signori. 

Troviamo nella Rocca una singolare diarchia, che vi 
rimane per tutto il secolo; giacché lo Statuto del 1297 
distingue ancora il Castellano (che rappresenta gli interessi 
dei Salimbeni) dal Console, che sta a capo del Comune. 
Sino dai primissimi del secolo dunque la popolazione ave- 
va due capi: uno chiamato Cofisulj Consul Comunitatis 
Titinani; un altro collo stesso nome che sta accanto a 
lui come rappresentante della Consorteria, il Consul prò 



(*) Tutti gli atti ora citati si trovano aU* Archivio di Stato , nel 
Diplomatico, sotto la Provenienza Riformagùmi. — Il giuramento del 
1250 prova che la popolazione del 1207 al 1250 non era cresciuta. 
Sono caratteristiche le lagnanze sulla scarsità della popolazione, che 
si trovano neUa Carta Ubertatis del 1207. Il Constituto Senese del 1262 
e* insegna (8. 372) che i fondamenti della Rocca minacciavano rovina, 
e che la torre era già realmente distrutta. — Le lagnanze di scarsità 
della popolazione sono del resto generali; e se a Tintinnano conce- 
devano tre anni di franchigia a chi vi comprasse una casa, e due a 
chi semplicemente vi si soffermasse (I. 15); a Montagutolo (B. 59) gli si 
pagavano ancora XII den. e ogni uomo del castello era obbligato di 
prestargli un* opera (R, 183 e 184). — Si osservi infine che tra i 150 
uomini che firmano la carta libertatis del 1207, non vi sono che 4 
artigiani veri e propri; un faher (5) un moleììdinariìis (26) un pente- 
naritis (110) un marvicaleus (150). Due sono i ìnnai (14 e 52). Note- 
voli i due tedeschi (38 e 120). 



DEGLI STATUTI DELLA ROCCA DI TINTINNANO 359 

doniinis. Ciò naturalmente non esclude che si parli di una 
Camunitas dominoriim et fidelium come di una cosa sola; 
solo che neir interno di questa si distinguono sempre la 
Coìnunilas dominorum dalla Comunitas fideliunij detta 
anche Coniunitas populi. 

Considerate queste speciali condizioni della popolazione 
non reca meraviglia alcuna, se i rapporti tra i patti del 
1207 e gli Statuti del 1297 sono esigui. É naturale che 
sia così. Questi patti sono una emanazione della consor- 
terìa più che una emanazione del Comune, del quale in 
sostanza non sappiamo altro che questo: che aveva un 
Console che riscuoteva un terzo delle entrate, ed era reso 
responsabile dai Signori del buon andamento delle cose, 
a norma dei patti conchiusi col Comune. Sino dal 1250 
poi lo troviamo circondato da sei consiglieri. In assenza 
dei Signori egli esercitava giurisdizione volontaria e con- 
tenziosa, e convocava il popolo a Parlamento; mentre pel 
resto era sempre ed in tutto, per così dire, sorvegliato dal 
collega, che riscuoteva per i Signori due terzi delle en- 
trate, e placitava con particolare competenza a riguardo 
degli immobili. 

I primi germi della Costituzione civile della Rocca si 
sono dunque sviluppati ancora ai tempi, in cui la Terra 
era soggetta interamente ai Conti. Il che, a dire il vero, 
reca una certa meraviglia, e invece di chiarire, aumenta 
vieppiù i dubbt sulle origini del Comune; tanto più che 
i Signori stessi per il loro rappresentante non trovarono 
titolo migliore di Console. 

Non abbiamo modo di analizzare maggiormente nei 
suoi particolari lo sviluppo preso dallo Statuto nel secolo 
decìmoterzo e di vedere con esattezza, come si sia formata 
la Redazione del 1297. Paesi vicini, che si trovavano in 
condizioni simili al nostro, come Montagutolo, sviluppa- 
rono Statuti simili, ed appunto quello di Montagutolo lo 
possediamo a stampa (*), in una redazione per ordine di 



(') Nel 1." volume degli Statuti Senesi scritti in volgare nei secoli 
XIII t XIV, pubbl. da F. L. Polidori (Bologna 18G3). 



360 L. ZDEKAUER 

tempo vicinissima a quella dello Statuto di Tintinnano 
(1280-1297). Le analogie tra i due testi però non sono molte. 
La loro mole è press* a poco la stessa ; solo che quello di 
Tintinnano è più elaborato, e diviso in Distinzioni, men- 
tre lo Statuto di Montagutolo forma un corpo solo. Né 
crederei che tra i due sia affinità d* origine; anzi, mi pare 
che si siano formati indipendentemente uno dall' altro, 
conservando Montagutolo qualche disposizione di indole 
anche più primitiva: come quella (183-184) che obbliga 
tutti gli abitanti del castello a prestare gratuitamente 
un' opera a favore di chiunque voglia fare casa. Cosi 
pure le pene messe sul rifiuto d'ufficio pubblico (179); la 
costante distinzione del testimonio di verità dal testimo- 
nio di fama; il richiamo al sacramentum Comunis (123); 
tutte le disposizioni riguardanti la condizione giuridica 
tanto ristretta dei figli e dei famigliari in genere (114- 
115); r obbligo di lancia e di tavolaccio, imposto a tutti 
gli uomini del Comune (83); la legge sugli arbitri (57); 
portano i segni più evidenti di una legislazione primitiva. 
D'altra parte tutta l'amministrazione, le imposte e gli 
uffici in genere sono ordinati secondo i concetti che pre- 
valsero in Siena solo dopo la vittoria di parte guelfa e la 
invasione di Carlo d'Angiò; e soprattuttp la mitezza delle 
leggi penali innalza lo Statuto di Montagutolo assai al di 
sopra di quello della Rocca di Tintinnano. Per cui, un con- 
fronto tra i due testi giova bensì a studiare la condizione 
dei Comuni minori in quel tempo, ma non a riconoscere la 
genesi dei loro Statuti. 

Concluderemo quindi col dire, che nello Statuto della 
Rocca di Tintinnano, per quanto si possa giudicare nello 
stato presente delle nostre cognizioni, s'innestano tre ele- 
menti: primo le antiche consuetudini feudali, in gran 
parte mitigate per mezzo delle franchigie concesse dai 
Conti stessi nel 1207; secondo un germe di autonomia, che 
spunta ancora al tempo del dominio dei Conti, e prende 



DEGLI STATUTI DELLA ROCCA DI TINTINNANO 361 

un considerevole sviluppo nella prima metà del Dugento; 
sviluppo che s*intravvede, senza distinguerne più il parti* 
colare andamento; sul quale però un terzo elemento, certo 
il più potente, deve avere esercitato molta influenza, intendo 
dire il diritto senese, e le consuetudini ivi vigenti. 

Sulla fine del secolo i Conti di Tintinnano erano ca- 
duti nella più profonda miseria; uno di loro, Niccolò, an- 
dava accattando V elemosina ed il Comune di Siena gli 
donò, generosamente, per var! anni una veste ed un paio 
di scarpe {*). Ma poco più d* un secolo passò e la mede- 
sima sorte toccava a Clone di Messer Benuccio Salimbeni, 
il quale, ridotto all' estrema povertà, avuto rispetto a la 
buona memoria di Misser Benuccio j suo j^adre, e ai suoi 
optimi e lavdevoli portamenti^ misero ed infermo, trovò 
ultimo ricovero in una casa di quello stesso Spedale della 
Scala, beneficato sino dal Dugento dai Conti di Tintin- 
nano (*). 

Il passaggio per tante mani diverse, la crudele ingor- 
digia dei vari proprietari o Signori, come dir si voglia, 
fossero essi Conti o mercanti repubblicani; la lontananza 
dal Comune centrale e V ascendente inevitabile del vicino 
vicario imperiale, non riuscirono ad impedire a queste 
forti popolazioni di ottenere o almeno di aspirare ad una 
organizzazione più civile e più libera della vita. Poco, a 
dire il vero, ottennero; il soffio della libertà comunale è 
appena percettibile nelle informi e laconiche Rubriche del 
suo Statuto; pure si sente lo sforzo di mettere un freno, 
ed un freno legale, alla prepotenza dei Signori, invocando 



(*) Libri della Biccherna, 1296 a e. 233 (Use.) — Item iij lib, 
in una tunicha, quam habuit Nicholaus, comes, db Hoccha ad Te- 
TBNAxux, causa paupertatis ; et est hdbita inde appodissa a domi- 
nù Novem, — Ibid, 1298 a e. 202': Item MJ. hb. .xj. soL .vj, den. 
In quadam tunicha et iti uno caputio et uno pario chaligarum datis 
prò amore dei Niccholaio de Tintinnano. 

(*) AUado agli atti del 1444, pubblicati in Appendice al 1.^ volume 
dell'insigne opera di Narciso Mengozzi sulla storia del Monte dei 
Paschi (Siena, 1891) pag. 292. 



362 L. ZDEKAUER 

Ogni tanto, purtroppo invano, la protezione e T aiuto di 
Siena. — L'anomalìa originaria della costituzione della 
Rocca le dà un particolare interesse. Tale anomalia ri- 
mane visibile ancora negli Statuti del 1297 e contribuisce 
a rilevare sempre più la molteplice e quasi infinita va- 
rietà di forma, in cui nei nostri Comuni si affermò, sino 
dal XII secolo, la libertà politica e civile. 

Siena, Novembre '96. 

Lodovico Zdekauer 



APPENDICE 

I. 

La Carta Libertatis della Rocca di Tintinnano. 

Archivio di Staio Diplomatico, Prov. Riformagìoni 

Siena 1207 , 29 Aprile 

(Copia saec. XIII) 

In nomine domini nostri Jhesu Chris ti amen. Anno eius mille- 
simo ducentesimo septimo, tertio Kalendas Madii, indictione X. 

Cum Roma, totius que quondam domina et mundi extitit capud, 
hiis tribus: equitate videlicet, iustitia et liberiate multum inole- 
verit, [sine] (*) quibus aliqua terra nedum adolere verum etiam 
adulta diu stare non potest, michi Guidoni Medico, Silo quondam 
Uguiccionis, filii Tineosii de Titinano, prò cunctis fratribus et ne- 
potibus meis, videlicet: dominis Rainerio Tineosi, Tebaldo quondam 
Rolandi, filli Tineosii, Rolandino Fa gani (sic), Ranuccio quon- 
dam Pepi et eius fratre, Ranerio Lolio, Monaldo, fìlio dicti Rolau- 
dini Pagani, Currado, fìlio supradicti Ranerii Tineosii, Uguiccione, 
fratre Tebaldi prenominati, et Armaleo, filio quondam Ildibrandinl 
Oioldonis, atque aliis, super facto de Titinano Rectori et [consuli] 
consti[tuto, con] (*) sideranti factum Arcis diete et dominorum et 
fidelium, qui in ea commorantur, de bone in malum et de malo in 
peius, propter inequitatem et iniustitiam et servitutem, deduci et 
ad nichilum fere iam redigi, prò commoditate tam supradictoram 



(*) Lacune lasciate in bianco neir originale stesso. 



DEGLI STATUTI DELLA ROCCA DI TINTINNANO 363 

dominoram qnam fidelìam ac etiam totius [Arcis] pretaxate, quod 
melias esse placaerit, prò videro: 

Unde snper facto ilio cum dia meditarer nec aliquid invenire 

possenii quo negotium dictam comune dominorum, fidelium et totius 

Terre denominate ad prìstinum bonum statum reduci et in melius re- 

formari posset, nisi trìa illa predicta, videlicet: equitatem, iustitiam 

et libertatem, proposui per ea, ut dictum est, ipsum ad pristinum 

bonum statum reducere et in melius reformare, si possem. Quod 

cum nulla ratione ad complementum posse perduci viderem, nisi 

servitia, que homines Terre ipsius dictis dominis facere consueve- 

runt et debent, ad affictum reducerentur, et statuerentur quot et 

quanta ipsi dominis suis annuatim vel ad tempus facere serviiia 

teneantur vel debeant, et ultra que ipsi domini iam dictis homi- 

uìbus suis absque ipsorum voluntate aliquid exigere non audeant, 

illad proposui, ut utraque pars, stata tis ac positis contenta semper 

congaudens, in equitate, iustitia et libertate vivat, et ad diete Arcis 

Titinani, que, si plebis copiam haberet, inter ceteras Ytalie Arces 

perplurìmum polleret, augumentum et melioramentum tribuat, stu- 

diam [et] operam efBcacem fratribus ac nepotibus meis retulerim, 

[et eia pemimium placuerit, ipsorum consensu et voluntate, atque 

diacretorum quorundam virorum nostrorum fidelium et amicorum 

consilium, videlicet presbiteri Gerard! , Ranerii Binutii ^acconis, 

U^iccionis Laudi, Bovacciani, qui fuit de VergeUis, et Guidonis 

Fo [ni] (*), ea omnia, sicut inferius] (*) apparent, ordinamenta, 

per singula capitula scribi sacramentis partium firmari [et in pu- 

blicam formam] reduci, ut semper inlesa permaneant et incorrupta, 

precepi. 

Incipiens in primis ab afficto et servitiis, que de rebus extra 
muros Arcis positis, terris videlicet, vineis, silviis et aquis, ab hiis 
qui ea detinent vel tenuerìnt, fieri semper debeant; postea de hiis, 
qae infra muros Arcis continentur, disceptabo. 

[I]. Dico igitur a principio, quod de omnibus terris et vineis, 
qae sunt infra Onsolam et Rigum, usque ad locum, quo ipse Ri- 
gos intrat Urciam, (*), que sunt ultra Urciam a molen- 

dioo novo usque ad Aquam Salsam, detur de duobus starioriis 
terre seminando unum starium, cuius due partes sint granum et 



(^) Le parole chiuse in parentesi [ ] furono aggiunte in calce del 
documento, con un richiamo al luogo opportuno, dalla stessa mano 
del notare. 



364 L. ZDEKAUER 

ter da ordeuin. De aliis vero terris, existentibus ab Onsola ad Ur- 
ciam, quas homines de Titinano uunc tenent per scrìptaram, eas 
(*) de quattuor starìorìls detur unum siarium, quale 
dictum est supra. Et starius, cum quo mensurari debet, sit ille, 
quem modo fiovaccianus habet, vel ei similìs; et ipse, vel ei si- 
mìHs, de cetero per tempora, nec minor, in Titinanum venalis car- 
rat. Et a Bigo ultra liceat hominibus de Titinano prò lingnis, 
aquis et erbis, existentibus in terris non laboratis, ad usum ho- 
minum et bestiarum, sine aliquo servitio denominato (*). 

[II]. Item dico de molendinis, que sunt in Urcia quod, qui ha- 
bent ea, ibi .V. diebus detineant ea, et die VI. tribnant ea, bene ad 
molendum aptata, dominis, a quibus ipsa tenuerint, et ipsi domini 
ea die prò velie faciant ipsa sibi custodiri et fì'umiari(*). Exceptis 
equos habentibus, et hiis, qui ab aliis eà ad medium tenuerint, qui 
omnes inde nichil dabunt. Et excepto molendino Offireduccii Bubei, 
de quo Ranerius Lolius, datis ipsi Offi*educcio .0. soldis, medie- 
tatem habeat, et ipse Offreduccius aliam medietatem. 

[III]. Item de venatione dico quod si quis aprum infra terrain 
dictorum dominorum Comitum invenerit, et, ut moris est dicere, 
ipsum inde levaverit, quocnmque ibit, si captus fuerit, Consul, qui 
prò ipsis dominis erit tunc, venationem, id est capud et pedes, inde 
habebit; set si aliunde advenerit, nichil inde habebit. De cervo 
vero non sic iìet, set, undecunque venerit, vel undecunque levatus 
fuerit, si infra terram dictorum dominorum captus fuerit, quartum 
inde habebit dominus prescriptus; et si surgens de terra Comitum, 
infra terram alienam captus fuerit, quartum inde habebit. De ca- 
priolo, ad sepe capto, similiter quartum habebit; de aliis nichil. 

[IV]. Item dico quod si forte contigerit pecuniam aliquam repe- 
riri infra vel extra Titinanum, sive sub terra sive super terra, cum 
morttto vel sine, ipse reporter, sì eam manifestaverit, ex ea totam 
quartam partem recte habeat; alia vero ad manus Gonsulum divi- 
denda per tertium devenìat : et sin[t] due partes Consulis qui prò 
dominis tunc erit, alia Consulis Comunis. Et si eam non manife- 
staverit et sciri poterit quod eam ipse [celaverit?] (*), totam ab- 
mittat, et Consules dicti dividendam eam per tertium, ut est pre- 
dictum, habeant. 



(}) La parola frummiare^ nota ai Dizionari italiani, manca nel 

DUCANOB. 



DEGLI STATUTI DELLA ROCCA DI TINTINNANO 365 

Post qae de rebus exìstentibas infra muros Arcis dico; inci- 
piens a plateis et ortis. 

[V]. De quìbus dico quod medietas omnium sit dominorum, et 
altera hominum terre ; exceptis plateis, que vias domorum claude- 
rent, et eis, sino malitia, in quibus letamen ponitur. De quibus 
plateis et ortis, ad homines remanentibus, si que fuerint, de qui- 
bos pensio aliqua exierit, que homini domini, in cuius partem ve- 
neriti dari debeat, dico, quod non detur ; et si pensio alteri domino 
vel alterios domini homini dari debeat, disconputetur in aliis ser- 
vitiis, vel detor, si non potest discomputari. Et hoc intelligatur 
de domibus, plateis et ortis hominum, qui a dominis podere habent. 

[VI]. Item dico quod prò quallibet massaritia, existente in una 
domo, nomine pensionis duodecim denarii dentur; et si plures fue- 
rint in una domo, dabunt similiter XII. den. et non plures; sed si 
ab'am domnm habuerunt, et massaritie divise fuerint, prò quallibet 
massaritia et domo XII. den. dentur. 

[VII]. Item dico quod si contigerit aliquem vel aliquam suam 
doinom vel plateam vendere velle^ in primis domino, cui pensio de 
re datur, si eam emere voluerit, requisito, detur ei prò eo quod ab 
alio sine malitia poterit haberi, XII. den. minus de qualibet libra. 
Et si rem ipse noluerit emere, quicumque eam emerit, nomine pen- 
sionis det ei annuatlm XII. den.; et sic semper fiat, quandocunque 
aliqua domus vel platea venderetur. 

[Vni]. Item si quis dominorum, id est Comitum, se in militem 
adhomari vel edam^ ut dicam^ corredari, vel filiam seu sororem nu- 
bere voluerit, Consules de Comuni dabunt omnibus amicis, qui 
prò fiM^to ilio venerint, stallas, lectos et annonam. 

[IX]. Item ai contigerit amicos ad domum alicuius vel aliquo- 
rum dominorum venire, qui sine gravamine ipsius, ad cuius do- 
mum venerit, per ea, que fuerint in domo, sine malitia, hospitari 
non possint, habebunt a Consulibus stallas et lectos. 

[X]. Item si contigerit guerram prò comunitate dominorum de 
Titinano evenire et ipsi domini guarnimentum collegerint, dabunt 
domini de toto guamimento Consuli Comunis medietatem, et Consul 
dabit eis expensas necessarias ad victum, tam militibus quam pe- 
dìtibuB in Titinano; et aliis omnibus stallas et lectos. 

[XI]. Item si contigerit prò guerra vel tracta ad gridum equum 
aliqnem defendibilem abmitti vel arma^ si fuerint alicuius de ha- 
bitatoribus Titinani, ad convenimentum vel defendimentum ipsius, 
coios fuerint, emendabuntur infra dies quadraginta, excepto si fue- 



366 L. ZDERAUER 

rint alicuius vel aliquorum dominorum de Titinano vel eoramali- 
cuias, qui cum ipsis fuerint, de quibas Comunìtas uon tenebitur. 

[XII]. Item qoicamque equom defendibilem in Titinano tempore 
guerre tenaerit, liber erit, et alium servitium curie, nisi milìtiam, 
non faciet. 

[XIII]. Item si contigerit per inquisitionem, a Kege vel Impera- 
tore seu alicuius eonun nuntio factam, in Apuiiam vel Lombardiam 
dictos dominios exercitum facere, Comunitas Titinani semel in anno 
dabit eia XL. libr.; et si in Tusciam fecerint illum, per illud quod 
dictum est, dabit eis Comunitas XX. libr.; et si alii Nobiles Tu- 
scie, id est Comites et Barones, secundum maiorem partem exer- 
citum illum fecerint (8ic), 

[XIV]. Item dico quod homines de Titinano prò domÌDÌs sins 
in eorum comuni guerra faciant exercitum, cavalcatam, guerram, 
pacem et parlamentum in Titinano, et placita et banna et coma- 
nantìam teiTe similiter; et a festo Sancti Michaelis usque Natale 
prò custodibus turris .LX. salmas lingnorum tribuant annuatim, 
Gonsule Comunis precipiente. 

[XV]. Item si contigerit aliquem vel aliquam ab intestato dece- 
dere, si heredem non habuerit nec propinquum aliquem in Titinano, 
cuncta eius mobilia, se penes existenfcia vel apud alium deposita, Gou- 
Bulibus per tertium dividenda remanebunt, sicud dividentur, que- 
cumque a fìigitivis, homicidis vel falsatoribus remansisse, vel quo- 
cumque ab estraneo aliquo, sine penitentia vel herede mortuo, apud 
aliquem de Titinano esse deposita fuerint reperta, vel etiam qae- 
cumque de placitis, bannis et folliis, tam prò dominis, quam prò 
ipsius Terre Comunitate acquisita fuerint. Quorum due partes 
acquisitorum semper esse debeant Consulis qui prò dominis erit, et 
tertia Consulis Comunis. - Et si heredem vel propinquum masculmn I 
vel feminam infra tertium gradum habuerit, ei cuncta sua rema- 
nebunt, servienda tamen domino, sicut ipse sibi ea serviebat (sic). 
Et si infra tertium gradum parentem non habuerit, et habebit 
alios longiores vel remotiores, propinquiori stabilia sua, que extra 
Terram habebit, - servienda, ut dictum est, - remanebunt; et mobilia 1 
Consulibus remanebunt, dividenda per tertium, ut dictum est su- 
pra; et stabilia, que infra Terram habebit, sicuti sunt domus. 
platee et orti, domino, cui serviebantur (sic), remanebunt. Et si 
stabilia nulla moriens sine penitentia in Titinano habuerit, mobilia' 
que habebit, remanebunt Consulibus, ut superius dictum est. £^ 
si penitentiam acceperit moriens in fine suo, sive propinqaos ba 



DEGLI STATUTI DELLA ROCCA DI TINTINNANO 367 

beat si ve non, liceat ei de suìs legare, que velit et cui voluerit, 
stabtlia semper servienda domino, a quo ea habebit. Exceptis pia- 
tela, domibus et ortis, que non nisi propinquo legar! possint. 

[XVI]. Item dico quod domini hominum, qui aliis afiBictum vel 
aliqaod servitium reddunt, tantundem disconputent de servitiis ho- 
minum, qui aliis servitium faciunt; et si plura fecerint servitia, 
qae suis dominis facere debent, dabuntur eis. 

[XVII]. Item dico quod quicumque masculus vel femina, orfanus 
vel etiam vidua fuerit, qui vel que propter inbecillitatem sue per- 
sone vel etiam pauperiem, servitia de rebus, quas tenuerit, facere 
non possit, ea, de quibus servitia fieri debent, deveniant ad propin- 
quiorem consanguineum vel alium quemlibet; et ipse prò eo vel ea 
ipea terris (?) serviat ea prò ilio vel illa, domino, cuius rerum il- 
larom proprietas erit, usque ad tempus, quo servitia debita facere 
possit: et tunc liceat ei recuperare ipsa, si velit, postea servienda. 
Et si consanguineum non habuerit, vel ea recipere et servire prò 
eo vel ea noluerit, deveniant ea ad dominum, et ipse faciat ea 
sibi servire prò velie, usque ad tempus, quo orfanus vel orfana 
sea vidua debita possit facere servitia et velit; et si noluerint, 
remaneant domino. 

[XVIII]. Item dico et firmiter iubeo quod affictum et pensiones 
terrarum et vinearum, et etiam domorum et platearum, omni anno 
in festo Sancte Marie de Augusto dentur, secundum quod superius 
dictum est ; ezcepto quod liceat de afficto tantum retinere, quantum 
eveniet prò parte vinearum et terrarum, prò guerra vel grandine 
i devastatorum. Et portetur afiBictum a datore ad domum domini, 
j cui dari debebit, si asinum dator vel aliam bestiam ad portandum 
t aptam habuerit; et si bestiam ad hoc aptam non habuerit, cum 
j (ìestìa domini, cui afiBctum dari debebit, et nuntio eiusdem, qui 
semper sit ad mensurandnm, illud afi&ctum ad domum domini da- 
tor portet. Et afi&ctum grani sit granum, et ordei afi&ctum sit or- 
denm, sine malitia, bonum. 

[XVmiJ. Item dico quod quidquid de vineis, terris, silvis, 
aqnis, domibus vel plateis ad suos dominos, sacramentis suis scri- 
ptum, homines de Titinano tulerunt, firmum semper existat, et cen- 
tra aliquid nulla ratione dicatur. 
i l^^]- Item dico quod de omnibus accattariis, que ad manus 
■ CoQsulis, qui prò dominis erit, veniant, medietatem habeat ipse 
Consal, et aliam medietatem omnes alii domìni haì^eant, dividendaui 
prò parte inter se, sicut eorum unicuique continget. 

I 



368 L. ZDEKAUER 

Ad quorum omnium perpetuam firmitatem iterum dico qnod 
omnes homines de Titinano iurent ad sancta Dei evangelia omnia 
Buprascrìpta ad se pertinentia per quelibet capi tuia hominibua (') 
de Titillano bona fide sine fraudo observare, et centra ea nullo 
ingenio venire. Et si aliquis centra ea venerit, ipsi inde cum ho- 
minibus populi erunt et eos inde iuvabunt bona fide, et observare 
prò posse ea facient etiam inter se, si eorum aliquis centra sa- 
prascrìpta aliquid ab hominibus exigere vel auferre seu in aliquo 
frangere temptaverit. Et hoc faciant omnes a XV. annis supra, 
et tunc et in antea, quando inde requisiti ab hominibus Terre ip- 
sius erunt. 

Item dico quod omnes homines de Titinano, a XV. annis supra, 
iarent omnia suprascripta sibi et dominis firma tenere et contra 
nullo ingenio venire ; et si aliquis contra veneri t, ipsi omnes inde 
simul erunt et se prò posse iuvabunt. Et iurent similiter Arcem 
Titinanum dominis suis non tollero nec contendere, nec etiam esse 
in facto vel Consilio, quod ipsi eam perdant. Et si aliquis dictorum 
dominorum alteris dominis eam auferre vel contendere voluerit, 
ipsi omnes teneantur contra eum esse, et alios bona fide iuvare. 
Et si aliquis hominum Terre diete contra supradicta omnia vel 
eorum aliquid venire temptaverit, et infra .XXX. dies requisitus 
non emenda verit, dico quod abmittat quidquid habebit: et mobile 
deveniat ad Comunitatem dominorum et fidelium, ut supra dictum 
est; et stabile reliquatur domino. 

Item ad maiorem supradictorum firmitatem dico quod utrique, 
id est tam domini quam fideles, iurent salvare, custodire et de- 
fendere personas et res dominorum omnium hominum de Titinano, 
et non tollero studiose vel malitiose. 

Item quoniam plerumque contingit homines plus penam tem- 
poralem et dedecus manifestum, quam sacramenta et amorem Dei 
pertimescere occultum, volens ego Guido Medicus suprascripta 
omnia inviolabi[li]ter ab utraque parte observari, per impositionem 
pene .C. marcarum argenti ex parte supradictorum dominorum, 
presentium et mandantium, ea omnia confirmo tibi Bovacciano 
pretaxato, populi de Titinano sindico ad hoc constituto, ipsorum 
dominorum paralx>la et voluntate atquo mea; promittens nomine 
pene .C. marchas argenti dare, quarum medietas ad utilitateui 
camere imperialis, altera vero ad utili tatem Comuni tatis populi de 



(*) Emenda: Comitibus. 



DEGLI STATUTI DELLA ROCCA DI TINTINNANO 369 

Titillano deveniat, si timore et amore dei pretermisso, contra nostra 
sacramenta, [pi^] supradictis omnibus ad me fratresque ac nepotes 
meos pertinentibus observandis corporali ter presti ta, venerimus, 
et inquisiti ab ominibus Titinani non emendaverimus. Et hoc prò 
canctis fratribus et nepotibus meis et me ipso ad penam predictam 
tibi Bovocciano, recipienti prò cuncto populo Titinani et eidem pre- 
senti, me obligo , et taqtis sacrosanctis evangeliis omnia observare 
iaro; nichilominus postea supradictis omnibus post pene solutio- 
nem in suo statu permanentibus. 

Et ego Ranerius Tineosi supradlcta omnia, per me et meos 
heredes, dominis et populo Titinani observare et contra non venire 
tibi, fiovacciano, sindico populi predicti prò eo recipienti, promitto, 
et tactis itecrosanctis evangeliis iuro. 

Et ego Tebaldus quondam Eolandi de Tineoso.... (ut sìipi'a),.,. 
iuro. 

Et ego Ranuccius Pepi.... (ut supra) iuro. 

Et ego EAnerius Lolius.... (tU supra) iuro. 

Et ego Monaldus, Kolandini Pagani filius, parabola dicti mei 
patris.... (ui gupra) iuro. 

Et ego Armaleus, quondam Udibrandini Gioldonìs, per omnia 
mmiliter promìcto et iuro. 

Et ego Curradus, precepto mei patris, domini Ranerii de Ti- 
neoso, presentis, per omnia similiter promitto et iuro. 

Et ego Ugnicchio, quondam Rolandi, per omnia similiter pro- 
mitto et iuro. 

Et ego Bovaccianus, sindicus populi de Titinano, prò eo pre- 
sente et mandante, ad penam dictam .C. marcarum argenti omnia 
supradicta per singula capitula ad ipsum populum spectantia, fa- 
cere, observare, adimplere, tenere et contra non venire prò cuncto 
populo dicto promitto, et tactis sacrosanctis evangeliis cum eodem 
populo universo iuro, et ex hoc, ut dictum est, prò cuncto populo 
'lieto mandante, me ipsumqne populum presentem, volentem et 
consentientem et unanimiter clamantem, obligo: spondens denuo 
'inod, si contra supradicta populus dictus venire temptaverit, prò 
pena dictas centum marchas argenti dabit. Quarum medietas ad 
utili tatem imperìalis camere et altera vero ad utilità tem domino- 
rom de Titinano deveniet; et insuper omnia postea firma tenebit. 

Super omnibus hiis etiam, quia nonnulli hominum plus pudorem 



370 



L. ZDEKàUBR 



patulum, quain dampnum vel etiam peccatam occultuin timent, ad 
hoc, ut excusatio sceleria nulla hommis contra supradicta ire vo- 
lentis esse possit, placuit utrique parti suprascripta omnia per me, 
SiTiUM, publicari; ut tum dampno tum peccato, tum etiam vere- 
cundia queque partium deterrita, contra supradicta nullo tempore 
vel ingenio ire presumat, set eis semper contenta per {*) 

congaudeat, suoque creatori, qui hec ad complementum tradu[xit1, 
et bona perfìci donat, laudes perhempnes et gratias non modicas 
semper referat. 

Actum in platea de Titinano. Goram Bernardino de Luciniano, 
Ughiccione Laudi de Montalcino, Petro Imilliole de Sancto Quirìco, 
Guidone Fono (sic) de Senis, Gionta de Montalcino, Crescio de 
Valle Urcie, Guastolfo et Ranerio Fedi de Bricola, testibus rogutis. 

Ego Smus, domini imperatoris notharius, ut supra legitur, 
scripsi rogatus. 

Hii sunt homines illi, qui sacramentum preacriptum, cum Bo- 
vacciano dicto de Titinano fecerunt: 



Buonaguisa. 

lohannes Murilinì. 

Baro Buiani. 

lohannes B^Ì9Ìi. 

5] - lacobus, faber. 

Albericus Paravace. 

Matheus Amiconis. 

Bemardinus Renaldi Intrate. 

Orlandus Pieri. 

10] - Stefanus Guidonis Borguli. 

Bonsignore Preti. 

Benvenutus Guidonis Fantini. 

Bumellus Cacciarabbia. 

Gniduccius, vinearius. 

15] - Gulduccius Gullielmini. 

Boninsegna Perì. 

Ugolinus Brunaccii. 

Pepus de Cianciano. 

Stefanus Bandii. 



20] - Bartalomeus lohannis Guai- 

drade. 
Quccus Bonsingnorelli. 
Mencius. 

Dietaviva de puteo. 
Valentinus, diaconus. 
25] - BonusfUliolus. 
Gratianus, molendinarìus. 
Lucensis. 
Paravaccha. 
Guido Bergoli. 
30] - Orlandinus Lodovici. 
Ugo Ranaldi. 
Vitalis Martinelli. 
Griffus Merescalci. 
Torcius. 

35] - Gratia dei. 
Ianni Anotine. 
Petrus Toscanelle. 



DEGLI STATUTr DELLA ROCCA DI TINTINNANO 



371 



Frederigns, teotonicos. 

Johannes Mac^alde. 

40] - Ugolinns de Calvello, 

Garardinns de Calvello. 

Laoren^ios. 

Credenza Guidnccinì. 

Gnido Bmnecti. 

45] - Lietos. 

Rnbertns. 

Guido de Petrorio. 

Finigaerra. 

Morescucios. 

50] - Angelerìus. 

Marchesellus G09ÌÌ. 

Rostichellns, vìnearius. 

loliannes Torrescianns. 

Pepns Fanfaluca. 

55] - Benvenntus. 

Johannes Ranaldi. 

Alexander. 

Davanzo. 

Bonsingnore Ferri. 

60] - Ventura Nanciuopi 

Dietainti. 

BisaUos (?) Ubaldini. 

Ubertinus Ugolini. 

loliannes Lamberti. 

65] - Lambertuccins. 

Goalfreducius Guillielmini. 

Ugoiccio Presbiteri. 

Goiilielmus Saxe. 

Salvatus. 

70] - Bumellns Anotine. 

Ranaldns Entrate. 

Petrus. 

lohannellns Baroncii. 

Bmnectus. 

75] - Niocola Lodovici. 

Ofireducius Rubeus. 

Petrus Maconi. 



Albertinellus lohannelli Gilii. 
Ugolinus Pieri. 
80] - Benedictolus. 
Ottulinus Adeleite. 
Burellus. 
Tec^olinus Te9ii 
Gualfreducius Orlandinelli. 
85] - Orlandus Marescotti. 
Ranuccius Accursì. 
Ildibrandinus Ferri. 
Baiottus. 

Ranerius Orfanelli. 
90] - Johannes Gerardi. 
Petrus Todini. 
Argomentus. 
Ildibrandinus Dominici. 
Johannes usque Colliani (sic). 
95] - Johannes de Cacinaia. 

Orlandinus Bride. 

Orlandinus (*) 

Bemardinus Offi:educcii. 

Cristoforus. 

100] - Johannes Siguini. 

Dietaviva f. Johannis Pieri. 
Bifolcus. 

Totinus. 

Dominicus. 

105] - Johannes Partivac9e. 

Sanus. 

Ranerius Marcheselli. 

Accoltus. 

Ranuccius Johannis Pieri. 

110] - Homodei, pectenarius. 
Bernardinus domine Trocte. 
Romanus. 
Orlandus Henrigoli. 

Rusticus. 

115] - Ildibrandinus Marcheselli. 

Ricco (*) 

(*) Johannis R0Ì9ÌÌ. 



RmlUtt. Seneu di Si. Patria — IV-1890 



28 



372 



L. 2DBKAUBR 



Gratianus Guìduccini. 
Pietro A9olini. 

120] - Martinas Gerardi, teu- 
tonici. 
Viva lohanelli Baroncii. 
Senensis Nanciopi. 
ArdimaDnns Gualduccii 
Bonus Burgecti. 
126] - Bonafides Viviani. 
Gualfredus Te9Ì. 
Benaldua Simeonis. 
lohannes Guidoli. 
Albertinellus Popoli. 
130] - Marsilius Bamelli. 
Albertus Brunaccii. 

Pietrus Pepoli. 
Ildibrandinus Coderà. 



Albertinellus Menkiadote. 
135] - Bertoldus. 
Albericus de puteo. 
Tramontanus. 
Perus Ubaldini. 
Benencasa. 
140] - Parladore. 
Saracinus. 
Bustichellus. 
lohannes Coderà. 
Rannccinus Dietavive. 
145] - Simeon Drudi. 
RoÌ9us Benedicti. 
Ugolinus Pepi. 
Brunaccius lobannelli. 
Inghilescus, mariscalcus. 



(*) 



151] - et Orlandus Offreduccii. 



II. 

Tre Rubriche degli Statuti della Sambuca pistoiese, 

riguardanti la caccia ('). 



Aixhivio del Comune 
Pistoia 



Statuti, Sala IX. 
N. 6^ 



[CLXVI]. De parte caccio domini episcopi. 

Item ordinamus quod, quicumque caperet primum capriolum in 

territorio Sambuco in anno, incipiendo annus in Kal. Januarii usque 

ad alium Kal. Januarii proximum subsequentem, ille capriolus esse 

debeat domini episcopi pistoriensis. De primo urso, quod caperetur 



(') È un codice membr. in 4, di f. 20, numerati anticamente; assai 
malandato, con molte aggiunte^ correzioni, rasure e cancellature. La 
Redazione dello Statuto è del 1291; però la copia presente è del 1340. 
La pace del 1219 terminò lunp;he liti tra Pistoia e Bologna intorno 
ai confini dei due Comuni; e rimise la Sambuca definitivamente sotto 
il dominio dei Vescovi di Pistoia. Il linguaggio di questi Statuti è 
per altro pieno di forme dialettali bolognesi; e lo Statuto della Sam- 
buca più che toscano, deve dirsi bolognese. 



BEGLI STATUTI DELLA ROCCA DI TINTINNANO 373 

in anno, debeat habere capud; et si fìierit nrsa, debeat habere 
spallam. Et de primo porcho salvaticho debeat habere capad; et 
ai easet femina, habere debeat spallam. 

[CLXVn]. De caccia. 

Item ordinamos qaod, qnicnmqne homo de Terra Sambuco vel 
distrìcta vadit venatmn et non vadit prò Comune, quod illi, qni 
vadunt, debeant facere inter eos societatem et eUigere unum ca- 
pitaneum Tel dnos, et debeant recipere, quicumque voluerit ire 
cmn eis de terra Sambuco a .XIIII. annis supra ; et a .XIIII. an- 
nis infra non debeat ire ad cacciandnm; et si iverit, non debeat 
habere partem. 

Item qaicnmqne predictomm elevaret aliquam cacciam et est 
secntns eam, debeat esse sua et societatis sue; et quicumque el- 
levaret et non est secntos eam, non debeat habere partem. Et qui- 
cumqne supervenerit et non est diete societatis, habeat partem 
prò cacciatorem, si fuerit ad interficiendum dictam cacciam. Et 
quicumque elevaret capriolum, habeat eius interiora; et quicumque 
elevaret porchum [vel] tirsum, et interfìcit eos, debeant dividere 
inter eos interiora eorum. 

Item quicumque traeret ad rumorem caccio, quocumque modo 
traeret, si fuerit ad interficiendum feram vel a dictam feram, ante 
quam quod illi, qui interficerint eam, seperent eam de loco, ubi 
capta fuerit, debeat habere partem prò cacciatore. Et si de hoc 
non fuissent in concordia, debeant stare ad laudum consiliariorum 
et regiminis Comunis Sambuco. Sub pena, qui contrafiM^re voluerit 
ad hoc, sol. .V. ad opus Comunis et Opere ecclesie Sambuco. 

[CLXVni]. De caccia, quando nix est magna. 

Item ordinamus quod, quando nix est magna, quod quilibet, 
qni vadit venatum, debeat portare scarpa99as, ad penam sol. .II. 
ad opus tocius societatis diete caccio. Et quod non debeat ducere 
cmn eo ad dictam cacciam aliquem canem, nixi mastinus, leporerius 
Tel veltrus, masculus vel femina; pena, qui centra facerit, sol. .V. 
ad opus regiminis et Opere ecclesie Sambuco. Et talis canis non 
debeat habere partem. Et quicumque ante suos socios rediret, sino 
verbo sui capitanei, non debeat habere partem de caccia aliqua, 
qnem in illa die ceperint. 



374 L. ZDEKAUER 

ni. 

Franchigie concesse dall'Abbate del Monte Amiata, 

DIETRO PETIZIONE DEI CONSOLI, AL COMUNE DI CASTEL DELLA BaDIA 



Archivio di Stato Diplomatico 

Siena Prov, S. Salvadore di M, Amiala 

1212 Luglio 14 
(Originale) 

In nomine dei etemi, anno eius m. ce. xii. imperante domino 
Cotone, Romanorom imperatore, die Sabbati .IL Idas lolii, in- 
dict .XV. 

Noscat presentium etas et fatororum posteritas, quaUter ego 
Rollandos, abbas Sancti Salvatoris, una cnm Fratribus meis infra 
scriptis, presenti instmmento yobis Petacio et Merisio, Castri Ab- 
batie consolibus, tam prò yobis quam prò toto Comuni predicti 
castri recipientibus, primo capitulo petitionum vestrarum duximtus 
respondendum, videlicet 

[I]. de facto consulatus: quod eo usu vel ordine, quo a longis 
retro temporibus usque ad hec tempora de permissione «predecea- 
sorum nostrorum habuistis et a nobis nostro tempore, ita de cetero 
de nostra concessione habeatis, salvo ecclesie iure, et teneatis. Et 
hoc ad sanum et purum intellectum partis utriusque. 

[II]. Item concedimus: quod pater filio et e converso, patruos 
vel avunculus suis nepotibus masculis sive feminis et e converso 
sua bona omnia reliquat; et abinde in antea sit ad beneplacitum 
domini Abbatis prò tempore existentis. Ita quidem quod, quacumque 
morte quis decesserit, alteri decedat (sic){^\ ut dictum est. 

[ni]. Concedimus insuper vobis: ut hii, qui nobis debent anga- 
rias et operas quod, tertia parte earum eis dimissa, reliquas duas 
partes nobis vel Vili || ceto || denarios prò opera exolvant. Insuper 
etiam concedimus, ut sacramento .IIII. massariorum antiquorum 
de predicto castro decematur, qui nobis soliti sint dare gaudia, et 
eorum fìdei committimus terminandum. 



(*) Corr. succedat. 



BEGLI STATUTI DELLA ROCCA DI TINTINNANO 375 

[IV]. Item de soccida idem concedimas, ut supra de angaria vel 
opera diximus. De servitiis eqoidem, que antiquitus nobis fiebant 
et redacta sont ad pensionem per .XXX. vel .XX. aut .X. annoa 
preteritos, sic concedimus stare prò futuro, prout nane sunt, et 
nulla pena teneat debita vel indebita, nisi quod dominus [Abbas?] 
prò tempore existens vel ipaius certus nuntius duxerit ìnponendas. 
Taliter autem de indebitis exactionibus, videlicet de supra&ctis, 
vobis annuentes, quod quilibet sui sacramento pre[h]eunte redi- 
matnr, si oportuerit. 

[V]. Item de omnibus tenimentis ita vobis concedimus, ut li- 
beram potestatem habeatis vendendi, donandi et obligandi; salyis 
tamen integre servitiis, que esinde nobis debentur. Ita sane quod 
nulli suspecte persone, vel qui non esset predicti castri cohabitator, 
fiat venditio vel donatio aut obligatio ipsa. 

[VI]. Item de feudatariis taliter concedimus et statuimus quod 
& equus feudatarii mortuus fuerit apud nos vel magangnatus, se- 
candum ecclesie consuetudinem resarciemus. 

[VII]. Hii autem, qui stabiatum (') faciunt, hinc ad .V. annos 
ezpletos facere non teneantur ; ex tunc vero sacramento .IIII. mas- 
sariorum decematur, qui facere illud debebunt. 

[Vni]. Idem dicimus de castaneis quod, declarato sacramento 
.Iin.^f massariorum legalium predicti castri, de quorum castaneis 
consuevit ecclesia incidere, cum opportuerit, ab inde in antea de 
illis accipiemus prò imminenti necessitate domus, et non prò aliis 
dare personis (sic). 

[Vmi]. Publice insuper promittimus vobis: quod ab hoc feste 
Cathedre Sancti Petri usque ad duos annos expletos totum exol- 
vemus, quod extra Terram nostram debitum esse dignoscìtur, et 
hoc sine aliqua dampnitate vel molestia vostra. 

Et ut hec onmia firma propterea existant, publicum instrumen- 
tum exinde fieri iussimus et manu publica denotari. 

Huic autem instrumento consenserunt presbiter Ugo et menar 
chos, dominus Maurus, sacerdos et monachus, presbiter Palma, 
similiter et monachus, presbiter Bonus et monachus, dominus 
OuiKELDUS, levita et monachus, dominus Guido, subdiaconus et 
monachus, frater Emanuel, monachus, tniter Bartholomeus, mo- 
nachus, frater Alexander monachus ; et conversorum consensus 



(') La parola stabiatus, che manca nel Ducange, significa un ob- 
bligo particolare delle Maremme, di portare gli armenti sopra i ter- 
reni, prima di essere coltivati a cereali, per ingrassarli 



376 L. ZDBKAUER - STATUTI DI TINTINNANO 

intercessii, videlicet ìnfrascrìptomm: àliotti, BENiNCASSet Iacobi. 

Actum est hoc in daustro ecclesie snpradicte, in presentia ho- 
rum testium, silicet: Oddonis Greci et Guilielmi Cornelle, 
consnlom Urbeveteris, Petri Rarohinis, Oderisi Rainaldi, bi- 
folci, Abrigamontis Oani, Boncompagxi Ranuccii de Àraii, ci- 
vium predicte civitatis; et Orlakdini Alexandri de Aqnapen- 
dente, et aliomm plorimn, ad hec rogatonim. 

Hec autem omnia, que sapra leguntor, ioraverant omnes ho- 
mines Castri Abbatie firma in propterea (9ic) prò se tenere ; salva 
tamen reverentia in omnibus, que abbatie et Abbati prò tempore 
existenti debetur, et salva insuper fidelitate nostra. 

Ego Iacobus (S. N.) (sicjf imperialis aule notarius, hiis omni- 
bus interfui, et, ut supra legitur, scribens, subscripsi rogatus atque 
compievi. 



VARIETÀ 



1 PALII DI PITIGLIANO E DI SORANO 

(1418) 



II 5 Agosto del 1418 il conte Guido Orsini, a nome 
proprio e del fratello suo Niccolò Ildebrandesco, con pub- 
blico atto rogato in Pitigliano dal notare Francesco di 
Ser Simone da Montefoscolo, cittadino pisano, dava incarico 
al nobii uomo Leonardo del fu Puccio dei Signori di Far- 
neto, unitamente ai due pitiglianesi Gola del Ai Gionello 
e Stefano del fu Meo di Pietro, ed ai due soranesi Am- 
brogio del fu Gecco e Binde del fu Ser Giovanni, di pre- 
sentare ed offrire, nel giorno della vigilia dell* Assunzione 
della gloriosa Vergine Maria, due palii, ciascuno del va- 
lore di 20 fiorini d* oro, alla Gattedrale di Siena. Era an- 
tico uso che, nella vigilia dell* Assunzione, tutta Siena, 
Signoria e popolo, accorresse festante alla marmorea mole 
del Duomo, splendida e ridente sotto il bel sole della metà 
di Agosto, recando devotamente ricchi doni a Maria Ver- 
gine. Gon pompa solenne la Signoria, preceduta da un 
carro con il Palio di broccato d'oro, portava il votivo cero 
istoriato, rappresentante di solito alcuna figura allusiva 
a Maria, oppure portante scritta qualche invocazione o 
preghiera. E dopo i doni della Signoria, sempre in forma 
solenne e in mezzo al festoso suono delle trombe, si re- 
cavano al Duomo i cittadini, divisi in parrocchie, portando 
ognuno il suo cero ^*), poiché, tutti i maschi sopra i sette 
anni erano obbligati a questa offerta, esclusi solo i malati 
e quei che avessero nimicizie mortali. Ed oltre ai cittadini. 



(') Girolamo Gigli, Diario Senese, parte seconda pag. 90 e 91. 
- ConsHtuto del Comune déW anno 1262, V. 36 e 87. (ed. Zdbkaubr.) 



378 A. SELVI 

propriarneate detti, avevano tale obbligo, come segno di 
dipendenza e di devozione verso la Repabblica, tutte le 
città, terre e castelli sottoposti o raccomandati a Siena. 
Le offerte dei castèlli del contado e delle terre in acce- 
mandigia prendevano il nome di palio, sia perchè consi- 
stevano in una ricca bandiera di damasco, o velluto, o 
seta, altro pregevole drappo (*), sia perchè, pur essendo di 
solito in cera, ma talvolta anche in moneta, erano ac- 
compagnate da una bandiera ; e questo uso della bandiera, 
che accompagna 1* offerta, lo vediamo tuttora vivo e in 
Siena e nei paesi che facevano parte dell'antica Repub- 
blica. Gli Statuti Comunali poi avevano speciali capitoli, 
concernenti le modalità relative a queste offerte e dispo- 
nenti speciali pene per i contravventori air obbligo, sia cit- 
tadini, sia terre o castelli (*). 

Nel pubblico atto, ora accennato e che qui per la prima 
volta viene pubblicato, trascrivendolo dalla pergamena 
originale ('), si legge che motivo principale deir offerta dei 
due palii per 1* agosto del 1418, uno per il castello di Pi- 
tigliano e T altro per il castello di Sorano e di Rocca Sel- 
vena^ era il voler dare maggiore vigore alla pace che, 
neiranno precedente, si era conclusa tra la Magnifica Re- 
pubblica Senese e i Signori Conti Guido e Niccolò Ildebran- 
desco Ildebrandino Orsini. Per conoscere le cause che 
avevano mosso la Repubblica di Siena a mandare le sue 
milizie contro la contea Orsini, conviene risalire a qualche 
anno indietro; e precisamente ali* anno 1409, quando era 
venuto in Toscana il giovane re di Napoli, Ladislao, che, 
preso a sua divisa l' audace motto aut Caesar aut nihil, 
sognava, nel vigore degli anni e nella sete dell* ambi- 
zione, un forto e grande regno italiano. Appunto in 
quest* epoca, mentre Ladislao, riuscitigli vani i tentativi 
di trarre da sua parte Siena, ne era entrato nel territorio, 
facendo guasti e danneggiamenti, il conte Bertoldo Orsini, 



(') Cfr. Giulio Bbzasoo, Diz, del ling. itaL star, ed ammin. Firenze, 
Successori Le Moimier 1881, pag. 748. 

(') R. Archivio di Stato di Siena^ Statuti volgari num. 28 a e. 21- 
22, pubblicati da Alessandro Toti, in Atti di votazione detta città ecc, 
Siena 1870. 

(') R. Archivio di Stato di Siena, Archivio diplomatico, R. acquisto 
Bigazzi, 1418 agosto 6. 



I PALII DI PITIGLIANO E DI SORANO (1418) 379 

padre del conte Guido e del conte Niccolò Ildebrandino, 
approfittando dell'occasione, scorreva per la maremma, 
addimostrandosi fiero nemico della Repubblica. Ma ben 
presto Siena rimise a dovere il baldanzoso Orsino ('), il 
quale si vide, nell' aprile del 1410, tolta e messa a sacco, 
insieme ad altri castelli, la città di Sovana, che da allora 
in poi non ebbe di città che il nome, datole dagli storici, 
e il ricordo del passato. E per rialzare e ripopolare So- 
vana a nulla valsero i nobili sforzi del governo senese, 
poiché, avendo cominciato la sua decadenza fin dal prin- 
cipio della dominazione Orsini, si era in questo tempo 
ridotta con soli 96 abitatori ed era caduta in quel silen- 
zioso squallore di tomba, che oggi ancora la domina e 
Topprìme, mentre con le sue mura diroccate, con i resti 
dei suoi palazzi, appare all' occhio del visitatore come 
ripensante con desiderio, in quel sonno di morte, ai bei 
secoli del medio evo, quando era fiorente sede dei potenti 
conti Aldobrandeschi. Dovette l'Orsino piegare davanti alla 
forza della Repubblica Senese, ma però non dimise il pen- 
siero di vendicarsi; e nel 1415 egli va a perorare la sua 
causa ai piedi dell' Imperatore Sigismondo, allora sedente 
in Costanza, ove si teneva quel celebre concilio che, col- 
r elezione di Martino Y., doveva porre termine allo scisma 
d'Occidente. Ed a Sigismondo chiede il conte Bertoldo pro- 
tezione contro i Senesi, chiamandoli nemici dell'Impero, 
poiché avevano tolto a lui terre e castelli, che egli ed i suoi 
avi avevano sempre tenuti come feudi dell'Imperatore. 
Tornato da Gostanza e fiducioso nelle buone parole ricevu- 
te, rOrsino domanda alla Repubblica la restituzione delle 
sue terre, minacciando di riprenderle con le armi. I Senesi, 
persuasi dal Tartaglia, famoso capitano di quel tempo, ri- 
sposero alla domanda dell'Orsino inviando contro la Contea 
milizie assoldate, sotto il comando di Ranuccio da Farnese. 
Riasciti vani gli sforzi di prendere Pitigliano, ed anzi aven- 
do avuto la peggio in una ardita e valorosa sortita degli 
assediati, i Senesi tolsero il campo da Pitigliano e lo tra- 
sportarono contro Sorano, trovando anche qui forte e tena- 
cissima resistenza. Il conte Guido, che si trovava in Sorano 
e difendeva l'assedio, per impedire i guasti immensi, che gli 



(^) Gfr. Orlando Malevolti, Historia de* fatti e guerre de' JSfanesi, 
in Venezia MDXCIX, parte terza, libro I a e. 5-12. Giugurta Tom- 
XAfli, Storia di Siena, manoscritta, parte terza a e. 168. Sioismondi 
Trrii Hist. Seti. tom. IV pag. 180^181. 



380 A. SELVI 

assedìanti, rimasti qaasi inerti davanti airincroUabile rocca 
di Sorano, arrecavano alle campagne, chiese di venire a 
patti. E la pace fa stipulata con atto del 31 Agosto 1417, 
ove fra le altre condizioni, che si leggono nello strumento 
di pace (*)« vi era l'obbligo dell'annua offerta del Palio, 
di cui parla la procura del 1418, che pubblichiamo. 

* « 

Essendo la pace tra la Repubblica di Siena e i Signori 
Guido e Niccolò Udebrandino stipulata il 31 Agosto 1417, 
è manifesto che il documento qui pubblicato si riferisce 
proprio ai primi Palli offerti dopo detta pace. Sembra anzi 
che questi Palli siano la prima offerta dei Cionti Orsini/ in 
qualità di raccomandati alla Repubblica. É vero che an- 
teriormente a questa accomandigìa del 1417 il Repetti (*), 
storico esatto ed autorevole, ci dà notizia di un' altra ac- 
comandigia, ma con la Repubblica di Firenze, conchiusa 
con atto del 4 Settembre 1389. — La vera e perpetua 
amicizia, della quale si parlava nell'atto di pace del 31 
agosto 1417, dovette essere di non lunga durata, poiché 
gli Orsini, mal sopportando il freno di qualsiasi dipen- 
denza, soddisfacevano per i primi anni, successivi alla 
stipulazione della accomandigia, ai loro obblighi, ma poi, 
appena se ne presentasse l'occasione, erano pronti a di- 
menticare ogni patto; ed infatti gli storici ci parlano 
più volte delle offese e delle ruberie fatte dall'Orsino 
nelle terre che la Repubblica Senese aveva nella Marem- 
ma. Dopo r accomandigia del 1417 altre ancora, sempre 
con l'obbligo del Palio (') da offrirsi nella vigilia dell'As- 
sunzione, ne vennero stipulate; e ci sono note quelle del 
1442 e del 1455, ambedue conchiuse dallo stesso Niccolò 
Udebrandino, nominato nel documento qui pubblicato. Ed 
anzi r accomandigia stipulata il 7 maggio 1455, dietro in- 
terposizione del Pontefice e di Venezia, pose fine ad una 
guerra che molto costò alla Repubblica di Siena, e du- 
rante la quale si svolse un lungo assedio contro il ca- 



{}) R. Archivio di Stato, Kaleffo rosso, num. 54 a e. 142. 

(") Dizionario delia Toscana^ voi. IV pag. 472, 

(') Anche altri Gomuni italiani imponevano quest' obbligo alle 
Terre loro sottomesse; cosi Perugia a Montepulciano con l'atto di 
sottomissione del 15 decembre 1855, in Arch, Stor. Italj tomo XVI, 
parte I, pag. 181. 



I PÀLII DI PITIGLIANO B DI SORANO (1418) 381 

stello di Sorano; assedio cui il Sansovino dedicò V intero 
libro VI della sua Storia di casa Orsinia. (*) 

E nota ci è pure un'altra accomandi^ia conchiusa 
nel 1472 (*) da Niccolò Orsini, conte di Pitigliano e di 
Nola, già capitano della Repubblica di Venezia, quando 
cacciò dalla contea il padre Ildebrandino. 

Un'ultima accomandigia degli Orsini con la Repub- 
blica Senese fu stipulata nel 1529, per la quale, oltre il 
solito Palio, dovevano offrire una tazza d'argento del peso 
di 5 libbre (')• Gli Orsini per poche volte soddisfecero a 
questo loro obbligo; pure la Repubblica, fiera dei suoi 
diritti, fino agli ultimi anni della sua esistenza, annoverò 
fra i suoi tributari i Conti di Pitigliano e di Sorano. 

Siena 

Arturo Sklvi 



Archivio di Stato DipìonuUico, R. Acquisto Bigazzi 

Siena (1418 Agosto 5) 

In etemi Dei nomine amen. Tenore presentiom omnibus evi- 
denter appareat qnaliter anno a nativitate domìni millesimo qua- 
drigentesimo decimo ottavo, Indictione undecima, die quinta mensis 
augusti, poniificatus santissimi in Christo patrìs et Beatissimi Do- 
mini Domini Martini, divina providentia pape quinti, anno primo. 

Cum hoc sit quod Magnifici Domini Nicolaus Yldibrandeschus 
et Guido de Ursinis, germani et nati Magnifici prìncipis et illustris 
Domini Bertoldi de Ursinis, Suane comitis, etc, teneantur et debeant 
vigore pacis habite &cte et concluse inter magnificam et eximiam 
ccMUTinitatem civitatis Senarum et pre&tos Magnificos Dominos 
Nicolaum et Guidonem de Ursinis, anno millesimo quadringentesimo 
septimo decimo, sub suis temporibus et datalibus dare et offerre 
qaolibet anno in vigilia adsumptionis gloriose Virginis Marie in 
et apnd eoclesiam maiorem civitatis Senarum et ad Operam ipsius 
ecclesie relassare et dimettere pallia duo, valute et extimationis 
florenorum vigiuti auri prò quolibet pallio, unum videlicet prò ca- 
stro Pitiliani et alterum prò castro Sorani et Roccha Silvene, pre- 



(^) Sansovino, HisUnia di Casa (h-sinia, in Venezia MDLXV. 
(•) Cfr. Malbvolti, Hiatoria citata, a e. 71. 
(*) Cfr. BsPETTi, op. cit. a pag. 472. 



382 A. SELVI 

sentanda et offerenda vice et nomine dittorum Magnificonim Do- 
minorum Nicolai et Ouidonis de Ursinis, per maasarios dnos de 
Pitiliano et duos de Sorano. Idcircho in presentia mei Franciscì, 
uotai'ii, et testiam infirascriptorom, prefatas Magnificos Dominas 
Ouido de Ursinis suo proprio nomine et vice et nomine prediti 
Magnifici Domini Niccolai Tldibrandeachi, germani sui, prò quo de 
rato promisit et rati habitione, ita et taliter et com operis com- 
plimento fattorus et curatnrus quod omnia et singula per infira- 
scriptos eios procuratores gesta et gerenda, habebit rata, grata et 
firma, omni meliori modo, via, iure et, forma, qnibos magis ac melius 
potuit, fecit, constituit creavit et ordina vit suos dittis nominibus et 
quolibet eorum procuratores, attores, fattores et certos nuntios spe- 
ciales Nobilem virum Leonardum quondam Puccii de Dominis de 
Fameto, presentem et dittum mandatum in se sponte suscipientem, 
et Golam quondam Cionelli et StefSsaium, fabrum, quondam Mei 
Petri de Pitiliano et Ambrosyum quondam Ceochi et Bindum 
quondam ser lohanni de Sorano, absentes tamquam presentes et 
quemlibet eorum in solidum ita quod occupantis conditio melior 
non ezistat et, quod unus inceperit, alter prosequi valeat et fini- 
re; ad se et quemlibet ipsorum in solidum presentandum in ci vi- 
tate Senarum coram Magnificiis et potentibus Dominis Domìnis 
Prìoribus, gubematoribus Comunis, et Capitaneo populi Civitatis Se- 
narum et cum magnifica dominatione ipsorum trattandum, faciendum, 
procurandum et recipiendum, non nulla respicentia honorem, sta- 
tum, commodum et utilitatem prefatorum Magnificorum Dominorum 
Nicolai et Ouidonis de Ursinis et cuiuslibet ipsorum, prout et sicut 
dittis procuratoribus et cuilibet ipsorum in solidum videbitur ezpe- 
dire et ad presentandum et offerendum, dittis nominibus et quolibet 
ipsorum, in vigilia proxime venture adsumptionis gloriose Virginis 
Marie vice et nomine prefatorum Magnificorum Dominorum Nicolai 
et Guidonis de Ursinis et cuiuslibet ipsorum in et apud ecclesiam 
maiorem Civitatis Senarum pallia duo, extimationis fiorenorum vi- 
ginti auri prò quolibet supranominata et specificata et ad Operam 
ipsius ecclesie ditta duo pallia dittis nominibus et quolibet eorum 
relassandnm et dimittendum; et ad petendum et recipiendum prò 
dittis Magnificiis Dominis Nicolao et Guidone et quolibet eorum a 
prefata Magnifica et Eximia comunitate civitatis Senarum et pre- 
fatis Magnificis Dominis Dominis Prìoribus gubematoribus Comunis 
et Capitaneo populi Civitatis Senarum de dittis duobus palliis et 
ipsorum presentatione et relassatione prò ditto anno finem generalem, 



I PALII DI PITIGLIANO E DI SORANO (1418) 383 

qnietationem et absoluptionem^ ita quod iure bene valeat et teneat, 
et pront et dctit dittis procuratoribus et cuib'bet in solidiun ipso- 
nun videbitar ezpedire et placebit ioridice. Dans et concedens 
dittis nominibas et quolìbet ìpsorum prefatus Magnificus Dominus 
Giudo de Ursinis predittis procuratoribus et cuilibet ipsomm pie- 
nam et liberam et generalem administrationem, cum pieno, libero et 
generali mandato in predittis et circa preditta et quolibet predi t- 
tomm; et generaliter et ad omnia et singula faciendum, gerendum, 
procarandum, petendum et recipiendum in predittis et circa pre- 
ditta et quolibet predittorum, specialiter et generaliter; bue ipsemet 
constituens dittis nominibus et quolibet ipsorum facere, gerere, pro- 
curare, petere et recipere posse. Promittens dittis nominibus et 
quolibet dittus constituens habere iirmum et ratum omne, totum 
et quidquid per dittos suos dittis nominibus procuratores et quem- 
libet ipsorum in solidum &ctum, gestum et conclusum foerit in 
predittis et circa preditta et quolibet predittorum et in nullo con- 
trafacere vel venire aliqua ratione vel causa, de iure yel de fatto, 
per se vel alium sub obligatione et ipoteca omnium bonorum suo- 
rum et rerum presentium et fnturorum. Et taliter me Franciscum 
notarium infrascrittum rogavit dittis nominibus, ut de predittis 
pabblicum conficere instrumentxun. 

Attum in castro Pitiliani, in sala magna superiori cassari Piti- 
liani, presentibus Francisco quondam Ciglonis de Tuscanella et 
Nanne quondam Filippi de Urbitello, testibus ad hec vocatis, ha- 
bitis et rogatis supradittis anno, indictione et die. 

(S. N.) Ego Franciscus filius Ser Simonis de Montefosculo, civis 
pisanus, imperiali auctoritate index ordinarius et notarius, predittis 
omnibus et singulis rogatus interfui et ea rogatus scribere scripsi 
et pubblicavi; et ad fìdem predittorum me subscrissi etsignum et 
nomen meum apposi consueta. 



UN EPISODIO D' ERESIA NEL 1383 



Fra i documenti del nostro Archivio di Stato mi è oc- 
corso di trovare una lettera, curiosa ed interessante, che 
ha relazione con tutto il fermento di nuove idee in ma- 
teria di fede, verificatosi nel secolo xiv. È scritta dal Pa- 
dre Inquisitore di Siena, il di 13 Giugno 1383; ed espone 
in tal modo ai Signori del Concistoro un caso d* eresia re- 
ligiosa, scopertosi giusto allora nel territorio della Re- 
pubblica : 

Honorevoli Signori miei. Sappiate che a me è venuta 
piena e chiara notitia come nel castello de Rugomagno 
se fanno e usano cose pessime j a vitoperio de Dio e della 
mancia fede, a maleftciare e pricolare V anime di chri- 
stianij e ancho i loro corpi. E hora al presente o inde 
uno libro, pessimo de malie et d' engrom^antie, el quale 
contiene da LXX^ capitoli, la dove se adorano et invo- 
cano Sathan e bélzebubj e a[l]loro se fa sacrificiOj et in 
esso s' adorano gV idoli, et chiamanosi tutti i prencepi 
delle tenebre, et per malitia et forza di questi se possono 
fare molti mali, intra' quali se fa con certe invocationi 
de demoni morire uno huomo a stento, et fase venire 
r uomo de di e de nocte venire drieto ogne femina e molte 
altre effecti vituperosi et pericolosi, i quali non raconto 
per brevità. Qìiesto libro, el quale io ò nelle mie mani, 
secondo le prtu>ve e la propria confessione Agnolo da 
Corso da rugomagno si IV a avuto e tenuto, ad alimi 
prestato, et facto trascrivare, e bench'etti questo non con- 
fessi de piano, niente meno o parechie pruove ch'egli Va 
usato e adoperato. El detto Agnolo è qui in Siena da me 
citato et rechiesto per Lui de subito spacciare son venuti 
qui al mio vicario certi vostri cittadini con prieghi ar- 
mati et con parole arroganti, e non pare che intendano 



UN EPISODIO D* ERESIA NEL 1383 385 

che costui (*) porti penitenza del suo fallo, linde io con 
vostra volontà et conscientia^ facendove chiari delle cose 
sopradectej con solepne e maturo consiglo, ladove sarà 
chiamaio el vicario del vescovo, e tutti doctori maestri 
in iheologia e prelati, vorria stirpare V ydolatria et la 
forza diabolica del paese, e la dove per questi s' è facto 
a lucifero incenso, et sacrificio de jniquitade, così a dio 
vorrevi io fare sacrificio de iustitia e d' equitate, e ben-- 
che V usanza e la rasgion altre volte plecta quelli che 
sono inquisiti de pena pecuniaria, hora considerando 
l'eccesso grande non voglio, che sse intenda se non so^ 
lamente all' onore de dio, e a stirpatione de questo male, 
della vostra intentione piaccia alla vostra signoria de 
damie risposta. Dio eh' é luce vera in questo e in ogne 
altro facto, ve illumini. 

Facta in Siena nel luogo di frati minori, a di XIII 
de Giugno [1383]. 

El vostro Inquisitoì^e manu propria (*). 

Le informazioni che T Inquisitore porge intorno alla 
natura del culto idolatrico ed ereticale, professato in Ru- 
gomagno, non sono, per verità, troppo precise, perchè si 
possano facilmente ascrivere Agnolo da CJorso ed i suoi 
seguaci ad una piuttosto che ad un' altra delle sètte re- 
ligiose esistenti in quel tempo; né, d* altra parte, ci è dato 
trarre luce da testimonianze di cronisti e di documenti, 
i quali si aggirino sul fatto stesso segnalatoci dair In- 
quisitore. Invano si ricerca in Agnolo di Tura e in Neri 
di Donato, i ben noti scrittori di cronache, anche il sem- 
plice ricordo del fatto; invano si guarda di ritrovarne 
anche il minimo accenno nel più importante degli storici 
senesi. Orlando Malavolti; e inutilmente ho indagato fra 
le carte d*Archivio, per vedere se da esse saltassero fuori, 
non dico gli atti processuali contro i tacciati d' eresia, ma 
almeno una qualche deliberazione del (Concistoro che ab- 
bia rapporto con la lettera delllnquisitore, o, da un minu- 
tario, la risposta che a quella lettera dev'essere stata 
immancabilmente inviata. 



(') Era stato anche scrìtto: e gii altri; ma vi fu dato di frego. 

O Concistoro, Lettere^ ad annum. La lettera è originale, e porta 
r indirizzo: HonoraìnHbus Viris et pnidentibus | Dwninis oc magnificis 
CapUaneo \ popidi oc dominis Prioinbus Civitatis Senartim. Da un'an- 
notazione a tergo risulta che fu ricevuta il 17 Giugno. 



386 O. SANBSI 

Bisogna dunque, in modo esclusivo, attenerci a quello 
che l'Inquisitore racconta; mentre le sue informazioni» 
ripeto, non abbondano d'eccessiva esattezza, e lasciano 
qualche cosa d' indeterminato e d' incerto anche su alcune 
circostanze, di per sé indipendenti dall'indole della sètta 
inquisita. Non si riesce, infatti, a conoscere esattamente 
fin dove sia giunta la confessione d'agnolo da Ck>rso, e se 
egli abbia in realtà riconosciuto sé stesso colpevole dei 
falli imputatigli o non abbia, al contrario, protestata la 
propria innocenza; tanto appariscono contradittorii i ter- 
mini coi quali 1* Inquisitore si esprime, relativamente al- 
l' interrogatorio di lui. Ed alla stessa maniera si rimane 
un po*dubitosi sui mezzi usati da quei cittadini di Siena, 
che, conosciuto V arresto d'Agnolo, si recarono dal vicario 
dell' Inquisitore, secondo che attesta la lettera di costui, 
€ con prieghi armati et con parole arroganti >; giacche 
si comprenderebbe benissimo che alcuni di essi adoperas- 
sero parole di preghiera, altri parole di minaccia; ma non 
si arriva a comprendere come potessero nutrire intenzioni 
pacifiche coloro che si erano uniti, pel conseguimento di 
un medesimo fine, a gente che portava le armi. 

Le colpe apposte ad Àgnolo da Corso ed ai suoi ade- 
renti, mi sembrano ugualmente mal delineate dalla let- • 
tera dell'Inquisitore, il quale forse volle ad arte lasciarle 
cosi avviluppate in una specie di nebbia, per meglio in- 
fluire suir animo del Concistoro. Il culto che Agnolo pro- 
fessa e fa professare, non è, secondo l'Inquisitore, che ido- 
latrico € a vituperio de Dio e della sancta fede..., dove se 
adorano et invocano Sathan e Belzebub ». Ora, ciò non mi 
sembra possibile. Ch' io mi sappia, non vi è esempio al- 
cuno, in tutto il medio evo, di un'eresia cosi completa- 
mente anti-cristiana, come l' Inquisitore tenderebbe a farcì 
apparire quella praticata in Rugomagno; che anzi la base 
prima d' ogni dottrina, fosse la piii spinta e la più ere- 
ticale di tutte, resta pur seinpre il Cristianesimo, con la 
conseguente venerazione della divinità. 

Mi par dunque che possa stabilirsi, ancorché la lettera 
conservataci non ne faccia per niente parola, che anche 
la sètta di Rugomagno non facesse soltanto a lucifero 
incenso, et sacrificio de iniquitade, ma prestasse adora- 
zione anche al Dio dei Cristiani. A questo, sommo prin- 
cipio del bene, essi dovettero scorgere contrapposto Satana 
o Lucifero, lo spirito maligno e perverso, sommo principio 
del male; ed all'uno ed all'altro tributarono, pertanto, 



UN EPISODIO D* ERESIA NEL 1383 387 

il loro culto, come ai due enti supremi, regolatori ed ar- 
bitri di tutte le vicende umane. 

Ci sarebbe perciò da credere che Agnolo ed i suoi 
adepti appartenessero alla sètta dei Catari, i cui principii 
fondamentali erano appunto quelli ora enunciati ('). Vero 
è che questa eresia, neiranno 1383 nel quale essi Tavreb- 
bero professata, aveva ormai da un pezzo ceduto il campo 
ad altre dottrine, che la Chiesa Romana combatteva e 
perseguitava ad oltranza; e in luogo dei Catari si avevano 
allora, piuttosto, i Fraticelli, i Lullisti ed i seguaci del 
Wicleff, che traevano motivo per le proprie credenze non 
tanto dair interpetrare in modo diverso e dogmi e punti 
di fede, quanto dallo scorgere la Cristianità intera divisa 
e sconvolta nel grande scisma d*Occidente. 

Ma, d* altro verso, non mi sembra che esistano, da 
quanto la lettera delllnquisitore fa intravedere, i termini 
necessarìi perchè si possano ascrivere ali* eresia dei Fra- 
ticelli e, tanto meno, dei Wiclefflsti. Se mai, riflettendo 
alle mcUie ed engromantie di cui vengono incolpati, pro- 
penderei ad ammetterli nella schiera dei seguaci di Rai- 
mondo Lullo che era uno < strano miscuglio (come scrive 
il Tocco) di capestrerìe cabalistiche ed astrologiche » ('), 
e che, al modo stesso in cui agivano gli eretici di Rugo- 
magno, riconosceva (come afferma il Bernino) < Demoni- 
€ bus adorationem latriae certo respectu competere » ('). 

Però non trovo che i Lullisti siano accusati di fare 
quei molti malij dei quali l' Inquisitore di Siena accusa 
gli uomini di Rugomagno. Ma non così è pei Catari, che 
d*ogni genere di nefandezze e di lascivie vengono gene- 
ralmente incolpati; « non c'è misfatto di cui non siansi 

< tacciati (dice il Cantù); essi ladri, essi usuraj, essi so- 

< prattutto carnali, adulteri ed incestuosi in qualsiasi 

< grado » {*). E sia pure che la realtà della loro vita non 
corrispondesse alle taccie, di cui erano fatti segno; con 
tutto ciò, le accuse esistevano, ed erano ben radicate negli 
animi dei buoni credenti. 

Il dover dunque ammettere che, nel campo puramente 



(«) Ved. Tocco, L'eresia nel M. E, (Firenze 1884); Cantù, Gli ere- 
tici d'Italia, voi. I; Bernino, Istoria di tutte l'eresie. 
(*) Op. cit., pag. 44. 
(•) Op. cit., pag. 615. 
(*) Op. cit., pag. 81. 

BuUett, Senete dt SI. Patria — IV-Ì896 27 



388 G. SANESI - UN EPISODIO ECC. 

teorico e speculativo. Agnolo da Corso seguiva V ormai 
vecchia dottrina, per la quale in antitesi al Dio o prin- 
cipio del bene ne esisteva un altro del male, degno ugual- 
mente di venerazione e di culto; il trovar poi che, nel 
campo della vita pratica, gli vengono imputate colpe di 
maleficii e di negromanzie, in forza delle quali egli po- 
trebbe fare « morire uno huomo a stento, et ....de dì e de 
nocte venire drieto ogne (emina » sono due circostanze, 
che m'inducono a ritenerlo, come ho già accennato, un 
lontano seguace del Catarismo. Non era, certamente, un 
Catarismo puro, ma imbastardito, il suo; a quel modo che 
la stessa sètta dei Catari era, a sua volta, degenerazione 
della piii antica eresia manichea. Ma la base fondamen- 
tale restava sempre quella. Né è cosa che debba gran- 
demente meravigliarci il trovarne traccia, in sulla fine 
del secolo xiv, fra gli uomini rozzi di un castello soggetto 
al dominio di Siena, quando le condizioni generali della 
Chiesa di Roma offrivano occasione continua di scandali 
religiosi, e quando anche in alcune località della Francia 
sappiamo essere rifiorita, circa quel medesimo tempo, una 
forma, anch' essa degenerata e più corrotta, di Catarismo, 
che fu chiamata la sètta dei Turlupini. 

Comunque sia, mi è sembrato interessante per la storia 
del movimento delle idee religiose nella Repubblica Se- 
nese^ il dare alla luce la lettera più su riportata; inte- 
resse che viene senza dubbio accresciuto dal ripensare, 
che eran trascorsi solo tre anni, quando furono inquisiti 
gli eretici di Rugomagno, dacché si era spenta S. Cate- 
rina da Siena, esempio, che ai suoi concittadini doveva 
esser sempre vivente, di profondo ascetismo e d' inteme - 
rata devozione alla Chiesa. 



Siena. 



Giuseppe Sanesi. 



DICTA BEATI KARULI IMPERATOEIS 

(In un ma. già Amiatiiio.) 



Boretius, nella sua edizione dei Capitolari franchi, 1. 1. 
p. 213, ha pubblicato per la prima volta un capitolo, che, 
per quanto è noto, ci fu conservato solo dal ms. Barbe- 
rinìano 2888 (XIV, 52). Aflferma il Boretius, che di questo 
capitolo, tramandatoci in forma scorrettissima, è difficile 
giudicare; ma cionondimeno lo pone fra i „ Capitula fran- 
cica singillatim tradita Karolo Magno adscripta, ** esclu- 
dendo così l'origine italiana, che invece, come vedremo, 
deve dirsi assolutamente certa. 

Oltre a ciò egli ci da il testo con un errore di lettura 
ed una gravissima lacuna, cagionata evidentemente da 
homoeoteleuton. 

Leggiamo infatti nel ms.: 

„ DlCTA BEATI KaRULI INP. PRO CAUSA OPORTUNIS. " 

Adquisitionem autem facta preci pienda slatuimus ut 
nullus hominibus audeat commendatione facere ad mona- 
chos nisi iussione abbati suo. quia eodem scapulum sta- 
minia tene, et si fur venerit nocte ac die commendatione 
detulerit aut furaveris non sit ille emendandi. Ille mo~ 
nachìis qui in suo vim commendatione suscepi. nec abbas 
suo. Sicut domno nostro Karulo rex francorum et patri tio 
romanorum facere iussit prò causa oportunis. et si inten- 
tione voluerit committere componat sol. centum et mona- 
ens inlesus permaneat. " 

L' edizione ha percipienda invece di precipienda, ed 
omette la parte stampata in corsivo, per modo che il ca- 
pitolo è reso inintelligibile. 

Completato invece il testo, il senso risulta evidente : 
si ordina cioè che ninno ardisca fare un deposito presso 
un monaco senza il consenso dell* abate; e che né il monaco 
né r abate possano essere tenuti responsabili del furto 
della cosa depositata. Che anzi, il padrone della cosa ru- 
bata, che ardisce intentare una lite, è colpito da una am- 
menda di cento soldi. 



390 P. PATETTA 

Se però il senso del nostro capitolo, in complesso, può 
dirsi fuori di questione, non vi mancano d'altra parte er- 
rori, la cui correzione non è sempre certa. 

In luogo di prò causa oportunis è ovvio leggere prò 
causis op , espressione, che si trova anche nel capitolare 
Haristallense del 779 {Capitularia I, 47), come fu già 
osservato dal Boretius. Adquisitionem va forse cambiato 
in inquisitione ; precipienda in precipiendo; ac die in oc 
dCj se pure un et de non si vuol aggiungere dopo die; 
furaveris in furaverit In tene e suscepi è caduta la t 
finale, come accade spesso, e nominatamente nei documenti 
italiani. 

Altre congetture non oso fare, né forse sono neces- 
sarie. 

Ck)me ho detto il capitolo in questione è certamente 
d* origine italiana. 

Ne abbiamo già un indizio nel fatto, che esso, nella 
sua seconda parte, sembra destinato a derogare, in favore 
dei monaci, alla legge 131 di Liutprando, la quale rende 
il depositario responsabile del furto della cosa depositata. 
Al qual proposito va forse anche osservato, che alcune 
espressioni del nostro capitolo corrispondono in qualche 
modo a quelle della legge Longobarda, alla quale si volle 
presumibilmente derogare ('). 

In favore dell* origine italiana del capitolo si può, in 
secondo luogo, addurre il fatto, che esso è seguito nel ms. 
da tre altri capitoli, tolti da capitolari italici, cioè dal 
cap. 11 del Capitulare Mantuanum I (Borbtius, I, 195) 
e dai cap. 6 e 7 del Capit. Pippini italicum emanato se- 
condo Boretius fra TSOl e T 810 (Boretius, I, 210) (*)• 



(*) Si confronti: „ »i fur veurit . . . detuUrit aut furaverit " con „ ad- 
veniens fur res ipsas furaverit .... rapuit aut furavit; " e „ qui in 
suo vim (f) commendatUme 8uscepi(t) " con „ qui res alienas comen- 
dataa susceperent " Per V espressione intentione(m) committere cfr. 
pa^it de Leburiis 9 intentionem miserit 

(') U capitolo tolto dal Capitulare Mantuanum è preceduto dalla 
rubrica „ Dieta beati Karuli inp. de decimis *' ed ha comune col ms. 
Chigiano e col Cavense l'erronea lezione impanatur invece di in fé- 
ratur. I capitoli del capitolare di Pippino sono preceduti da „ Al. 
kap. Beati Kar. Inp. " e non ci offirono varianti di qualche impor- 
tanza. Che il ms. Barberiniano contenesse anche questi tre capitoli 
italici non fu notato dal Boretius, e questo spiega, forse, il suo errore 
nelgiulicare dell' origine del primo capitolo. 



DICTA BEATI KARULI IMPERATORIS 391 

In fiae va osservato che il ms. Barberiniano, quando vi 
furono inseriti i Dieta beati Karuli inperatoris, apparte- 
neva senza dubbio al monastero di S. Salvatore sul Monte 
Amiata, nel quale era conservato ancora in epoca rela- 
tivamente recente. 

Del ms., contenente la collezione di canoni conosciuta 
col nome di collezione del ms. vaticano, si occuparono, per 
quanto mi è noto, i seguenti scrittori: i Ballerini nella dis- 
sertazione de antiquis ium editis tum ineditis collectionibus 
et collectoribus canonum, P. 11^ e. VII : Maassen in BibL 
UUina iuris canonici manuscripta I, p. 406^ ed in Geschich- 
te der Qtcellen und der Literatur des canonischen Rechts 
I, p. 513: Thiel, epistolae Romanorum pontificum I, p. 
XX (cit da Maassen): Reiflférscheid in Bibl. patrum lati" 
ìiorum Italica II, p. 159-164: Bethmann neir archivio 
di Pertz XII, p. 381. 

Questi vari scrittori non sono concordi nella questione 
della data del ms., poiché Bethmann lo attribuisce al se- 
colo ottavo, Thiel al principio del nono e Reifferscheid al 
secolo nono o decimo. 

A me, che lo esaminai nel 1891 quando non conoscevo 
ancora i giudizt del Thiel e del Reifferscheid, il ms. parve 
del secolo ottavo o al più del principio del nono ; degnis- 
simo ad ogni modo, per le sue particolarità paleografiche, 
di un* accurata illustrazione. 

Quanto ai dieta beati Karuli, essi furono aggiunti a 
f. 296^ da una mano, che parve a me del secolo unde- 
cime, al Reifferscheid del duodecimo. 

La provenienza Àmiatina del ms. è accertata dal fatto, che 
a f. 133^ si trova una notizia sulla consacrazione di una 
chiesa a S. Salvatore ed a Maria sempre vergine, consa- 
crazione avvenuta nel 1036 al tempo di Corrado imperatore 
e dell* abate Guinizo. 

Ora la chiesa consacrata è quella del monastero di 
Monte Amiata, di cui Guinizo era abate appunto nel 1036. 

La notizia venne pubblicata dairUghelli (*), il quale 
la trasse evidentemente dal nostro codice, conservato al- 
lora nel monastero Amiatino, insieme a qualche altro, che, 
come diremo, passò in seguito nella Barberiniana. 

Deirorigine Àmiatina è indizio anche una nota di libri 
dati in imprestito a varie chiese ed in varii luoghi, fra cui 
Corneto, Campagnatico, e forse Roma. 

(») Italia sacra 2.» ed,, III, p. 623. 



392 F. PATETTA 

Questa nota, intitolata Breve recordfationis) de libri, 
que prestavimus, fu scritta da mano del secolo undecime 
a f. 297* del ms. e venne pubblicata da Reifferschid o. e. 
p. 164 ('). Da essa il.Bethmana argomenta erroneamente, 
che il ms. provenga da Farfa, nelle cui vicinanze si tro- 
verebbero le chiese indicate nella nota. Ma Gampagnatico, 
in provincia di Grosseto, ci riavvicina invece al Mona- 
stero di Monte Àmiata, che aveva pure estesi possessi nella 
provincia di Roma e nominatamente a Corneto (*). 

Da ultimo a sostegno dell* origine Amiatinadel nostro 
ms. va anche osservato che eguale provenienza hanno 
pure altri ms. della biblioteca Barberiniana, fra cui cer- 
tamente quello segnato XII, 24, cosi descritto dal Beth- 
mann (o. e. p. 379) „ mb. f. s. XI. Beda in Apoc. ; Augu- 
stin. in loh.; Qualiter monasterium domni Salvator is constr. 
est a Rachis rege; Hist. ecclesiastica; Guidonis mon. ep. 
centra simoniacos, „ Fraternae mortis crimen incurri t '* 
{Am Ende s. XIII : Hec sunt pensiones ortorum b. Marie 
de Hermota in Radicofano). „ La notizia sulla fondazione 
del monastero fu pubblicata dall' Ughelli (o. e, III, 587), 
che dichiara di averla presa da un antichissimo codice 
membranaceo, appartenente al monastero stesso. In que- 
sto antichissimo codice è ovvio ravvisare Y attuale Bar- 
beriniano. 

Da Monte Amiata potrebbe forse provenire anche il 
ms. Barberiniano XXIV, 30, che contiene la collezione di 
canoni di Burcardo di Worms e porta l'indicazione „ S, 
Salvatoris " ('). 

Ci rende però molto dubbiosi il fatto, che gli altri mss. 
indubbiamente Amiatini non hanno indicazione di prove- 
nienza, e che d' altra parte la Barberiniana dovrebbe pos- 
sedere dei mss. provenienti da S. Salvatore di Palermo (*), 



(*) Manca invece in Bbgker, catalogi bibliothecarum antiqui^ Bonnao 
1885. Si tratta in complesso di una diecina di codici. 

(*) Cfr. Calissb, Documenti del Monastero di S. Salvatore stU Matite 
Amiata riguardanti il territorio Romano^ Roma, 1894 (Estr. dair^rc7i. 
della R, soc. Romana di storia patria, voi. XVI e XVII). Si riferiscono 
a Corneto i docc. 44, 45, 48, 51-56, 58, 65. 

(') Bbthmann, 1. e. p. 381. 

(*) Cfr. Blumb, Iter italicum, IV, 286. 



DICTA BEATI KARULI IMPERATORIS 393 

e ne possiede certo almeno uno (') proveniente dal celebre 
monastero di S. Salvatore a Settimo, nel Fiorentino. 

Tattavia, per quanto riguarda questo ms., segnato XIV, 
44, va osservato che esso porta V indicazione più completa 
„ S. Salvatoris de Septimo n.^ 380 " e di più il nome di 
Carlo Strozzi, che si trova anche in altri mss. ora Barbe- 
riniani. 

Ritornando ai dieta beati Karuli e precisamente al 
capitolo^ che più ci interessa, dobbiamo domandarci se 
non siamo in presenza di una falsificazione. La cosa mi 
sembra tutt* altro che improbabile. Un capitolo, come quello 
in questione, difficilmente sarebbe stato dimenticato dai 
monaci, ai quali avrebbe potuto spesso far comodo. Ora 
esso non si trova in nessun ms. di capitolari ed è ignoto 
agli interpreti del diritto longobardo, che non parlano 
affatto di deroghe alla legge 131 di Liutprando. 

Colpisce inoltre la grande scorrezione del testo, tanto 
più perchè non ha riscontro negli altri capitoli raccolti 
dallo stesso amanuense e sotto lo stesso titolo di Dieta 
beati Karuli, Volendo poi ammettere l'autenticità del 
capitolo, dovrebbe dirsi che non si tratta di un capitolare 
di Carlo Magno, e nemmeno di Pipino, ma solo di un pre- 
cetto fatto probabilmente per mezzo di missi dominici. 
Tale precetto dovrebbe essere anteriore al Natale dell'anno 
800, perchè Carlo Magno è detto rex Francorum et patri- 
cius Romanorum^ ma non Imperatore. 

Siena 

Federico Patetta 



(') Gir. Bbthmann, 1. e. p. 880. U Bethìnanu congettura, che da 
S. Salvatore a Settimo provenga anche il codice segnato XII, 20 (925) 
„ denn die herrlichen Initialen auf blauem Grunde haben ganz den 
Charakter, wie die dort geschriebenen Handschriften in S. Croce. " 



LA CASA DI MAESTRO BARTOLO DI TURA 

(coìitinuazione; i\ fase, preccdaite) 



Vno cepparello con fuso di legno, da tenere lucerne. 
95. Due quadrati di pezi, uechi. 

Due pezi di peltro da tenere sotto e' fauci ullj. 

Vno elmetto e un paio di guanti di ferro e una bauiera. 

Due paia di schenieri e uno pezo di falda di magia. 

Vn paio d' arnesi di ferro. 

100. Vn telaio da finestre pannate. 



94. Cepparello, Altro, ma con € fuso » di ferro, per le « assicelle » , al 
n. 697. Questo qui è per V uso medesimo dei Lucernieri di legno 
(nn. 430, 730, 764), e del Lucernaio (n. 441) e di legname » . Vedemmo 
un Ferro sul piedistallo (n. 43) per tenere la secchia o la torcia; 
e vedremo due Candelieri di ottone (nn. 378, 436), dei quali il se- 
condo, sospeso in sala, e a quattro bracci (< candelieri >), era una 
piccola Lumiera. 

95. Quadrati di pezi. Li troveremo ancora, uno (n. 387) di pezzi lani 
ripieno di paglia, altro (n. 717) pure di paglia ripieno. Erano questi 
i Sacconi da letto. La Reggia ha (pp. 8,%, 37,73, 94) « 6 sacconi 

in uno o in dua pezzi > , « una cuccia con sua sacconi in 2 

pezzi », € 2 pezzi di sacconi », e uno saccone intero »: e quando 
il Saccone non era intero , ma in due pezzi, questi, con la forma 
quadrilunga del letto, venivano, ed anche oggi vengono, a riuscire 
due Quadrati. Altri Quadrati, che sono Tappeti, al n. 455. 

97. Bauiera, Era parte dell'armatura e della veste: qui dell'arma- 
tura. Nelle Collect, dea Medicis^ p. 31, e uno elmetto con baviere 
et chamalglo, fornito d' ariento > . Dalle armi passò poi alle vesti: 
nella Reggia stessa, p. 166, < uno cappello di taffettà nero, a ba- 
viera » . — Einietto, Per uso di questo o ai consimile Elmetto saranno 
stati i Cimieri che il nostro Inventario registra ai nn. 5 e 318. 

98. Falda di maglia. Nelle CoUect. des Medicis, fra le < armature da 

fiostra, p. 30, « una falda colla corregia di seta » ; e fra le < arme 
a piazza » , p. 31, e uno paio di fìanchali e una falda > . 

100, 102. Finestre pannate finestre ferrate. Nella Reggia, pp. 18-20, 

si registrano i < telai da finestre inpannate »; e si ricordano le 



LA CASA DI MAESTRO BARTOLO DI TURA 395 

Due taglerì grandi di legno e octo uasellj di terra, grandi. 
Due uergoncellj di ferro da finestre ferrate. 



Ne la camara piccina rincontra a la scala. 

Vna lettiera a la uenetiana, dipenta ad drappo rosso, di braccia v, 

con sachone e banca. 
Yno pezo di tenda con bottoni, reticelle e frangio, e ferro da tenerla. 
105. Vno matarazo di bambagia, di bordo, nuouo, di braccia v. 
Vno letto di penna nuono, di braccia v. 
Vna coltre di bambagia, bianca, da state, sottile, di braccia vi '/, 

incirca. 
Dae capezalj di penna, baonj. 



finestre impannate in tutte quelle stanze che le hanno. Le finestre 
ferrate avevano, in luogo di panno, gli < occhi di uetro > (n. 28); 
che erano tenuti fermi al lor posto dai « uergoncelli di ferro » qui 
ricordati. L*arte di far le finestre, specialmente quelle istoriate, 
era dei frati: cfr. Reggia cit. p. 53. 

101. UaseUi di terra. Certamente per la mensa, ricordati come sono 
con i Taglieri. Anche altri ne troveremo; di terra < lon^rello » 
(n. 736Ì; di maiolica, con coperchio e senza, con manichi e hoc- 
ciuoli (nn. 849, 860); e al n. 776, senza che si descrivano. Un antico 
volgarizzamento (Napoli, 1854) del Libro deW Bkclesiaate, p. 84 : 
« VaseUa assai feci nire per dare da bere ». 

106. A la uetìeUana, Cfr. n. 51. 

105. Bcrdo, Tessuto a righe o verghe, oggi Bordato o Bordatino. Se 
ne facevano di solito, nn. 8^, 899, 7£), i materassi dei letti. 

106. Letto di penna. Con questo troviamo sette Letti, nn. 106, 177, 
356,857, 7(^, 745, ripieni di penna, cioè i Materassi; ed anche, nn. 
18, 108, 357, 708, 745, i Capezzali. Nel cit. Inventario (1455) dello 
Spedale di Foggibonsi trovai la penna in Coltricette, in Coltrici, e 
in Piumacci. La Reggia, p. 284, ha « 2 piumacci di fodera, pieni di 
penna San. Gio. », restando noi in curiosità di qual penna inten- 
dasi parlare. Qaì la piuma in Cuscini e Cuscinelli, nn. 56, 819, o 
tenuta in serbo in Saccucce, nn. 56, 429. 

107. CcUre di bambagia, bianca, da state, sottile. Altra simile al n. 898; 
ed altra più ricca, di seta, verde e rossa, al n, 400. Quelle, pur 
bianche e di bambagia, ma non dette sottili, n. 897, 899, 746, sa- 
ranno state per l' inverno. Le Culle da fìinciulli avevano Coltricene; 
bianca, di bambagia, n. 299, o di taffettà vermiglio foderata di 
verde, n. 264. 

109. GuanciaÌQ, Più belli, e senza fodere, ai nn. 362, 863. Fodere di 
guanciali, come queste, usuali, ai nn. 18, 70, 178; più fine, perchè 
di boccaccino, al n. 424; più belle, perchè con bottoni e bottoncini 
o con ricami (ghiandarelle, mandorle, reticelle, rosette) bianchi di 
refe, ed anche di seta ed oro, ai nn. 70, 152, 177, 347, 424, 570, 578, 
579, 590; dette alcuna volta « all' antica », nn. 347, 579; due sole di 
colore, ai taffettà cremisi, vermiglio, di taffettà pavonazzo, nn. 
182, 425. 



396 G. MAZZI 

Quattro guancialj, uestiti con fodare manesche di panno lino. 

110. Vn paio di lenzuola grandi, di tre telj, buone. 

Tre gofi&ni tarsiatj, intorno al letto, con peducci. 

Vna sedia grande, di tarsie, con goffano sotto, di braccia 3 '/, in 

circa. 
Vno cappucciaio di braccia 2 '/« intarsiato. 
Vno goffano grande all' antica, dipento ad drappo rosso. 
115. Vno libricciuolo da donna, fodarato de cremusi, con minij d'oro 

e con affibbiatoi d' argento, cioè due, e un bottone di perle per 

segnaculo. 



111. Goff ani. Cosi sempre il nostro documento per Cofani, e < goffa- 
netti » e « gofianucci > ; come anche S. Bernardino da Siena nelle 
cit. Prediche Volgari non ha altrimenti. Dei Cofani e Casse ornati 
dà molte, e come sempre, importanti notizie, il Merkel, Tre Cor- 
redi cit., p. 34. Qui, lasciando per ora i piccoli, abbiamo Cofani 
all' antica, attaccati insieme, grandi, stretti, intomo al letto, sotto 
a una sedia, con base, con peducci: quelli ornati sono dipinti a 
drappo rosso, o con oro, o con V arme di casa, o messi a storie; 
oppure intarsiati; nn. 112, 114, 170, 389-892,401, 6(^, 616, 749: altri, 
nn. 482, 514, 605, detti rozzi. 

112. Sedia con goffano sotto. Nello Studio ^ nn. 126, 127, * vna sedia 
grande, con goffiino attachato, roza, senza tarsie, nuoua », e due 
sedie di legname, da sedere, con la serratura sotto, da serrare » . 
Per le quali sedie, che troveremo ancora al n. 892, cfr. un Ban- 
chetto « con impeschiatella sotto >, n. 711, e la Ciscranna, n. 760: 
quella del n. 392 oltre il Cofano aveva anche il Cappucciaio. Si può 
vedere la illustrazione che dei Sedili fa il Merkel nel Castèllo di 
Quart, pp. 54-71. 

113. Cappìicdaio. Nello Studio, n. 130, e vno cappucciaio di braccia ij, 
rozo, senza tarsie » . Altro, rozzo, al n. 716 ; ma intarsiato e imito 
ad una Sedia, al n. 392: altro, col segno di casa, n. 787; altro, con- 
fìtto al muro, n. 758. 

115. Libricciuolo. Cfr. n. 91. — Segnaculo. Segnalibro. Credo che a que- 
sto debbano riportarsi, nelle Colìect des Medicis, pp. 74 e 81, « dua 
puntali da libri, d'oro, all'anticha, con otto perle per uno, peso 
onc. 2 ^l„ f. 20 > , ed una < cintoluzza tessuta a uso di segnaletto, 
d*oro e d'argento filato, fibia e puntale d'oro smaltato, con lui 
cignitoi, di f. 3 >. Nel cit. Inventario (1365) dei beni di Giovanni 
di Magnavia vescovo di Orvieto, n. 50, « unum signaculum libri 
xviij cordularum coloris violati cum boctonibus deauratis »: ed ivi 
la stessa cosa è indicata, nn. 451, 452, con altra parola, in una 
Bibbia e in tabulis copertatis de velluto rubeo, cum fiectis de si- 
rico violato, cum affibbiaturis de argento deaurato > , in im Bre- 
viario « in tabulis copertatis de villuto indico, coperto de panno 
lino albo, cum affibbiatoriis de argento et fiectis de sirico rubeo 
et viridi ». — Fodarato di cremusi. E al n. 91, € fodarato di seta 
uerde », e al n. 116, € con fodara di pannolino bianco » : non da in- 
tendersi della legatura, che allora dicevano con coverte, covertalo 
(cfr. lo Studio; e i vecchi Inventarli di libri), ma di ima veste per 



LÀ CASA DI MAESTRO BARTOLO DI TURA 397 

Vn altro libricciuolo piccolino da donna con uno affibbiatolo di 

argento, con fodara di pannolino bianco. 
Vna tira uellatata di nelluto bianco e uerde, con frangiarelle di 

seta tterde. 



difendere la legatura (cfr. Paoli, Materie scrittone e librarie cit., 
p. 121). Fra le Dònora cit. che la Caterina Valori recò al marito 
Federigo di Lorenzo Strozzi, «una fodera di taffettÀpel libriccino ». 
117. Tira. Par che non fosse veste a sé, per quanto questa e altra 
volta (n. 192) registrata sola; e neppure una qualità di tessuto, 
com* una registrazione (n. 548: «vna gala di tira») potrebbe &r 
pensare; ma piuttosto un ornamento di vesti, specialmente muliebri. 
N^elle quali stava spesso dappiedi (nn. 617, 518, 628), di più stoffe 
e varie maniere: nera (n. a28); di dama.scliino verde (n. 516); di 
tragittato verde e bianco (n. 192); vellutata, verde e bianca (n. 548); 
vellutata, di velluto bianco e verde,- con frangiarella di seta verde 
fn. 117): prevalendo dei colori il bianco e il verde, e, ira i tessuti, 
il velluto. La voce Tira si registra nel Du Gange, che la spiega 
« Tortilis ex virp^tis laqueus, vimineum vel ex corticc vinculum > , 
con la testimomanza « XJsum in tota foresta habere consuevenmt, 
.....videlicet prò suis tiris seu cordis vel redortis » ; d' onde potrebbe 
trarsi al significato di Treccia, e intendersi che le nostre Tire fos- 
sero Trecce, Intrecciature, con Le quali adomavansi le vesti; e allora 
ci richiamerebbero al e bellissimo vestono di damasco nero, tutto 
finito da tomo intomo di trecce d' oro larghe un dito » , che il 
FoBTiKi, Nov., I, 813, ricorda (appartenente però ad un uomo); ai 
Cordoni e CordoncelU con ì quali sono ornati Sciugatoiuoli, Sciu- 
eatoi, e Tenducce da Madonna (nn. 416, 563, 575, 576). e alle Cor- 
delline e Trecduoli e Treccinoli da donna, spesso ancne questi di 
seta e oro (nn. 139, 161, 462, 601, 602) che dovettero essere ancora 
per ornamento di vesti. Bisogna dire altresì, per compimento, che 
ai Tira era fatta una Gala con puntali larghi d* argento e buchi 
e stringhe per cingerla (n. 548). Oltre le sette del nostro docu- 
mento m' è occorsa questa voce, in volgare, un' altra volta nella 
Descrisione (Firenze, Succ. Le Mounier, 1878) del convito dato nel 
1476 da Benedetto Salutati ai figliuoli del re di Napoli ov* è, p. 10, 
parlandosi dell' apparato : « £ intomo a detta coverta, da piò, una 
tira di zibellini » ; ohe ci richiama a un ornamento dappiedi a questa 
coverta, fiitto di zibellini, e insieme all'altra definizione, e certus 
namerus pellium simul collectarum » , che di Tira dà il Du Canoe. 
Ma più esempi n' abbiamo nella Reggia, ove, p. 225, tra gU abiti 
di Cosimo If troviamo « una veste d' hermisino bigio alla £anzese, 
con due tire di velluto bigio ricamate d'argento », « ima veste 
d'ermìsino bigio alla firanzese con 2 tire et quattro frangio et 
mezzo d' oro per guamitione » , « una veste d' ermisino nero alla 
franzese, con 2 tire di velluto nero et quattro frangette d'oro in 
euamitione » , « una veste d' ermisino tanò alla franzese, con 2 tire 
di velluto tanò et sei frangette et mezzo d'oro in guamitione », 
« ima veste d' ermisino nero alla franzese, con 2 tire di velluto 
nero et 4 frangio di seta nera » . Dove ò da notare che tutt' e 
cinque queste vesti son dette « alla franzese » , che in esse la Tira 
è sempre dello stesso colore della veste, e quasi sempre accompa- 



398 e. MAZZI 

Due ueste di corporalj, nuoae, di tragittato cremusi, con armicella 

di casa; le qualj dicano essere facte per la cappella di San 

francesco. 
Septe braccia di frangiarella d'oro, a la napolitana, in due pezi. 
120. Vno sciugatoio stremo con uerghe facte ad reticelle e con pen- 

dagle di refe. 
Due pezi di tende piccolj, uno di due telj, 1' altro di tre, con re- 

ticeUe e frangiarelle di refe, buone. 
Due tenducce da madonna, antiche, di seta, uergolate, con frange 

di seta. 
Vna cappellina di saia azurra, da fanciulle. 



gnata da Frangio e Frangette e in guarni tiene > . Dirò ancora come 
a queste cinque maschili T* Inventario nostro contrapponga anche 
vesti femminili, quali, n. 617, un Lucco con coda, da donna, ornato 
della Tira. 

118. Cappella di San Francesco. Dissi già (Studio cit., p. 4) che sul 
sepolcro domestico in questa cappella era scolpito il nome di Bar- 
tolo di Tura e del fratel suo Paolo. Ora aggiungo che di essa cap- 
pella, la terza a destra dell* aitar maggiore, de(ucata alla Purili- 
cazione della Vergine, ai tempi del nostro Inventario, aveva il 
patronato P arcivescovo di Siena Francesco Bandini Piccolomini; 
ohe Mario ed Evarasia vi posero (non sappiamo in qual anno) altra 
epigrafe ad un Salustio Bandini (Eufrasia e Salustio ebbero anche 
nome due nipoti di maestro Bartolo) morto in esercizi equestri; 
che nella Visita di Francesco Bosio, del 1575, cosi descrivesi: 
€ V altare è coperto d* un paliotto di velluto rosso, ed ha sulla 
mensa due candelieri di ferro davanti al trittico col fondo d'oro » , 
opera d'ignoto maestro; che i bei restauri moderni, compiuti per 
cura delle famiglie Bandini e Piccolomini, che sempre ne sono pa- 
trone, sono stati descritti. Cfr. V. LusiNi, Storia della Basilica di 
S. Francesco in Sierta (Siena, 1894), pp. 170, 246, 281. 

119. Franoiarella d* oro a la napoUtatia. Fra le « Dònora » della Ca- 
terina Valori (Firenze, Carnesecchi, 1894): « Uno grembiule di bisso, 
lavorato, con rete alla napoletana > . — Tragittato, Per questa ed 
altre testimonianze (nn. 148, 192,272), che. ce lo dicono di color 
cremisi, e verde e bianco, adoperato in farne Ganpelline, Tire, 
Maniche di gamurrine, oltre che Vesti di corporali, aovette essere 
il Tragittato un tessuto piuttosto di seta che di lana; ma non 
posso affermarlo sicuramente. Bicorderò, più per somiglianza di 
voce che altro, come Tra£;ittare e Tragittatore valessero Fondere, 
Gettare, e Fonditore o Alaestro di getti, secondo che è dichiarato 
da G. Milanesi in Alcune Lettere di Asganio Condivi e di altri a 
messer Lorenzo Ridolfi (nel gior. Il Buonarroti, sett. 1868). 

122. Uergolate. Ornate di vergola. Fest Gonz. 25: « Il busto e le fìilde 
furono di tela d' oro, con corri ricchissimii ricamato di velluto 
rosso e turchino, vergolato d' oro » 

128. Saia. Delle sue quaUtà e dei suoi colori discorre il Mbrkbl, Tre 
Corredi cit., p. 65. Nel nostro Inventario (cfr. l' Indice) troviamo 
la Saia, azzurra, bigic^ nera, verde buio; e di seta. 



t.A CASA DI MAESTRO BARTOLO DI TURA 390 

Vn paio di manicuccie da fanciullj, dì damaschino alexandriiio. 
125. Vno paio di maniche di damaschino nero, da fanciulle, foda- 

rate di pannolino. 
II>n6 birrette di grana scempie a urechiolj, una da homo, l' altra 

da fanciullj. 
Vna birretta incarnata, nuoua, con la uerta scempia. 
Vna baUetta di pia pezi pauonazi e rosadi e altre sorte. 
Vna sportarella di pagla, dentroui assai pezi di frangie di seta di 

più colori. 
130. Certi pezi piccolettj di saia azurra. 
Vn braccio e mezo di frangiarella d' oro, a la napoletana. 
Vna fodara di guanciale di taffettà pauonazo. 
Tre paia di guantj, due bianchi e uno rosso, di cuoio. 



126. Birrette, Dalle altre volte nelle quali ricorrono rilevasi che, nel- 
l' Inventario nostro, le Birrette altre erano da uomini, altre da 
fanciulli, altre da notte (n. 314), altre da giorno; e Fune e le altre 
scempie o doppie (nn. 311, 314, 625, 626), cioè o da inverno o da 
estate. Oltre questa loro qualità (alcune, n. 310, dette « ugnole », 
bisognerà intenderle per scempie), solamente queste del n. 126 ap- 
pariscono < a urecchioli >, con diiesa per gli orecchi. Bianche (n. 
B14) quelle da usarsi in letto, erano le altre colorate; incarnate 
(n. 12y), nere (n. 311), e, il più spesso, tinte di grana (nn. 126, 310, 
625,626), senza dire qual colore avessero; come anche tacesi per 
i Guanti (n. 138) e per il Taffettà (n. 217): ma nello Studio (n. 157) 
più compiutamente descrivonsi e due birrette di grana, rosse, una 
scempia et l* altra doppia »; poiché se più di frequente in rosso, 
non ai questo solo colore tinge vasi con la Grana: cnr. Merkbl, Tre 
Corredi cit., p. 40. La qual voce è sempre alterata in e grania > 
(cfr. nn. cit.), e cosi l'adoperò il Fortini, Nov. cit. I, 54, descri- 
vendo una donna: e Aveva un bellissimo taglio di viso, et era 
bianca quanto una alba nieve, cor un certo coloretto di grania 
mescolatiet, tal che pareva latte e sangue » . Tornando alle Birrette, 
alle signorili più che le nostre non fossero, e di qualche tempo 
più moderne, è da vedere ciò che ne dicono il Luzio e il Renier 
nella JSuova Antologia, Serie quarta, LXV, 264r65. Fra le nostre, 
si registra una particolare specie di Birrette al n. seguente. 

127. Uerta, Ci dicono i Vocabolari che la Verta è la Parte inferiore 
nelle reti chiamate Giacchio e Bertuello, nella quale rimangono 
presi i pescL £ il Tommaseo soggiunge che la etimologia e da 
Vertere, Rivolgere, Rivoltare: sarà diuque da intendere che questa 
Birretta aveva la Rivolta scempia. 

129. Sportarella. Per altri simili vezzeggiativi, cfr. n. 47. 

131. ^ la napoletana, A questa foggia, altre Fran^arelle d*oro e 
d' argento (nn. 119, 172, 215), Frappe e Frangie (n. 265), ed una 
copertura muliebre per il capo, la Magnosa fn. 171). 

132. Fodara di guanciale, Cfr. n. 109. 



400 e. MAZZI 

135. Vna spelatola piccola, con certe frangette. 

Vno sciugatoio sottile, da donna, con uergucce nere. 

Vna cuffia di panno lino sottile, da donna, con una uerguccia 

nera. 
Vn paio di guantj di lana, di Orania, nuoui. 
Vna tascttccia lina, dentrovi più pezuolj di panno e di seta e d'oro, 

e cordelline, con agnusdei di cera, e tre uesticciuole di cuoio di 

breuicciuolj. 
140. Due bossolettj di legno, uotì, da tenere gioie. 
Vno go£fanuccio longarello, antiche, dentroui più pezi e frangiarelle. 
Vna rimbustatura di camice da donna, sottile. 



134. Rimbustatura. Il Fanfani, Vocab. Uso tose, dice che Rimbusia 
€ è tuttora di uso per Gala^ Lista di drappo lavorato riccamente > . 
L' Imbusto è nella Reggia, pp. 132 e 228, parte di esteriore veste 
muliebre. Della Camicia cfr. Merkbl, Tre Corredi cit., p. "20. 

135. Spelatola. Spazzola da panni. Cfr. n. 24. 

136. Sciugatoio da donna. Cfr. n. 83. 

137. Cuffla. Cfr. n. 88. 

138. Guanij di lana. Cfr. n. 179. — Di grania. Bossi: cfr. n. 126. 
Guanti bianchi sono ai nn. 89 e 179. 

139. Cordelline. Le ritroveremo di « seta e oro 9 , al n. 161: ed erano 
o per legare i capelli (cfr. Mbrkel, Tre Corredi cit., pp. 46-47), o 
per allacciare le vesti, o per ornarle (^cfr. n. 117). — Uesticciuole. 
Custodie. Cbllik. Pros. Oref. 26 : « Servivansi già alcuni dell'arte 

di lavorar di filo in ornar puntali. a far crocette, pendenti, sca- 

tolini, bottoni, coperte eia brevi per portare al collo, e simili » . 

Il nostro Inventario ha anche le vesti per i Corporali (nn. 118 e 
412). E poiché qui ricorda ^li Agnusdei (per questi cfr. anche nn. 
411, 507) e i Brevicciuoli, richiamerò qui anche le altre cose di 
devozione che registra: Corporali (nn. 118, 412); Gesù bambino 
(nn. 143, 144); Imagini sacre (n. 20); Cordone da frati (n. 185); Li- 
bricciuoli (nn. 91, 115, 116); Paternostri (nn. 90, 187-191); Rosa della 
Verfi^ìne Maria (n. 415). E dirò ancora come sono incerto se qui le 
Cordelline fossero per portare appesi al collo, sulla nuda carne, 

fli Agnusdei e i Brevicciuoli che per questo appunto si tenevano 
entro Vesti. 

140. Bossoletti. Per 1' uso cui servivano di tenere le gioie, vediamo 
qui subito registrati anche i Goffiinucci. 

141. Goffanuccio di cuoio. Conerto di cuoio. Questo e V antecedente, 
come altro al n. 184, e i aue più eleganti, d'avorio, ai nn. 595 e 
676, erano specialmente per custodire le gioie. Nelle CoUect des 
Medicis troviamo, pp. 18, 19, 73, 83, con altre denominazioni quasi 
la stessa cosa e certo per l' uso medesimo : « un forzerino d'osso », 
« un forzerino d' osso, da donne, chon più intagli » , < una spinetta 
a uso di forzerino, di perle e rubini, f: (fiorini) 800 », « una cas- 
settina d'unicorno et di ebano », Nel nostro Inventario poco so- 
pra sono due Bossoletti di legno pure per tenere gioie. Per con- 
tenerle poi temporaneamente nell' abbigliarsi o nel deporlo, ci 



LA CASA DI MAESTRO BARTOLO DI TURA 401 

Vno goffioiuccio di cuoio nero, uoto, da tenere gioie. 

Vno bambino uenetiano, con la camiciuola. 

Vno bambino nostrano^ con uesticciuola di cremusi, con certi yesu 

d'oro. 
145. Vna scatolnccia piccola, dipenta, dentroui più pezi di seta e 

di panno. 
Due cappelline di uelluto, una uerde, l' altra cremasi. 



danno le CòUect cit., p. 82, e una cestuza d' ariento tirato da tenere 

fioie^ di peso o. mi e d. 12^ f. (fiorini) 4 », ed « una paneruzolina 
* argento tirato per gioie, peso Ib. 1 '/„ di stima f. 15 * ; le quali 
corrispondono agli odierni Portabijoux, e forse anche alle Calicette 
di paglia e di vetrici, di più colori e belle (nn. 167, 169, 396, 423) del 
nostro Documento. Tornando ai Goffanucci o Forzerini, aggiungerò 
come si solevano donare nelle nozze; delle quali disponendo alcuni 
Ordinamenti del Comune di Firenze (1355) volgarizzati (1356) da 
Andrea Lancia, prescrivevano che il « forzerino non possa essere 
di maggiore pregio di tre fiorini d' oro, e debba essere di legno o 
di cuoio ferrato semplice et non indorato o inarientato o ismaltato 
o azurrato, ma possano in esso essere dipinte 1' arme del marito 
e della moglie » (cfr. U Etruria, Studj di Filologia ecc., I; Firenze, 
1851; 377); né contenere più di cinquanta fiorini di gioie. Dei quali 
donativi più altre notizie recc^ e alcuna anche del forzerino, P. 
Papa illustrando da documenti fiorentini Alcune Rubriche sulla 
Prammatica (1384) sopra il vestire (cfr. a pp. 139-140 il voi. pub- 
blicato; Bergamo, 1894; per le nozze Cian-Sappa-Flandinet). In Or- 
dinamenti suntuari senesi del 1343 (sono in oiena al B. Archivio 
di Stato), un Capitolo : < De prohibita donatione coniugatis die quo 
mictuntur gofiani vel post^ nisi usque in certam summam >, cioè 
non più di trenta fiorini ; ed altro Capitolo : « De non donando gof- 
fanuccium nisi per maritum, et de dando XL soldi deferenti ipsum, 
et non ultra ». — LangareUo, Cosi troveremo detto, n. 736, un Va- 
sello di terra; e per altri vezzege^iativi di tal fatta, c&. n. 47. 

143. Bambino, Nelle CoUect des Meaicis^ pp. 27, 50, 84, altri consimili: 
< una chassetta entro vi uno bambolino > , « una schatola den trovi 
due bambini di legno di tutto rilievo, dipinti a uso di messer Do- 
menedii », « uno nostro S. Fanciullo ignuao, molto bello ». Dove il 
« nostro » deve equivalere al « nostrano » del presente Inventario. 
Dal quale altre cose di devozione ho raggruppate in nota al n. 139. 
— Uenetiaìio, Cfr. n. 51. 

146. Cappelline, Cfr. n. 86. 



{continua) 



-••■ 



Le spese di seleiatopa e di ripapazioDO deiia via di MaleDcinato 

(Ì334) 



Tra le carte degli Ufficiali sopra le strade (Viari) che 
sono la fonte principale per la Topografia di Siena medioe- 
vale, si trova, a Fondo delle cosi dette Carte di Partico-- 
lari, un frammento di conti, che può stare da sé, e mi 
sembra meriti essere pubblicato non tanto come contributo 
alla topografia della città quanto come contributo alla 
storia del lavoro e della mano d* opera nel Trecento. È un 
foglio cartaceo in 4.® con la filigrana a forma di cono, che 
assomiglia più che altro ad una campana, con in cima un 
anello; ed è scritto soltanto sulla prima facciata. Eccone 
il contenuto : 

Questi sono i denari i quali sì spese Mino di Ser Aldobrandino 
et Domenicho di Landò et di (sic) Vannino, operai a fare le selicie 
de la cita, i quali denari si spesero ne la via di Malchucinato, la 
quale ai chomi[n]ciò lunidi primo d'Aghosto anni M. trb^- treni 
e quatro. 
In prima Lxxv. lib. — xviiii.® sol. — mi. den. in xiiii. Mila ce 

matoni, per cinque lire sette soldi migliaio. 
Anco CI. lib. — XIII. sol. — xi. den. per xviii. Mila — 
viiii^- — XX matoni, per cinque lire sette sol. sei den. 
migliaio. 
Anco ini. lib. — ii. sol. — un. den. per xiii. some di 

chalcina, per murare i muregli et le boche de' chiassi. 
Anco II. lib. — — VI. den. per aqua et per rena, per li 

deti muregli. 
Anco LX lib. — XIII. sol. — i. den. a' maestri et mano- 
vagli, per tren tetre giornate, le quaU istetero a fare 
la deta selicie. 



LE SPESU DI SELCIATURA DELLA VIA DI MALCUCINATO 403 

Anco I. lìb. — XVI. sol. a maestro Morocho et al maestro 
Bosso, che mìsararo la via et feciero la ragione e par- 
tito dal Chomune et le chase le quali sono arichontra 
al Chomune, et posero i d [enari?]. 

Anco — I. lib. — XII. sol. — viii. den. per chorbelle et per 
chorda et per saponi et per pichoni et per palete et per 
giornegli per bìgho[n]ze da tenere V aqua. 

Anco — VI, sol., i quali si perderò di otto fiorini d'oro. 

Anco — X. sol. per chanbio di vinti fiorini d*oro. 

Anco XVI. lib. — vili. sol. — vii. d. per pane et vino per li 
maestri et manovali, per il panebere et merenda. 

Anco xiin. lib. per salare de' deti operari. 

Somma CCLXXVIIII.» lib. — ii. sol. — v. d. 

Dobbiamo deplorare che in questo conto i signori uf- 
ficiali non ci abbiano indicato il numero di braccia im- 
piegate in quel lavoro. Impariamo solo i nomi dei due 
capi mastri, che fecero il preventivo - dirò così - dei 
lavori, e quelli dei tre bonomini che li diressero: ma sic- 
come ci vien detto che nel lavoro impiegarono non meno 
di 38 giorni, e si enumera pure la quantità di materia 
prima, che vi fu adoperata; cosi dall'insieme possiamo cal- 
colare quanto lavoro al giorno fornissero, e quindi, a un 
dipresso, quanta forza umana si impiegasse per sbrigare 
il lavoro. Il conto è facile. Imperocché se per la selciatura 
impiegarono 33 mila mattoni, in cifra tonda (esattamente 
parlando, sarebbero 33 mila e 120): e se un operaio, 
anche eccellente, è in grado di mettere a posto, in 8 ore 
di lavoro, a mattone ritto, e senza cemento, 250 mattoni; 
noi arriviamo precisamente a 110 giornate di lavoro, di 
due braccio sole. E siccome in simili lavori, ancora oggi, 
difficilmente si possono impiegare molti operai, perchè in 
ogni fila non può andare avanti che uno solo, così, sup- 
ponendo quattro operai, arriveremo precisamente a circa 
30 giorni di lavoro in tutto. Si aggiungerà altri tre giorni 
per r accomodatura delle muraglie e degli sbocchi, e si 
arriverà giusto ai 33 giorni che impiegarono realmente 
i nostri. 

Questo calcolo viene confermato da un* altra conside- 
razione simile. Imperocché, dato il numero di mattoni im- 
piegati nel lavoro, e sapendo che il mattone antico 
aveva precisamente 5 cm. di spessore, e trenta di lun- 

BuUtlt. Senese di St. Patria — ÌY-1896 28 



404 L. ZDKKAUER 

ghezza (*), risulta pure quanta area coprissero costoro, 
col loro selciato. Partendo dalle misure ora indicate, si 
possono calcolare pel metro quadro tutt' al più 60 mattoni; 
per cui, con 33,000 mattoni si coprirà esattamente una 
area di 550 m. quadri. Inoltre sappiamo che le giornate 
di lavoro, per la pura selciatura, non potevano essere meno 
di 30; e quindi viene per necessità che al giorno for- 
nissero in media 18 metri quadri; e quindi circa 4 metri 
per uomo, purché impiegassero appunto 4 operai soli, come 
abbiamo supposto or ora: che è realmente 1* opera, che 
presta ancora oggi un operaio assiduo in questo genere 
di lavori. 

Alla stessa conclusione conducono le date che il nostro 
documento fornisce intorno al salarlo degli operai impie- 
gati. Lasciando a parte la paga dei maestri misuratori, 
si spesero nei 33 giorni, tra selciatori e manovali, 75 lire 
in cifra tonda: dieci soldi a testa, se è giusto il calcolo 
fatto di sopra sul numero delle braccia impiegate nel 
lavoro. Il che sembrerà salario molto gagliardo, pensando, 
che gli operai ricevevano anche il vitto: anzi pretende- 
vano persino il „ panebere e la merenda, " ed i denari per 
la barba: come insegna pure il Constituto del 1262. (L 
469). 

Ragionevole sembrerà pura la proporzione, che esiste 
tra la spesa per la materia prima ed il salario degli ope- 
rai: poiché se questo ammontava a 75 lire, il costo dei 
mattoni e del rimanente materiale, tutto sommato, non 
sorpassava le 185 lire: compresovi la perdita nel cambio. 

Un ultimo calcolo rimane a fare; ed è quello sulla 
estensione della strada di Malcucinato. 

Dal Constituto del 1262 apprendiamo, che la larghezza 
legale delle strade era di 6 braccia: ed i frequentatori 
dei Banchi di sopra, passando tra le torri di San Donato, 
si possono convincere ogni giorno, de visu, che il Coa- 
stituto diceva il vero. Ammettiamo pure che nel 1334 8i 
fosse più esigenti per le strade nuove da farsi, e che via 
di Malcucinato avesse 4 metri di larghezza; così, data una 
area di .550 m. , come abbiamo dimostrato or ora, risulte- 
ranno per la lunghezza stradale da selciare circa 140 metri. 
— II che, a dir il vero, mi rende un po' perplesso, sapendo 



(^) Si osservi però che i mattoni impiegati sono di due specie : 
una, che costa 5 lire e 7 soldi il migliaio ; l' altra che costa 6 de- 
nari di più. 



LE SPESE DI SELCIATURA DELLA VIA DI MALCUCINATO 405 

benissimo che via di Malcucinato corrisponde in parte a 
Via di Salicotto, in parte a quel che da pochi decenni si 
chiama la Pescheria (') : poiché queste due sommate, con- 
tando da via S. Girolamo, arrivano appena a 100 metri di 
lunghezza (^). Ma per questo punto mi rimetto ai topografi 
senesi avvenire, che ci diranno come si è fatta questa 
Siena, che pure deve aver costato parecchia fatica e sforzo 
d'ingegno, alle generazioni che Thanno alzata in piedi, 
dai tempi romani fino al Quattrocento. 

Un'osservazione sola vorrei aggiungere, e che forse 
potrebbe avviare bene la ricerca in proposito, ed è questa: 
che la selciatura della via di Malcucinato si deve connettere 
con la trasformazione di tutto quel quartiere della città, 
in seguito all' inalzamento della torre del Comune, del quale 
abbiamo le prime notizie appunto in quegli anni ('). È 
certo che costoro lavorassero lentamente: per cui, se nel 
38 erano già gettate le fondamenta della torre e questa 
tirata a fior di terra, nessuna meraviglia ci reca, se 3 o 
4 anni prima si incominciasse di già a sistemare il quartiere. 

Siena 

Lodovico Zdekauer 



(^) CoUa quale è identifìcata nello Stradario ufficiale antico; men- 
tre nella ristampa del 1871 è identificata, giustamente, con Salicotto. 

(^) Noterò per altro che nel Consiglio della Campana, del 4 no- 
vembre 1334, si deliberava l'apertura d'una strada presso il Duomo 
della larghezza di 10 braccia (uguale a circa 5 metri); per cui, ammesso 
questo, sparirebbe anche 1* ultima difficoltà di calcolo nel nostro Do- 
cumento. 

O Alessandro Lisini, con prodiga mano, sparse notizie su questo 
argomento neUa Miscellanea Senese, anno II. N.<^ 9 Settembre 1894. 
Attendiamo da Pietro Bossi uno studio completo sulla topografia 
deU'antica Siena, ai tempi della colonia romana : che sarà il migliore 
punto di partenza e la base indispensabile per le ricerche sulla topo- 
grafia medioevale. 



LA :. ORAVE MORA 

(Purgatorio HI. 129) 



»» 



La parola moì*a, usata da Dante nelle famose terzine 
sulla morte di Manfredi, che giace sepolto a co' del ponte 
di Benevento, sotto la guardia della grave mora, è spiegata 
dai commentatori, senza eccezione, colla perifrasi seguente: 
„ un mucchio di sassi, " „ uno scarico di sassi " ; ed i nostri 
più rinomati dizionari di lingua italiana dichiarano tutti 
d' accordo, che la voce mora „ è di uso appresso i Senesi. " 

Non sarà del tutto inutile di portare qualche esempio per 
Tuso della parola mora in questo senso in un'opera pret- 
tamente senese, compilata appunto ai tempi del poeta: 
intendo dire nel Constituto del Comune del 1262. 

Ivi la parola 77iora ricorre non meno di tre volte; e 
dal confronto dei passi e dal modo in cui costantemente 
si usa, risulta che essa ivi, piti che un mucchio di sassi, 
significa un lavoro in muratura, stabile e fisso, sia di mat- 
toni sia di pietra, destinato a rimanere, e di indole speciale 
che rimane da definirsi. 

Nei primi due passisi tratta della terminazione d*una 
strada in città, e precisamente della via de cavina (III. 
94 e 97), alla quale si assegna tale larghezza quanta est 
amplitudo a mora Vigorosi Cittadini, que fundata est in 
dieta cavinaj a mora (intendi: ad moram) domini Pela-- 
canis Tolomei. — La strada stessa è tracciata a coscia 
pontis versus civitatem usque ad moram in cavina positam 
filiorum Chiantis. 

Ora è di per se stesso poco verisimile che si volesse fis- 
sare la larghezza e la estensione d'una strada per mezzo 
di semplici mucchi di sassi, riuniti lì a caso, e quindi facili 
a rimuovere; anzi è probabile che si scegliesse per termini 
appunto le cose più stabili e fisse. Difatti la destinazione 
(Ielle more, menzionate nei nostri due passi, non può essere 
dubbia. Esse sono dette Vwua. posta, l'altra persino fundata 
in cavina ; e quindi con questa devono avere qualche rela- 



1 



LA „ GRAVE mora" 407 



zioae. A spiegare questa relazione delle more colla gavina 
serve un passo della lettera di Maestro Bartolo di Tura 
dell'anno 1457, pubblicata in questa stessa annata del no- 
stro Bullettino (III. pag. 255), ove è detto che la inondazione 
della Parma rovinasse anche le more delle doccie. In- 
fatti, a chi guarda attentamente gli affreschi preziosissimi 
dei Lorenzetti nella sala della Pace, vede che i tetti pro- 
minenti e gli spigoli del cornicione di legno delle case 
senesi del Trecento poggiano spesso nelle cantonate su pila- 
stri quadrati, al di sopra dei quali sono fissate le grondaie. 
£ cosi si spiega non solo il significato esatto di mora nel 
nostro caso, ma si comprende anche come questi pilastri 
servissero appunto per determinare le cantonate d' una 
strada, e perchè fossero j905te e fondate in gavina: giacché 
questa serviva a ricevere il getto delle grondaie ed a 
regolare lo scolo delle acque. 

A confermare queste osservazioni serve lo Statuto dei 
Viari, Ufficiali sulle strade, del 1290 {Archivio di Slato, 
cod. 9. a e. XXXVI, quando nella Rubr. CCIII. parla di 
misure „ db angulo more domus Cirimballie usque od 
angulum domus, " e cosi spesso. 

Anche più esplicito è il terzo caso, in cui il Consti tu to 
senese del 1262 fa uso della parola mora. Qui si tratta 
della costruzione d' un ponte sulla Tressa (III. 150) che 
vuol essere fatto de moris moctonum et lapidum ; et cope- 
riatur de lignanime. Si tratta qui, come ognun vede, di 
un ponte che dovrebbe posare su pilastri di muratura, e 
che doveva essere opera di qualche entità, giacché il Con- 
sìglio trovò necessario di eleggere appositi operarii boni 
et legalesj che sorvegliassero il lavoro, come impariamo 
dalle ultime frasi della Rubrica. Certo non bisogna andare 
al punto di dire che si tratti di costruzione importante: 
ai sensi dello Statuto forse bastava qualche pilastro posato 
sulla seccia, senza massiciata o speciale fondamento : ma 
questo per lo meno lo volle dire di certo il Consiglio, quando 
chiese per il ponte sulla Tressa delle more mactonum et 
lapidum. 

Interessante poi si è che un* altra fonte del Dugento, 
e che non appartiene alla Toscana, usa la parola mora 
precisamente nel senso di pilastro da ponte: voglio dire 
la Cronaca di Frate Salimbene di Parma. Egli in due 
passi, già conosciuti dal Ducange (s. v. mora) menziona 
la costruzione di due ponti, di considerevole lunghezza; ed in 
uno di questi casi si tratta di cinque archi, che posano 



408 L. ZDEKAUER 

appunto su sette more. Si osservi che in questo calcolo 
va compreso anche il pilastro che forma il capo del pon- 
te; giacché per sostenere cinque archi non occorrono che 
sei pilastri. 

Riassumendo il fin qui detto sulFuso della parola mora 
nel Dugento, vediamo che essa non è mai usata nel senso 
di „ mucchio di sassi ", ma sempre in quello di „ pilastro "; 
per eccellenza di pilastro d* angolo, o di ponte. 

I Documenti per la storia dell' arte senese, pubblicati 
dal compianto Milakesi, dimostrano che la parola mora 
fosse usata da noi come termine tecnico per tutto il Tre- 
cento, dagli stessi maestri muratori. Rileverò in particolar 
modo un passo degli statuti del Bagno di Petriolo, ricet- 
tato nel Constituto del 1310, ove si parla d*una „ mora 
d'altezza di IIIL braccia " che dovrebbe essere fatta 
„ sopra il muro de' bagni ne' quali si bagnano li uomini " 
e che serve per portare un fanale : „ e sopra essa mora 
si ponga una lantetma di vetro overo d'osso, la quale 
di notte dal principio dela notte infino al dì debbia ardere j 
sì che faccia lume a li detti bagni. " Ed in altri luoghi si 
parla delle more de le porte e de le finestre e delle,, pie- 

tre, mattoni e ronchioni quanti occorrono „ a murare 

per fare il fondamento d'una mora del detto palazzo "• — 
E cosi ancor oggi i nostri contadini usano la parola mora 
in senso di pilastro, specialmente da cancello. 

Con tutto questo già non vorrei dire che la parola 
mora in senso primitivo non possa avere significato un 
mucchio di sassi; solo mi pare che i pochi passi (si ridu- 
cono a tre), che i Dizionari citano a favore di questo si- 
gnificato, siano di dubbia autenticità. 

Imperocché, considerato il sopra esposto, nasce il so- 
spetto che Giovanni Villani più che il cronista, abbia 
fatto il commentatore di Dante, parafrasando solo le 
parole del poeta, quando disse (VII. 9) che sopra la 
fossa di Manfredi per ciascuno dell* oste fosse gettata una 
pietra: „ onde si fece grande mora di sassi "; come più 
tardi, forse a imitazione di questo passo, il suo continua- 
tore Matteo, raccontando la triste fine di Bertoldo degli 
Orsini, disse che „ la mora delle pietre'' sbalzò ben due 
braccia sopra il corpo morto del senatore, lapidato dagli 
stessi suoi concittadini (3. 57). Né vale per prova in con- 
trario il passo del Davanzati nella sua traduzione degli 
Annali di Tacito, che citano i dizionari; perchè tra uq 
muro a secco ed un mucchio di sassi c'è una discreta 



LA „ GRAVE MORA 409 

differenza: né si può dire se pel Davanzali si tratta più 
di quello che di questo. 

La parola mora è rimasta particolare al dialetto senese, 
e pare avesse per il cronista fiorentino qualcosa di strano. 
Certo egli nel raccontare il fatto, pensava ai versi di 
Dante, giacché aggiunse al suo dire le parole testuali del 
poeta che spiegava e parafrasava. Le quali, se é giusto 
quanto finora si é osservato, vogliono dire qualcosa di più 
di quanto ci vide il Villani. Certo, per designare un muc- 
chio di sassi improvvisato dalla soldatesca, la parola mora 
sarebbe stata scelta male; e quel „ onde si fece " pare 
indichi, nella stessa frase del Villani che dai sassi accu- 
mulati si formasse qualcosa di più stabile, un tumulo, la 
cui violazione appunto si volta in rovente biasimo contro 
il Pastor di Cosenza. E perché fecero la mora precisamente 
a co' del ponte? Non occorre risalire fino alla tomba nel 
Basente, per trovare qualche analogia col caso nostro. 
Varie sono le città dotate di un ponte monumentale di 
pietra, che ha la sua leggenda, la quale racconta come sotto 
il più grave dei suoi pilastroni, inaccessibile ormai a mano 
umana, giace sepolto qualche eroe o qualche santo della 
città. La soldatesca di Manfredi, avrà sepolto li il suo re 
al primo pilone del ponte che formava egli stesso la 
grande o grave mora come la chiamano il cronista ed il 
poeta. Può essere anche che vi addossasse delle pietre; 
ma non mi pare che il poeta volesse accennare a queste: 
ma piuttosto al co' del ponte stesso; tomba questa, che 
sarebbe stato poco cosa di violare, se non fosse stata altro 
che un mucchio di sassi, destinato a disfarsi da se sotto 
r impeto delle acque. 

Comunque sia, io non ho voluto commentare il passo 
di Dante, ma insistere solo sul fatto, che mora sia parola 
già nota ai testi del Dugento; che rimanesse in uso pressi i 
senesi e che non significa mai altro che un lavoro in mu- 
ratura^ destinato a rimanere, specialmente ad uso pilastro 
d'angolo e che perciò poteva servire benissimo a Dante per 
designare un tumulo improvvisato a capo d'un ponte. 

Siena 

Lodovico Zdbkauer 



ARCHIVI 

SIENA - R. ARCHIVIO DI STATO 



V 



II. INVENTARIO DEGLI STATUTI DEL COMUNE 

1250 Numero d' ordiue 1. — Numerazione autica 154. 

Breves Officialium Comuxis Senensis. e il formulario dei 
giuramenti che prestavano gli officiali del Comune di Siena prima 
di assumere V ufficio. Consta di un prologo e di cinquantasei para- 
grafi brevi ('). 

Codice membranacoo In foglio piccolo legato in a«ae, di carto numerate 56. 

1262-1270 N. d'ord. 2. — N. a. 1. 

CoNSTiTUTDM CoMUNis Senensis Compilato al tempo dei Signori 
Ventiquattro. £ repartito in cinque Distinzioni, ma una parte della 
quarta e il frammento della quinta, che vi sono state aggiunte, 
appartengono ad altra compilazione. Nei margini del cod. trovansi 
notazioni e correzioni di epoche posteriori (*). 

Cod. membnui. in f. picc. legato in cartone, di e. 118 con rubriche scrìtte ad inchiostru 
rosso nelle prime tre distiu£Ìoni e in parte della qtiarta. 

1277-1282 N. d' ord. 3. — N. a. 2. 

CoNSTiTUTUM CoMUNis Senbnsis compilato al tempo « domùii 
nostri invictissimi Regie Karuli, Sicilie regie » durante il governo dei 
signori Trentasei. È diviso nelle seguenti Distinzioni: I. De fide 
caiholica et eleinosinia et locis venerabilibus,,., et de officio Potestatis 

{}) Edito dal compianto comm. Luciano Banchi hqW Archivio Sto- 
rico Italiano (1868), Serie Terza, T. III. P. II. e T. IV. P. H. Firenze, 
Vieusseux. 

(*) È stato di recente pubblicato dal eh. prof. Lodovico Zdekaueu, 
(Milano, Hoepli 1897) per quella parte delPantico statuto. H frammento 
aggiuntovi fu egualmente pubblicato dallo stesso eh. Professore, nel 
BuUettiiw Senese di Stona Patina. Anno I-III. 



INVENTARIO DEGLI STATUTI DEL COMUNE 411 

et alùmim offUtaUum. — II. De iudiciis et modis iuris reddeìidL 
— III. De rebus et negotiis ConiuniUxtis ecc. De muw comunis et 
pontibus et porticciolis. — IV. Non porta titolo, ma contiene De 
franehitiia tenendù. — Y. De peiiis et bannis et próhibitia punieiìdis. 
Manca di data certa, ma si può credere compilato negli ultimi 
anni del regno di Carlo I d'Anjou. Le date che si leggono nei vari 
capitoH vanno dal 1186 (e. 58) al 1274 (e. 115^). Nelle prime 14 
e trovasi il rubricario o indice. Nei margini del cod. si leggono 
postille e aggiunte dei secoli xiii e xiv. 

Cod. manbnii. in f. leg. in ano di e. 120 nam. Le IuìzìaIì delle cinque Dlstinsioni 
«no miniate. 



1282-1299 N. d'ord. 4. — N. a. 51. 

Ordikamenta vbtera. Raccolta copiosissima di ordinamenti e 
provvisioni di tempo e di materie diverse, riguardanti l'estinzione 
degli incendi, la custodia della selva del Lago, la cattura degli 
sbanditi, i bagni di Petriolo e di Macereto, la vendita della carne, 
le scritture pubbliche, i lavatoi pubblici, le condanne pecuniarie 
contro coloro che non intervennero nelP esercito d'Arezzo e di Lu- 
cignano, le paci e le tregue, la custodia della Città, il Borgo di 
Castelfranco di Paganico, il prestito dei ronzini, il prezzo del pesce 
e dei mattoni, e i malefìzi che si commettevano nella Città. 

Cod. membran. in f. di varie dimensioni, leg. in asee, di e. 421. 



N. d' ord. 5. — N. a. 7. 
Cokstitutum Comunis Sbnensis compilato durante il governo 
'lei Signori Novem defeìisorum et Gubematorum dicti Comunis. E 
diviso in sei Distinzioni. Le prime cinque furono composte tra il 
^ttembre 1287 e il maggio 1288 (e. 22 e 24). La sesta è poste- 
riore di poco al 1292, perchè dal rubricario si rileva che questa 
Distinzione concerneva 1' ufiBzio dei Signori XVIII Oubematoi'um 
ci Defensorum Comunis et populi Senensis i quali tennero il Go- 
verno della Repubblica dal 1 febbraio 1290 al 31 luglio 1291, 
mentre il testo appartiene al Governo dei Nove che fu ristabilito 
dopo il 1 luglio 1292. La I Distinzione (senza titolo) contiene le 
costituzioni papali e imperiali contro gli eretici. La II. De modo 
iuris reddendi. La III. De muris fossis, portis carbonariis, fonti- 
bus et pontibus viis et stratis Comunis. La IV. De franchitiis te- 
nendis. La V. Z>e puniendis deferentibus arma et illis qui commic- 



412 A. LISINI 

terent allqua malefitia. La VI. De offUio Domhìorum Nouem. Ha 
notazioni marginali, nelle quali, le date più recenti, giungono al 1297. 

Cod. membran. in f. di e. 308 con mbriche in rosao e miniatnro nel margino slniAtro 
e noUe iniziali di ogni Distinzione. 



1288 N. d^ ord. 6. 

Frammento della quarta Distinzione del Constituto del Comuae 
di Siena emendato nel 1288 per Tredecim Emendatores StcUvti. Con- 
tiene le ultime cinque rubriche della quarta Distinzione, dopo le 
quali trovansi gli ordinamenti « De Signoriia terrarum comitatus 
et qtuUiter rectores eligarUur. De datiis solvendis >. 

Qtuidemi membran. di e. 8 in f. 



1289-1298 N. d' ord. 7. — N. a. 9. 

CONSTITUTUM CoMUNis Sen., ripartito in sei Distinzioni nel 
modo stesso degli antecedenti statuti. Il rubricano della sesta Di- 
stinzione non corrisponde al testo che venne sostituito con gli or- 
dinamenti sul Sindacato del Potestà e degli altri officiali del Co- 
mune, e con gli ordini riguardanti le elezioni delle Signorie del 
contado, e dei Dazi e Preste che dovevano pagare gli abitanti del 
contado medesimo. 

Cod. membran. di e. 312 in t 

1291-1329 N. d' ord. 8. — N. a. 23. 

Raccolta di tutte le coiTCzioni e addizioni fatte in ConstUuio Co- 
7nuni8 Senensis dai XIII Emendatori eletti dai Signori Nove Grò- 
verna tori e Difensori del Comune di Siena negli anni 1291. 1294. 
1295. 1296. 1297. 1298. 1299. 1303. 1304. 1305. 1306. 1307. 1309. 
1314. 1316. 1319. 1324. 1329. per la revisione degli Statuti. 

Cod. membran. di o. 217 in f . di vario formato. 

1293-1295 N. d' ord. 9. — N. a. 6. 

QuiNCTA DiSTiNCTio CoNSTiTUTi CoMUNis Sen. De punieìidis 
deferentibus arma, trascritta da uno statuto compilato tra il 1293 
e il 1296. 

Cod. membran. in f. di e. M. 



1294 N. d' ord. 10. — N. a. 4. 

Frammento del Constitutum Comunis Sen. compilato nel 1294. 



INVENTARIO DEGLI STATUTI DEL COMUNE 413 

Contiene poco più della seconda metà della I. Distinzione e circa 
la metà della II. 

Cod. membrao. in f. di e. 46. L'antica numerazione doUe e. contava fino a 143. Ha 
qualche miniatani al principio della seconda Distìnsione. 



1296-1334 N. d'ord. 11. ~- N. a. 12. 

GoNSTiTUTUM CoMUNis Sen. compilato nel 1296 e repartito in 
sei Distinzioni. Delle correzioni e dei nuovi capitoli fatti in quel- 
la anno, rimane ricordo in fine del codice (307^). E questo tra i mi- 
gliori e più completi statuti del Comune di Siena che sia perve- 
nuto a noi. 

Cod. membran. in t composto di 411 e. doUe quali n. 30 sono occupate dal rubrìca- 
no. Ha pregOToli miniature al principio di ogni Distinzione. 



1297-1334 N. d'ord. 12. 

CoNSTiTUTUM CoMUNis Sbn. repartito in sei Distinzioni e com- 
pilato nel 1297. Alla fine di ogni Distinzione vi si trovano aggiunte 
che vanno dal 1304 al 1334. 

Cod. membran. in f. mutilato in principio, mancandovi parto del rubrìcarìo e lo prime 
40 e. della prima Distinzione. Le carte rimanenti sono n. 363. Al principio di ogni Di- 
etànsàone vedeei riniziale miniata con firegi che si distendono nel margini. 



1297 N. d'ord. 13. — N. a. 14. 

Seeunda DisUnctio Constituti Comunis Sen. che contiene, De 
modo itiris reddendi. In fine ha alcune addizioni alle quali succede il 
Constitutum PlacUorum Comunis Sen. del medesimo tempo. 

Old. membran. in f. di e. 84 con rubrìcarìo e con le iniziali del titolo della Distin- 
zione e del Constituto del Placito, miniato e con fregi. 



N. d'ord. 14. — N. a. 6. 
Seeunda Distinctio Constituti Comunis Sen. copiata per uso 
di qualche Magistratura della Repubblica, contenendo la sola parte 
De modo iuris reddendi. 

Cod. membran. in f. di e. 69. 



1299-1312 N. d'ord. 15. — N. a. 21. 

Statuta et ordinamenta Comunis Sen. Raccolta assai co- 
piosa di provvisioni e ordinamenti vari, di addizioni, riforme e 



414 A. LISINI 

correzioni agli statuti, fatta nel primo ventennio del sec. xiv e 
preceduta da un indice (Alfnbeium). 

Cod. membran. di quaderni in f. di varia grandezza. Consta di 305 e. scrìtte da piti 
mani. Mutilato in principio, mancandovi le prime 6 e. 



Sec. Xm (ultimi anni) N. d' ord. 16. — N. a. 3. 

CoNSTiTUTUM CoMUNis Sen. di nuovo composto sotto il governo 
dei Signori Nove Difensori. Le prime cinque Distinzioni sono re- 
partite come nei precedenti statuti. La VI ha per titolo: De offUio 
Dominorum Novera Gubernatorum, a cui fa seguito De syndka- 
mento Potestatia et offltialium. Lo statuto non ha data certa, ma 
la compilazione deve ascriversi agli ultimi anni del sec. xiii non 
trovando visi data più recente del 1287, e il carattere ci fa credere 
che sia di poco posteriore a quell' anno. 

Cod. membran. di e. 301 in f. dello qiuili 22 sono occupate dal Rubrìcano, che resulta 
mancante per la prìnia Distinzione. Al principio di ogni Distinzione vedesi una miniatura. 



1300-1302 N. d' ord. 17. — N. a. 22. 

CoNSTiTUTUM CoMUNis Sen. diviso in sei Distinzioni come gli 
antecedenti. Innanzi alla prima Distinzione, che porta il titolo: JJe 

ìnaniUeneìido et conservando maiorem Senensem Ecdcsiam et 

omnia veneràbilia loca civitafis, leggonsi le costituzioni contro gli 
eretici. Sta al termine della seconda Distinzione, il ConstittUuni 
PlacUorum Comunis e alla fine della VI segue: De sindkamento 
Potestatis et iudicwn sotiorum, quos secum duxerit, 

Cod. membran. in f. di e. 410. con miniature al principio di ogni Distinsione. Ha in 
principio il Kubrìcarìo, ma scompleto. 

1300-1338 N. d' ord. 18. — N. a. 18. 

CoNSTiTUTUM CoMUXis Sex. diviso in sei Distinzioni come 
V antecedente, e fu forse composto nelP anno medesimo. Allo sta- 
tuto succedono molte aggiunte, riforme e deliberazioni fatte dai 
Tredici Emendatori e dal Consiglio generale, fino al 1338. 

Cod. membran. in f. di e. 602, con fregi e miniature al principio di ogni DistinzioDe. 
Il Bubricario, che ò scompleto, sta nelle prime e. del cod. 

1309-1310 N. d'ord. 19. 

CoNSTiTUTO DEL CoMUNE DI SiENA, in Sei Distinzioni, prece- 
duto dal seguente ricordo : Questo constouto fue volgarizato e scritta 
jyer me Ranieri Ohezi Oangalandi notaio^ di conuindamento de' Si- 



INVENTARIO DEGLI STATUTI DEL COMUNE 415 

gìiori Camarìengo e Quatro Provediton del Comune di Siena nel- 
r ultimo semestre 1309 e nel primo del 1310. Il cod. fu divìso nel 
9ec. XVIII in due parti. Questa contiene la prima e seconda Di- 
stinzione. 

Cod. menibran. in f. di 268 e. comprese le prime 24 occnpftte dal Rabricario. Ha al- 
dine pregeroli miniatare, ma qoasi tutte goaste. 

(Donato all'Archivio dai nob. sigg. Angelo e avv. Luigi Bargagli). 



1309-1310 N. d' ord. 20. 

CoNSTiTUTO come sopra. Distinzioni III, IV, V e VI. 

Co«1. mevnbran. in f. di e. 260 comprese le 22 e. contenenti il Robricario, che non banno 
niun^Tozione. La nam. aej^ita dal voi. precedente e ricomincia dal u. 281. Al principio 
di ogni Distinzione redonsi mÌDiatore, qnasi tutte mal conservate. 

(Dono dei nob. sigg. Angelo e avv. Luigi Bargagli). 



1313-1331 N. d'ord. 21. — N. a. 316. 

Sexta distincUo Constituti Comunis Sen. contiene: De offltio 
Dominorum Novern Gubemaiorum. Questa Distinzione fu copiata 
per comodità dell' ufficio dei Signori Nove dopo Tanno 1313, come 
trovasene ricordo a e. 24.^ Posteriormente vi fu aggiunto il giura- 
mento che dovevano prestare essi Nove prima di assumere l'ufficio 
(e. 27): La nota delle famiglie del Terzo di Città che non potevano 
far parte né del Popolo né dei Nove (e. 29): Gli ordini fatti per 
la conservazione del pacifico stato (e. 32) e quelli per rafforzare 
il Comune, il Popolo e le Compagnie della Città (e. 43). Nel 1331 
vi si trascrìssero le Provvisioni fatte super violentiis (e. 49): gli 
ordini che si dovevano leggere quando davansi i gonfaloni (e. 51^), 
il fì^no che veniva imposto all' ufficio dei Signori Nove (e. 54) e 
i provvedimenti per le vacazioni degli uffici (e. 56). 

Cod. membran. in f. di e. 62 scritte da piti mani. 

(Pervenne all'Archivio dalla Biblioteca Comunale Senese). 



Sec. XIV (primi anni) - 1322 N. d' ord. 22. — N. a. 48. 

Statuti delle Compagnie del Popolo di Siena, divisi in 29 Rubri- 
che e tradotti in volgare. Vi fanno seguito gli ordini diretti al Capi- 
tano perché recte et iuxte procedat super processilnts et condempna- 
iianibus {129G), e per la conservazione del pacifico stato (1299). Il 
cod. contiene poi altre provvisioni dì natura amministrativa, cioè 
riguardanti il modo d' aver denaro per mantenere le milizie stipen- 



41(ì A. USISI 

diale, per T«ciciLu;ÌterF à^aiì mue casse òcJ C'Cbium e per dìatrì- 



X. d (wL 25, — X. a. 53. 
BaKV^:i {V'^ù.iàssiia si jrrTriàatù r .^ nnfiiiiiniti statateri 
<\^i>Mra«.ti mkwrà £v(ri». reni «r^rd ìe laOMi, ÌI più antico 

òft ^Ti»2i * i^IIajiri» ISiS * - ut mvstf od febbtaìo 1338 (st. 



ISS3 X. d'ocd. 2-L 

«K^KT -. Jl^f. ft.V^Ln à.iik.-u f.erasajfi, , ••' lasrr drfraf n come 



ISM-Un X- i jri- 2a. — X. a. 44. 

KaKt^ iì l-c^TTÌÀxi * .Ti.'.ii jc^^ ■111 III ^nne asitu 



X- r :ri. 3i — X. a. 23. 
0.»:tyttt'.-« C.Mtrx:> Sfcc A-«rìj.v ne! JSST ì» SioAobi 
Ji.TiV M r-Vcvarrt * à< Xi::barw m fVav/«n^wrAiL E diviso 

f.r^f •i:-jf trvt» ;.f:tiÀJ':i.!jiA. XX- Cf > 

v-^sec^r.-o.- > o.fTw^.-ci ii.".i »i ,\c^ 'Vj.^-Ti'»w •*! IS5&. ciiè 
«iofffl» sax-wiìi»: »I jj.Tifra,- ìmì S.-v« ^^^- j«i IX^tiSò. E altre 



INVENTARIO DEGLI STATUTI DEL COMUNE 417 

1340-1347 N. d' ord. 27. — N. a. 64. 

Ordinamenti vari degli anni 1340, 1343, 1346 e 1347 concernenti 
la materia del Biado acciò fosse abbondanza nella città di Siena. 

Coti, membran. di qiiad. in f. di varia grandezza. Consta di e. 54. 

1343 N. d' ord. 28. — N. a. 24. 

Ordinamenti santuari, scritti in latino, circa le spese da farsi 
nella creazione dei cavalieri, nei conviti, nei matrimoni, negli abiti 
delle donne e nei funerali. 

Cod. memfaran. in f. di e. 24. 

(Sec. XIV prima metà) N. d' ord. 29. — N. a. 52. 

Raccolta di vari ordinamenti pubblicati per far cessare ogni 
violenza e per ricondurre nel pacifico stato la Città. 

Cod. membran. in f. di e. 34. 



1354-1392 N. d' ord. 30. — N. a. 26. 

UJber correptianum StcJuiorum et vacationum, compilato nel 
13Ó5 quando al governo dei Signori Nove succedette quello dei 
Dodici e dei Difensori. 

Cod. membran. in f. di e. 34 scritto da pih mani. 

1355-1367 N. d'ord. 31. — N. a. 56. 

Kacoolta di leggi statutarie e provvedimenti diversi di tempo 
e di materia, col titolo Ordinamenti vecchi, 

Cod. membran. composto di più qnademi di vario formato che sommano in tutti e. 178. 

1355-1410 N. d' ord. 32. — N. a. 55. 

Raccolta di leggi statutarie e provvedimenti diversi come nel- 
r antecedente cod. Questo porta il titolo Ordinamenti nuovi. 

Cod. membran. composto dì pih quaderni di vario formato. Consta di e. 100. 



N. d' ord. 33. — N. a. 59. 

Raccolta di provvisioni e ordinamenti sopra diverse materie 
dal 1355 al 1406. A e. 71 trovasi un Breve compendium de elee- 
tiane, officio atidaritaieprimleffiis et immunitaiibus magnifici Capi- 
tanti populi VexUliferique jtistiiie excelse civitcUis Senarum: e nelle 
ultune 23 e. sono descritti, senza ardine e da mani diverse, i nomi 



418 A. USINI 

dei risiedati nell'ufficio di Capitani del Popolo e Priori Governa- 
tori della Città, dal 1527 al 1575. 

Cod. membran. in L di e. 100. 

13574367 N. d' ord. 34. — N. a. 57. 

Breve raccolta di ordinamenti degli anni 1357, 1360, 1361, 1362, 
1365 e 1367. Quasi tutti gli ordinamenti riguardano V accrescimen- 
to e la fortificazione del Governo dei Dodici. Ad eccezione del più 
recente, che è volgare, tutti gli altri son scritti in latino. 

Cod. membran. in f. di e. 24 acritte da piti mani. 

1369-1371 N. d'ord. 35. — N. a. 58. 

Provvisioni del Consiglio dei Riformatori e di varie Balie spe- 
ciali riguardanti materie diverse. 

Cod. membran. in f. di e. 60 aeritto da piti roani. 

1382-1388 N. d' ord. 36. — N. a. 306. 

Provvisioni e Riforme d€? savi huomini, nomerò xxiiij uflciali 
del Comune di Siena sopì'a crescer V entrate e meìiimar le spese del 
Comune, Infine sta una provvisione del 1388 concernente i casseri 
del Comune ('). 

Cod. membran. in f. di e. Ai9>. 

1385-1388 N. d'ord. 37. — N. a. 152. 

Ordini fati per li 86 Savi ufficiali del Comune di Siena sopìxi 
cresciar Ventrate e menomar le spese d'esso Comune di Sieiìa. 

Cod. membran. in f. di e. 20. Nella copertina in taTola, dentro ad uno scndo, è la pa- 
rola PAX, che probabilmeut« dette il titolo al libro. 

1403-1409 N. d'oi-d. 38. — N. a. GO. 

Ordini e Riformazioni fadi nel comune di Siena al tempo del 
presente Magnifico Reggimento popolare. Il cod. contiene gli ordini 
della Balia che resse il Comune dopo la caduta della Signoria Vi- 
scontea. Le provvisioni sono scritte in volgare. 

Cod. membran. in f. di e. 82. Qnesto libro fu anticamente detto nELLA Cateka. 

1419-1466 N. d'ord. 39. — N. a. 153. 

Del liberazioni ed ordini fatti da ventiquattro savi cittadini cum 



(') Venne pubblicato da A. LisiNi. Siena, Tortini 1895. 



INVENTARIO DEGLI STATUTI DEL COMUNE 419 

piena poieslate crescendi irUroitua et exUua minuendi Comunis Se- 
ììarum et ipsos introytus cum exUibus consolandL Seguono delibe- 
razioni dei Priori e di Balie speciali sopra diverse materie, più spe- 
cìalmeiite sopra la gabella e sopra al modo di imbossolare gli ufficiali 
del Comune. In fine (e. 76-81) sono alcuni ordinamenti in tomo alle 
spese del Concistoro e suir ordine da seguirsi nelle feste di S. Ber- 
nardino, del Corpus Domini, di S. Caterina e della Pentecoste. 
Quasi tutte le provvisioni e le deliberazioni sono scritte in volgare. 

Cod. membraD. in 1 di e. 81. 

1419-1459 N. d' ord. 40. — N. a. 61. 

Raccolta di provvedimenti sopra materie diverse. Tra le altre 
vi si contengono le Leges Mtmicipales e le deliberazioni per T au- 
mento della ricchezza della città e per il bonificamento delle arti. 

Cod. memlmm. in f. scritto da pih inani di 154 e. 

1432-1444 N. d'ord. 41. — N. a. 32. 

Raccolta di leggi e provvedimenti di tempo e di materia diversi, 
fatta per comodo degli ufficiali del Comune, intitolata Tesorbtto. 

Cod. membran. in f. di e. 288. 

Sec. XV (prima metà) N. d' ord. 42. — N. a. B. II, 17. 

Repertorio antiqtto ed TesaureUo et altri libri. Questo repertorio, 
disposto per ordine d' alfabeto, si riferisce al Tesoretto e ad altri 
libri di Concistoro e specialmente al libro detto della Catena 
(V. n. 38). 

Cod. porte membran. e parte cartac. di e. 101. 

(Pervenne all' Archivio della Biblioteca Comunale senese). 

Sec. XV (ultimi anni) N. d' ord. 43. — N. a. B. II, 19. 

Repertoriiim Tesauretti et Librorum extravagantium come V an- 
tecedente. In fine leggesi V Ondo tabulanim convivi] in vigilia 
Sanate Marie Augusti e il modo per creare i Potestà del contado 
e i Camarlinghi della Città. 

Cod. membran. in f. di e. 104. 

(Pervenne dalla Biblioteca Comunale) 

14334480 N. d'ord. 44. — N. a. 96. 

Breve statuto concernente la materia delle Vacazioni ovvero dei 

cittadini che non potevano essere chiamati a ricoprire uffici pub- 



420 A. LISINI 

blici, sia temporaneamente sia in perpetuo. E preceduto dal Rubri- 
cano ed ha molte addizioni ed aggiunte. 

Cod. roembraii. di o. 30. 

1433 N. d'ord. 45. — N. a. B. II, 13. 

Breve statuto delle Vacazioni. £ copia dell' antecedente, però 
senza le aggiunte. 

Cod. cartaceo in 4. di e. 44. 

(Pervenne all' Archivio dalla Biblioteca Comunale senese). 

1433-1760 N. d'ord. 46. — N. a. 40. 

Breve statuto delle Vacazioni, come F antecedente, con aggiunte 
e modificazioni fino al 1760. 

Cod. membran. in 4. di e. 105 elIciuia delle qnali oartac. 

Sec. XV (metà) N. d' ord. 47. — N. a. 33. 

Liher Notularum dove sono scritte rubriche di statuti diversi, 
ma generalmente riguardanti la elezione, le vacazioni e gli sti- 
pendi degli officiali del Comune. 

Cod. cartac. in 4. di r. 351. 

1472-1558 N. d' ord. 48. — N. a. 34. 

Raccolta di ordini, provisioni e riforme agli statuti, composta 
dopo la metà del secolo xvi e forse poco dopo il 1590. In principio 
del cod. sono trascritte due deliberazioni del Consiglio della Cam- 
pana del 1472 e 1474. La raccolta venne forse compilata per le 
innovazioni portate agli statuti dalle riforme ordinate nello Stato 
di Siena dal duca Cosimo I de' Medici nel 1560. 

Cod. membran. in 4 di e. 198. 

1544-1548 N. d' ord. 49. — N. a. 35. 

Prima distinzione dello Statuto del Comune di Siena^ riformato 
e emendato da dodici cittadini. È dettato in lingua latina. Ha il 
repertorio in principio. 

Cod. cartao. in f. di e. 252. 

1544 1638 N. d' ord. 50. — N. a. 30. 

Seconda Distinzione dello Statuto predetto De iure reddendo et 
modo procedendi in causis civilibus. Con repertorio in principio. 

Cod. cartao. in f. di e. 173. 



INVENTARIO DEGLI STATUTI DEL COMUNE 421 

1544 N. d' ord. 51. — N. a. 37. 

Terza Distdnzione dello Statuto predetto in quo iradaiur de 
makfiens puniendis. Ha il repertorio e. s. 

Cod. cwrtM. ìb f. di e. 160. 

1544 N. d' ord. 62. — N. a. 38. 

Quarta Distinzione dello statuto antedetto, senza titolo. Ha il 
repertorio e. s. 

Cod. cartac. in f. di o. 205. 

1544 N. d'ord. 53. — N. a. 43. 

Statutobum Senensium, DisUnclio pnma. Copia dell' antece- 
dente statuto, fatta nel sec. xviii. 

Cod. cartoc. in f. pioc. 265. 

1544 N. d' ord. 54. — N. a. 42. 

Statcjtorum Senensium, Distinctio secunda. Copia come sopra. 

Cod. cartac. in L picc. di g. 207. 

1544 N. d' ord. 55. — N. a. 44. 

Statutorum Senensium, Disiindio tertia. Copia come sopra. 

Cod. carlac. in f. pioc. di e. 130. 

1544 N. d'ord. 56. — N. a. 45. 

Statutobum Senensium, Distinctio qtuirta. Copia come sopra. 

CVnI. cartac. in f. picc. di e. 166. 

Sec. XVII (seconda metà) N. d' ord. 57. — N. a. 46. 

Clavis Statuti ossia indice alfabetico delle materie contenute 
nei precedenti quattro volumi. 

Cod. cartac. in f. picc. di o. 87. 

1544 N. d^ ord. 58. — N. a. 710. 

Statutobum Senensium, Distinctio prima. Copia dello statuto 
del 1544, eseguita nel 1727. 

Cod. cartac. in f. picc. di e. 308. 

1544 N. d* ord. 59. — N. a. 711. 

Statutobum Senensium, Distinctio secunda. Copia come sopra. 

Cod. cartac. in f. picc. di e. 300, 



422 À. LisiNi 

1544 N. d^ord. 60 — N. a. 112. 

Terlia Statutonim DistincUo Civitatis Senensis, criminaUa trac- 
tans. Copia come sopra. 

Cocl. cartac. in f. picc. di e. 200. 

1544 N. d'ord. 61. — N. a. 713. 

Statutorum Senensium, Distinctio quarta. Copia come sopra. 

Coti, eartac. in f. picc. di e. 220. 

1544 N. d'ord. 62. 

Altra copia della Terza Distinzione dello Statuto del Comune 
di Siena eseguita nel sec. xvii, alla quale fanno seguito le Consti- 
tutiones offlcii seu Curie Dannorum daiorum, 

Cod. cartac. in f. picc; di e. 154. 

1543-1639 N. d^ ord. 63. — N. a. F. 55. 

Statuta seu leges municipales civitatis Senarum. Dojx) questo 
titolo, scrìtto nella prima e. del cod., segue la copia della terza e 
quindi della seconda Distinzione dello statuto compilato nel 1544, 
eseguita da mano del sec. xvii. Tra le varie addizioni che giungono 
fino al 1630, trovansi le Costituzioni di papa Pio V del gennaio 
1580 sul modo di contrarre i CensL 

Cod. cartac. in f. picc. di e. 216. 

(H. Acquisto). 

1544-1763 N. d' ord. 64. 

Terza Distinzione dello Statuto del Comune di Siena del 
1544 (De maleficiis puniendis). Copia di mano del sec. xvi con 
aggiunte fino al 1763 servita per uso delF uffizio del Capitano di 
Giustizia. 

Cod. mombran. in f. di e. 104. 

1545-1549 N. d'ord. 65. — N. a. 39. 

Dedaratianes, (uìditiones, retractiones et alia q\i/e flent super an- 
notaUonibiis Statutorum Novorum Reip, Sen. per xij compilaJtores 
ex auctoritaie eis tributa ab amplissimo Senatu, hoc in codice de- 
scripta erunt. Le deliberazioni dei predetti Dodici cominciano dal 
3 Maggio 1545 e finiscono col 15 Marzo 1549. Al principio del 
cod. v' è r indice alfabetico delle materie. 

Cod. cartac. in f. picc. di e. 245. 



INVENTARIO DEGLI STATUTI DEL COMUNE 423 

1564 X. d'ord. 6G. — N. a. 42 V. B. 

Provisioni particolari ddli Capitani, Potestà e Vicari] dello 
staio della città di Siena, con li loro compartimenti cosi nella co- 
gnitione delle cause criminali come civili, con la descrittione d^ sa- 
larti e bullettini nuovamente ordenate dal molto Magn. et HI. signor 
Angelo NiochoUni geniUhomo e dottore fiorentino del Consiglio Se- 
greto deir Illmo. et Eccmo. sig. Duca di Fiorenza e di Siena, nostro 
benignissimo Signore, 

Cod. carter, in 1 pioc. di e. 60. 

(ProT. Biblioteca Comimale Senese). 

1586-1595 X. d'on). 67. 

Statutorumr senensium reformatio ac reductio seti compiUitio nova 
et alia que circa ea fieni per... magni ficos Decem Deputaios ab am- 
plissimo Balìe Collegio. Il cod. contiene le deliberazioni dei dopa- 
tati predetti e del Collegio di Balia per la riforma degli statati. 

Cod. GUtar. in L pioc. di e. 200. 

Sec. XVI-XVm N. d'ord. 68. — N. a. 7U6. 

Originali e copie ms. di ordinamenti statutari e provvisioni di 
Balìa, bandi e leggi a stampa della seconda metà del sec. xvi. 

Mnsxo di carte Irgitr a Tolome di e. 686 nam. 

1^3-1615 N. d' ord. 60. 

In hoc libro scribentur reformaUoììes ac redudiones Statutorum 
Sen. factas per Magnificos Deputaios electos ab amplissimo Balie 
Collegio, concessione et indulto Ser. Magni Duds Etrurie. Questo 
cod. può considerarsi la continuazione di quello di n. 67. 

Cod. cartac. in f. pire, di e. 150. 

1616-1745 N. d'ord. 70. 

Statuti approvati, ossia libro dove venne presa nota delle ap- 
provazioni &tte agli statuti della città, terre e castelli dello Stato 
di Siena, dal 6 Marzo 1616 fino al 10 Maggio 1745. D cod. è a 
forma di repertorio con i nomi dei paesi disposti per ordine d' al- 
fabeto. In fine trovasi la Formula d'approvazione di statuti quando 
sotto stati ricopiati. 

Cod. rartac. in 4. di e. 101. 

(Prov. Biblioteca Comunale Senese). 



lASSaiA niLIKtAFICA 



Emile Gebhart, de rinsiituL - Moines et PajMX Essais 
de Psychologie historique (Paris, Hachette 1896). 

Dei quattro stadi che oompoagono questo toL uno dei |hù in- 
teressanti é qaeDo sa Santa Caterina da ^ena. L'A. è troppo noto 
perché dobbiamo parlar qui del merito dell'opera soa. In qaesto 
stadio che ha un carattere piuttosto politico che storico, ^li si 
propone specialmente di rilevare V imp(»tanza caratteristica che ha 
la vita della yei^g:ine senese nella storia del Papato, dimostrando 
com' é per mezzo della politica e della diplomazia che S. Caterina 
é divenata grande nella stnia d^ Italia, e in quella ddla Chiesa: 
e come il miracolo {mu grande della sua vita sia stato quello di 
riuscire con la ostinata dolcezza, nel tentativo, cui avevano 
dovuto rinunziare i due pia grandi idealisti italiani, Dante e Pe- 
trarca. In questo studio perciò non dobbiamo ricercare &tti o in- 
dagini nuove sulla vita della santa : ma vi troviamo un complesso 
dì geniali e acute osservazioni che rivelano quello spirito indaga- 
tore congiunto all' entomasmo, che l'A. ha rivelato neU' Balie my- 
sUque. Qaesto sentimento elevato, manifestato in una forma attraente 
e spesso originale conduce FA. ad affermare che nel momento in 
cui il primato intellettuale del Petrarca (il più grande - secondo 
lui - che il medio-evo abbia conosciuto) finiva, Santa Caterina prese 
nella religione di un Cristianesimo disorientato un ascendente stra- 
ordinario, e per il suo prestigio mistico apparve al suo secolo come 
il testimone vivente della Divinità, V arbitra dei popoli, la guida 
inspirata dell' Italia, nella crisi rivoluzionaria, in cui si preparava 
da un capo all'altro della Penisola un ordine sociale interamente 
nuovo. Le osservazioni forse vanno talora al di là della verità 
storica dei &tti, quantunque sia evidente l' elevatezza, spoglia di 



RASSEGNA BIBLIOGRAFICA 425 

preconcetti ('), colla qaale l'A. giudica gli uomini e le cose di quel 
tempo. E notevole lo studio col quale egli pone in rilievo le circo- 
stanze che spinsero Urbano V al ritomo in Avignone, e le rela- 
zioni della Santa con Gregorio XI. Questa parte che è la più ampia e 
la più interessante del lavoro trae in special modo argomento origi- 
nale dalle lettere, il cui carattere è genialmente rilevato, e dove accen- 
na con molta arte come lo stile di S. Caterina debba aver disorientato 
un Papa • giurista, che non trovava certamente in quelle lettere 
la dialettica, e l'esegesi continua dell'Università di Parigi, e delle 
scuole di Francia. Questo studio mostra come Caterina indovinasse 
nel Pontefice lo spavento dei cuori timidi, sempre rattristati dal pen- 
siero di una decisione irrevocabile e grave, - quando seppe condurlo 
a gettarsi in quella, che l'A. chiama la fornace italiana ; e dipinto 
in una rapida sintesi 1' ambiente politico del tempo, conduce alla 
riflessione che forse Gregorio XI, che preso dalla nostalgia della 
Francia, vìveva solitario e triste in fondo al Vaticano, mori a 
tempo per la S. Sede e la Cristianità, per l' onore del suo nome 
e per il riposo della coscienza di Caterina. 

Non meno interessante è lo studio dei rapporti con Urbano 
VI, e dell' opera di Caterina che all' origine dello scisma aveva 
predetto come dopo le crudeli prove per le quali la Chiesa doveva 
passare, verrebbe il tempo della pace e della gioia. 

« La storia • conclude l'A. — ha messo parecchi anni per dar ra- 
dono a S. Caterina, e forse non ha risposto ancora a tutte le sue 
speranze. Ma per i profeti e per i mistici, il tempo non conta, 
perchè essi leggono nel libro dell'eternità dei secreti che formano 
la loro consolazione, e la virtù del loro apostolato. » 

È con questa osservazione che si chiude l' interessante lavoro, 
che se non rivela cose nuove ci trae a meditare su nuovi aspetti 
che offrono cosi largo campo di studio, sulla vita e le opere di 
questa, veramente ideale e meravigliosa figura. 

Siena, dicembre 1896, 

Pietro Rossi 



(*) Questo non può dirsi di tutti gli scritti dei Voi. e specialmente 
deir ultimo: „ le dernier Pape-Roi^ 



RASSEGNA BIBLIOGRAFICA 427 

Tolomi degni dì sostenere il conironto delle più eleganti pubblica- 
zioni straniere. 

Nel Bìdletthìo senese di questo lavoro del Supino non posso ri- 
levare che le parti più direttamente pertinenti alla storia dell' arte 
senese; e questo £mm^ìo con ogni brevità, poiché mi propongo solo 
di soggerire un buono e bel libro da leggere, non di fame iare a 
meno agli amanti delle letture istruttive e dilettevoli insieme. 

A Benoszo Gozzoli che non può non interessare gli studiosi 
della regione senese, nella quale lasciò cosi splendidi saggi dell'arte 
sua (specie a S. Gimignano), è dedicata molta parte del volume. 
Il Supino determina il tempo ed esamina sottilmente il valore del- 
l' opera del fecondo pittore, (v. particolarmente le pagine 197-198) 
e discute la questione della cooperazione di altri, scolari o garzoni^ 
ne' numerati dipinti (p. 199). Accenna poi ai guasti sofferti da 
questi (p. 200 e seg.) e per le ingiurie del tempo e per quelle 
dei cosi detti riparatori. 

Ma anche più direttamente attiene agli studi sulF arte senese 
quanto è scritto intorno a Pietro e ad Ambrogio Lorenzetti (p. 93 
e seg.) i quali fino ai signori Cavalcaselle e Crowe sono stati co- 
munemente ritenuti autori delle Storie degli AnfkcoreU, Il Supino 
nega che esse si possano attribuire ai Lorenzetti e sostiene che 
debban ritenersi piuttosto di artisti pisani: il qual pensiero non 
enuncia solo, ma, secondo me, dimostra in poche e succose pagine, 
non trascnrabili certo da chi voglia non solo conoscere anche que- 
sta questione per rispetto specialmente a Pietro Lorenzetti, ma pur 
da chi ami avere qualche notizia, non inutile certo, sui rapporti 
dell' arte pisana colla maniera senese (r. 97). 

In iine del volume è riportato, da una rarissima e forse unica 
dtampa della Biblioteca dell' Arsenale di Parigi, un poemetto di 
Michelangelo di Cristofano da Volterra, trombetto in Pisa sulla fine 
del secolo xv, che descrive Le mirabili e inaudite bellezze e ador- 
namenti del Camposanto di Pisa, 

Firenze. 

Orazio Bacci. 



— .SJi^iia 1897, Tip. p Lit. Sordo-mnti «li L. Lax»»ri — 






f'^ 



u 




R. ACCADBMIA DBI ROZZI 



BULLETTINO SENESE 



DI 



STORIA PATRIA 



ANNO IV. - FASCICOLO I. 



SIENA • 

TIP. B UT. SORDO-MVTl DI L. LAZZBRI 

1897 



COMMISSIONE SENESE DI STORIA PATRIA 
OSSI, fmi. - Giovanni Scotoni, Tiee-presii - Narciso MENOozzi,segKUri 
Alessandro Lisini - Lodovico Zdekaubr, ndiltori. 

-« CONSIGLIERI »- 

Calissb Carlo | Nardi-Dei Marcello 

Donati Fortunato Patetta' Federigo 



Falaschi Enrico 



Petrucci Pandolfo 



Sanesi Giuseppe 



^ SOCI ONORARI h 



Carducci sen. comm. prof. Giosuè» Bologna — Cuononi comm. prof. 
Giuseppe, Roma, — D* Ancona comm. prol Alessandro, Pisa — Del Lungo 
comm. prof. Isidoro, Firenze — Gamurrini comm. prof. Gian Francesco, 
Aresso — Helbig comm. prof. Yolfango, Roma — Paoli cav. prof. Cesare, 
Firenze — Piccolobiini cav. prof. Enea Silvio, Roma — Tabarri ni sen. 
Marco, Roma — Tommabini comm. prof. Oreste, Roma — Villari sen. 
comm. prof. Pasquale, Firenze, 



SOCI FONDATORI ^ 



Bacci prof. Orazio, Firenze. 

CORRISPONDENTI E COLLABORATORI 

Bandi -Verdiani Arnaldo, S, Quirico d'Orda — Bardozzi cav. prof. 
Domenico, Siena — Bassi dott. Domenico, Milano — Bettazzi prof. Enrico, 
Torino — Brogi Riccardo, Siena — Bruoi prof. cav. Biagio, Padova. 

Canestrelli cav. arch. Antonio, Firenze — Carocci cav. Guido, Fi- 
renze — .Carnesecchi Carlo, Firenze — > Casabianca prof. Antonio, ^t>- 
na — Chiappelli avv. cav. Luigi, Pistoia — Comba prof, dott Emilio, Fi- 
renze — Corazzisi avv. Giov. Odoardo, Firenze, 

Datidsohn dott. lioberto, Firenze — > Dejob prof. Charles, Parigi — 
Del Vecchio cav. prof. Alberto, Firenze — Db Nolhac prof. Pierre, 
Versailles, 

Ellon Federigo, Berlino, 

Fa LLETTi cax. prof. Pio Carlo, Bologna -^ Fvm comm. Luigi, Orvie^ 
to — Frey prof. QO\X. Cari, Berlino — Falchi prof. cav. Isidoro, Pisa, 

Gherardi cav. Alessandro, Firenze — GrottAnelli De* Santi nob. 
Eiloardo, Siena — Oraziani prof. Augusto, Siena — Gialdini cav, ing. 
Livio, Siena — Grottanelli conte Lorenzo, Firenze, 

Hartwig prof. dott. Otto, Halle — Hartmann dott. L. M. , Vienna. 

LÀNCZY prof. Giulio, Budapest — Luschin yon Ebengrbuth prof. 
A. Graz — LusiNi dott. can. Vittorio, Siena, 

Marchesini prof. Umberto, Firenze — Mazzi dott. Curzio, Firenze 

— Monticolo cav. prof. Gio. Batta., Roma — Medin prof. Antonio, Pa- 
dova — MoRPURGO dott Salomone, Firenze — Mazzoni prof. cav. Gaìr 
do, Firenze — Motta cav. Emilio, Milano. 

Nencini dott Terenzio, Siena — Notati prof, dott Francesco, Mila^ 
no — Nomi-Venerosi- Pesciolini dott prop. Ugo, 5. Gimignano, 

Pardi prof Giovanni, Orvieto — Pélissicr prof. Leon Baptiste, 
Montpellier — Peraté m. André, Versailles — Pratesi prof. Plinio, 
Alessandria — Professione prof. Alfonso, Koéara — Papaleoni prof. 
Giuseppe, Napoli — Petrucci dott Fabio, Siena, 

Rondoni prof. Giuseppe, Firenze — Rossi dott Agostino, Bologna — 
Rosi dott. Michele, Genova — Ricci avv. Arturo, Roma, 

Schupfer comm. prof. Francesco, Roma — Sforza cav. Giovanni, 
Massa — Simonelli prof, dott Vittorio, Bologna — Solaini avv. Ezio, 
Volterra — Supino cav. Igino Benvenuto, Pisa — Sihoneschi avv. Luigi, 
Pisa, 

ToTi mons. Alessandro, Colle Val d'Elsa. 

Vanni dott. Manfredo, Milano — Venturi cav. prof. Adolfo, Roma 

— Vigo cav. prof. Pietro, Livorno — Vanni prof. Antonio, Urbino. 

Zanichelli cav. prof. Domenico, Siena — • Zanelli dott Agostino , 
Pistoia. 




ubblicato il IO ©tugno 1897 nella occa- 
sione òeiraòunansa tenuta in Siena balla 

Società Storica bella Dal bXlsa 

insieme con la Commissione senese bi Storia 
'\ patria. 



f 





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A. V. BANDI 



I CASTELLI DELLA VAL D' ORGIA 



E 



LA REPUBBLICA DI MONTALCINO 



■ >. ^- - ^ 



Anno lY. fate, 1 e tg. {i897) 
Estratto dal Bullettlno Senese di Storia Patria 



SIENA 

TIP. E UT. SORDO-MUTI DI L* LAZIERI 

1897 



lo n 5^ 

293^3 




I CASTELLI DELLA VAL D' ORGIA 

E LA REPUBBLICA DI MONTALGINO (») 



Sfiniti da quindici mesi di un assedio che, per disagi 
sofferti e per atti di ferocia commessi dagli assalitori, ha 
pochi riscontri nella storia, col territorio tutto disfatto, la 
popolazione della campagna annientata, sperando tuttavia 
nelle promesse di vicini soccorsi, che Pietro Strozzi andava 
continuamente facendo, avevano i Senesi tirato innanzi 
stentatamente la vita « cibandosi di tutte le carni delle 
« bestie più immonde e dell* erbe nate nei campi e nei 

< cimiteri > ('). < Talché gentiluomini e artigiani fra il 

< dolore del cuore, le male spese e il patir disagi nelle 

< guardie, in due o tre dì si morivano ; né si vedeva altro 



(') Non pochi dei &tti che qui si narrano, possono trovarsi ac- 
cennati principalmente neUe storie del Pbgci, deU' Adriani e in quella 
manoscritta di Iacopo Nini: non sempre però con scrupolosa esat- 
tezza e nell' ordine preciso col quale successero. In nessuna poi deUe 
storie suddette^ nò altrove che io mi sappia, si trova, ad esempio, 
alcun cenno su quella fortunata ribellione di Eocca d'Orcia, che fu 
la causa principale, se non imica, per cui una si gran parte di ter- 
ritorio rimase liberata dall' occupazione Imperiale. I documenti che 
qui si producono, permettono di riparare, come a questa, anche ad 
altre lacune, e di porre i fatti sotto il loro vero punto di luce, com- 
pletandoli con nuovi dettagli, e possono quindi, per questo rispetto, 
considerarsi come un modesto contributo al glorioso periodo storico 
della Repubblica di Montalcino. 

(*) Pbcci - Memorie Storic<H:ritiche di Siena. VoL 4. Pag. 227. 



4 A. V. BANDI 

< andare per la città che bare e battenti; e quelli che 
« non morivano, portavano grande invidia a' morti > ('). 

Il Duca Cosimo, che di tutto era minutamente infor- 
mato e che aspettava che il frutto maturo venisse spon- 
taneamente a cadérgli nelle mani, apri allora le sue pie- 
tosissime braccia. E come già altra volta, invocando Iddio 
in testimonio della sincerità delle sue intenzioni, aveva 
spudoratamente dichiarato che il fine suo in quella guerra 
altro non era che dì e liberar quello Stato dall' oppres- 
« sione della Francia e ridurlo all' antica sua libertà > ('), 
così ora faceva intendere di non aver mutato pensiero : e, 
dando speranza dì un accordo onorevole, esortava i Senesi 
ad affidarsi ciecamente alla clemenza sua. Ma poiché < la 

< calcina con che sì murano gli stati de' tiranni è il 
■ sangue de' cittadini » (*) non cessava, per mezzo delle 
sue feroci soldatesche, di commettere tutti quegli atti di 
barbarie, che potevano sempre più atterrire la popolazione 
senese, ridotta ormai in cosi misero stato. 

Qualunque ulteriore resistenza era umanamente im- 
possibile. Gli ambasciatori della Repubblica avevano final- 
mente, dopo pratiche penose, concordata la capitolazione 
in modo abbastanza onorevole, se poi dal Medici non fosse 
stata impudentemente violata. Ài 21 di aprile del 1555 
uscivano da porta Romana le genti Francesi « le quali 
« furono sei insegne di Guasconi, scarse di numero e con— 

< sumate dalla fame e quattro d' Italiani > (') ed un nu- 
mero grandissimo di cittadini, che in odio al dispotismo 
Mediceo esularono volontariamente dalla patria, dì modo 
che in questo tempo non rimasero in Siena piìi che 600O 
persone. 



(') SozziNi • lUvolìieiorU di Siena. Pag. S73. Causa dei decessi era 
a dissenteria, che il ìfonluc ritiene cagionata dalla malva di cui, 
mancanza di meglio, ^ce-vasi cibo ordinario. 

(■) Lettera del Duca Cosimo del 12 Maggio 1554. - SozziNi. Pag. 460. 

(') Guicciardini - Ricordi civili e politici. La Monnier. Pag, IKi. 

(•) Adriani - Storia de' suoi tempi. Voi. 4. Pag. 342. 



I CASTELLI DELLA VAL BORGIA ECC. 5 

Non pochi fra i più ragguardevoli di quegli esuli ge- 
nerosi, risoluti di non cedere ancora all'avversa fortuna, 
si rifugiarono in Montalcino : e quivi, con un ardimento che 
parve follia, dettero ordine ad un governo sullo stampo 
stesso di quello di Siena, attesero a fortificarsi ed a riu- 
nire la maggior quantità di soldatesche possibile, aprirono 
poi anche una zecca e chiamarono la loro La Repubblica 
di Siena ritirata in Montalcino. Invitarono tutti i cittadini 
e le Terre di lor giurisdizione a giurar fedeltà al re Cri- 
stianissimo ed obbedienza alla loro Repubblica, e i Castelli 
della Val d' Orcia, come piti prossimi, furono i primi a 
darne l'esempio. S. Quirico, Pienza, Monticchiello, Conti- 
gnano, Castiglioncello del Trinerò, Radicofani, Campiglia, 
la Rocca e Castiglioni aderirono di gran cuore al nuovo 
Governo. Oltre tutta la Val d' Orcia, rimanevano ancora in 
mano degli alleati Francesi il Montamiata, porzione della 
Val di Chiana e della Maremma, che formarono quattro 
Commissariati distinti: ed ebbero a lor Commissari Mar- 
c' Antonio Politi, Ambrogio Nuti, Giulio Vieri, e Andrea 
Landucci (•). 

La nuova Repubblica si trovava tuttora in via di for- 
mazione e le sue forze non erano ancor bene organizzate, 
quando Chiappino Vitelli ai 9 di maggio, giorno di gio- 
vedì, da Serravalle e dall' Arbiarotta, ove si trovava ac- 
campato, s' incaminava alla testa dell' esercito per la via 
di Buonconvento, in compagnia di un Commissario Medi- 
ceo, per intimare ai castelli, che non erano ancora sotto- 
messi, di ridursi all'obbedienza del Duca. 

Arrivato a San Quirico, quivi prendeva alloggiamento: 
e la mattina dipoi spediva buon numero di fanti e tre 
pezzi d'artiglieria contro la Rocca d'Orda, luogo per na- 
tura e per arte fortissimo, e che avrebbe ben potuto < dar 
< che fare alcun giorno all'esercito se i difensori avessero 
€ fatto lor dovere » (*). Ma Africano Gabrielli che vi era 



(') Pbcci - Voi. 4. Pag. 329. 
(*) Adriani - Voi. 6. Pag. 18. 



6 A. V. BANDI 

Commissario, per alcuni dissensi avuti con lo Strozzi, spon- 
taneamente capitolò (*). Il vicino Castiglioni ne seguiva 
l'esempio: e tanto in questi due luoghi, come nel pros- 
simo Castello della Ripa, lasciato un piccolo presidio di 
soldati Imperiali, tornava il rimanente a riunirsi al grosso 
deir esercito a San Quirico. 

La mattina di sabato si metteva il Vitelli nuovamente 
in marcia per la via della Val d'Orcia, diretto contro Cana- 
piglia, ove era di guardia il Capitano Metello Simoncelli 
da Orvieto con 100 soldati, che alla vista delle artiglierie 
ritenuta impossibile qualunque difesa, si arrendevano a 
discrezione nelle mani dei nemici. Le rapaci soldatesche 
Imperiali mettevano a ruba il paese e svaligiavano com- 
pletamente i soldati, lasciandoli poi liberi col Capitano 
Metello, al quale soltanto fVirono risparmiati Tarme e il 
cavallo. 

Tornati allora indietro, assalirono Castiglioncello del 
Trinerò, ove il Capitano Francesco da Urbino, che vi si 
trovava con 60 soldati, si apparecchiò gagliardamente alla 
difesa. Ma ridottosi ben presto a mal partito, acconsentì, 
per tema di peggio, di darsi con i suoi a discrezione del 
Chiappino che, tolto loro V armi e l'insegna, li spediva a 
Chiusi, facendoli accompagnare da un trombetto. Non fu 
risparmiato il solito sacco per parte di Spagnoli e Tede- 
schi, mentre gli abitanti poterono, come a Campiglia, tro- 
vare scampo, rifugiandosi in una chiesa. 

GÌ' Imperiali intanto, occupato il Castelluccio, si por- 
tavano il giorno di mercoledì a Chianciano, da dove fu 
spedita la cavalleria alla volta di Siena, mentre le fan- 
terie si fermavano in Pienza, a riscontrare il Marchese di 
Marignano, aspettandone quivi la venuta. 

Il Marchese infatti arrivato il giorno 18 e fermatosi 
per due giorni, destinava a guardia di quella città due 
compagnie di cavalli e la compagnia de' fanti del Capi- 



(*) Pbcci - Voi. 4. Pag. 246. 



I CASTELLI DELLA VAL BORGIA ECC. 7 

taoo Iacopo Pucci, della quale parte aveva distribuita per 
quei < luoghetti vicini » informando il Duca come, a parer 
suo, quella contrada restasse < in buon ordine e ben pre- 

< sidiata » per V importanza che aveva. Avvertiva altresì 
di aver lasciato in Buonconvento « il Capitano Francesco 

< de* Medici colla sua compagnia di cavalli » levandone 
una d'Alemanni che v* era, in cambio dei quali vi aveva 
mandato < cento soldati da Montepulciano del Capitano 

< Ventura e cinquanta di Lucignano di quei del Capitano 

< Simone » affinchè parte ne ritenesse con sé e parte ne 
distribuisse nei luoghi circonvicini, e di aver scritto al 
Conte di Santafìora che vi mandasse una compagnia dei 
cavalli che egli teneva in Siena. In Montepulciano resta- 
vano le solite due compagnie, ritenute sufficienti « ac- 

< ciocché i nemici non dessero fastidio a quella parte »: 
e concludeva che quei « luoghetti e torrette » vicine a 
Pienza « sono forti e basta diece huomini per luogo a 

< guardarle e fanno questo effetto di tener assediato Mon- 

< occhiello e Montalcino e occupato il paese ». 

Sicuro adunque del fatto suo, il Marchese di Marignano 
la mattina del 20 muoveva 1* esercito da Pienza: e pas- 
sando nuovamente sotto Castiglioncello del Trinerò, per 
la via di Seggiano ed Arcidosso, scendeva per la Triana 
a Saturnia, diretto contro Port' Ercole (*). 

Nel breve spazio di 10 giorni tutta la Val d'Orcia, ec- 
cettuati Radicofani e Monticchiello, era adunque venuta 
sotto il dominio degli Imperiali, i quali, saccheggiati tutti 
quei paesi e devastatone il territorio, scorrevano ora vit- 
toriosamente per la Maremma: giacché Cornelio Benti- 
vogli, uscito di Montalcino a capo delle poche forze di cui 
disponeva, si era trovato affatto impotente ad arrestarne 
la marcia. Ma volendo ad ogni modo distogliere i nemici 
da quell'impresa, messi insieme nuovi rinforzi di cavalli 
e di fanti, dava voce di voler dare il guasto al contado 



(*) Documenti I e II. 



8 A. V. BANDI 

di Fojano e di Montepulciano. Il Duca da sua parte te- 
nendosi sulle intese, mandava in Pienza una compagnia 
di tedeschi : e inviativi alcuni cavalli e gli uomini d*arme 
di Napoli: che si trovavano alloggiati ad Arezzo, al Borgo 
e a Cortona e il Conte Rados con i suoi cavalli di Dal- 
mazia, ordinò che si accampassero in quelle contrade, in- 
sieme ai fanti delle sue milizie, che si apparecchiava a 
spedire colà. 

Questo assembramento di forze si faceva, più che al- 
trove, a Montepulciano ed a Pienza e ne era capo il Conte 
Luigi Martinengo, che con una compagnia di cavalli stan- 
ziava al Ponte a Vallano. Girolamo degli Albizi era stato 
creato Commissario Generale della Val di Chiana, con re- 
sidenza ordinaria a Cortona, mentre suo fratello Antonio 
si trovava in qualità di Commissario a Montepulciano. 

Era pensiero del Duca di porsi in grado non solo di 
difendere il proprio territorio, ma di dare a sua volta il 
guasto a quello dei luoghi tenuti dai francesi, essendo 
allora il mese < di giugno e le biade per tutto mature > ('). 
Ma r impresa della Maremma, richiedendo colà nuovi rin- 
forzi, fu tolta da Pienza la compagnia dei tedeschi e da 
Buoncon vento i cavalli, insieme a parte di altri presidi, 
per cui fu il Duca costretto ad abbandonare per allora il 
proposito di dare il guasto alle campagne nemiche. 

Le milìzie francesi andavano intanto di nuovi aiuti 
rafforzandosi. E Cornelio Ben ti vegli, trovato il paese meno 
difeso, aveva potuto batter più liberamente la campagna 
e, dopo aver scorso fino a Buonconvento, predando il con- 
tado, aveva senza contrasti occupato San Quirico. 

In questo mentre a cambiar totalmente faccia alle cose 
si aggiunse un colpo di mano felicissimo, che fu come la 
favilla di un incendio che divampò per tutta la Val d*Orcia. 

Salvestro dal Borgo, caporale del presidio di Rocca 
d*Orcia, partitosi con alcuni dei suoi per alcune incom- 



(•) Adriani - Voi. 5. Pag. 22. 



I CASTELLI DELLA VAL d'ORCIA ECC. 9 

benze per la volta di Montepulciano, come fu ai Cinque 
Ponti « senti sparare archibusate e dare la campana al- 

< r arme >. La novità del caso lo decise a tornarsene in- 
dietro: e trovò che quei terrazzani, sollevatisi al grido di 
Francia, Francia, avevano asserragliate le porte, asse- 
diati i soldati in fortezza, e a lui, che tentava rientrare, 
fecero tale accoglienza di archibugiate da costringerlo a 
partirsene più in fretta di quello eh' egli avrebbe voluto. 
Il caso mise a soqquadro tutto il campo Imperiale. Per- 
venuta la notizia al Commissario di Montepulciano, im- 
mediatamente ei ragguagliava del fatto per duplicate let- 
tere il Duca, facendo rilevare come per aiutare un simil 
luogo, gli ottanta fanti, che per il momento erano dispo- 
nibili in Pienza, non fossero sufficienti e che quindi aveva 
avvisato il Conte Luigi Martinengo al Ponte a Yaliano e 
il Commissario delle Bande a Cortona, perchè volessero 
spedire con ogni sollecitudine rinforzo di cavalli e di fanti. 
L' affare non ammetteva dilazione di sorta ; perchè essendo 
quei luoghi di grandissima importanza e « passi fortis- 

< simi > una volta perduti non si sarebbero potuti riacqui- 
stare neppure « con diecimila fanti ». Il Commissario delle 
Bande ne scriveva a sua volta al Marchese di Marignano, 
dichiarando che avrebbe fatto tutto il possibile, ma che 
teneva la cosa omai per perduta, sia per la mala disci- 
plina dei soldati, sia perchè « questi popoli non si possono 

< cavar di casa senza estrema difflcultà >; e messi insieme 
un centinaio di archibugieri e i cavalli del Conte Rados 
li spingeva contro la Rocca. Quei terrazzani però non si 
erano addormentati sugli allori; ma avvisati con cenni 
quei di Montalcino, vi erano state spedite una compagnia 
di Grigioni, una di Francesi e due di Italiani e vi era 
accorso Cornelio Bentivogli con venti cavalli, per ritor- 
narsene la sera stessa, dopo aver lasciato ordine che se 
quei della fortezza si arrendessero, non fosse fatto loro 
alcun male, diversamente fossero impiccati. Arrivati gl'Im- 
periali alla Rocca e trovativi dentro i Francesi e quei 
terrazzani < in favor loro ostinati alla difesa » non ot- 



10 A. V. BANDI 

tennero alcun risultato, non potendosi aiutar la fortezz 
che per via della Terra « et la Terra è forte per battagli 
« di mano ». Accostatisi allora a Castiglioni, ove pun 
erano entrate la mattina innanzi le milizie della Repub^ 
blica, venivano ugualmente respinti e costretti a tornar 
sene donde eran venuti ('). 

Un nuovo risveglio di patriottismo aveva messo ià 
sommossa tutta la Val d* Orcia. Molti castelli, già ridott 
all'obbedienza del Duca, si mettevano ora in aperta ri- 
bellione e i contadini tutti sollevati e in compagnia delle 
milizie repubblicane, scorrevano dappertutto in danno 
degli Imperiali. Sessanta Spagnoli del presidio di Pienza, 
che erano andati a predare di là da Montenero, come fu- 
rono ai passi deir Orcia, aggrediti da quei di. Segrg-iano e 
da alcuni fanti, ai quali si erano aggiunti Grigioui dì 
Montalcino e i cavalli del Conte Teofilo, venivano com- 
pletamente sbandati, lasciando alcuni morti sul terreno, e 
molti fanti e tutta la preda in mano ai nemici. I soldati 
del Capitano Bombaglino, che stanziavano alla Ripa, si ar- 
resero, salva la vita, lasciando la fortezza in poter dei 
Francesi (*). 

Il grosso deir esercito, che baldanzoso era uscito con 
grande apparato di forze da Montalcino, rimaneva tuttam 
incerto se dovesse gettarsi contro Pienza o Buonconvento, 
mentre il Duca, che di quei movimenti era minutamente 
informato, andava radunando nuovi rinforzi. E ordinò che 
si mettessero insieme quanti soldati si potesse da quelle 
parti: che si conducessero di Romagna un settecento fanti 
della sua milizia, di cui afifldava il comando a Chiap- 
pino da Montevecchio, ad Antonmaria da Perugia, ed a 
Tommaso Teodoli da Forlì: e voleva che in Pienza si ra- 
dunassero almeno 1500 uomini di fanteria. E volendo par 
provvedere alla sicurezza di Buonconvento, aveva presta- 
mente avvisato in Maremma il Vitelli che spedisse imme- 



;») Doc. m, IV, V, VI, VII, viii, ix. 

;«) Doc. X. 



I CASTELLI DELLA VAL d'oRCIA ECC. Il 

jdiatamente a quella volta la cavalleria leggera e gli uo- 
2iini d' arme, e che egli co' tedeschi li seguisse il più 
^elereiuente possibile; e al Ck)nte di Santafìora ordinò che 
'.^JD parte degli spagnoli e dei tedeschi del presidio di 
Siena, si fermasse a Lucignano di Val d'Arbia, per esser 
pronto al soccorso ('). 

Le milizie di Montalcino si trovavano intanto attorno 
a San Quirico, attendendo quivi a rinforzarsi: e molta 
fanteria era passata per la Val d'Orcia, per congiungersi 
ad esse, e si diceva che T intero esercito ammontasse già 
a 4000 fanti, 250 cavalli e tre pezzi di artiglieria. 

Ck)rreva il 29 di luglio quando il Contino di San Se- 
condo (*), che Girolamo degli Albizi aveva posto a capo 
del presidio di Pienza, con lettera da cui trapela la paura 
e la voglia di fuggirsene, avvisava il Commissario delle 
Bande come si sentissero « per la volta di Sanquirico 
< tamburi alla todescha et alla italiana » e domandava 
consiglio pel caso venisse assalito, ritenendosi quasi per 
perduto, e non gli parendo buon servigio di S. E. il per- 
dervisi con vergogna e con tutte le sue genti. Ma il Com- 
missario, che pochi di innanzi era stato a riconoscere 
Pienza, riteneva che il Conte avrebbe potuto almeno per 
quattro giorni difendervisi, fino a che lo Sforza potesse 
essere in ordine e che i fanti nuovamente arruolati e che 
erano a Lucignano e le squadre di Maremma che erano 
in via, potessero soccorrerlo. 

Se non che il Bentivogli, conosciuto come le cose si 
passassero in Pienza, si gettò prestamente a quell'im- 
presa; e speditavi dapprincipio la cavalleria, alla quale 
non si vollero arrendere, vi conduceva poi le artiglierie. 
Ma fin dai primi colpi il De Rossi deciso a capitolare, ot- 
teneva di potersene uscire salvo con le sue genti ed a 
bandiere spiegate, con la condizione di non poter per sei 



(») Adriani - VoL 5 Pag. 42-44. 

Sigismondo figlio di Pier Maria de' Bossi dei Conti di S. Se- 
condo. 



12 A. V. BANDI 

mesi portar armi né contro il re Cristianissimo ne contro 
la Repubblica di Montalcino (). 

Caduta Pienza, alcuni soldati del Capitano Ventura che 
si trovavano a Fabrica, senza aspettare di esser molestati, 
se ne fuggirono, senza neppur tornarsene a Montepulciano: 
e più brutto caso era avvenuto al Castelluccio, ove un 
tal Pasquino, caporale di quel presidio, quantunque ben 
provisto di munizioni e di viveri e di due < archibusoni 

< da posta » che due giorni innanzi gli erano stati, a sua 
richiesta, mandati, senza neppur < veder nemici o arti- 
€ glieria » se n' era vergognosamente fuggito, abbando- 
nando la fortezza nel momento del maggior bisogno. Egli 
non smentiva così il sito sopranome di Orobasso; ma il 
fatto era sembrato assai grave non tanto per la perdita 
delle vettovaglie, che vi si trovavano in buon numero, 
quanto perchè il Castelluccio, per la sua favorevole po- 
sizione, poteva essere agli Imperiali di < impedimento 

< assai, ogni volta che uscissero fuora ». Il Commissario 
di Montepulciano, a cui il Medici non rifiniva di far ri- 
mostranze per quella malaugurata ribellione di Rocca 
d*Orcia, causa prima di tanti travagli, non poteva darsi 
pace di questa nuova disdetta, e ad ogni buon conto aveva 
fatto catturare il colpevole e lo teneva sotto buona cu- 
stodia, aspettando V assenso del Duca per appenderlo alla 
forca, perchè fosse di « esempio a tutti i poltroni et tra- 
« ditori » ('). 

Tutta la Val d' Orcia era dunque ritornata in potere 
dei Francesi, i quali avevano altresì quattro compagnie 
verso Radicofani e Cotona, numerosi rinforzi in via per 
la Val di Chiana ed altri andavano radunandone ovunque 
potevano. Ma ad onta di tanti felici successi, la posizione 
delle milizie della Republica non poteva dirsi affatto si- 
cura. E il Bentivogli che conosceva quanto gagliardamente 



(}) Da questa condizione fu assolato poi daUo stesso Bentivogli, 
come resulta dal Documento XIX. — Doc. XI, XII, XIII, XIV, XV. 
(■) Doc. XIX. 



I CASTELLI DELLA VAL D*ORCIA ECC. 13 

il Medici si preparasse ad aver la rivincita, andava pro- 
vedendo, come meglio poteva, alla difesa dei luoghi con- 
quistati. E appena recuperata Pienza, lasciatevi due com- 
pagnie di fanti e una di cavalli, se ne parti la sera stessa, 
alloggiando la notte a San Quirico. E lasciate pur quivi 
due compagnie di fanti, la mattina prestissimo ritirò il 
restante dell* esercito con le artiglierie e le munizioni in 
Montalcino, apparecchiandosi a fare onorevole resistenza 
contro le forze che il Duca con gran premura a quelle 
parti spediva (•). 

Ma per il mancamento delle paghe, che gli agenti Im- 
periali dovevano rimettere da Napoli, erano nati tanti ma- 
lumori e tante dissensioni fra i soldati, che ricusando di 
obbedire agli ordini che venivano impartiti, fu perduto un 
mese di tempo avanti che il Duca potesse mettere in buon 
assetto le truppe. Era stato intanto deciso che il grosso 
dell* esercito si conducesse primieramente contro Chiusi e 
di lì a Sarteano, per veder di liberare la Val di Chiana 
e per chiudere ai Francesi il passo per gli Stati della 
Chiesa, da dove ricevevano continuamente soccorsi. Né in 
questo frattempo passarono le cose perfettamente tran- 
quille. Perchè il Conte di Santaflora < con tutta la ca- 

< valleria » e con < la compagnia del Capitano Iacopo 

< Pucci > spintosi da Montepulciano fino a Radicofani, 
Piancastagnaio e Pitigliano aveva < fatto gran preda 
« d* ogni sorte di bestiami » catturati < molti vivandieri 

< che conducevano vettovaglie a Montalcino » e rotta la 
strada romana presso la Paglia (*). 

L' esercito intanto si trovava già in ordine di marcia 
per la volta di Chiusi, quando il Conte Rados, scorrendo 
con i suoi cavalli per la Val d' Orcia, si abbattè in un 
oiesso di Ottaviano Ottaviani, Commissario dei Senesi in 
Radicofani che, sentendo gli apparati dei nemici, scriveva 
ai ministri Francesi in Montalcino come quel paese non 



{') Doc. XVII, XVIII. 
(«) Doc XX. 



[ 



14 A. V. BANDI 

fosse abbastanza munito di ripari e di vettovaglie, da po- 
tersi lungamente sostenere se fosse stato attaccato ; tanto 
più che il Conte Giulio da Tiene, che con soli 150 fanti 
guardava quella fortezza, diffidava poterla difendere, se 
non fosse stato soccorso di nuovi rinforzi. Pervenuta la 
lettera alle mani del Duca, ei, mutando proposito, ordinò 
a Chiappino Vitelli che, abbandonata V impresa di Chiusi, 
marciasse speditamente contro Radicofani, non stimandola 
meno importante, si per la vicinanza di Pitigliano e di 
Castro, che si trovavano tuttora in mano ai Francesi, sì 
ancora perchè quei di Montalcino avevano per di là il 
passo sicuro per Roma e perchè era opinione dei più che, 
caduto Radicofani, tutta la montagna, che era la vita dei 
Montalcinesi, dovesse ben presto venir soggiogata. 

Il Vitelli adunque mosse l'esercito verso Pienza, che 
per essere < mal guarnita e difesa fu presa agevolmente 
« e vi si guadagnò un insegna e vi si fecero molti pri- 
« gioni; e lasciatovi a guardia il Capitano Rosa da Vicchio, 
« quindi inviò 1* esercito inverso Radicofani » (*) che in 
questo tempo era stata provveduta di munizioni e di viveri. 

Colà giunto ed accampatosi, avendo gì* ingegneri Paz- 
zaglia e Giulio Milanese riconosciuto il sito strano in che 
è posta quella fortezza e come difficilmente si potesse bat- 
tere per r altezza e asprezza di quella montagna, fu ri- 
soluto di piantare la batteria in mezzo di due torri, di- 
rimpetto alla porta: e continuando a battere per quattro 
giorni con circa 400 colpi di cannone, non se ne vide alcun 
frutto notevole. Tuttavia il Vitelli, fidandosi nel valore 
dei suoi, risolvè di dare il segno dell'assalto: e al suono 
della tromba tutti quei soldati dettero dentro per quella 
poca breccia che vi era. Ma Bastiano Guascone (*), a cui 
era stata affidata la difesa della piazza, burlandosi di loro, 
li lasciò entrare fra il barbacane e la batteria e lì con 



(>) Adriani - Voi. 5. Pag. 73. 

(') Lo storico Pecci non fa menzione di Bastiano Guascone ma 
indica il Conte Giulio da Tiene come il difensore di Badico&ni. 



1 CASTELLI DELLA VAL D'oRCIA ECC. 15 

fuochi artifiziati, archibugiate e gran quantità di sassi ne 
ammazzava e ne feriva tanti che il Vitelli fu costretto a 
chiamare in aiuto i capitani dei cavalli e i cavalleggeri 
che, messo piede a terra, vennero a rinfrescare l'assalto. 
Vedendo il Guascone questo gran rinforzo, lasciata la cura 
della batteria al suo alfiere con alquanti soldati, egli con 
molti terrazzani carichi di bariglioni pieni di sassi, che fa- 
ceva gettare a basso per la muraglia con tanta prestezza 
che parevano grandine, faceva un danno notabile sopra 
gli assedianti ('). Il Vitelli per tanta mortalità nei suoi, 
comandò battersi la ritirata: e risoluto a mandare per 
altri soccorsi, si preparava a disporre in altra parte la 
batteria. 

Non poteva in niun modo risolversi ad abbandonare 
quell'impresa: della quale scrivendo a Don Francesco di 
Toledo, mentre menomava grandemente i danni sofferti, 
dava la maggior colpa al poco valore dei soldati e pro- 
testava: « non havendo ordine in contrario, ci voglio stare 
« et combatter tanto che io l' abbia et mi riuscirà » ri- 
promettendosi eziandio di impadronirsi « di tutta la Mon- 
« tagna ». Ma il Duca vedendo che l' espugnazione di 
quella fortezza non era poi così agevole come aveva cre- 
duto, tanto più che con difficoltà vi si poteva mantenere 
r esercito, dovendolo provvedere di tutto da Montepul- 
ciano, attraversando con grosse scorte di cavalli un lungo 
tratto di paese nemico, e che essendo omai il mese di no- 
vembre, la stagione cominciava a mettersi fredda e pio- 
vosa, dava ordine al Vitelli di abbandonarne l' impresa. 
Questa risoluzione del Duca dipendeva anche dall' aver 
egli saputo che Ottavio Farnese Duca di Parma veniva, 
per ordine del re, a Montalcino con molti fanti e cavalli 
alla difesa delle terre e dei luoghi che tenevano i Fran- 
cesi. Osservava al Vitelli che il < fare acquisto delle terre 
< della montagna > non gli pareva « a proposito » non 



(') MoNTALVO - delazione deUa guerra di Siena tradotta da Don 
Garzia suo figlio. Pag. 190. 

BulUlt. Senese di St. Patria — 1-1897 2 



16 A V. BANDI 

tanto per essere il paese assai disastroso e difficile a vet- 
tovagliarsi, quanto per non dilungarsi di troppo da quei 

< nuovi soccorsi di Roma »: e riteneva miglior partito ri- 
tirarsi in Val di Chiana, da dove potevano più facilmente 
esser soccorse « le frontiere et Siena ». Avvertiva* di aver 
saputo che i Francesi si apparecchiavano a « fare gran 
« cose >: ma credeva che non potessero tanto presto essere 
in ordine: e a meno che < il Papa non sfornisse a un 

< tratto le genti del condno di là et le mandasse di qua » 
per parecchi giorni non vedeva pericolo. Occorreva ad ogni 
modo « star su V avvisi >. 

Dava ordine ancora che, al ritorno, V esercito si ac- 
campasse vicino a Pienza e ne gettasse a terra le mura, 
in modo che non vi si potessero più annidar soldati e far- 
sene frontiera, perchè voleva che quella città, già tante 
volte presa e perduta, non gli desse più noia (*). E « oltre 
« a Pienza se vi fussino altri luoghi, che si dubitassi che 
€ havessino a dar disturbo, farli anco essi sfasciare senza 
« dilatione ». 

Il Vitelli adunque, eseguendo gli ordini del Duca, la- 
sciava Pienza affatto smantellata e senza presidio alcuno 
in abbandono; ed, inviati i tedeschi a Montecchio, distri- 
buiva i cavalli per i castelli ove meglio si potevano man- 
tenere, lasciando con il resto delle milizie le frontiere ben 
munite. 

La sorte di Pienza essendo stata nuovamente seguita 
da Fabrica e dal Gastelluccio, caduti in mano degli Im- 
periali, il Duca ingiungeva al Commissario di Montepul- 
ciano che pure essi si smantellassero, aggiungendovi an- 
che il palazzo di Tori e dava buoni consigli tecnici, per 
venirne a capo con prestezza e poca fatica (•). 



(M < Pienza città fatale e ludibrio della fortuna in tutto il corso 
€ della guerra, tante volte perduta, tante volte recuperata » — (Nini 

- Storia d*ItaUa, Ma. nella Moriniana di Firenze. Tomo 3. Pag. 154\ 

— Doc. XXI, XXII, XXin, XXIV. 

(') Vedere su ciò alcuni documenti pubblicati dallo scrivente nella 
Miscellanea Slorica Senese (Anno I, n. 8). 



I CASTELM DELLA VAL D ORGIA ECC. 17 

Queste perdite, invero di non grande importanza, non 
erano valse a turbare la generale allegrezza per la par- 
tenza degli Imperiali da Radicofani. Si fecero feste grandi; 
furono remunerati per la loro valorosa condotta il Tiene 
e rottaviani: e cominciando a rinascer la speranza anche 
negli animi più abbattuti, alcuni castelli che erano sotto 
r obbedienza del Duca si misero in ribellione e nella stessa 
Siena cominciavano a manifestarsi alcuni moti sovversivi. 
I Francesi nel calore della vittoria facevano continue scor- 
rerie fin presso le porte della città, di modo che, essendo 
impedito il libero transito delle persone e delle robe < pa- 
« reva che fosse ritornato V assedio » ('). 

Al Conte Sinolfo, che in questo tempo si era aperta- 
mente dichiarato di parte imperiale, Cornelio Bentivogli 
aveva occupato Castellottieri e Mon torio; e i Conti di San- 
tafiora che vi avevano le castella vicine, temendo di per- 
derle, avevano fatto in modo che vi fosse mandata una 
compagnia di Spagnoli, mentre il Duca da Firenze prov- 
vedeva a che fossero muniti di armi e di munizioni e che 
Santafiora fosse maggiormente fortificata (•). E per i nuovi 
vantaggi dei Francesi, costretto a tornare in ballo, prima 
di quello che ei si pensasse, dando il carico maggiore 
dell' impresa allo Sforza, aveva disegnato con un esercito 
di 4000 fanti e 400 cavalli sloggiare primieramente i ne- 
mici da quei loro luoghi ultimamente occupati: salire 
quindi alle castella della Montagna, affinchè si togliesse 
a Montalcino qualunque aiuto da Castro e da Pitigliano e 
compiendo 1* impresa con V impadronirsi di Chiusi e di 
Sarteano, ridurre i Montalcinesi come chiusi in assedio: 
giacché era certo che se questo accadesse, tutto il terri- 
torio doveva ben presto venire in sua mano, giacché le 
terre che i Francesi tenevano in Maremma non si cre- 
devano difficili ad essere espugnate. 



(») Pbcci - Voi. 4. Pag. 268. 

(») Pecci - Adriani - Montalvo - Cini - Vita di Cosimo dei Medici 
— Doc. XXV. 



18 A. V. BANDI 

Il Conte di Santaflora adunque, messosi in campagna, 
prendeva da Siena la via per Montepulciano, dove si fa- 
ceva provvedimento di vettovaglie e di artiglierie e dove 
il Duca spingeva continuamente nuovi fanti Italiani, perchè 
il Conte ne richiedeva un contingente sempre maggiore. 
Nel passare intanto occupate le Serre e disfattane la for- 
tezza, si impadroniva poi senza grandi contrasti di Sina- 
lunga, da dove si portava all'assedio di Sarteano; e di 
quello pure dopo non breve assedio resosi padrone, resta- 
vano allora in sua mano Cotona, Chianciano e Castiglion- 
cello e solo rimaneva da quelle parti in potere dei Francesi 
la città di Chiusi, la quale essendo per vero dire di assai 
maggior importanza e perchè, oltre il presidio solito, vi si 
erano recoverati tutti quelli che erano usciti di Sarteano, 
vi si tenevan quasi sicuri (*). 

Per verità il Duca avrebbe avuto in animo di tentar 
nuovamente T impresa di Radicofani, se non fossero state 
messe innanzi le difficoltà della stagione, del vettovagliare 
Tesercito, essendo la via lunga e tutta in potere dei nemici, 
e del mantenere i cavalli in un paese come quello cosi 
arido e privo di erbe. Tuttavia, prestandosi i luoghi as- 
sai bene alle fanterie, si poteva, rinunziando ai cavalli, 
tenerne soltanto una compagnia in Contignano, e lasciar 
gli altri in Montepulciano e fornir di fanti il Castelluccio 
e Castiglioncello. Ma e' è di mezzo V Orcia, che in occa- 
sione di piena impedisce il passaggio: e allora sarebbe 
stato necessità ricorrere per vettovaglie a Santafiora, 
paese non troppo propizio in quella stagione. Era anco 
da considerare che Radicofani, di per sé così forte e già 
inutilmente tentato, poteva trovarsi assai meglio munito, 
essendovi stati di corto Monsignor di Subise e Cornelio 
Denti vogli. Per cui volendo diCFerire l'impresa, fino a che 
l'erba non fosse venuta, potevasi intanto presidiar ga- 
gliardamente Pienza, Castelluccio e gli altri luoghi vicini: 



(») Pbcci - Voi. 4. Pag. 275, 276. 



I CASTELLI DELLA VAL d'ORCIA ECC. 19 

tenere una compagnia di cavalli in Contignano, sfasciar 
Campiglia o tenervi una compagnia di fanti che, rompendo 
la strada romana, la quale si poteva altresì tenere in ri- 
spetto da Santafìora, impedissero ai Montalcinesi gli aiuti 
che potessero loro venire dallo Stato della Chiesa: e a 
stagione propizia occupare il Montamiata, per voltarsi di 
là a queir impresa che meglio paresse: e guastar le rac- 
colte nei luoghi, ove facessero miglior prò ai nemici, men- 
tre le genti di Pienza sarebbero state pronte a ogni 
movimento. Questo era a un dipresso il rapporto che il 
Capitano Muzio Petrucci rimetteva al Duca, che persuaso 
da quelle ragioni richiamò indietro lo Sforza, il quale la- 
sciate due compagnie di Tedeschi in Sarteano, ritirò da 
Chianciano il restante dei Tedeschi e degli Spagnoli, con- 
ducendosi con essi in Pienza ('). 

Quivi trovò che una trentina di Francesi, essendo la 
città tutta aperta e sfasciata, si erano fortificati nel cam- 
panile del duomo, ove non avendoli potuti offendere per 
la gagliardezza della volta, se ne uscivano poi alla par- 
tenza di lui, che occupato ugualmente S. Quirico e lascia- 
tivi a guardia 25 Tedeschi, si portava a Buonconvento. 

Di li faceva intendere al Duca come, a suo parere, né 
Pienza né S. Quirico, per esser luoghi bastantemente grandi 
e quasi del tutto smantellati, fossero da lasciare con cosi 
poco presidio quasi in balia dei nemici: e che non 500 
fanti, come era intenzione del Cardinale di Burgos, ma 
mille ancora sarebbero abbisognati per render quei luoghi 
sicuri e dar riputazione anche al resto (•). Tutto quel 
tratto adunque, che da Montepulciano va per San Quirico 
fino a Siena, era tornato in potere degli Imperiali: e il 
Contino di S. Seco